Il rombo

“De septembre à décembre 2011, j’ai travaillé avec un groupe de dix autistes dans un Centre d’Aide par le Travail dont les emplois, très adaptés, sont réservés à des personnes handicapées. Ce CAT est orienté vers les métiers artistiques du spectacle. Au total un peu plus de trente autistes y travaillent. Le principal outil de travail du CAT est un petit chapiteau circulaire de cirque, à la limite de Paris et de la banlieue. Psychiatres, éducateurs spécialisés et administrateurs encadrent ce travail. Dans ce CAT une dizaine d’autistes, âgés de vingt à quarante ans, forme une sorte d’atelier d’écriture: j’étais le cinquième écrivain à y être invité. Je devais travailler sous le chapiteau avec eux six séances de quatre heures chacune, plus une séance finale deux fois moins longue et consistant en quelque sorte en le récit des séances précédentes, récit offert à toutes les personnes du CAT et à quelques invités. Peu avant mon arrivée ces dix autistes avaient été mis en contact avec trois de mes livres par leurs éducateurs spécialisés…”

Yves Bergeret

Il Rombo

Dialogo creativo
con un gruppo di dieci persone autistiche a Parigi.

20 dicembre 2011

Da settembre a dicembre del 2011 ho lavorato con un gruppo di dieci persone autistiche in un CAT (Centre d’Aide par le Travail), i cui impieghi, opportunamente adattati, sono riservati a portatori di handicap. Questo Centro è indirizzato verso le attività artistiche nel campo dello spettacolo e vi sono impegnate, globalmente, poco più di trenta persone. Il principale strumento operativo è un piccolo tendone da circo montato alla periferia di Parigi. Psichiatri, educatori specializzati e amministratori organizzano e coordinano questo lavoro. Qui una decina di soggetti autistici, di età compresa tra i venti e i quaranta anni, danno vita a una sorta di laboratorio di scrittura: io sono stato il quinto scrittore ad esservi invitato. Dovevo interagire con loro sotto il tendone nel corso di sei sedute di quattro ore ciascuna, più una finale, molto più breve, consistente in qualche forma di racconto di quelle precedenti, da offrire a tutti gli ospiti del Centro e a qualche invitato. Poco prima del mio arrivo, queste dieci persone avevano avuto modo di conoscere tre dei miei libri attraverso i loro educatori specializzati.

Fin dalla prima seduta, quasi tutti i partecipanti mi hanno diffusamente parlato, cercando da subito, individualmente, il mio ascolto esclusivo. In verità io mi auguravo fosse possibile mettere in piedi, oralmente e poi attraverso la scrittura, un lavoro creativo di gruppo, non certo una giustapposizione di dieci relazioni private di ognuno di loro con me. Mi auguravo che la parola circolasse liberamente e non fosse proprietà o scudo protettivo di nessuno di noi in particolare. Già in questo primo incontro ho potuto rendermi conto delle considerevoli capacità immaginative e di sensibilità di ogni soggetto, ancor più della loro vivissima intelligenza. Eppure il loro linguaggio, anche se fluido, funzionava come un accumulatore di artifici, delle vere e proprie corazze di stereotipi, un luccicare di saperi tecnici ripetitivi utilizzati per deviare la mia attenzione verso una figura decentrata, come a protezione di colui che parlava. Gli effetti erano sicuramente brillanti e ingegnosi, ma pur sempre «marginali» rispetto alla realtà interiore dei singoli, che non mi riusciva di cogliere se non fuggevolmente. Mi resi subito conto che il lavoro di creazione letteraria collettiva che immaginavo non poteva certamente basarsi sulle risultanze di un tale linguaggio depistante.

La facilità di parola della maggioranza di loro mi aveva particolarmente sorpreso, dal momento che mi erano stati presentati, alquanto genericamente, come persone autistiche: persone recluse nella loro ipersensibilità, senza nessuna forma di comunicazione col mondo esterno, il cui contatto le ferisce in modo insopportabile. Gli educatori non mi hanno fornito altri chiarimenti; ma alcuni amici psichiatri o psicoanalisti estranei a quel progetto mi hanno spiegato che, verosimilmente, del nostro gruppo facevano parte «soggetti autistici di alto livello» (che maldestra definizione tecnica!), persone affette dalla sindrome di Asperger e psicotici che evidenziavano qualcuno dei sintomi tipici dell’autismo. Parlare era dunque possibile, forse anche scrivere; ma mi sembrava necessario che la parola si «aprisse», che a poco a poco si attenuasse il suo utilizzo artificiale o di corazza e nascessero altre formulazioni attraverso le quali esprimere un senso più profondo della vita, dello spazio, della realtà.

