Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (III)

“non ricordo come nasca e si accenda il fuoco nella parabola che ne curva a ferro caldo il moto. Certamente tuffarsi dallo stato in luogo nella fatalità della curva (calcolata in) andante e perdente, è necessità che sottende al vincolo fra grida di desiderio e di tortura: ne sono piene le piazze, i ciarlatani, le maestrine tiritera e i pianti la sera. Al poeta, invece, il divertimento nodoverbo impone di uscirne a cavalcaneve per via di piccola candid, analisi d’interno.”

 

Brandolino Brandolini D’Adda

 

Da un monte rovesciato
(Scheiwiller, 1973)

 

Astensione dei figli di chi

 

Indagano da sotto il faggio
la mia data di nascita
– istruzione semplice al calcolatore:
ricercare fino al numero primo
sui basalti delle Galapagos –

inquisitori ribelli,
addormentatori del vento
sul girino rimasto tale
dal rito del cavallo d’ottobre.

Rientro dai gerani e ho rotto le terracotte
                  homo additus naturae
                  titire tu patulae
e il motto familiare in lingua morta,
rassegnato a non competere
con esperimenti, dialettiche, dubbi;
la metropolitana fluviale mi ignora,
quasi un piacere.

Tengo abbassate
alla poesia civile, alla guerriglia
di quiete di moto
oggi le palpebre sul tempo appropriato
in trazione d’amore a denti stretti
nelle rare combinazioni
di acque e prati verdi
          ricavati dai centocinquantaquattro
                                               sonetti
mele ventate e rosse
          da addentare a morsi sacerdotali
ramarri e raganelle
          nelle enciclopedie a dispense.

Lubrificano il sensorio
le fughe in avanti della giovane Parca
non tanto nera
per le vocali colorite dell’amico.

 

*

 

Farò giocare

 

Una spirale
che per inclinazione fa fallire
saldature al passato
e con spessori noti
i quattro passi di questa mattina
fra abeti scritti
ciascuno profumato di pioggia più verde.

Lontane le prossime
ore di capodanno
di transizione non solo temporale
in questa casa più visitata che vissuta.

Sulla esperienza e sulla intercessione
un arco di tempo indefinito
ritorto dentro
non muta il presente. Si può sperimentare:
mi alzo dalla pagina scritta, eguale.
Se evado agli altri,
conseguenze assolute
in qualche luogo mutano
lo stato uniforme
in libere figure.

 

***

 

Bifido Trilingue
(Sansoni, 1981)

 

Sia questo un procedimento per. La solarizzazione inverta gli sfondi, per eccesso d’ustione l’aureola spegnerà l’acceso. L’albero brancoli avvenimento neve, il cielo si cappi di accaduto nero. Il sostegno è di spero nella perpetuità del geocorpo a colmelli groppi, lacrime laghi, gomiti tornanti alle rive e ai vertici mappali.

Questa la questua patria in lettura; jattura guerra urticò le congiuntive i congiunti implorarono il torto granigliò ragioni il memento perimetrò e reticolò lato maggiore fratello minore causa superiore e sulla mensola l’attestato dovuto compiere aver compiuto.

Concepito così uomo per il raccolto in pace: debba, ardisca, proceda, eseguisca. Ossia, per non cedere: sia coda, cada, e se ne raccolgano le ossa.

 

*

 

Soglia: l’aria luce e l’orlo dora. A chi è in procinto spetta l’ipotesi bifida, cieca vedente, del suggere e suggerire, formare e informare a pistillo e lingua di stilla; né istinto né intelletto distinguono fra le farfalle appaiate in evoluzione quale si estinguerà per prima esausta nella posa. Dalla soglia di casa, il giardino è scopo, felice progetto felce da radichetta a gemma rivolta domanda riccio, poi valle meandro, cabrata volatile ma manico paterno del bastione (pugno che nocche, orecchie che nicchie, l’ordine di farsi pallore stringe nel palmo gli organi più vulnerabili).

