Mesa è il poeta

Giuliano Mesa visto da D. Racca

Giuliano Mesa

“l’abbiamo pianto, ora sarà il caso che ci mettiamo a leggerlo

lo avevamo letto anche prima; i suoi versi accampavano il diritto di essere letti, non era una concessione che gli si rendesse ma una occasione di ribellarci alla mediocrità delle parole confuse”

(Marzio Pieri)

 

“Muovendosi fra lutto e utopia, con un linguaggio scheggiato ed essenziale, Mesa ricercava esperienze di verità a partire dalla “non dimenticanza”, con un verso sospeso fra monito e memoria. Contrastava il vuoto producendo resistenza, facendo ostruzione, con una alchimia di segni, silenzi, suoni e respiri che costituivano la grammatica e la materia dei suoi testi.”

(Alessandro Baldacci)

 

Quattro quaderni

(improvvisi 1995 – 1998)

 

questa sorda sirena,
e finalmente il suono della fine

(è già finita,
non resta che finire)

questa sera serena,
che mente fino all’ultimo sospiro

(è già spirata,
basta respirarla)

questa selva silente,
che finalmente è solo una maceria

(che non riguarda,
se non si guarda più)

 

Primo quaderno

 

1 – s – passatempi

I

avere, era questo, dopo dire e ascoltare,
quasi nulla ma quello come per sempre.
parola dice che si ridice, si rifà il verso,
che se ripeti sai, che sai ripetere.

cose viste se le ripeti annoiano,
no, fanno il crescendo che assorda, ah.
(un controtempo, a rigore, non escluderebbe
la distrazione né, aggravato, l’attonito.)

avere anche questo, dunque, era nel novero,
faceva già il suo corso, fa la sua parte qui.
(un tacco schiodato, un pane scotto, una siringa,
un prima, un dopo, un tutto che si tiene.)

 

II

altro, e modo di comprenderlo, a furia.
cosa che una ne esclude, una ne sposta,
verso dove, un altro passato, andato altrove.

fa come se appena fosse, e fosse poi, per poi.
insieme moto e luogo, ma se esclude,
una, non la sola, non solo un tempo che finisce.

(che preme a procedere, facendo e no,
dicendo, non solo le parole vecchie.)
anche, dicendo, che anni sono per sempre,
quelli trascorsi, prima, mai più
(ma se fosse stato, se ancora, se chissà).

 

III

quasi più spazio. passa tempo e fa danno,
di schiudere dopo e prima,
senza rima possibile, senza fine,
la goccia diventa un lago, il bosco si disbosca.

(se ci saremo ancora, dopo questo tempo,
saremo prima o dopo, o mentre, appena poco,
il tempo, appena, che ricrescano le unghie,
e i capelli, che la pelle abbia il suo sapore.)

 

IV

dire il vero, inoltre. pensa, pensate.
c’erano giorni come questo, ad esempio,
lasciando perdere i particolari, le parti,
fatte all’incirca, rifatte per durare di più.

(argomento è una certa fatalità, come dire
che ci saranno ore dedicate a ricordarli,
con metodo, con un fascio di artriti,
di rughe, a stringere il foglio.)

 

2 – r1

[invece non c’è parola o suono
che si salvi dalla vanità, è tutto
un fumo di varianti, di ripetizioni.

invece le cose accadono e,
a pensarlo con una certa disperazione,
scovata in una pausa di peristalsi,
in un attimo di sordità,
la vita da vivere, poi, si fa più breve]

 

3 – t1

(di una vita non rimane quasi niente
e quello che rimane, spesso, non è vero)
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,
fuori, della notte)

(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
(è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre,
noi ci approssimiamo
– anzi, ci avviciniamo,
che suona meglio,
ed è meglio di niente)

 

4 – v1

si ferma, se prende il moto come una possibilità,
muovendo appena le gambe, i piedi stabili.
rinnova l’occasione di respirare secondo coscienza,
avendo fame o sete, di capire quanto, di che cosa.