Immediatamente, fin dall’inizio del rapporto, ho fatto convergere tutto il nostro lavoro sul tema della montagna: come luogo dove si vive, che si percorre e dalla quale è possibile guardare la pianura in lontananza. In nessun momento, durante le nostre sedute, ho presentato la montagna come una massa compatta che avremmo contemplato dalla sua base. Già dal primo incontro, ho raccontato ai componenti del gruppo della mia consuetudine con la montagna animista, a forma di tavoliere, sulla quale ho lavorato per dieci anni, nel sud del Sahara, con sei contadini senza scrittura che vi vivevano e che, con grande originalità, dipingevano sulle pareti interne delle loro piccole case fatte di terra. Un po’ alla volta ero stato accettato dal villaggio di questi coltivatori, e poi iniziato: ne parlavo la lingua, ne conoscevo i riti e i miti. Per loro, la pianura sabbiosa è il luogo informe di ogni pericolo; la cima rocciosa, preservata attraverso le cerimonie e resa propizia dai canti sacri, è il luogo della pace collettiva dove la vita della comunità si svolge, si feconda e si rinnova di anno in anno.

Durante le varie sedute con i soggetti autistici, ho deliberatamente stravolto le abitudini consolidate: non li ho mai considerati come degli handicappati verso i quali manifestare una compassione di vicinanza (come d’altronde fanno tanti turisti o membri di ONG in Africa nera, umiliando gli Africani che frequentano con pratiche assistenziali tipicamente neocolonialiste). Ho considerato i dieci componenti del gruppo come delle persone dotate di una eccezionale ricchezza di vita interiore – per immaginazione, intelligenza, sensibilità – a differenza di quanto produce la materialistica società europea, cioè esattamente il contrario di individui tragicamente deprivati di interrogazioni fondamentali e fossilizzati nelle minuscole necessità di un consumo materiale e tecnologico passivo. Il nostro tendone era un tesoro di umanità, una nuova cima della montagna tabulare, dove la parola senza possesso doveva lentamente ritrovare tutta la gioia della sua libera e caotica forza creatrice. Fin dall’inizio ho pensato che il suolo circolare del nostro luogo di lavoro era simile all’orchestra di un antico teatro greco o a quello spazio di danza salmodiata che Jean Rouch ha così ben compreso e filmato presso i Songhai.

Così, anziché annullare la mia persona in una sorta di comunione empatica, non ho fatto mancare, ogni volta che se ne presentava l’occasione e con una certa regolarità, una parola mia, forte e chiara, un breve racconto, una risata, un sospiro, un gesto, una bella foto a colori della montagna del deserto: ho deciso di assumere il ruolo dell’anziano, la cui parola viene certamente messa in discussione, ma è comunque ascoltata con grande attenzione e conduce a una riflessione di carattere etico. Attento a non sprecarle, misuravo sempre le mie parole, così come i miei gesti, ripensando agli aforismi di René Char. Praticavo una modalità di rarefazione responsabile della parola, come fa l’abitante della montagna che risale a passi lenti il pendio. Non ho mai espresso un giudizio sugli atti o le parole dei componenti del gruppo, né mai ho apportato correzioni ai testi che essi, un po’ alla volta, venivano scrivendo. Pensavo fosse sufficiente la mia attitudine di poeta attento alla parola performativa: e, in effetti, ognuno, poco a poco, deponeva sul foglio davanti a lui una parola di cui diventava sempre più sicuro: senza alcuna esitazione, senza nessun passo falso e, gradualmente, senza più finzione.

