Repertorio delle voci (XX)

Manuel Cohen

[Si ripropone un intervento, qui riveduto e corretto, precedentemente apparso, con il titolo Una monografia su Tonino Guerra: Luigi D’Amato, ‘Il paese che è dentro di me. La poesia di T. G.’, Maggioli, Rimini, 2005, su «Il parlar franco», anno V, n. 5, novembre 2005, pp. 70-74.]

Tonino Guerra

 

     A. (un tassello mancante).

    

Era il 1946 quando Tonino Guerra dava alle stampe I scarabócc, nucleo ‘orale’ e germinale di un incessante apprentissage poetico da cui scaturirà I bu (1972), e prefato con la consueta lungimiranza ed acume da Carlo Bo (la prefazione è ora leggibile in «Il parlar franco», numero 4, anno IV, 2004, pp. 31-33). Da allora in poi, l’attenzione della critica è stata costante e contraddistinta da interventi autorevoli: Pasolini e Contini, Mengaldo e Isella, A. Campana e Brevini, Marabini e Roversi, Spagnoletti e, non ultimo, De Santi; ciò nonostante, lungo un arco temporale che copre un sessantennio che ormai ci separa da quel lontano esordio, è mancato uno studio monografico, un saggio, che rendesse conto e merito della complessità del corpus guerriano, che facesse opera di raccordo tra la pluralità dei registri adottati: la poesia (il frammento, il poema), la narrativa (i romanzi, i generi, le scritture diaristiche, le prove narrative scritte a quattro mani, il reportage di viaggio), le scritture per il teatro e per il cinema: le partiture, le sceneggiature, le collaborazioni, i suoi contributi alle arti figurative e all’architettura del paesaggio, gli scritti ‘in lingua’, quelli in neo-volgare (con i numerosi inserimenti linguistici allotri). Uno studio, insomma, che ne ravvisasse matrici, germinazioni, invarianti, coordinate fondamentali.

    

Si è fatto carico di ricomporre questo tassello mancante Luigi D’Amato, lettore colto e critico non nuovo a siffatte intraprese, ed autore, tra l’altro, di una monografia su Albino Pierro. Lo studioso, ci consegna ora, quasi a salutare gli ottantacinque anni del nostro, il saggio Il paese che è dentro di me. La poesia di Tonino Guerra, editato nel 2005 dalla storica casa Maggioli di Rimini, a cui si deve pure la messa in ristampa, avviata nei primi anni Ottanta, di gran parte dei lavori del nostro.

 

     B. Con Pier Paolo Pasolini tra gli idiomi).

    

D’Amato parte da una premessa, per altro condivisibile, che nella sua semplicità ha fondamento di verità: non si comprendono appieno i campi indagati dal Guerra se non è chiaro che lui è, e resta, eminentemente poeta in dialetto, e che, in quanto tale, può avventurarsi nell’esperienza della vita e della letteratura. In questo, vedo un primo nesso, una esperienza anologa, che lo accosta alla vicenda di Pier Paolo Pasolini: non capiremmo il Pasolini romanziere, il cineasta, il saggista e polemista, corsaro ed eretico, se non avessimo, se non abbiamo, la piena considerazione e l’esatta entità della statura del suo portato poetico. Sembrerebbe, questa, una ovvietà, ma di fatto non lo è, se lo status del poeta Pasolini è continuamente messo in dubbio, e da più parti, a tal punto che oggi una vulgata, tra critica faziosa e vendicativa, e giornalismo salottiero, ne attesta il ruolo di Cassandra inascoltata del giornalismo nostrano, relegando ai margini della significanza il suo lascito poetico.

    

E ancora, proprio in condivisione, in partnership con Pasolini, a Tonino Guerra va riconosciuto il merito di aver rinnovato la tradizione dialettale (friulana il primo, romagnola il secondo). Ѐ infatti solo grazie alle opere decisive di questi due poeti che tramonta l’idea e la prassi di una poesia in dialetto che coincida con la lingua vernacolare, spesso priva di tradizione letteraria, come tramonta il ricorso al dialetto come pratica dell’idillio, come oleografia di una dimensione letteraria pre-moderna. Ѐ con Pasolini e con Guerra che si rifonda una tradizione, se è vero che con I bu e con le Poesie a Casarsa, si sancisce l’inizio dell’avventura neo-dialettale.

