Chiunque cerca chiunque

“Siamo di fronte a un memoriale che prova a fissare le ragioni delle proprie scelte e dei sogni collettivi: la foule di persone che si susseguono nel libro – da quelle famose alle anonime, da quelle letterarie a quelle proletarie – è la vera protagonista del libro come del resto sottolineato dal titolo, che segna nella ricerca di condivisione, e quindi di affetto, il marcatore della condizione umana.” (Viola Amarelli)

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Francesco Forlani
Chiunque cerca chiunque
(romanzo picaro)

Nota di Valerio Evangelisti
Postfazione di Angela Andrisano
Edizioni Communiste Dandy, 2011

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Primo capitolo
La rivista

Per ordinare da bere si chiama il cameriere da un telefono aggrappato al muro. Un apparecchio degli anni cinquanta, terribilmente nero. Les étages è un bar che è fatto di piani. Al primo c’è una giovane coppia. L’ho scorta salendo le scale. Al secondo c’è un’intera classe di liceo, in libera uscita, annegati nella musica che pervade il tutto. Al terzo ci sono io. Mi guardo intorno perché intorno ci sono un sacco di cose da vedere: sembra proprio una succursale del marché aux puces della Porte de Clignancourt, vecchie poltrone in pelle sfibrate, improbabili abat-jour e una culla. Una culla dei primi del ‘900 che qualcosa vorrà pur dire. Guy è davanti a me. Non l’ho visto arrivare ma i muri sono i suoi così mi pare normale che ci passi attraverso senza fare rumore né chiedere il permesso. Il terzo piano poi è di libero accesso solo a quelli della famiglia. La mia famiglia è questa anche in nome dell’altra distante più di mille chilometri e lunga quanto il train bleu che in una giornata di Giugno mi ha portato via.
– Allora il tuo rendez vous non si è ancora visto?
– Manca ancora un quarto d’ora all’appuntamento, mi sono preso un po’ d’anticipo, non mi capita spesso. Succede ogni volta che c’è in ballo qualcosa d’importante. Anzi Guy siediti un attimo e dimmi che ne pensi. Questa è la plaquette della rivista, piccolo formato, e il titolo è la Bête étrangère…
– Bel titolo, sei tu che lo hai trovato?
– No, Ioanna l’ha trovato e mi è piaciuto da subito. Visto che siamo creature temporanee, c’è scritto così sul permesso di soggiorno, quale migliore risposta alla enfasi letteraria della Belle étrangère, sai la collana di Gallimard dedicata alle letterature straniere.
– Pas Bête!

Guy è ebreo, parla dodici lingue, il suo italiano è perfetto e così spesso lo presento agli amici dicendo: bene lui è Guido. Les étages, era un albergo ad ore, nel cuore del Marais, comprato e ristrutturato qualche minuto prima della rinascita del quartiere. Un quartiere abitato da antichi templi, da sinagoghe, piccoli
teatri, moschee, caffè dai nomi epici e quartier generale dei movimenti omosessuali. Una volta uscendo dal locale in cui avevo appena fatto tappa, saranno state le otto di sera m’imbatto in un bacio a piena lingua tra due uomini assetati di saliva e bocca. Così spontaneamente mi giro verso Guy e gli faccio mimando mia madre: “figlio mio!
Al primo piano un’altra coppia si è aggiunta alla prima e dal tono concitato con cui i due si stanno parlando, si direbbe che stiano litigando. Il secondo piano è deserto e una cameriera sta mettendo in ordine i tavoli sepolti dai boccali di birra e passa lo straccio sul pavimento lercio. Per non perdere tempo prezioso ho deciso di andare incontro a Phlippe, il fotografo che mi ha segnalato Veronica e che potrebbe far parte della banda. Ci incrociamo davanti alle vetrine e dopo esserci presentati l’ho pregato di salire con me.
Al primo piano adesso ci sono ancora due coppie ma non le stesse. E infatti quella che stava litigando è al secondo ora e non c’è nessuno oltre a loro. L’uno tra le braccia dell’altra si baciano con lei che gli sta infilando le mani sotto la camicia. Così prendiamo posto al tavolino dove ho lasciato in bella posa la copertina della Bête étrangère.
– Ti piace? – gli chiedo insieme a – cosa vuoi da bere?
– Un demi, va più che bene.
Mi alzo quasi inciampando nella culla – cazzo ci fa qui una culla in un locale. Un fotogramma della corazzata Potemkin! pare. Così sollevo la cornetta del telefono e al primo squillo mi risponde il cameriere da basso. Gli faccio: due demi, grazie e delle cacahouettes– che un nome più a cazzo per le noccioline non si poteva trovare, penso.
– Mi piace sai? Sì voglio dire il titolo, le persone che ci collaborano, alcune le conosco solo di nome, però è bella questa cosa dei testi in lingua originale, – Senza traduzione…
– Verrebbe il doppio
– Un’incomunicabilità tra le lingue madri
– Le mamme sono fatte così
– Immagini in quadricromia, cazzo, costerà una fortuna
– Le fotocopio nelle case di moda dove lavoro. tagliamo i fogli le incolliamo copia per copia con lo spray
– La colla distruggerà le pagine
– Ci sopravviveranno
– E quanto pagate per ogni contributo?
– Diciamo, anzi è meglio che te lo dica subito, niente. Tutto questo non costerà niente, però vale moltissimo, te lo assicuro
– Non ne dubito, ah ecco le birre. Adesso dimmi di te, Veronica che è in classe mia mi ha detto che sei napoletano
– Napoletano di Caserta, per la precisione, allora, farai parte della banda?
– Ma se non hai visto nemmeno uno dei miei lavori?
– Veronica mi ha mostrato la serie degli anelli sulla sabbia di Normandia, e mi è bastato
– Diciamo di sì
– Allora brindiamo
– A cosa?
– A come diventeremo ancora più poveri!

