Sms, una breve estetica

Antonio Scavone

Saranno ancora molti gli adolescenti che, col telefono cellulare, inviano sms (short message service) con gli acronimi fin troppo elementari e convenzionali (“tvb”, “tvtb”), come saranno moltissimi gli adolescenti che con un’implacabile digitazione compongono in tempo brevissimo messaggini d’amore o comunicazioni per così dire di servizio per i loro amici, le loro famiglie.
     La tecnologia dall’evoluzione infinita dei cellulari ha imposto una forma di comunicazione scritta che sostituisce per i costi minori una telefonata e che possiamo imparentarla tanto al linguaggio parlato (immediato, assertivo), quanto a formule più ricercate di scrittura (su tutte l’epigramma).
     Lo sviluppo dei pulsanti per la scrittura (la cosiddetta tastiera “Qwerty”, dalla disposizione delle lettere sulla prima riga a sinistra) ha consentito l’opportunità di scegliere la singola lettera (come sulla tastiera del personal) e di articolare quindi una parola o una frase senza l’assillo di dover trovare con ripetuti tocchi sui tasti la lettera che ci serviva.
     Con i cellulari delle penultime generazioni era infatti quasi angoscioso comporre la parola giacché, per renderla evidente e poi per trasmetterla, bisognava scalare il gruppo di lettere che conteneva il segno necessario. Quella piccola angoscia influenzava la scrittura (molte persone sanno leggere ma non scrivere un messaggino) col risultato di impoverirla nel lessico con parole sempre più brevi oppure troncate del superfluo (“cmq” per ‘comunque’) o trascritte a senso per risparmiare sulla lunghezza consentita (160 caratteri) con una dizione arbitraria, derivata dalla pronunzia fonematica o da una transcodificazione iconografica (“xké” per ‘perché’).
     Con le tastiere estese, con i dizionari a corredo o l’ineffabile strumento del T9 che conclude l’inizio di una parola secondo una nomenclatura di completamento spesso risibile, si è passati – dai cellulari agli smartphone, ai palmari, ai tablet – da una scrittura primordiale e ludica ad una scrittura dovremmo dire di peso, dove primeggiano, o dovrebbero primeggiare, tanto la grammatica che la sintassi, tanto la prosa quanto lo stile di chi scrive i messaggi.
     Negli anni passati si è avuta notizia di premi letterari che avrebbero appunto premiato testi di sms con una peculiarità formale da incentivare e nobilitare, qualora i messaggini avessero mostrato segnali indiscutibili di letterarietà, di una letterarietà condensata e inconsueta. C’è da chiedersi, allora, se l’sms possa aspirare ad una qualità testuale che sia di qualche godimento estetico e se chi redige un messaggino conferisca consapevolmente al suo testo una pregnanza di significato che oltrepassi la soglia di una comunicazione occasionale.
     Un testo così breve non prevede e non permette di solito un paradigma complesso per il linguaggio e le intenzioni di chi appronta un messaggino ma certamente, quando l’argomento non è di quelli quotidiani e attiene alle sfere del segreto, quel linguaggio e quelle intenzioni devono necessariamente rifarsi ad una struttura comunicazionale che è, di per sé, evoluta e proiettiva. Quel messaggino diventa così un “puzzle”, un “patchwork”, una combinazione meta-testuale e meta-letteraria di quello che si vuole dire e del come si vuole che sia detto e scritto.
     Il messaggino si arricchisce di citazioni e di allusioni letterarie ma deve pur sempre fare i conti con l’esiguità dello spazio a disposizione, ricorrendo, per questo, a spericolate operazioni di semplificazione (torna in auge il deposto e insostituibile riassunto dei compiti scolastici). In realtà si vuole sfidare la complessità di un discorso (il logos) con l’immediatezza della sintesi (una “testualità nucleare”) e la riconfigurazione di una sintassi da sms, laddove si tratta per essere corretti di una paratassi enunciativa.
     Si evitano così perifrasi che generano prolissità o proposizioni subordinate che costringono a stabilire rapporti di causa-effetto e si preferisce affidarsi ad un’estenuante sequela di proposizioni tutte principali che, con poche coordinate, manifestano lo stile auto-referenziale e narcisistico dello scrittore di sms.
     Si opera sulla grammatica e sulla morfologia, oltre che sull’ortografia: sono sovrabbondanti le virgole, esclusi i punti-e-virgola, consentiti i due punti, raddoppiati enfaticamente punti interrogativi ed esclamativi e si tende a non usare il punto che chiude il periodo ma a prediligere i punti sospensivi che lasciano aperti il senso e il segno di un messaggio nel suo continuum testuale, nel suo approccio interpersonale.
     I più avvertiti o acculturati scrivono in realtà vere e proprie “sequenze”, strutture comunicative di un logos che vuole restare centripeto contraddicendo però il suo essere centrifugo, di un logos che si presenta panoramico e immobile, discorsivo e storico, singolare e comunitario.
     Non può, l’sms, scimmiottare l’incipit di un romanzo né imitare il tratto rapido e icastico di un racconto ma vuole certamente somigliare ad una short story ancora più compressa, ad una rappresentazione immaginifica del testo da inviare, ad un aforisma narrativo che alluda ad un ridotto ma palpitante excursus esistenziale.