Sapevano scrivere autonomamente, anche se ciò avveniva a volte con difficoltà. Tracciare segni alfabetici sui fogli completamente bianchi equivaleva a mettere in gioco, attraverso la traccia scritta di una parola aperta, non più stereotipata, una parte intima della propria persona sulla superficie libera, visibile a tutti: significava esporre al rischio del fraintendimento malevolo o di un contatto ansiogeno, da parte degli altri, una parola profondamente viva. Ne sono venute fuori, allora, delle stupefacenti opere di arte grezza. Una scrittura grezza. Uno scriveva dei testi molto corti, tre o quattro righe al massimo, dove le linee e le gambe di certe lettere erano sottolineate ripetutamente con la matita: la pagina mostrava alla fine più la scarificazione tipica di un’opera d’incisione, con il foglio scavato fin quasi a squarciarlo, che il ricettacolo dell’inchiostro o della mina di piombo. Un altro divaricava le sue righe con una scrittura ridondante, che era il risultato, spesso, di cancellazioni effettuate non per eliminare una parola rifiutata ma, al contrario, per evidenziarne e rinsaldarne l’importanza, sebbene la pagina finisse poi col diventare una gioiosa partitura di musica contemporanea. Un altro ancora organizzava al centro del foglio una breve successione di parole isolate il cui insieme assumeva una potente disposizione di natura poetica e filosofica, grazie a lettere maiuscole a forma di bastoni rigidi, simili a tante steli, solitarie e solidali, erette in una steppa bianca.

Ecco tre episodi tratti dalle nostre sedute di lavoro.

Una mattina ho portato un documento sonoro: il canto di un piccolo pastore solo con le sue capre sulla montagna del deserto. L’abusata tradizione lirica europea dice che vi si avverte l’espressione malinconica della solitudine, quella di un «viandante» orfano. Per il pensiero simbolico della montagna animista, invece, vi si sente il piccolo pastore incantare lo spazio che nutre le capre della sua famiglia e ammansire l’energia sovrabbondante e caotica della lontananza, dove streghe invisibili, belve e spiriti sconosciuti possono mettere in pericolo la fertilità della vita. Credo che le persone autistiche abbiano perfettamente inteso che, lungi dal fuggire il pericolo del mondo esterno, l’incantesimo del giovane pastore lo rendeva familiare; ho loro proposto, allora, di creare in forma scritta il testo del canto del pastore o di ciò che loro stessi avrebbero potuto controbattergli.

In un’altra seduta, uno degli ospiti ha cominciato a raccontarci la storia della capra del Signor Seguin. Pesantemente handicappato dal punto di vista fisico, con la sua voce in falsetto ci parlava lentamente dei desideri di evasione della capra, della sua voglia di grandi spazi selvaggi sulle alture montane e dell’attaccamento soffocante del Signor Seguin nei suoi confronti. Molti testi presero forma allora nelle mani dei presenti: racconti cambiati di significato, il monologo del lupo che questa volta la capra uccideva sventrandolo con le sue corna, il canto monotono di una lupa rimasta sola, o ancora la meraviglia della capra libera sulle alte rocce.

Al penultimo incontro portai un altro documento sonoro: la registrazione di un rombo africano. Un piccolo pezzo di legno scolpito, legato all’estremità di una cinghia, che col braccio disteso un iniziato fa girare a grande velocità sopra di lui in modo da produrre un suono grave ammaliante: uno spirito parla attraverso il canto del rombo; attraverso quel suono l’iniziato entra in contatto pacifico con l’energia inquietante di una entità paurosa. Quando il suono cupo del rombo ebbe riempito il nostro tendone, proposi ai miei interlocutori di scrivere la parola che lo spirito indirizzava agli uomini quella mattina o di rispondere essi stessi alla salmodia prodotta dallo strumento. Leggendo in piedi e a voce alta i testi che avevano appena creato, due di loro si misero a far ruotare i loro corpi in una lenta e intensa danza sul posto. Un giovane mi chiese di leggere in piedi, insieme a lui, il suo foglio: un dialogo tra il rombo, di cui mi fece ripetere le risposte, e un giovane extraterrestre, di cui leggeva lui stesso le parole. L’extraterrestre domandava al rombo di rivelargli chi, proprio lui, l’extraterrestre, fosse. Il rombo accettava di farlo solo in seguito a un duello, e a patto che l’extraterrestre ne uscisse vincitore. Vinto, il rombo rivelava all’extraterrestre che era un clone.