Abbiamo bevuto, scherzato, fumato, molte sigarette, telefonato, ordinato e mentre scendiamo le scale, sul pianerottolo del secondo, attraverso la porta accostata li sentiamo ansimare quelli di prima – cavolo quelli lì scopano! dico io e ci guardiamo stupiti e ci viene da ridere che poi scendiamo il resto delle scale di corsa perché in fondo Parigi è anche questo. La culla e la colla che smozzica con gli acidi i volti

(pag. 9-13)

***

Terzo capitolo
La bonne

Il diciassettesimo porta sfiga. Se ci fosse un comandamento numero diciassette sarebbe: gràttati ogni volta che incontri qualcuno. Il diciassettesimo è un quartiere middle class e neutro come una saponetta Mantovani. Neutro che ti lascia addosso un profumo di inconsistenza. Perfino il mercato della Rue de Lèvis sembra abitato da cose così. Courgettes da classe moyenne, ananas in finto pelle, pomodori Aiazzone, e un odore di burro che non ti molla le narici manco se anneghi in una bacinella d’olio extravergine del Salento. Il diciassettesimo è così. Tra il sedicesimo figa e il diciottesimo sfigato. Ora volete mettere il fascino di uno sfigato con uno così? Perfino nel Monopoli francese non c’è una cazzo di strada del diciassettesimo. Ieri leggevo Perec che infatti si ricorda, eccome se si ricorda, l’Avenue de Breteuil, verde, settimo Arrondissement, Avenue Henri-Martin rossa, sedicesimo, Avenu e Mozart ancora sedicesimo, arancione. Georges Perec aveva vissuto la maggior parte della sua vita a Belleville, ventesimo arrondissement, colore viola. Ecco perché dovevo assolutamente cambiare quartiere e non appena si presentò l’occasione, un’amica di un amico mi telefonò per dirmi che un ragazzo inglese Simon Baker cercava un coinquilino nel Marais, mi precipitai da lui. Rue Vieille du Temple, sul Museo Picasso, a uno sputo da Les étages di Guy e dal Toro Loco di Jacob, nella Rue des Rosières. Ecco, se avessi potuto scegliere io un colore per il diciassettesimo, per lo Square du Parc avrei detto il rosa. Ma non perché il rosa porti sfiga, no, semplicemente perché fu nel diciassettesimo arrondissement che ho frequentato Mari, nella chambre de bonne al sesto piano senza ascensore, cesso sul pianerottolo e Régis, ex paracadutista bretone come vicino, in un otto metri con la più alta concentrazione di blatte per centimetro quadro, senza frigorifero però con una finestra, che da sdraiato faceva vedere un cielo azzurro e crudele. Una sistemazione temporanea che apparteneva a Dominique, originario di Rennes e che era partito per la Germania, Berlino lasciandomi generosamente il posto. Nel diciassettesimo, con Petite Mari sono stato diviso tra due chambres, la mia e la sua in Boulevard Pereire. Quando c’era una disputa tra me e lei, che i colori delle nostre bandiere si mettevano di traverso, io italiano lei ungherese, quando mi confidavo con Enzo Gatta, il mio amico napoletano a Parigi (tredicesimo arrondissement) vuotavo il sacco e lui aggiungeva sempre: sostiene Pereire. Mari aveva una chambre de bonne meno invasa e così dormivamo spesso da lei soprattutto d’inverno, che faceva freddo e le blatte si mettevano sotto coperta. Un giorno che dovevo andare a un appuntamento con Maria Brandon Albini, diciottesimo arrondissement, una sorta di istituzione a Parigi dagli anni trenta, antifascista e aristocratica di Milano, Mari, uscendo, s’era raccomandata di non lasciare la stufa accesa quando sarei andato via. In mutande e scalzo, poco dopo la sua partenza, sono andato al bagno lasciando la porta socchiusa e quando torno quella stronza non s’era chiusa come per farmi un dispetto! Le porte del diciassettesimo arrondissement ce l’hanno con gli italiani, sono razziste, ce l’hanno scritto in fronte interdit aux chiens et aux italiens, fanculo