     Si scrive un sms con la freschezza di un discorso orale, conservando nella scrittura l’improvvisazione di una battuta e la trascrizione di un pensiero. È un’operazione composita di codifica e decodifica del linguaggio breve occasionale, che richiama la stringatezza riduttiva di un telegramma o la forbitezza cortese e solidaristica di un commento a un post pubblicato da un blog.
     Il messaggio di un sms diventa così “voce che si fa testo” e testo che crea sequenze di senso. È un’accozzaglia di codici linguistici e inconografici la stesura di un sms: c’è una parte propriamente testuale (parole, frasi, interiezioni, esclamazioni), una parte iconica (le faccine realizzate con i segni della punteggiatura o gli smiley grafici) e una parte fumettistica dal linguaggio dei cartoni (“gulp”, “wow”).
     La parola viene sostituita o irrobustita da una manipolzaione comunicazionale allo scopo di sorprendere e stupire i destinatari del messaggio, tanto per suggestionarli quanto per creare un’accolita, un gruppo ristretto di proseliti per un nuovo codice del dire. E in verità l’sms si fonda più sul dire che sul parlare, sulla frenesia dello scrivere più che sulla sua intellegibilità compositiva.
     Come ogni messaggio, anche l’sms ha o pretende di avere e mostrare una sua precipua capacità di persuasione come uno slogan, un avvertimento o una minaccia. Ci sono messaggini di routine, legati a vicende quotidiane – descrittivi e fatalistici; ci sono messaggini che comunicano indignazione e rabbia – ideologici e moralistici; messaggini che pongono solo domande e non si aspettano risposte – malinconici e tragici.
     A differenza dei messaggi che percepiamo, per esempio, dagli striscioni di un corteo o di uno sciopero – messaggi che informano o dettano un comportamento – nei messaggini dei cellulari manca questa qualità fàtica della comunicazione, questo senso esauriente ed esaustivo del comunicare. Il messaggio, cioè, una volta inviato, attende la risposta del destinatario sia perché l’ha sollecitata con i molteplici codici del dire, sia perché resta colloquiale, in una fattispecie di dialogo a distanza dove manca la freschezza di una telefonata o del confronto diretto “faccia a faccia”. Incautamente, o senza saperlo, la dinamica dei messaggini scopre la questione del tempo e dello spazio, fisicamente e filosoficamente intesi.
     C’è un’inferenza oggettiva nello spazio da colmare o raggiungere tra i rispettivi destinatari e ce n’è una da ottimizzare nel tempo della digitazione dell’invio e in quello della risposta. Laddove lo spazio è “facilmente” superabile grazie ai sistemi di comunicazione (GSM, UMTS, EDGE) giacché le distanze vengono poi di fatto annullate (rese ininfluenti) dalla velocità e dallo smistamento della trasmissione, persiste e sussiste invece una problematica dell’attesa per la risposta che si fa appunto attendere (quantunque il sistema preveda di lasciare in stand by un messaggio non ancora letto).
     Gli sms scavalcano diacronicamente la distanza tra i due comunicatori ma non garantiscono la simultaneità dell’invio-arrivo se uno dei due soggetti prende tempo a formulare e poi trasmettere la risposta. Detta così sembra del tutto ovvia la questione ma il fattore “tempo” dev’essere inteso sia come tempo di trasmissione che di stesura, di lettura e di comprensione, di accettazione o di rigetto, influenzato da suggestioni emotive, da reazioni caratteriali, da princìpi ideologici, da tornaconti personali. Rispetto a qualsiasi altra comunicazione scritta (lettera, slogan, telegramma, avviso) il messaggino dell’sms ha molto del messaggio scritto e/o orale ma molto di più del messaggio intenzionale/subliminale, del pensiero tradotto e accomodato in una formula di sintesi comunicativa.
     Se la loro stesura è più o meno ansiosa/conflittiva, più o meno lunga o lenta per il tempo che richiede, i messaggini evidenziano una farraginosità compositiva che svela, a sua volta, il pentimento o l’arbitrio di chi li redige. C’è un tempo tecnico da osservare e un tempo mentale da ottimizzare e non è detto che il secondo influenzi positivamente il primo.  Possiamo essere veloci nel digitare un testo ma arrancheremo nell’impostazione del nostro messaggino, ritenendolo troppo breve o troppo complesso, convenzionale o eccessivo. Vogliamo in realtà guadagnare sul tempo, sul nostro per imporlo e su quello del nostro destinatario per stupirlo o emarginarlo: vogliamo che il nostro tempo (tecnico e mentale) sia la ragione prima e ultima del nostro comunicare, del nostro dire per mezzo di uno strumento che si prefigge di essere interpersonale ma che in buona sostanza è assoluto, identitario.