    

Certamente, si potrà obiettare, quella di Pasolini è stata una operazione nata all’interno della letteratura: il suo friulano era una lingua culturalmente mediata, impressa su accortissimi calchi della tradizione lirica provenzale. Nasceva, di fatto, come un idioletto, piuttosto che come una lingua dell’oralità, o della comunità di riferimento, mentre quella di Guerra, al contrario, si configura al suo apparire come una lingua basica, “senza storia né tradizione” (De Santi).

    

Entrambi, inoltre, approdano al dialetto dopo esperienze traumatiche: Pasolini perde il fratello, partito partigiano e caduto sotto il fuoco amico dell’artiglieria di Tito; mentre Guerra, anch’egli durante la Seconda Guerra Mondiale, vive in prima persona l’esperienza dell’internamento nel campo di prigionia di Troisdorf, in Germania. Entrambi partecipano di quella temperie neo-realista che pervase l’Italia della ricostruzione post-bellica; entrambi trovarono occupazione e riconoscimento a Roma.

    

Per entrambi, ancora, vale quella nozione genettiana di transtestualità, così ben indagata in quello che si configura come un saggio fondamentale nella bibliografia della critica guerriana dell’ultimo ventennio, mi riferisco a Trascendenze testuali del linguaggio poetico di Tonino Guerra di Gualtiero De Santi (in: La poesia dialettale romagnola, a cura di G. D. S., Maggioli, Rimini, 1994, pp. 197-218).

    

Proprio dalla nozione di transtestualità, intesa come dinamismo linguistico e sconfinamento di generi, dilatazione semantica che si apre alle più svariate morfologie espressive, unitamente ad altre solecitazioni desantiane, prende ora l’abbrivio il D’Amato, e l’esperienza de’ I bu è letta quale punto cardinale e serbatoio essenziale della poesia di Guerra, indagato nei suoi nuclei tematici fondamentali. Il saggio ripercorre diacronicamente l’avventura di questa poesia – che è anche e si nutre di narrativa, di cinema – corredandosi di un ampio repertorio di esemplificazioni testuali, che la rendono, di fatto, una antologia essenziale. D’Amato indaga sul particolare neo-realismo del nostro, che è di stampo vittoriniano, e quindi ormai teso al superamento dello stesso neo-realismo. Non apparrà, per inciso, casuale apprendere che il romanzo La storia di Fortunato, del 1952, fu fortemente voluto da Vittorini nella collana einaudiana de’ ‘I gettoni’. Come fondata risulta la contestualizzazione delle opere, la loro collocazione all’interno di una koinè, quella di Santarcangelo di Romagna, una autentica capitale culturale e morale della poesia del secondo Novecento, con Guerra, Lello Baldini, Dino Pedretti, Gianni Fucci, Rina Macrelli, Giuliana Rocchi, Renato Nicolini, ed un milieu romano e romagnolo fatto di letterati, cineasti, pittori e intellettuali.

 

     C. (con Omero e Dino Campana nel campo di prigionia).

    

Se appare vero, come finalmente oggi risulta dalle più accreditate scoperte della filologia, che la tradizione della lirica occidentale, o tradizione ‘orale omerica’, nasca e affondi nelle lingue dialettali, e che le cantiche o libri dell’Iliade e dell’Odissea venivano recitate e cantate in dialetto, una analoga, affascinante origine riguarda I scarabócc, il primo nucleo della poesia guerriana, una suite di poesie in rima improvvisate e declamate dal poeta ai compagni di prigionia e solo fortunosamente trascritte da un commilitone, il farmacista Gioacchino Strocchi, che gliele recapiterà, anni dopo, a Liberazione avvenuta. La rima, va da sé, consentiva, complice la semplicità e l’immediatezza del canto, la forza di rammemorazione, e l’intrinseca memorabilità. E come non ricordare, nel Novecento, il caso affine e finitimo del manoscritto marradese de’ Il più lungo giorno di Dino Campana, smarrito da Ardengo Soffici nel 1913, e ritrovato solo nel 1971 (la notizia fu data da Mario Luzi, il 7 giugno di quello stesso anno sulle pagine del «Corriere della sera»), a pubblicazione ormai avvenuta della sua totale riscrittura ‘a memoria’ nei Canti orfici (1914).

