Gadda, Carlo Emilio (VIII)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda
Giovanni Campi

16-12-1986

Occorre non soltanto percorrere l’interno dell’opera gaddiana, quanto anche porsi all’esterno e scrutarla dal di fuori. Nel momento in cui egli esce dall’ombra, dall’isolamento, egli farà parte, e anche parte notevole, della rivista fiorentina Solaria; è certo ch’egli ancora condurrà un’esistenza pressoché randagia, ma è altrettanto certo che quel luogo, non soltanto quello figurato dalla rivista, ma anche quello geografico di Firenze e della Toscana tutta, che quel luogo diverrà un epicentro: al contempo, egli stesso diverrà una parte estremamente attiva d’un progetto comune e proprio della rivista. Ebbene, questa di Solaria, è una rivista molto importante ed anche prestigiosa; se un attimo si scrutasse la lista di frequenza, si vedrebbero nomi assurti poi alla gloria letteraria, alla fama, alla notorietà, nomi già divenuti dei classici, alcuni, ed altri forse che lo diverranno: Elio Vittorini, che esordisce giovanissimo con “Garofano rosso”; Italo Svevo, la cui scoperta e valorizzazione è data dall’attenzione dei giovani autori e dei giovani poeti solariani; ed Eugenio Montale, che si stabilisce tra la Versilia e Firenze, a cui, appunto, si deve la scoperta di Svevo (in effetti, fino ad allora, l’unico riconoscimento del valore della sua opera gli venne, appunto, da un numero di Solaria esclusivamente dedicato a lui, e questo avvenne prima che le sue condizioni anagrafiche, e cioè il fatto ch’egli fosse ebreo d’origine, non divenissero pregiudiziali, altamente peritose). Ancora alla rivista si devono le lettere di Joyce, i saggi di Vittorini, gli interventi di Montale. In quegli anni, entrerà, si diceva, a far parte del gruppo solariano anche Carlo Emilio Gadda, giovane autore allora quasi del tutto o affatto sconosciuto, che concede alla rivista le sue prime cose, le sue prime operazioni di scrittura.
Fondata nel 1926, Solaria, rivista mensile di letteratura alla quale una certa tradizione storiografica suole intitolare un periodo della nostra recente storia letteraria, nasce per iniziativa di Alberto Carocci, e dura una decina d’anni. Gli ultimi numeri della rivista, datati 1934, uscirono nel ’36. La rivista subisce alcune censure da parte del regime fascista, sebbene sia da considerare, quello loro, quasi come un fascismo dissidente, un fascismo di sinistra, – una violenta, reiterata contestazione del modello borghese del fascismo fu compiuta, per esempio, da Vittorini, – ma cessa le pubblicazioni non tanto a causa di quelle censure (in fondo Solaria, nella sua breve storia, conobbe un solo sequestro politico, relativo al fascicolo del 03-04-1934, che pubblicava una puntata del “Garofano rosso” di Vittorini), quanto perché il gruppo promotore è ormai entrato in crisi.
Solaria, nelle parole di Luti, “ebbe senza dubbj l’ambizione di raccogliere il merito della cultura borghese operando una sintesi attiva tra le antiche istanze dell’europeismo barettiano e il rigore letterario di impostazione rondiana”.

Alcune caratteristiche della rivista si possono suddividere così:

1.- Anzitutto una chiara inclinazione per un’arte, e specificamente per una narrativa, che faccia largo posto ai problemi dell’uomo, che sia ‘drammatica ed umana’, il che significa una sollecitazione verso una ripresa narrativa, verso l’opera che abbia un certo fiato, un certo respiro ben piú consistente delle preziose ma striminzite esercitazioni calligrafiche dei rondisti. Da questo punto di vista è significativa l’attenzione dedicata da Solaria a Tozzi e Svevo, l’ospitalità data alle prove narrative di Vittorini, di Gadda e parecchj altri, cosí come è altrettanto significativo, però, che l’esperienza rondiana non sia passata invano: i solariani, difatti, si sentono di accettarla, non come punto d’arrivo, ma come rigore, come freno e difesa contro le gratuite licenze.