Potestà carsico itinerario, di bus in bus, di gorgaz in gorgaz, abbandonando la valle colle colle, campo campo, trivio bivio a destino nuovo, in crollo di spalle e nemmeno un minuto compresso dolore.

 

*

 

nel fuoco tondo del micro la scalfitura.

nel fuoco tondo del micro apparvero le ciglia dell’osservatore: cattiva tecnica! ma non inutile per stabilire se il territorio osservante viene scalfito dalla osservazione e, se ripetutamente cigliato, scorticato dolente e reattivo come a ogni dose ulteriore

che sia istantanea cortina di palpebra ultrasensibile al toccami e consumami, che l’occhio così impressionato sia conduttore buono o cattivo, la cattività nel territorio sta in questo: le forme più elementari contengono le più complesse, il gesto il gesto, la mano la mano, il detto il detto

qui nel possesso piccolo, rispetto e sospetto reciproco non possono più contenersi e si varicano (di e pre), protendendo viticchi al millantato terminale

concentrazione della bestemmia: porco ‘orco ‘co in compagnia di dio

 

*

 

stop spot: dove l’area era un’aia, ora è aria di pena ch’io farò nel cerchio alla scoperta dell’identico annulus aeternitas; il fuscello fardello, il seme secco nel becco, la nuova imbeccata, il collante della saliva non resiste al solleone e l’acido degli escrementi corrode il fondo d’impasto nido, e cede cade

un cumulo di nidi, pigolo di gulp! stridi e strazi d’interminati spazi. I minutanti anagrafici fra il collocamento e il lavoro, valorizzano i carri di letame in giornate-uomo: un uomo di giornata un carro. Si tratta di calcolare se il varco nidificato e poi evacuato sia ancòra un bivio o già un archivio. Dedalo è l’angolo se convenga tornare nel mucchio presto o dopo

 

*

 

non ricordo come nasca e si accenda il fuoco nella parabola che ne curva a ferro caldo il moto. Certamente tuffarsi dallo stato in luogo nella fatalità della curva (calcolata in) andante e perdente, è necessità che sottende al vincolo fra grida di desiderio e di tortura: ne sono piene le piazze, i ciarlatani, le maestrine tiritera e i pianti la sera. Al poeta, invece, il divertimento nodoverbo impone di uscirne a cavalcaneve per via di piccola candid, analisi d’interno.

 

*

 

divertito dalla retta abitudine all’amatissima Y costante a innesto bifido trilingue, il suo valore d’incognita, di sentiero confluente in ruscelli acquerelli, gemmazioni e sbinamenti, sia il luogo bilico del circoscritto

 

*

 

divertito ma tanto     quanto quando il progetto si sviluppa in dire detti opposti, e il poema si palesa dolo, pretendendo la mano della metà dolce, e l’altra scocca l’arco ulisside, seme dai pericarpi (cardi?) resistenti al naufragio, all’incontro disagio, al plagio del plagio, regione appunto in progetto

 

*

 

se mi di se gno l’io prima persona, parte unico parte multiplo, collage di incollatura, profilo statura e andatura, dicono di avermi intravisto dal buco del turco oppure negli squarci di sole, che mi aggiravo e agghindavo a fil di logica familiare nei luoghi di prevedibile burrasca, dove gelate e straventi, dove in sussiego di foto-nozze, dove in ferma per piazze e fortezze

cioè, dato per sbadato sbandato prima che lo sbiadimento sia ottenuto

batti la tua moneta per divenirti tesoro avendo in odio quel che prima amavi

 

***

 

 

 

 

 

 

 

Desiderata
(Rusconi, 1984)

 

Sine Nomine II

 

Sine nomine            dentin nascosto
                            testo casto
o altro N.N. casato

Caveat:
orme zer’orizzonte a pié di muro
N.N. rubacuori ambulante
sulla ghiaia con bacchette e tamburo