    

L’impressionismo di marca pascoliana, ravvisato dalla critica ne’ I scarabócc, evolverà, anziché in simbolismo, in realismo. La nuda descrizione della poetica dell’oggetto, le rappresentazioni scabre e icastiche delle ambientazioni e delle storie, l’assenza di aggettivazione sostituita dal puro deittico, l’assenza di metafore, una “inopia di effusione lirica” (p. 19), costituiranno il vero punto di partenza per una poesia nuova che ha in sé i germi e i geni dell’inquietudine, dello “stupore doloroso” (p. 20), del mistero.

    

Quando Guerra ricompatterà quel nucleo germinale delle liriche nella raccolta I bu (1972), le linee fondamentali di una incipiente avventura transtestuale emergeranno ampiamente. Sarà allora Gianfranco Contini a evidenziare come “cade la distinzione di soggetto parlante e soggetto introdotto a parlare”, in un nuovo scenario di spaesamento dell’io da cui affiorano segnali di deterritorializzazione semantica, e l’attenzione per “un campionario umano che ricetta un bel numero di matti” (sono ancora parole del Contini), ma anche segnalazione di un ascolto che va in direzione di una pluralità delle voci, e della polifonia. Elemento, questo, che costituisce “il sostrato profondo della struttura linguistica” (p. 65).

    

Le poesie di Guerra sono per massima parte scritte nel dialetto santarcangiolese, mentre il resto dell’opera è in italiano. Un caso, si è detto, di bilinguismo (ma sarebbe da valutare anche una parte del suo lavoro scritto in lingua francese), e se ‘la patria è la lingua’, la Cuntrèda (la contrada, il rione), ne è il simbolo, “il correlativo oggettivo di un modo di rappresentare” (p. 41). Con la lingua madre si esprimono Guerra ed il suo mondo, non più come accadeva per i nostalgici vernacolari, né come accadeva nella poesia ‘in lingua’, bensì facendo ricorso ad uno stile anti-letterario, prosastico ed enumeratorio, come nel caso paradigmatico del testo i Liméun, vera parodia mimetica de’ I limoni di Eugenio Montale.

    

Ma ripercorrere l’avventura, o meglio, il nomadismo letterario, di Guerra, significa rivisitare una cospicua parte del Novecento che va dallo sgretolamento dell’io, la crisi del soggetto lirico, alla ricerca di una lingua oggettiva; dalle ramificazioni nel mistero e nell’irrazionale, al viaggio nel cuore letterario dell’Europa: la Russia o, come la definisce il nostro, l’Oriente; dal dialogo con la poesia di Montale e Ungaretti, a Blok, alle rifrazioni dall’Ulisse di Joyce, fino alle corde scoperte di un rapporto osmotico e mai inerrotto con il romanzo e con il cinema. Siamo nel corpo vivo della Modernità, dal rifiuto della letterarietà trionfante allo sconfinamento dei generi, tensione che lo veicolerà verso l’approdo ad un poema totale aperto in stanze, che inglobi tutta la prosa possibile, ma in cui l’abbassamento dei registri linguistici rappresenti il varco per una ricezione piena del mondo creaturale. E ciò avviene passando attraverso l’esperienza di un io poetico che si ammala prima e che si salva poi, in virtù della agnizione della impossibilità del ritorno, come accade ne’ I cento uccelli (1974), uno degli apici di non-ritorno della narrativa del Guerra, punto di incomunicabilità totale, ma anche snodo e approdo a un luogo originario, primigenio, riverberato nei miti del paese, dell’infanzia, della natura.

    

Con Il polverone (1978) siamo ad una svolta: il rifiuto della convenzionalità dei generi è in atto, una commistione di prosa e di poesia, di poemi e di frammenti, unitamente alla coabitazione della lingua italiana con l’idioma neo-dialettale, dove la lettera cede il passo alla natura, alla registrazione degli eventi straordinari, e dove la vita è ‘miraggio’ e ‘mistero’, dove la cultura è stupore aperto all’ascolto “delle foglie quando cadono” (così scriveva Roberto Roversi nella prefazione alla raccolta). Ѐ la svolta che aprirà alle nuove direttrici di E’ mel (Il miele, 1981) e de’ I guardatori della luna (1981), il suo ultimo romanzo.