2.- In seconda istanza la dimensione europea alla quale nei suoi dieci anni di vita Solaria non rinunzia mai: in questo è evidente la lezione del Baretti. Da ciò l’attenzione alla poesia francese, all’opera di Proust e ad un certo filone ebraico della cultura europea (Kafka, Saba, Svevo). Atteggiamento, questo, che attira su Solaria le vessatorie diffidenze del fascismo fiorentino. Significativa, a tal proposito, questa testimonianza del Vittorini:

“Divenni collaboratore di una piccola rivista fiorentina. […] solariano era una parola che negli ambienti letterarj di allora significava antifascista, europeista, universalista, antitradizionalista. Ci chiamavano anche sporchi giudei per l’ospitalità che si dava a scrittori di religione ebraica e per il bene che si diceva di Kafka e Joyce. E ci chiamavano sciacalli, ci chiamavano jene”.

Da notare che questa apertura di Solaria si amplia maggiormente, superando quasi l’eurocentrismo, quando, per opera di Vittorini e di Pavese, la letteratura americana diviene oggetto di interesse e agisce come mitico modello su tutta una generazione di scrittori antifascisti.

3.- In terzo luogo, se Solaria ci richiama al Baretti, se ne allontana poi per la sua fisionomia di rivista esclusivamente letteraria, estranea ad ogni altro impegno: è insomma la cittadella della letteratura aperta alle sperimentazioni, pronta ad accogliere ogni ipotesi di superamento delle vecchie strutture (significativo, si è detto, in questo senso, il fatto che abbia ospitato cosí tante prove di Carlo Emilio Gadda), ma senza mai varcare i confini della letteratura.

Nelle parole del Carocci, “Solaria fu l’espressione di una piccola ‘polis’ letteraria, una società ‘in nuce’ con tutte le sue contraddizioni interne, i suoi dubbj, le sue esitazioni, col prevalere di volta in volta di istanze contrastanti tra loro. D’altronde il titolo stesso della rivista volle indicare che essa era una città – una città di utopia, evidentemente, – non una scuola di pensiero. Questa fu ad un tempo la sua debolezza e la sua forza”. E questa, è da aggiungere, è anche la ragione della relativa tolleranza dell’autorità politica nei suoi confronti, tenuto conto inoltre della assai ristretta circolazione della rivista: “i lettori di Solaria furono sempre quattro gatti; la sua tiratura non raggiungeva le 700 copie”. Solaria svolge un’attività di richiamo nei confronti degli intellettuali non integrati nel regime. Solaria è anche il luogo d’incontro tra la vecchia generazione e quella dei giovani che si affacciavano allora alla vita letteraria: Cecchi, Bacchelli, De Benedetti, Montale, Solmi, Saba; Comisso, Piovene, Poggioli; Ferrero, Contini, Gadda; Vittorini, Quasimodo, N. Ginzburg, Quarantotto Gambini, Penna. La rivista allarga poi il suo sguardo ben oltre l’orizzonte delle frequentazioni straniere consuete agli italiani, di solito ristrette alla cultura francese. Certo, anche su Solaria la Francia ha un posto preminente. Un vero e proprio culto, per esempio, è dedicato a Marcel Proust e alla sua “Recherche”; puntuali e quasi sempre ammirative recensioni hanno avuto Gide e Valery, e poi Malraux, Mauriac, Cocteau. Si sono avute le prime aperture alla cultura mitteleuropea con Rilke, Kafka, Zweig; si celebra l’arte narrativa di Thomas Mann, mentre Renato Poggioli si sforza di divulgare la poesia russa moderna, occupandosi di Majakovskij, Esenin, Pasternak, Achmatova. Comincia a circolare, sotterraneamente, la lezione di Freud.

