EffeKappa

Franz Krauspenhaar

A una prima lettura, sembra che l’intero far poesia di K sia drammatico, in quanto drammatica ne è l’origine: stupore e ribellione di fronte all’orrore del mondo. Poi, e velocemente, tutto si capovolge, il drammatico diventa la grammatica che definisce un mondo costruito da un ego spropositato che trancia via ogni fede precedente, fiducia, senso reale del tempo o regola di viaggio.
     Egli “emana” intendo quasi fisicamente, non la visione che ognuno ha dell’universo con i vari rapporti umani e sentimentali, bensì una qualità di mondo utile a che lui solo possa soffrirne, sopportarlo e parlare. Disperarvisi dentro, nella fedeltà dichiarata a se stesso che quella rappresentata sia l’unica Terra possibile. E fa poesia.
     Versi tenuti con una concentrazione di forza talmente massiccia da sembrare unidirezionale. Il lettore ha insomma l’idea di trovarsi in piedi dentro un treno ad altissima velocità in Cina, dove è costantemente possibile il salto dell’energia elettrica, eppure quell’uomo in piedi (che rappresenta noi) arriva a destinazione. Nel tragitto ha visto e vissuto sulla propria pelle mezzo mondo. È questa una capacità di vagare col gigantesco compasso fisico delle proprie gambe.
     La paura quindi prende il posto della drammatizzazione.
     Niente sta al di fuori di K (il rovesciamento con Kafka, ricordato ironicamente da Franz per uguaglianza di iniziali, in un suo componimento, e ripreso dal titolo stesso di questa raccolta, è evidente). Si direbbe che è lui, a generare continue catastrofi emozionali del cui peso – a volte reale per chiunque – l’autore ci fa accorgere proprio attraverso quel tipo di paura. Ciò gli consente di dosare velocità e verità.

     Leggendo queste poesie ci rendiamo subito conto d’essere nel suo territorio, nella sua Dublino, cioè nella sua testa; bisogna con umiltà abbandonare idee di confronti, di sensazioni comuni, del ritrovarsi o dello star bene.
     La sua è la scandalosa presa di posizione di un io che, che piaccia o no, non ci molla, ci fa vedere coi suoi occhi solo se stesso, che ci trasporta nel budello della propria malattia e in quel tunnel tra pietà e dolore delle memorie familiari; come anche ci mostra, con ironia, aperture sul quotidiano (partite di calcio, diete alimentari, incontri su internet), per cui dopo sembrerà sciocco o inutile chiedersi ma è proprio così?

     K cattura, rapisce, si sente spropositatamente come noi vorremmo sentirci o riuscire ad ammettere di voler essere.  Al di là della vergogna, della pudicizia, della tradizionale riduzione poetica rispettata dalla Poesia.
     È il più impudico poeta che conosca, non per rabbia o violenza, ma perché onestamente, con una sua sincerità anche mite, comunque sempre sofferta, ci comunica che è la contingenza a rendere chiaro un senso. E solo un linguaggio pratico com’è il suo, scoperto a ogni fianco direi, volutamente antisuggestivo, toglie qualunque ondeggiamento riparatorio, facendo presa sui sensi secondi. A fine lettura infatti ci accorgeremo che fare poesia vera è comunque e sempre credere a tal punto in se stessi, che fare il mito di sé non è patologico né “maledetto”, con riferimento al maledettismo, tutt’altro; che è drammatico sul serio tutto ciò che ci capita di triturare vivendo: col rispetto però che un fatto sia tragicamente, miseramente solo un fatto.
     Che si abbia insomma il coraggio o una capacità di scrittura tale da non ridurre niente a simbolo.

(Cristina Annino, dalla Prefazione)

Franz Krauspenhaar, Effe Kappa. Nuove poesie
Prefazione di Cristina Annino
Postfazione di Teresa Caligiure
Editrice ZONA, 2011

 

Testi

 

Per vendetta

Fare un libro per occupare la mente
è musicare gerani di cimitero.
Oggi mia madre urlava, ché l’ho scritta
morta – alla fine tutti vogliono campare,
gli impiccati, benché urlino le corde, e i
selciati o le canne di rivoltella, coltelli, anche
i bicchieri col sonnifero.