Durante queste sedute abbiamo molto riso; siamo passati di sorpresa in sorpresa, di scoperta in scoperta. Un’intesa quasi iniziatica, che gli educatori supportavano, si era stabilita tra di noi: l’importante era, prima di tutto, che la parola aperta circolasse liberamente, fino a pervenire all’atto concreto che ci avrebbe permesso di rappresentarla e di saldarla a una presenza reale e visibile. Io insistevo presso gli educatori affinché il gruppo avesse la possibilità di scrivere in caratteri molto più grandi, utilizzando a tale scopo non più il nostro tavolo circolare di lavoro al centro del tendone, ma il suolo stesso. La mia richiesta fu esaudita durante l’ultima seduta, quella più breve e davanti a tutti gli ospiti del CAT.

Al centro del tendone, io e le dieci persone autistiche abbiamo dunque letto al microfono alcuni dei loro testi precedentemente selezionati. Abbiamo terminato queste letture presentando quelli che erano stati creati a partire dal canto del rombo. A quel punto ho proposto che ognuno raccogliesse al volo una parola ascoltata quello stesso giorno o nelle nostre sedute precedenti, una di quelle turbinanti sotto la volta scura del tendone nella scia del vortice sonoro del rombo; e che la tenesse stretta alla mano, questa parola, per deporla finalmente al suolo, con pittura e pennello, sui grandi fogli di carta da pacchi che vi avevo fatto srotolare. Due delle persone del gruppo mi si avvicinano e mi dicono di cominciare; io mi metto sulle ginocchia, nella posizione migliore per scrivere in bella grafia al suolo, e gli chiedo di indicarmi la prima parola da deporre. «Mare». Rispondo che si trova ai piedi della montagna e che mi piacerebbe cominciassimo con una parola attinente alla montagna stessa. «Sole»? Poi «ascolto»: lo scrivo in bella grafia, all’istante. I due prendono allora altri pennelli e posano al suolo le parole che avevano scelto, così di seguito gli altri otto del gruppo, poi tutti gli altri. Una trentina di persone pettinavano al suolo le parole, fino a ricoprire di colori e di lettere dalle gambe danzanti il grande rotolo di carta spiegato per terra.

In quest’ultima seduta la parola non apparteneva più a nessuno: girava e vibrava, attraversava ognuno e veniva a posarsi come un volo di uccelli migratori. Ma anche l’io lirico occidentale si era dissolto. La sofferenza psichica che costringe abitualmente i soggetti autistici dentro una corazza estremamente rigida di rappresentazione lirica occidentale, sembrava placata; essi ne sono proprio usciti, per porgere i pennelli ai loro educatori e amministratori affinché anche loro afferrassero al volo delle parole e le deponessero nella pace dei colori sul grande foglio di carta. Il suolo del tendone era diventato l’orchestra dove un coro contemporaneo-antico impersonale salmodiava la sua traversata dello spazio e della parola, il suo essere allo stesso tempo attraversato dalla parola. Sotto il tendone noi abbiamo vissuto l’azione drammaturgica della parola all’alba della scrittura, quella che tante volte avevo conosciuto e vissuto con i pittori-contadini sulla cima della montagna tabulare nel Sahara: il luogo circolare vi è denominato «guiérin», cioè una superficie sacra dove la parola cantata-danzata vibra come un seme fertile per la felice gestazione della vita, della comunità, dello spazio. Qui la questione dei limiti dell’individuo non ha ragione d’essere, perché la parola è un gesto libero che, senza appartenere a nessuno, si fa garante della fertilità dello spazio e dell’apertura della persona. Perché la parola trasmette la vita e la dischiude.

(Traduzione di Francesco Marotta)

__________________________
Il testo originale di Yves Bergeret si può leggere in
Quaderni delle Officine, XXIV, gennaio 2012.
__________________________

***

4 pensieri su “Il rombo”

  1. caro Francesco, davvero grazie per questo documento, e la sua traduzione. fa bene.

    f.t.

    (con degli auguri di buon anno, anche, seppure in ritardo!)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...