     Scriveremo messaggini “filosofici”, “poetici”, “esistenziali” anche quando dovremo comunicare dove ci troviamo, cosa stiamo facendo, che treno abbiamo perso, quali parole ci sono mancate in una data circostanza. L’annullamento dello spazio da colmare (il suo facile superamento, la sua illusorietà) ci porrà in una condizione di superiorità rispetto alla lettera e al telegramma (in quel caso il tempo dell’avvenuta consegna o di un’eventuale risposta è tempo-spazio), ma ci sentiremo privilegiati anche rispetto a una telefonata perché mancando le inflessioni della voce tutto è devoluto alla nostra abilità di scrivere un testo chiaro o enigmatico, di raccontarci con enfasi o sobrietà nello spazio esiguo di quel testo.
     Non è pertanto una narrazione, l’sms, ma tende ad essere affabulatorio pur e soprattutto nella sinteticità dell’elaborato; non è una poesia ma ha la pretesa di essere talvolta lirico e suggestivo; non è infine uno slogan codificato ma si configura come un frasario di “parole d’ordine”.
     Incerto sulle sue aspettative comunicazionali (porsi come centrifugo o centripeto), sulle sue qualità semantiche (un dire che si avvale per necessità dello scrivere), l’sms scopre senza volerlo i segreti del suo essere una forma dell’esprimere e dell’esprimersi attraverso lo strumento precipuo della lingua, delle relazioni e delle regole che stabilisce tra i due fruitori. L’uso della lingua – per quanto ridotto a frasario o nomenclatura – prevede comunque un lessico che sia sperimentabile e condivisibile anche quando, se non principalmente, inventa e propone moduli più o meno originali nella stesura degli enunciati. La lingua prevede altresì un sistema di relazioni spazio-temporali, individuali e semantiche.
     Il significato criptico o recondito di un sms può essere svelato attraverso l’assunzione di un codice comune (testuale o grafico) ma viene reso intellegibile attraverso una vera e propria traduzione dei suoi elementi iconici e delle sue componenti di senso. Per la sua brevità e per la complessità che lo rendono comunicabile e poi comprensibile, il messaggino dei cellulari – diversamente da qualsiasi altro testo scritto – deve poter espletare proprietà logiche (o logico-formali), eccellenze linguistiche (eclettismi lessicali e sin/para-tattici) e qualità di stile del suo autore nel paradigma più ampio di una realtà sempre più tecnologicamente comunicativa. Le forme logiche del dire per comunicare (o dello scrivere per trasmettere) sono molto più avanzate per esempio rispetto al superato sistema telegrafico di trasmissione giacché presuppongono una forma logica che è una forma della realtà corrente (nel tempo) e delle regole formali che sono regole di relazioni prossemiche (nello spazio): presuppongono, in altre parole, un’implicazione della realtà magmatica in un enunciato ridotto, il patrimonio di una lingua in tracce esemplificative o propositive e l’uso dello spazio-tempo in uno spazio ricreato e virtuale e in un tempo dove il corso degli eventi viene sì atteso ma solo perché è stato già programmato.
     Si potrebbe pensare che non tutti gli sms contemplino queste condizioni o che i messaggini siano il più delle volte semplicemente casuali e ordinari. È facile obiettare che ogni messaggio è innanzi tutto una notizia, un dato dell’informazione che trascende spesso il fatto di essere scritto.
     È notizia un sms d’amore o uno scambio ripetuto di sms d’amore come una sequenza narrativa fatta di monologhi alternati e simultanei, che non prefigurano necessariamente un dialogo. È notizia un sms imperioso o tracotante che chiude una “liaison” sentimentale o un rapporto o una trattativa d’affari ed è notizia la conferma o la disdetta di un appuntamento, di un’intesa, di una volontà. Sia che prediligano gli “affari di cuore” o questioni quotidiane, gli sms tendono ad attestare una presenza fisica invisibile ma ineludibile, una presenza di disponibilità e di richiamo manipolando le coordinate spazio-temporali come assi e strutture di un “dire scritto”, cioè di un dire che è scansione e intervallo, azione e negazione di un esserci esclusivo e fondante.
     Un’esplorazione filologica degli sms comporta, come si vede, una non trascurabile analisi sulle loro qualità o risorse linguistiche e letterarie, sulla capacità che gli sms hanno o potrebbero avere per promuovere una loro segreta estetica testuale.
     Elaborare un messaggino, formularlo ma soprattutto eleggerlo a strumento privilegiato di una comunicazione in codice dell’io ci fa ritenere che siamo sedotti dalla brevità del messaggio, che facciamo di tutto per dequalificarlo ma che siamo tuttavia pronti a conferirgli il marchio o il primato della nostra inafferrabile individualità. Gli sms assolvono compiti svariati, sono connotati da fini nobili o salottieri, sollecitati da istituzioni laiche e religiose: vengono utilizzati o sprecati per beneficenza o concorsi, per quiz televisivi o supporti di volontariato come oboli di carità o sfoggio di “cultura provvisoria”. La dialettica degli sms si realizza cooptando monologo e dialogo, presenza e assenza, fatuità e impegno. Molti si dedicano alla stesura dei messaggini con scrupolo e talento, molti li cancellano e molti li conservano nel tempo per consolidare nella memoria di un cellulare la cellula o la memoria di se stessi, di una fenomenologia estetica di se stessi per un di-re conciso e, nelle intenzioni, profondo ed epocale.