Mio fratello si aggrappava alla vita, alla liana
del pensiero; ma era sfrangiato,
non si vedeva più, nemmeno
nelle cavità oculari, lo specchio era convesso,
sembrava Dennis Hopper in Velluto Blu,
Frank il pervertito, o il soldato suicida di Full Metal,
Palladilardo. E dire che era magro, bello, intelligente,
le aveva tutte per titillarsi la vita.
Per rabbia consumiamo chilometri. È così. Vite
appese al collare del diavolo
si nasce spalancati; il wolf che ulula in noi
impaurito nella notte dei magri macelli, osanna
la luna spiritica, l’ESP, facciamo viaggi
intorno al mondo,
per non morire, offesi da bolle, forfora,
da raggi Sfalsa, ci comanda la forza del disordine.
Le sigarette, almeno non pensano alla fine,
il whisky intontisce la sera deserta, the day-after;
una cupola di niente alza un boletus atomico
e annulla l’esistenza: Hiroshima, Nagasaki, Fukushima.

Il sesso bonifica la morte, è carta
moschicida per sperma teso, ritenuto in vetro;
(ci avventiamo su chi si spalanca). Cartone
gessato, sapone d’olio di colza, plastica semirigida.
Così guardonando un orrido porno, la poverina con occhi
sporgenti come mani chiedeva aiuto;
drogata, piercing sulla scodante lingua, cazzi a due,
nella stanza interrata, fu come uno stupro
voluto, e il suo finto entusiasmo, uno straccio.
Scrivere un libro sulla fine dell’amore
mi ripaga dalla spregevole morte, ignorata
dai più. Noi siamo gli scrivani
per vendetta.

 

La migrazione del tempo

La primavera sfreccia sulla mia testa
sul selciato e la muffa; entro le sei
rincaso. Linee telefoniche la sera
spifferano folle, voci di rane, gole
screziate di breve vita opaca.
Hai detto bene: me ne voglio andare
all’estate! Hai detto all’inferno ma volevi
dire al caldo, senza stagioni. Buon viaggio.
Io subisco i tagli della primavera,
che sfalda l’aria di prima, e imbuta
cane nero negli uomini. Senz’alba e senza
crepuscolo, un eterno spiffero latteo.
Morte alla primavera. Se potessi!
Mi chiamano pazzo, mi dicono arrabbiato al
metraggio di tonfi bianchi, al pulsare del sole
gnomo. Dicono pure che l’inverno è sparito,
come fosse una buona notizia. Lo sapevo.
Una crosta di cielo bianco sorvola
la migrazione, sorda e lenta, del tempo che resta.
Tenui, come il filo di fumo di un pensiero.
Ora rimane la sera.

 

Dolce sera

Versi abbandonati per te
sulle scale, e vengo felpato
a trovarti. Roma è un’alba nera,
menzogna sopita, notte
ripulita dopo la festa mobile.
Lume
di una carezza attesa.
Io ti guardo, lungo distesa,
faraonica sul letto,
lecco il vuoto
delle tue scapole fredde,
folgore e sabbia di una spiaggia umida.
Vorrei mi accogliessi come l’emigrante
sulla soglia del sogno,
dopo la fame.

 

Breve

Se ti viene il fiatone mentre tenti di allacciarti le scarpe
è ora di fumare gigli alla festa di un nonno qualsiasi.
Lo trovi sull’elenco degli universitari, loro hanno ancora
nonni spudorati, che festeggiano con torta e candeline.
Ti hanno detto che è ora di perdere qualche etto
volevano dire chili – sono gentili.
Oggi ti sei spaventato,
ti rubavano l’aria da finestre invisibili, succhiavano
vecchie estati, e labbra di ragazze antiche dicevano
il tuo nome come si dice “stelle”.
Tra il sogno nostalgico e l’afasia del panico
stavi – tra corone di fiori all’occhiello di un’alba
miracolosa, che il petto ti splendeva di rosso, come un santo.
Sempre in bilico su assi di magone e di risate gonfie
procedi nella sera, respiri a gesti, strappi le parole alla strada,
ripeti ancora basta, non fumo più, sto male, devo salvarmi.
E stai fumando di nuovo, perché la vita è breve,
e non hai tutti i torti, e senti un brivido di colpa
percorrere il miocardio. Ma al senso della fine resisti
con tutte le forze, è una brutta tentazione,
il tuo fiato non se lo può permettere.
La vita è la tirata più violenta prima della notte.