il diciassettesimo! Si ma come cazzo fare!! Un freddo boia, a Parigi aveva nevicato, mi guardo intorno e quasi chiedo soccorso a Régis che intonando uno dei suoi canti dell’OAS avrebbe sfondato la porta con gli anfibi ma su quel pianerottolo l’unica forma di vita proveniva dalla stufa della Chambre de Marie e tra me e lei c’era quella fottutissima porta razzista. Su quella porta vedevo il profilo di Sacco e Vanzetti, Here’s to you Nicola and Barth, la morte nera dei nostri a Marcinelle, i mondiali del ’78 ma subito dopo quelli dell’82. E così pensai, in mutande, agli stravaganti studenti americani incontrati all’Alliance Française, esattamente come Mari, che vestiva di blu ed aveva un foulard di seta e i capelli a caschetto modello Juliette Binoche. Allora con le mutande di seta – poverissimo mi rimaneva il corredo che mamma mi aveva messo da parte per la partenza, con pigiama e mutande di seta, che sarei stato ricco dentro- così, dicevo, pensavo, chi cazzo vuoi che si chiederà chi è quel pirla che corre per le scale, in tenuta da maratona e senza scarpe, come uno studente Etiope, e con la canottiera bianca da studente portoghese, che a Parigi gli studenti sono l’anima della città, sono l’eterno maggio francese che porta in braccio la Marianne come nei paesini del sud le Madonne alle sagre, e allora correndo e respirando forte con le nuvole di aria densa che ti uscivano come boccate di sigari o di Lucky Strike arrivi all’ingresso del portone e bussi al citofono della famiglia dove Petite Mari presta il suo servizio di babysitter in cambio della chambre e da mangiare, e lo speri davvero che lei scendendo si sia intrattenuta un po’ lì, per sbrigare pratiche sospese ma a quel cazzo di citofono con due cognomi per 5 minuti nessuno risponde e allora bestemmi forte invocando il dio dei senza tetto, dei rimasti fuori dal gioco e un passante ti scruta da capo a piedi nudi e tu sorridi e già, perché gli studenti americani stravaganti sorridono sempre, che non capisci se è perché non capiscono una mazza o se per altro e ti rifai i piani sperando di non incontrare la concierge per le scale, che quella ti denuncia alla polizia, che quella è la figlia della figlia di un bastardo collabò che ha sempre denunciato, i clandestini, i comunisti, gli ebrei, gli anarchici e gli italiani, e per fortuna non incontri nessuno e ti ritrovi di nuovo sul pianerottolo al sesto piano che almeno fa meno freddo, poi giri e rigiri lungo il corridoio e rifai il percorso sperando di ricordare che le chiavi le avevi prese per andare a pisciare ma che t’erano cadute.
Pensi allora fortissimamente a Padre Pio. Ti succede ogni volta che sei perduto. Perduto e solo. Lo invochi con tutte le tue forze, con tutti i tuoi rifiuti alla fede inculcata da bambino, e mentre ci pensi ti fai mettere la parola buona da tua madre- non era forse lei che ti mostrava il telegramma nei momenti di sconforto cristiano, un pezzo di carta su cui un padre cappuccino da San Giovanni Rotondo rassicurava tutto il parentado dicendo che il Santo padre sapeva che il piccolo nato a sette mesi praticamente morto, sarebbe stato un ragazzo vivace? Vivace sta minchia, si puzza di freddo il ragazzo!

Preghiera Laica

Cazzo, allora,
padre Pio
non chiedermi nulla però in cambio
ché ormai non credo a tutte quelle storie lì
e men che meno agli alabardati
missionari in quartiere e parrocchia
ma a te sì, che io credo
almeno quanto a Maradona
e più di Pelé
allora dammi la chiave
e sia fatta la mia volontà!
Amèn

     Lo sguardo a quel punto come chiamato ad un’alta missione si piega all’appello che viene da terra, dal basso, da terra terra e si concentra su un pezzo di fil di ferro che se ne stava lì da sempre ma che era invisibile e mo, invece, si vede.