Se una linea comune sia possibile rinvenire nelle scelte solariane, questa può essere indicata nella presa di posizione a favore di un ritorno al romanzo, e, conseguentemente, di un superamento della prosa d’arte. Comunque, la poetica romanzesca dei solariani non è certo animata da una tensione realistica, ma piuttosto da una tensione lirica, sottilmente introspettiva, volta a piegare le strutture del romanzo alle esigenze di una concezione soggettivistica del tempo e alla rappresentazione vagamente allucinatoria e ‘stregata’ della realtà. Tra i modelli stranieri, come si è detto, vanno ricordati Proust, Joyce con i suoi “Dubliners” e “Dedalus”, Mansfield e simili narratori intimisti vicini alla lezione di Cechov. Tra quelli italiani, sopra tutti Svevo e Tozzi, che Solaria indica con insistenza come punti di riferimento per un ritorno al romanzo. Solaria si trova, insomma, al centro, al crocevia di un clima di cultura e di gusto (rappresentandone certo l’espressione più interessante e aperta a ulteriori sviluppi) che viene definito “aura poetica” da Angioletti.
Oltre che di una nuova generazione di narratori, e si pensi soltanto al caso di Gadda, la cui vocazione letteraria viene pubblicamente in luce su questa rivista e nel clima da essa favorito, Solaria ha parte nell’affermarsi della cosí detta “poesia nuova”, designazione nella quale si facevano rientrare ricerche poetiche assai diversamente orientate, quali quelle di Montale, di Ungaretti e di Saba; d’altra parte, è lo sperimentalismo della rivista nella sua fase centrale, 1929-36, che è tale da dare spazio alle prime esperienze “ermetiche” e nello stesso tempo accogliere i contrastanti risultati del lavoro poetico di Pavese, le cui poesie-racconto di “Lavorare stanca” sono stampate nel 1936 dalle Edizioni Solaria; cosí come è tale da permettere la convivenza della critica psicologica di De Benedetti, nutrita da letture psicoanalitiche, accanto alla critica stilistica di Contini. Nell’ultimo periodo, 1932-36, la tensione sempre latente all’interno del gruppo solariano, si va facendo piú acuta. Il fascismo si è ormai consolidato al potere e con la guerra d’Abissinia ha conseguito un indubbio successo. Carocci, Chiaromonte, Noventa, per citarne solo alcuni, sono convinti che la felice conclusione della guerra coloniale assicuri al regime un lungo periodo di governo e che dunque ci sia bisogno di uscire dal ghetto letterario volontariamente scelto e fare i conti con il fascismo attraverso un dibattito apertamente ideologico. Bonsanti e il suo gruppo condividono la prognosi sul fascismo ma proprio per questo ritengono che sia piú che mai necessario non averci a che fare e continuare a “salvarsi l’anima” con la letteratura. Tale contrasto risulta insanabile e il gruppo si divide in due tronconi.

Ebbene, tornando a Gadda, il volume “I viaggi, la morte” viene pubblicato da Solaria nel 1927, dunque la collaborazione è certamente attiva, e finirà soltanto con la fine delle pubblicazioni della rivista, con l’ultimo suo numero. Comunque, questo contesto ha da essere analizzato un po’ piú compiutamente: la rivista Solaria viene considerata come una rivista giovanile in quanto che gli autori, o quanto meno i collaboratori, risultano essere quasi tutti delle nuove leve, dei giovani, degli esordienti, dei nati a fine secolo; e quello che si è detto ‘fascismo di sinistra’ ha certo una fenomenologia ben piú complessa di quanto si possa dire, in quanto esso ha avuto diverse variabili rispetto all’ortodossia tipica del fascismo, o rispetto al travestimento borghese del fascismo, ciò prima che diventi militare e militarizzato e cioè prima che si vesta della ‘divisa’, prima che il fascismo abbia da diventare propriamente ‘stato’. Con piú di un livello di mediazione, e contro quest’ultime caratterizzazioni che si son dette, va a muoversi tutta una congerie di tipologie, o di ideologie, quali possono essere quella ‘sansepolcrista’, o quella ‘strapaesana’. Ci si appella, a quel tempo, al ritorno alla campagna, alla salute, alla vigoria; un appello che non parte da, e che non è indirizzato al proletariato, ma che, anzi, va da considerarsi diretto al cosí detto ‘popolo mitico’, da cui la fortuna d’un autore, per esempio, come Malaparte; ed in questo contesto, anzi, proprio questa situazione, quasi storica oltre che esistenziale, va producendo diversi autori, e di livello alto, o semplicemente offe l’incubazione di altri autori che poi sceglieranno vie diverse se non addirittura opposte. La contestazione s’insedia, e quasi s’ossida, in riviste come “Strapaese”, la quale si muove in netta giustapposizione alla cultura fascista che appunto favorisce per di piú spingendo a un ritorno alla campagna; è invece in aperta polemica con la linea futurista, o, per lo meno, con un altro modello culturale, con la rivista “Novecento”, di Bontempelli, la quale rivista viene scritta intieramente in francese, come dire la lingua ufficiale, a quell’epoca, della cultura a piú ampio respiro, come dire, essendo essa rivolta all’internazionalismo, in contrapposizione al nazionalismo fascista e a quello di Strapaese.