Puta muta con ditino
in bocca dilemma
N.N. rami nei bronchi
sera granlingua amen

                            frutto grasso
                            passion muro
fino alla innominabile mania
                  amanita scolopendra
l’ammonimento venuto dal vocabolo
dentro al sistema bosco
                  mimesi rumor rerum
lungo onde e canali a
senso sine sire sine nessi o sis

tema: d’ansimo mosaico
           semen limen

 

*

 

In-finito

 

              ipse spiato
           oltre la siepe

           pseudopausa
         simula sé spas

               imo sfiato
            svela i denti
         di sospensione

           tempo sfinito
                d’in-finito
                     sputo

 

*

 

Dis de des

 

dici bello dici bello
l’allettamento
ma io t(r)emo discosto
costo d’essere diserbo o deserto
diserbo deserto
a tràere al tratto a dadi
il decorso ai dispersi

scrivo dis de des
remo calmo in sciacquio
salpa salma
di niente insistente tenia
sv sveli svelli umidamente
l’oggetto che desidera
radici de cuius

residuo de gustibus
campo d’interminabili immaginari
                      filari immaginari
my vanishing dis-de-des
aprimi il cuore e vedrai come sto

 

 

[…]

Se rivediamo un momento le prime due raccolte da cui Brandolini è partito, Da un monte rovesciato, del 1973, e Quattro castelli a Cison, del 1977, vi constatiamo appunto l’esasperazione della chiave semantica, nel senso che in quelle prove il poeta cercava di divaricare il più possibile i vocaboli, curando da un lato una loro grande densità (il testo era molto “informativo”, ricco cioè di parole-oggetti), da un altro lato una estrema libertà nei loro reciproci incontri, quasi affidandoli a un calcolo sistematico delle probabilità, con deliberata violenza ai sensi correnti (e “ridondanti”), capaci di rendere un significato accettabile. Si trattava dell’operazione che era già stata avviata, presso le avanguardie storiche, o dai “cadaveri squisiti” dei Surrealisti, o dal gremito oggettualismo di un Pound; e che poi era stata esasperata, appunto con accentuazione quantitativa parossistica, dai Novissimi. Ma come altri suoi colleghi Brandolini si è accorto, e proprio verso la fine degli anni Settanta, che quella strada non aveva sbocco, si chiudeva su se stessa. Occorreva sfondare un certo muro, passare ad altre dimensioni. Che è quanto avviene con Otto spartiti, dove, se si vuole, il filo conduttore resta la densità semantica, ma questa ottiene di colpo nuove prospettive proprio perché le parole si sparpagliano nello spazio fisico della pagina, rifiutando l’allineamento convenzionale e il senso di lettura obbligato imposti dalla convenzione tipografica gutenberghiana. Come altri poeti, in quel momento anche Brandolini deve riconoscere che gli operatori negli ambiti del segno grafico e del suono sono più avanzati, proprio perché possono muoversi in uno spazio e in un tempo più ricchi e articolati. Ma in quell’opera, pur di passaggio, la novità è ricercata ancora all’esterno, dando cioè un ordine più libero e aperto al materiale semantico, che però non conquista risonanze interne di particolare rilievo. È invece con Bifido trilingue, dell’81, che il poeta si dà ad articolare i setti delle sue parole, come fossero vermi snodabili e segmentabili a piacere. Ogni vocabolo rivela di essere il luogo della coesistenza di sistemi multipli di significanza, e di compendiare al suo interno vari processi metaforici e metonimici, di agitare e percorrere la scala delle variazioni paradigmatiche e sintagmatiche. È come dire che da una normale chimica e fisica degli elementi passiamo alle affascinanti reazioni della fisica subatomica o delle particelle, con una corsa verso la valorizzazione di frammenti sempre più ridotti. È quanto un osservatore d’eccezione, Zanzotto, nota proprio a proposito di Bifido trilingue, ricorrendo a suggestive immagini comunque incentrate nel riconoscimento di un’operazione che si situa a una scala minimale. Egli parla infatti di “trucioli”, ma chiedendo di prendere il termine alla lettera, senza l’alone crepuscolare che gli viene dall’uso che ne faceva Sbarbaro; e del resto più avanti ricorre pure al termine di “sciame”, o addirittura a quello di “carta moschicida”, volendo additare, in ogni caso, il fatto che Brandolini mette in atto degli ingranaggi per triturare, sminuzzare, produrre l’enormemente piccolo, il parcellizzato. L’attenzione prestatagli da Zanzotto è indicativa e importante a un doppio titolo, intanto per il fatto che l’autore di Galateo in bosco è passato lui stesso attraverso questo bisogno di affrontare anche le dimensioni “intra”, di scorrere, magari in uno stesso componimento o in uno stesso verso, dal “macro” al “micro”; e inoltre per il fatto che entrambi i poeti, dichiaratamente “veneti”, ostentano un comune mondo di esperienze sensoriali e di vita. Entrambi hanno come materiale di base un universo arcaico, idillico, di dolcezze ambientali, di sentimenti petrarcheschi.