(Ljudmila, Aleksej: certi nomi che vengono in mente, perché mai)

afferma che tutto può contrarsi in un increspar di labbra,
uno sbatter di ciglia, un borbottio
(dice poi, dice: che a fermare sono capaci in pochi –
non quelli che parlano)

 

5 – t2

e poi, che fa parola,
è un bruscolo, biacca dei cenci,
livida ricucitura, dello sfregio,
e altro, che sappiamo,
infinità e ancora infinità,
moltissime
che fanno un fuoco, che avvampa,
l’orlo il bordo il limine
(dentro una chiusa melmosa,
una roggia riarsa,
ch’era un lucore, invece,
nel mattino)

giovane, fa la parola
tutto un dire,
anche se schianta, storce,
non ammette sogghigni.
blu perché sia tale, o neve.
un’alba dopo l’altra, la notte
che scivola stridendo
come un’unghia sulla verruca.
come se fosse facile.

 

6 – v2

fa paura la lingua quando fa
tutti quegli schiocchi o si attorce
(si sloga come per sé, sola, e invece
cosparge di richiami, di vecchie ossa gialle,
giovani vagine, gengive gonfie d’alcool)
la mente – come la chiamano –
teme di assordarsi, che la sfondi
un timpano percosso così forte –
“morte, oh tu che poni mente a noi
dacché noi siamo” –
(e via! anche un fiato di vaniglia,
lo scroto rattrappito e quello enfiato,
le mammelle delle maestrine,
delle cugine, delle nonnine stanche) –
tutto si fa così, poi, non è vero?
a scappa e fuggi, a perdisenso,
in lembi di tempo rugginosi,
soprattutto, infine,
dopo che molto pulsa sempre meno.
mentre la lingua
fa tutti i suoi rumori strani –
shrapnel crachat – i suoi
stordimenti, i suoi fuochi
e ghiacci
e tutto senza mai guarire,
pensa, non si guarisce mai

12 febbraio 1996
per Amelia Rosselli

 

7 – r2

[e poi, se puoi
mentire,
deponi,
che dimori,
dove starà
finché continua]

 

8 – t3

giorno è questo. non se pulsasse vena,
fuoco nella faringe, altro.
la femmina del merlo fa schiatta,
senza posa fa che si debba crescere
(anche dalla vetrina addobbata coi laser
si vede che è così, che tutto torna),
il cucciolo del topo si sgranchisce
e sfregia, orinando,
un viluppo di haute couture
(per la sua gioia, però, soltanto:
noi, si ha ben altro a cui pensare)

 

9 – v3

due. e poi manca la carica.
polvere sale zinco.
parte una sfilza che sfiora,
a scintille fa brillare ciò che si può vedere.
due occhi aperti sul passaggio di deambulanti,
che sono acri, infocati dall’afa,
dopobagnati appena
perciò fragranti oppure scossi
perché a nulla valse
(e ancora non s’è detto gran che).

 

10 – v4

(l’infinito, a dirlo bene, non lascia margini d’errore)
[il whisky versato qui, su questi fogli, adesso, per esempio]

(tu – tu che mi ascolti – farai la parte che avrai fatto,
quella che dir si voglia, dopo)

[che la fine, soltanto, dia un senso al percorso:
è quello che si fa, che andrebbe fatto]

(a dirlo peggio, l’infinito, è questo interrompere,
fare così, non peggio di così)

 

11 – v5

(càpita meglio ancora. di meglio.
cucita la primavera nel sacco,
con la lepre di marzo, il vento di febbraio.)

(giudice sia la mano che non fa meraviglia,
torcendo e affilando, guardando avanti.)
(così sono andate queste cose. altre.)