Motivi di fondo di Strapaese sono il richiamo alla sanità della vita di provincia, l’esaltazione di un tipo umano spontaneo e genuino, plebeo e manesco, l’idolatria del becero, cioè del popolano toscano bestemmiatore e beffardo, l’esaltazione della razza e della ruralità, la polemica sia sul piano artistico che su quello etico contro la civiltà borghese. Tutto ciò comporta due obiettivi: l’uno, il primo, politico, e cioè la valorizzazione dello squadrismo provinciale concepito come riserva di spontaneità rivoluzionaria che deve alimentare la carica rinnovatrice del fascismo; l’altro, il secondo, culturale, e cioè l’arroccamento entro confini di provinciale e autarchico nazionalismo. E, a proposito della polemica per l’autarchia culturale, Strapaese non ha come interlocutori soltanto Baretti e Solaria, ma anche un’altra rivista, che si collega ad un movimento, ad una tendenza letteraria: la rivista Novecento edita da Bontempelli dal 1926 al 1929 in fascicoli redatti in un primo tempo in francese; del comitato direttivo di quest’ultima fa parte, assieme a parecchi stranieri, anche James Joyce. Il movimento che fa capo a questa rivista si definí, con ostentata opposizione a quello di Maccari, Stracittà. Si tratta però di una posizione che ha parecchi aspetti ambigui. Da un lato è chiara un’istanza di modernità e di superamento degli angusti confini del provincialismo e della tradizione; dall’altro, questo europeismo e questa universalità novecentesca hanno strani connotati che richiamano alla mente le mitologie nazionalistiche delle culture ufficiali. Risulta evidente, cosí, che, malgrado la polemica, Strapaese e Stracittà siano entrambe da ricondurre, almeno per il piano letterario, entro i confini delle posizioni ufficiali. Per quanto riguarda le formulazioni di poetica, Bontempelli ipotizza un’arte che superi ogni limitazione grettamente realistica e trasfiguri in mito, favola, magia, il dato reale.
L’arte diviene un vero e proprio amalgama, in cui va a confluire, cosí accomunandosi, ogni singola manifestazione artistica: da qui, verosimilmente, discende la cosí detta ‘arte totale’, da qui anche la struttura europeistica e transnazionale; da qui il razionalismo con l’aggiunta del, o con la sovrapposizione al, classico. Tutto ciò ha un’antecedenza nelle riviste culturali contrapposte al naturalismo. Il senso del ‘trionfalismo’ viene ad essere, in qualche modo, contrapposto al “neocomunalismo grezzo, mattonale”. Dentro quel blocco monolitico che pure è stato il fascismo, dentro il suo monolitismo quindi, si agitano due modi di intendere la letteratura: come narrazione e prosa, d’un lato, e come poesia dall’altro; ma tra questi due estremi, cioè, tra l’iperurbanismo o iperrazionalismo di Novecento e l’iperpaesanismo o iperpopolaresco o ipercontadinesco di Strapaese, ebbene, tra questi due poli, si muovono altresí una serie di linee tematiche, ideologiche, intermedie, di una riflessione piú attenta alle forme, di un approfondimento e teorico e personale, interiore. Dunque, oltre a una certa qual forma ostentata d’esibizionismo, è esistita anche una ‘ricerca letteraria’, che ha da definirsi nell’ambito di quel movimento intimista che si è detto proprio della rivista Solaria, – una ricerca di tipologia neoumanistica in cui si trova a vivere l’uomo del novecento. Tutto ciò nel mentre che un autore come per esempio Pratolini, contemporaneamente, in riviste parallele, o veniva un po’ troppo lodato, o veniva un po’ troppo bistrattato. Non c’è molto, comunque, di quel che avveniva nell’ambito letterario, che non sia passato attraverso le maglie della rivista Solaria o attraverso riviste ad essa affini.