Filo de ferro abbrunate, métallique, stuorte, raddressat, petite bête argentée qui monte qui monte, qui monte, fil que t’enfili, te squatti, t’adapti te démenti, fil do filio, do padre, do spiritu santu, fileferru, du padre stigmato, poerello, frato ‘ncappuciate, oh filo meo, filo de sto putain de paillasson, de zerbino scurtecate que me dici bienvenu, que io te dico a ssorete, porta maledicta, porta que nun se apre mai manco si l’est pompiere de Stura, de corazza e d’elmo de Scipio, cola lanza, collo specchietto che se rompe e dice datemi il martello per sfrunnà ogne cosa, porta que defende la raza propria, et tena fora o fridde, à raza altrui degenerata, Ritaliane, ca nun se lave, qui se bagarre et disidera le fimine d’artri, la robba d’artri, qui accira, qui dishonora, na raza ‘ntussecosa et humilitata, filo fa stu miraculo que me sto accerenne do gelo, da neve, de mutanda et piede scavze, viola, inzegrinate, accuorpate, scivola in de viscere da serratura, sbloca, scuntorna, divelta et inganna sta futtuta porta!

     Quando il filo assai inspiegabilmente fece fare uno scatto alla serratura e la porta aprì le sue gambe seguita da una vampata di caldo intenso che si gettò su di me come una coperta della croce rossa, io così rimasi, sull’uscio di quella terribile cameretta immobile e prigioniero di una felicità che solo pochi potranno capire, ma che a me non me ne sbatteva un cazzo degli altri in quel momento, perché eravamo da soli io e padre Pio e proprio perché c’eravamo entrambi soli non eravamo.

(pag. 18-25)

***

7 pensieri su “Chiunque cerca chiunque”

  1. Posso dire essere fra i duecento fortunati che hanno il libro di Francesco, un testo straordinario per molti aspetti; per il ritmo della narrazione che trascina il lettore grazie alla grande forza espressiva carica di humor, quanto di sentimento. Per l’umanità che traspare dai personaggi, nei dialoghi e nelle descrizioni, all’interno di un racconto “vivace perchè vivo” dell’entusiasmo di chi scrive dei suoi giovani anni, sapendo però combinare con sapienza il ricordo di un vissuto, passato con la spensieratezza dell’età che gli è propria con l’eleganza di una penna che lascia fluire tutta la delicatezza e lo spessore di un grande narratore, come se ad essere impugnata fosse una piuma leggera, che, intinta nel calamaio sanguigno della gioventù, la trascrive con la poesia propria dell’esperienza acquisita nel tempo, come portando sulla carta più piani di sé stesso, in un grattacielo di emozioni che si scala gradino di lettera dopo gradino, dove naturale è l’ascesa allo spazio ilarico e comico, quanto la discesa alla riflessione più profonda che ne rende il dramma, il terra terra del vivere.
    Ma anche vivo dei colori delle bandiere… non solo quella francese della Parigi che gli fa da sfondo, raccontata in un tracciato di vie che è poi la mappa umana di questo viaggio di quartiere in quartiere dell’emigrante, pellegrino fra le reliquie e letterarie e sentimentali, ma anche di quella italiana di Francesco e nostra, che troneggia specie nelle tracce dove sfocia la napolitanità dell’autore, che è già però un vero parigino nello stile, e che non ci fa mancare la ricercatezza di quei suoni sublimi che la lingua adottiva gli ha regalato in splendidi motti e pensieri, come intarsi, o meglio, sigilli a cera di questa che è stata la sua magnifica, grande e plateare corrispondenza con il suo pubblico virtuale, la sua lettera da Parigi alle nostre dimore mentali.

    Grazie!!

  2. Molto apprezzato e condiviso il commento di Francesca Canobbio.
    Ho conosciuto Parigi leggendo questo romanzo. Mi ha emozionato scoprirla e sentirla palpitare e vivere attraverso la storia e la girandola di questi personaggi veri, inventati, felici o affezionati al dolore, con gli imprevisti e le probabilità che la vita può regalare…L’ironia, la grazia e la passione di “Chiunque cerca Chiunque” mi hanno scardinata e rapita allo stesso tempo. Mentre mi mettevo un cerotto sulla mano l’altro giorno ho pensato: chissà se anche io, come il protagonista, ho le mani bucate e tutto ciò che raccolgo rimarrà o volerà via. E ho pensato a una metafora della vita, perchè spesso non riusciamo a trattenere ciò che abbiamo, ho pensato a effeffe, esploratore temerario, e a quando giocavo a monopoli ed ero lieta…
    Grazie per questo post!
    monica martinelli

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