(prossimi vengano, decorosi,
invece che scaltri e lesti,
tutti i giorni che restano)

 

12 – r3

[quando non si può restare
e passa, passa ancora un giorno,
e un altro che passa come se restasse,
e va, invece,
e come va
è il suo far vece, il suo restarci]

 

13 – v6

prova, se scalda,
a non lasciare tempo
per l’attesa,
prova un oblio
che gela fuori del pensiero,
si raggela
(è sera e poi è notte, pensa)

 

14 – t4

è come se andarsene non fosse che questo,
questo restare, e fare ancora un gesto
(è come se dirlo fosse soltanto vero,
e non più vero, ancora, del non dirlo)

e poi quello che manca mancherà
e ciò che è è ciò che ormai è stato
(e parlane, mio amore, dinne ancora,
fa che sia vero ancora)

(pensa ad un giorno, pensando ancora
a chiudermi gli occhi, finché c’è luce,
a premere ancora, sulla tempia, il nervo che pulsa)

(pensa che vuoi pensare,
fino a quel buio,
fino alla luce, infine, che scompare)

 

primo passaggio (passaggio di Santiago)

se c’è è come se non ci fosse
modo di comprendere
dove e cosa dire
come se potesse rimanere.

non questo non pensare
e parlare di getto
e a vanvera e a scatti di umore.

questo pensare
che fa come un impasto di tutto,
tutto quel poco che trova un nome
(tra il fumo di un Willem II
e di una Gitane sans,
e il whisky, una gotita, oggi,
dopo tante gotitas
di whisky di pisco di ron,
di Blanco Santa Emiliana e di una sidra
– non sidro – argentina.
e poi aggiungi i pani e i pesci,
ostriche a volontà, e locos,
tartine al salmone e altre delikatessen, pensate.
pensate che qui, a due passi,
bevono vino da tre tiritones
– o schicchere, traducendo da Santiago
a Roma – e ogni brivido
è un’ostrica in meno,
un pesce un pane in meno
da dimenticare)

(e poi,
dimentica e dimentica,
viene una notte scura di tempesta,
la stufa si rovescia,
la paraffina fetida
fa una fiamma vorace, bella,
che mangia tutta la casupola,
mangia i niñitos dentro i loro stracci,
il papà ubriaco inciampato nella stufa,
la mamma buona,
che cuoce bene, adesso, le sue trecce bisunte,
i calli sulle mani, i geloni sui piedi,
i capezzoli duri, turgidi,
che sbocciano)

se c’è è come se non ci fosse
modo di comprendere.
anche non comprendendo, vedete,
non c’è modo di accettare
(anche accettando, pensate,
ci sarà modo di vedere:
il mondo
è pieno di occhi)

 

__________________________
Giuliano Mesa, Quattro quaderni
(improvvisi 1995-1998)
Lavagna, Editrice Zona, 2000
ora in Poesie 1973-2008
a cura di Alessandro Baldacci
Roma, La Camera Verde, 2010
__________________________

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22 pensieri riguardo “Mesa è il poeta”

  1. qadòsh è il separato [da tutto]. ha la terza media e legge Mandel’stam in russo.

    l’invito a RESTARE a chi non è – ancora – andato.

    [quando non si può restare
    e passa, passa ancora un giorno,
    e un altro che passa come se restasse,
    e va, invece,
    e come va
    è il suo far vece, il suo restarci]

    il 24 gennaio 1957 è NATO Giuliano Mesa.

  2. E’ un meraviglioso modo per riprendere a leggerlo, lquesto stralcio:
    a sua verità la sua poesia. D’accordo, che faceva resistenza d’accordo sulla speranza, e quanta quanta poesia che respira inonda l’aria

    Maria Pia Quintavalla

  3. Una lingua poetica che opera riflessioni su se stessa: la lingua poetica è una lingua da temere, rischia di dire il falso, ma allo stesso tempo tenta la verità, la ricucitura.

    “e poi, che fa parola,
    è un bruscolo, biacca dei cenci,
    livida ricucitura, dello sfregio,”

    grazie francesco
    un saluto
    margherita rimi

  4. “se c’è è come se non ci fosse / modo di comprendere. / anche non comprendendo, vedete, / non c’è modo di accettare”.
    e oggi è il 24 gennaio.

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