Il fatto che lo stesso Gadda, dopo un periodo volto, e volutamente destinato, alla solitudine, e, con ciò, allo specchio del sé interiore, si trovi ad entrare, e addirittura a collaborarvi in maniera attiva, nella rivista Solaria, questo fatto è molto significativo, tanto da poter assurgere ad emblema: il Gadda, trovando Solaria, trova uno specchio che sia altro, e diverso da sé, o anche consimile: trova infatti quel Gianfranco Contini che a soli venti anni, recensendolo, inizierà la sua fortuna di critico, peraltro largamente e meritoriamente giustificata dalla sua attività a venire.
Ed allora, tra i due poli, tra i due estremi, tra l’adesione ostentata alle linee del fascismo, e la malcelata non adesione a esse, tra Strapaese e Novecento, c’è dunque Solaria. In Italia, fino a quel tempo, non si trovano tradizioni che si possano adeguare ad un gruppo che non vuole essere nazionale: non i veristi, di certo; né tanto meno il D’Annunzio; forse, l’unico, è un vecchio autore, affatto emarginato dall’ufficializzazione letteraria, affatto sconosciuto, Italo Svevo; ma andando ancora piú indietro non si trova piú nessuno. Una rivista che non rincorre il mito tecnologico e che non lo cavalca, né lo inneggia, una rivista che raccoglie, in un certo qual modo, l’eredità, tanto preziosa, della Ronda, una rivista i cui compagni di strada saranno stranieri, basterebbe citare Proust, o la ‘nuova’ letteratura americana, o anche un po’ quella francese del surrealismo: ebbene, una rivista che condivide tutte queste caratteristiche, e le abbraccia, questa è Solaria. Se si pensa, ad esempio, che fino agli anni ’20, in Italia, s’era pensato di tradurre e pubblicare soltanto Dickens, ecco che già la traduzione del “Moby Dick” di Melville ad opera di Pavese nel ’32, ecco che questa traduzione fa scalpore, o quasi – addirittura – scandalo.
Dunque, l’attenzione è rivolta verso l’America contemporanea, verso quell’America che s’andava avviando, a grandi passi, verso la inevitabile crisi del ’29; verso questa America è dunque concentrata l’attenzione e non verso l’America epica, o pionieristica, e quindi verso l’America di Dos Passos e non altri; e questo mito esplode proprio durante l’era fascista: è proprio Solaria, insieme ad Einaudi, che fonda il mito americano, fornendogli basi solide e controllate, attraverso la meticolosa, attenta, appassionata cura nelle traduzioni di Pavese e Vittorini. Tutto ciò avviene attorno al 1931. C’è da chiedersi il perché della scelta americana. Una risposta possibile è perché è l’America a fornire, forte piú che mai, o, meglio, a richiedere l’identità dell’uomo nella società di massa; un’altra risposta è per una sorta di capacità d’anticipazione che deve tutto all’intuito; ancora, per stabilire il rapporto intercorrente tra l’epifania dell’uomo e le tecniche nuove quali il cinema e poi la televisione, tecniche che quindi tendono a ridurre al margine il ruolo, la capacità, la volontà, l’identità del soggetto, dell’uomo, non più visto, dunque, come soggetto-uomo, bensì come uomo-soggetto-a: tecniche che, comunque, non possono piú nascondersi, che non possono essere piú ritirate. Queste ‘epifanie’ meglio di tutti le narrerà James Joyce, il quale offrirà delle ragioni valide per quegli autori della modernità che vanno scavandosi una loro propria strada: Joyce sarà per questi un vero e proprio modello. E Joyce viene naturalmente ospitato nelle pagine di Solaria, che pur avendo una tiratura di copie alquanto bassa riesce ad avere in sé, nei suoi tipi, tutta la storia della letteratura del nostro secolo. Dunque, Solaria, senz’aver atteggiamenti retroversi, né sogni particolari da realizzare, agisce all’interno del fatto letterario. Certo stupisce come un ingegnere, qual era allora Gadda, tormentato già dal nulla della sua esistenza, dalla nostalgia per un passato ancorché giovane, dalla nostalgia, forse, per un futuro di là da venire ma già nullificato nella sua essenza, stupisce come un uomo quale Gadda aderisca a Solaria.

***

4 pensieri riguardo “Gadda, Carlo Emilio (VIII)”

  1. Letto con sommo compiacimento. Gadda è uno degli autori che ho meglio studiato e apprezzato.
    Intanto, auguri e…da me…un omaggio alla poesia, per il primo dell’anno.

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