Post scriptum

     Le riflessioni di questo post sono per la maggior parte riferibili alle analisi di linguisti, psico-linguisti e filosofi (Tullio De Mauro, George Miller, Thomas A. Sebeok, Edgar Morin, Enzo Paci): mancano le indicazioni bibliografiche perché ritenute auto-promozionali e ridondanti. Anche se non citati, quegli autori sono e restano maestri illuminanti del pensare.

***

6 pensieri su “Sms, una breve estetica”

  1. più o meno interessante, più o meno -tutto- condivisibile. ma qual è la sua *tesi*? non capisco.
    un sms è un: sms /come questo commento è ‘questo’ commento/; ma perché si deve tradurre un sms a qualcosa che non gli appartiene. lo dico perché si avverte (o almeno avverto io) una certa retorica sull’utilizzazione di un sms. i linguisti sono terrorizzati dall’uso della lingua che viene stravolta; basta andare a prendersi romanzi, raccolte poetiche… di autori italiani e stranieri tradotti in italiano per vedere mostruosità di ogni tipo. e parlo di autori “importanti”, fondamentali della nostra letteratura del 900. (tralascio il discorso sulla punteggiatura, perché è meglio!).

    un abbraccio

  2. Per me i pad telefonini e diavolerie consimili sono arabo , zombi con cui caratterialmente non riesco a rapportarmi . Ma in ambito di evoluzione della comunicaziione , di rappresentatività del “logos” , questa dissertazione di Antonio mi ha reso meno “selvatico” e refrattario , addirittura incuriosito .
    Grazie !
    leopoldo –

  3. sms: palindromo che può essere eloquente, millepiedi senza i mille ma che mette inm fibrillazione. certo coperchio elastico e a “scottadito” del diavolo. ecco: scottaDITO.
    un saluto
    paola

  4. Antonio carissimo,
    fermo restando il fatto che io preferisca una bella telefonata, non posso negare gli sviluppi della nuova tecnologia e, quando proprio devo, detto a mia figlia il messaggino da inviare. Ebbene si, non ho ancora imparato!
    Credo che questa forma di comunicazione possa servire ma, come tu stesso asserisci, c’è il tempo dell’invio che presuppone una risposta quanto meno immediata, altrimenti la comunicazione si dilata nel tempo e forse non può dirsi più tale.
    In quanto alle varie “sigle” da decodificare, lascio ai più giovani tale prerogativa e se devo scrivere “ti voglio bene” preferisco usare tutte le lettere che servono.
    Ma lo sai che il pasticcere che ha preparato la torta per il mio compleanno invece di scrivere “ti vogliamo bene” così come le ragazze avevano deciso, si è limitato agli auguri e a un T.V.B.
    Eppure lo spazio sulla torta c’era, forse credeva che i miei anni fossero 6……
    Comunque, al di là di tutto e dell’uso che se ne possa fare, il messaggino spesso serve e tu, come è tuo solito, ne hai sviluppato ogni traccia.

    ti saluto con un grande abbraccio
    jolanda

    p.s.
    qualcuno ha notizie del nostro padrone di casa? ci manca!

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