    

Il saggio di D’Amato procede rilevando connessioni, rimandi, continue impollinazioni tra poesia, narrativa e sceneggiatura, esaltando il senso di “imprevedibilità” (p. 139) che caratterizza la scrittura del nostro, e pure il nesso di continuità tra paese natìo e ‘oriente favoloso’ riscontrabili a partire da Il polverone, fino a Il vecchio con un piede in Oriente (1990). La Valmarecchia e Pennabilli, suo definitivo approdo stanziale, saranno viste con l’occhio di un viaggiatore orientale che “in ogni cosa scopre un significato altro, una metafora, un simbolo” (p. 155). La suggestione della Russia o dell’oriente, sta tutta in quella epoché sul mondo, con la propensione al viaggio e al ritorno a una couche geografica che è la “patria dell’anima” (p. 157), così in E’ mél, libro della agnizione del rifugio, così nel poema E’ viàz (Il viaggio, 1986), fino a Il libro delle chiese abbandonate (1988) e a L’órt ad Liséo (L’orto di Eliseo, 1989); dove l’orto è correlativo oggettivo di un destino, ed Eliseo è il vecchio uomo che abbandona il vecchio mondo e si rifugia in una realtà naturale e primigenia. La produzione dell’ultimo ventennio, fino ad altezza de’ L’albero dell’acqua (1992, ediz. accresciuta, 1995) e Piove sul diluvio (1997), si caratterizza per la ricerca dell’origine, e per il recupero di un tempo perduto, in cui il luogo si fa frammento dinamico del passato, ed il tempo si fa topos dell’origine, suggestione panica e primordiale.

    

Ora che la via risulta delineata dalla visione d’insieme offertaci dal saggio di D’Amato, al lettore oggidiano e futuro risulterà più agevole indagare con gli opportuni approfondimenti tra le coordinate e le linee di sviluppo profilate. Si renderà allora necessario uno studio sui rapporti intercorsi tra l’opera di Tonino Guerra e quella, ad esempio, di Cesare Zavattini (accostamento, per altro, già suggerito da Brevini e da De Santi). Come sarà allora necessaria una ricognizione testuale, comparatistica e contestuale, all’interno del gruppo di Santarcangelo, Baldini, Pedretti, Fucci, Rocchi, e della tradizione romagnola nel suo complesso. Sarà vieppiù necessaria una analisi delle scritture dei romanzi a quattro mani con Luigi Malerba; l’approfondimento della interagenza dell’Oriente o della cultura russa nell’opera del nostro; una analisi del particolare sconfinamento dei generi giunto ad una oltranza dell’abolizione dei registri e degli statuti letterari. Infine, una analisi della tradizione o fortuna critica dell’autore. Ergo, a tutti, buon lavoro!

 

***

9 pensieri su “Repertorio delle voci (XX)”

  1. Grazie per questo post illuminante e stimolante :-);
    mi compiaccio del ritorno di f.m.;
    con affetto cari saluti a tutti, Gaetano Calabrese

  2. Grazie Francesco per aver postato il pezzo. Tornare qui è tornare a casa, e per giunta, in compagnia di un grande Tonino Guerra, che proprio in queste ore ci ha lasciati.
    Grazie infinite, m.

  3. Speravamo di fare in tempo con un bellissimo progetto: Tonino Guerra era molto contento del fatto che la rivista di critica e studi dialettali ‘Il parlar franco’, aveva deciso di dedicare a lui un numero monografico. Purtroppo lui non potrà vederlo, ma il numero sarà importante, con interventi e saggi significativi che riverberano di nuova luce su tutta la sua opera. Sarà la prima occasione per ricordarlo degnamente. E sicuramente posteremo qualche pezzo sulla ‘Dimora’.

  4. uomo di talento, grande umanista, un saluto a tonino guerra e un plauso a manuel cohen, che, se vuoLe, direi che sarei onorato di inviare una imago da me delineata appositamente per il numero della rivista a dedicarsi a questi.. mi faccia sapere, magari per il tramite di francesco marotta
    r.m.

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