[…]

L’ambito musicale aiuta quello poetico, soprattutto, a liberarsi dalla millenaria dittatura dei “significati”; o meglio, come ho già detto, il reticolo dei significati macroscopici funge da pretesto, da materiale tematico, da contenitore inerte che occorre smembrare, per andare a liberare i contenuti pulsionali effettivamente incidenti, che chiedono di emergere e di esprimersi. Constato con molto compiacimento che in una nota di accompagnamento al suo lavoro Brandolini adotta appunto il termine di pulsione, per ciascuno di questi suoi componimenti; il che giustifica anche il titolo globale di Desiderata, da non prendersi dunque nella piatta accezione burocratica del termine, ma da ricollegare al Desiderio, all’apparato libidico-pulsionale di cui ci parlano soprattutto i freudiani di sinistra. E dunque un contenuto emotivo, uno spessore c’è, nell’ambito della ricerca poetica come in quello della musica, ma informe, collocato in strati profondi, indotto dalla sua stessa informalità a “cercarsi” attraverso la sperimentazione apparentemente tecnico-formale. In un certo senso, il massimo di pregnanza contenutistica (pulsionale-libidica) si concilia con il massimo di formalismo tecnico, che è la coincidenza degli opposti di cui non si rendono conto molti teorici, critici, commentatori superficiali, ostinati a collegare la presenza dei contenuti, dei significati, allo strato dei temi psicologici di superficie. Ma infine questi polimorfi, polifonici, polidimensionali Desiderata su quali accorgimenti tecnici fanno affidamento? In genere, Brandolini non giunge all’esito estremo di riaggregare i “trucioli”, gli spezzoni del materiale verbale fino a creare dei neologismi; ma certo fa in modo che i “setti” si rincorrano, si richiamino, sfruttino tutte le valenze interne, concedendosi soprattutto al piacere del lapsus freudiano, che è, anche alla lettera, uno scivolare da un’area di significanza a un’altra, un abbandonarsi alle sirene della somiglianza di suono, lasciando che dietro di queste compaiano tutte le possibili affinità o disparità di sensi.[…]
(Renato Barilli, dall’introduzione a Desiderata, Rusconi, 1984)

 

***

 

[“Letteratura necessaria – Voci del novecento” è una rubrica curata e realizzata da Enzo Campi. Il primo numero, dedicato a Piero Bigongiari, si può leggere qui; il secondo, dedicato a Roberto Sanesi, qui.]

 

***

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6 pensieri su “Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (III)”

  1. Vedo qui ripubblicato un mio conterraneo, a lungo milanese per adozione. Ringrazio Francesco per aver trattenuto ‘per i capelli’ un poeta che non merita di sprofondare nell’oblio.

  2. Nodoverbo divarica il motto,
    mastica, seziona, rimodella,
    spezzetta e non dilania.
    Resta desta, nel testa a testa,
    la beffa, divertissement anti-questua.

    Riconoscente, chi legge saluta.

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