 

Immaginazioni

Sei sconfitto da un talento che fascia
come la maglia il corpo, come gialle
ciglia il mascara rotondo, indentro.

È la mania di arrivare prima della morte
dove covano le aquile, spensierate
e falcanti, nelle cene di bossoli.

Ieri vidi l’occhioceruleo, mi chiese
di dipingere lo steccato con un fremito,
con uno sputo dal passato. Scavavo.

Rimane la custodia del puro. Le verze
e il riso la domenica. E poi balze fresche,
ballerine di damasco e pisciatoi infernali.

Sogni, espettorati, cambiati in corsa,
io pantera su scogli di vetro cantando,
ruminando erba e salvia, prossimo
alla cottura. Un cielo di vimini, contrasto
rissoso tra comete nella notte di ieri –
sentivo fumare alghe dal mio corpo
come fossi un portacenere di Dio.

Erano immagini della fretta, del sonno
incurvato di fantasia riflessa e tonno
fuoriuscente dalla scatola, da solo.

Sentinella del guaio, scovavo neri
cobalto e i miei occhi splendevano
di ammirati furori senza fine.

 

Bambino cattivo

Sono un bambino cattivo, spingo
la sedia a rotelle di dio e lo lancio
dal burrone, lo guardo saltare
nel canyon di tutte le pie morti,
salutare la vita. Sono il bambino
vecchio delle streghe stinte
nei quadri di campagna, fatti
da artisti domenicali, stizziti
e stanchi prima degli incidenti
stradali tra Meda e Viggiù.
L’odore dell’erba nelle mani,
l’odore della colpa, di pelle.
Sono un vecchio,
bambino senza ricordi, solo leste
ricognizioni tra nuvole di mosche
prima di sera,
quando la cena cade come un muro.

 

***

19 pensieri riguardo “EffeKappa”

  1. ringrazio voi e ovviamente francesco marotta per questo bellissimo post, è un piacere grande tornare ogni tanto qui, questo è il sito di poesia più bello d’italia, lo dico sempre. un abbraccio a voi tutti, e grazie infinite dell’attenzione.

    franz

  2. “Bambino cattivo” di ruvida coerenza, FK, che sa addensare anche nei versi la “FK-experience” apprezzata nella prosa. Che cosa significhi FK-experience si può riassumere nel termine “Erfahrung”, ché l’esperienza di irriverenti pugni-allo-stomaco-schiaffi-in-platea è tutta scritta nella carne, dunque sofferta. Bello ritrovare qui Franz.

  3. Bellissimo post bellissima prefazione e bellissime poesie. Questa è una poesia generosa e straripante. La prefazione di Annino sottolinea cose importanti e lo fa con grande acume critico.
    A Franz un saluto e in bocca al lupo per il nuovo libro.

  4. Un poeta a me sconosciuto, poesie per me inedite, sincere e senza mediazione, piene di tinte forti. Penso che ogni prefazione sia una responsabilità oltre che una presa d’atto, ed è quel “trovarsi nel suo territorio, nella sua Dublino, nella sua testa” scritto da Cristina Annino, grande come sempre, a spingermi ad andare avanti nella conoscenza di questo poeta. Franz Krauspenhaar merita di essere letto.

  5. Franz carissimo, sono lieta di leggerti ancora, qui, dentro questa Dimora magica e poliedrica.
    Come vedi, avevo ragione io quando tu dichiaravi di non essere un poeta. Cos’è un poeta se non questi versi che leggo col cuore in gola e con un’ampiezza di sguardo che corre oltre il detto e il non detto?
    Bravo, il Franz-lupo adesso è un leone e può e sa ruggire ancora.

    un grande abbraccio
    jolanda

  6. me le sono salvate perchè ognuna, letta nella sua interiorità, racchiude un microcosmo, e ti fa precipitare nel vissuto senza, come giustamente sottolinea Cristina, possibilità di fraintendimento.
    è una poesia di rispecchiamento delle proprie sensazioni e fisicità, con conseguente proiezione nello spazio di una visione forte.
    l’immagine è veramente azzecata!
    sono fiera di chi scrive poesie di questo calibro.
    grazie
    C.

  7. Sospetto che il poeta in quistione sia interista.
    Tra il marciume incapsulato nella cavità orale di Moratti e le foglie morte di Corso.
    Belle poesie.
    Thx.

  8. Fare un libro per occupare la mente
    è musicare gerani di cimitero.

    Condivido: scrivere un libro per questo motivo è essere già in liquidazione.Anche se vale comunque provare perché capita, a volte, di trovare tra le proprie “mortuarità”, un dente,o una scheggia d’osso con cui scrivere su un pezzo di pelle incartapecorita e scorpire quell’anima(lita) che sta sulla pietra ma non è finita.

    Il sesso bonifica la morte, è carta
    moschicida per sperma teso, ritenuto in vetro;
    (ci avventiamo su chi si spalanca). Cartone
    gessato, sapone d’olio di colza, plastica semirigida.
    Così guardonando un orrido porno, la poverina con occhi
    sporgenti come mani chiedeva aiuto;
    drogata, piercing sulla scodante lingua, cazzi a due,
    nella stanza interrata, fu come uno stupro
    voluto, e il suo finto entusiasmo, uno straccio.
    Scrivere un libro sulla fine dell’amore
    mi ripaga dalla spregevole morte, ignorata
    dai più. Noi siamo gli scrivani
    per vendetta.

    Si apre con la madre che urla e si chiude con la donna prona in un orrido porno che non salva affatto dalla morte.L’amo è sempre lo stesso ma l’amore ha qualcosa di così provocatoriamente forte che forza le porte, tutte le porte del corpo e mostra, senza paura alcuna, il vuoto di cui è composto e a cui quell’orgasmo,cercato in giochi di traforo, sfugge comunque. ( http://www.etimo.it/?term=orgasmo )
    Or già siamo un’orgia in cui si mescolano linfe e sangue, in cui all’idiozzia si mescola follia e logica fino a produrre vasche di liquido che c’insemina ancora, di sé, inafferrabile sostanza che ci vive e ci abita,mai denudandoci abbastanza, così che noi si possa continuare a vagare qui e là tra pensieri e sogni, tra vivi e morti, in una LEGENDA-RIA raccolta. ferni

  9. M’inoltro ogni volta nella dimora del tempo sospeso, questo spazio a mezz’aria tra il cielo e la terra, il buio e la luce, il bianco e il nero, perché amo le sfumature e le sorprese.
    Come un ragazzino che vuol dimostrare a se stesso di non aver paura penetro nel folto del bosco per scoprire ogni volta qualcosa che mi stupisca, mi faccia brillare gli occhi, giochi di raggi e ombre tra i tronchi e ginepraie.
    L’incontro con questa poesia è stato come mettere il piede su una mina nascosta sotto le foglie; schegge che non uccidono ma lasciano segni e ferite profonde.
    L’ho letta ieri sera, e stamattina dalle 4 alle 9 tra pani dorati e biscotti croccanti tornava a farsi sentire (sono un uomo che capisce poco di poesia ma mi piace leggerne di tanto in tanto).
    Una scheggia mi è arrivata al cuore e so già che ogni volta che incontrerò F. K. mi torneranno alla mente le parole che mi hanno tormentato davanti al forno:
    “Mio fratello si aggrappava alla vita, alla liana
    del pensiero; ma era sfrangiato,
    non si vedeva più, nemmeno
    nelle cavità oculari, lo specchio era convesso,
    sembrava Dennis Hopper in Velluto Blu”.
    un saluto Fausto

  10. la parola, nel suo semplice profondo è un annuncio; svela il mondo mentre dal mondo è svelata; così questa poesia semplicemente sta: si fa senza aggiungere, senza togliere niente, solamente ascoltando, nell’istante di vuoto tra l’inspiro e l’espiro, quando le due direzioni della vita si scambiano il ruolo. mi sembra che proprio qui si generi la potenza dei versi di K, nell’esserci delle cose e nel loro avere nome e sostanza poetica e, contemporaneamente, nell’esserci della parola e nell’avere un suo mondo e sostanza poetica.

    ciao
    martina

  11. ringrazio di cuore tutti coloro che hanno letto e commentato con grande sensibilità, a cominciare da francesco, e mi piace dire che la grande cristina annino è stata per me importante, per la mia crescita da poeta (o da scrittore che scrive anche poesie); e ringrazio anche, ovviamente, la professoressa teresa caligiure, che ha curato la postfazione e mi ha dato anch’essa importanti suggerimenti.

    un bell’anno di poesia a tutti voi.

    franzwolf

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.