Turno di guardia

Turno di guardia

Marco Ercolani

“Durante il giorno mi riferiscono deliri malinconici o magiche visioni del mondo. Mi raccontano crimini inesistenti, ingiustizie spietate, desideri favolosi. Parlano, delirano. Ma, a notte alta, quando dormono nella corsia, vorrei spiarli con una piccola pila, attento a non fare il minimo rumore, vorrei capire se la sofferenza di poche ore prima ha lasciato una cicatrice reale nella loro pelle.”

Turno di guardia
Il Canneto Editore
Genova, 2011

“Questa esistenza demonica, questo vivere in estrema vicinanza con l’assoluto, in beatitudine e orrore, sfugge all’alternativa salute-malattia.” (Karl Jaspers)

       Corso di scrittura

     Di recente ho iniziato, con scetticismo, un corso di scrittura creativa. Non sapevo bene come iniziare il discorso, se orientare i pazienti con certe letture o se farmi ispirare dai loro stessi testi. Poi ho deciso di provocarli con un’opera difficile: un volume di poesie di Bernard Noël, l’Ombra del doppio. Ne leggo dei versi a tre persone. Un quarto d’ora dopo entra L. Stringe tra le dita il suo taccuino. Non dice nulla. Ascolta soltanto. Io lo conosco solo di nome. Non è un mio paziente. Al mio invito a scrivere qualcosa che si ispiri a quelle poesie, strappa dei foglietti dal taccuino e con l’accendino gli dà fuoco. La carta comincia ad annerirsi. L. manda urla brevi, un po’ stridule. Nella stanza si diffonde un odore acre.

     La settimana dopo L torna al mio corso. Non leggiamo più Noël ma poesie ispirate al suo libro, scritte da tre giovani psicotiche. Le leggo io, mettendo in evidenza le pause e i silenzi. Tutti restano sorpresi. Sentono che le loro parole acquistano una maggiore intensità, se lette ad alta voce. Sembrano addirittura diverse. A una poesia tolgo un verso inutile e il titolo, Morte. Ora suona così: «ci sfiora appena / non si sofferma/ ma domani / ci accoglierà». Ora i versi alludono meglio al mistero della morte. Il titolo avrebbe reso quelle stesse parole descrittive, deboli, banali. Discutiamo su come sia importante, in poesia, levare e non aggiungere. Le tre giovani leggono i loro testi, L sta zitto. Non ha scritto niente. Tiene le sue strisce di carta in mano come nastri flosci, lo sguardo attonito. Guarda i libri, le bambole, i quadri appesi intorno, indifferente ma curioso. Si avvicina all’etichetta plastificata appesa al muro dove è riprodotta la scritta Vietato fumare. «A me quella roba fa schifo» borbotta.

     Il giorno dopo, entrando, guardo l’etichetta appesa al muro. La scritta Vietato fumare è stata cancellata con dell’adesivo nero. Guardo L, che mi passa vicino. Gli dico: «Ti è piaciuto, eh?». Mi guarda torvo. Stacca dal muro il rettangolo con la scritta come una tela preziosa. «Questo è un lavoro, cazzo! Questo è il mio lavoro, psichiatra di merda!». Io taccio, con un sentimento di sollievo.

     Mercoledì L mi mostra un’ombra disegnata sul suo taccuino. «E se scappasse?» «Tu lasciala scappare» rispondo con noncuranza. Gli tremano le mani. «Se scappa, ne faccio un’altra». «Bene. Le cose si muovono sempre». «Si muovono?». Ride, osservandomi mentre scarabocchio qualcosa su un foglio. «Fai anche tu l’artista? E quelli, cosa sono?». Rispondo d’impulso: «Gli scarabocchi di uno psichiatra annoiato»

     L’indomani le ragazze leggono ancora dei versi ispirati a Noël. Sono brevi, ingenui, incisivi. La più giovane dice che, da quando ha cominciato a leggere certi libri che le ho consigliato, si sente meno perseguitata. «Nelle Città invisibili di Calvino sembrano già tutti invischiati dentro una rete, come me». L, al solito, non commenta. Bruciacchia foglietti, ostile. Poi ci scrive il suo nome, e dei versi in inglese. «Che senso ha scrivere in italiano come tutti voi? Il primo stronzo può capirti». Le strisce di carta che srotola sul tavolo hanno aloni oscuri o rossi, con brevi scritte nascoste dalla colla o dall’adesivo. Leggo due nomi, Pinacoteca celeste e Firmamento allucinato. «A cosa si riferiscono?» chiedo. «E il pudore, cazzo, dove lo metti, dottore?» borbotta.

     La seconda ragazza legge alcuni suoi versi, che ci lasciano senza parole: «Quando piove / quando nevica / quando mi alzo / ho paura di morire / durante il giorno / il mio amico Nicola / butto le cose / facendo ginnastica / gioco con il cuscino / dove nevica di più / come si fa ad essere superiore agli altri».

     La terza ragazza, oggi, parla di Moby Dick. Dice di come suo fratello gli ha fatto scoprire che non è un romanzo di mare ma un poema metafisico. L lo fissa in silenzio. «Mi sembri un po’ stupido» borbotta. «E tu, allora, che non scrivi niente?» L è alterato, scatta in piedi: «Niente? Io sono quello che non scrive niente?». Tira fuori il suo taccuino e legge: «Il bianco cielo, / chi lo dimentica? / Mettiamolo a fuoco / ora, per sempre». Ride. «Ecco la mia poesia. Ti piace, dottore? VI PIACE?».

     Sono passate due settimane. L è ricoverato in reparto, allucinato, intrattabile. Molti foglietti di taccuino li ha attaccati alle pareti, col permesso dei medici. Altri li tiene nascosti sotto il letto. Vedo incollate anche scritture di giornali. Michele mi vede e grida: «Prova a leggerle e ti spezzo in due». Si alza da letto, minaccioso. Non dico nulla, mi scosto. Arrotola un foglietto, lo sminuzza, lo mangia. Mentre lo mastica lentamente, mi fissa con uno sguardo trionfante. Poi lo inghiotte e bisbiglia: «Dammi una speranza: non capirmi».

(pag. 17-20)

       Auditori di voci

     Le voci sono i nostri traumi.

     Se non sono sola a sentire le voci, mi sento meglio.

     Le voci non sono mai uguali.

     Talvolta le voci perseguitano. Talvolta proteggono.

     Le voci possono durare di meno, se io lo voglio.

     Le voci sono un rumore troppo forte, che posso abbassare.

     Fare del bene a qualcuno che sta male come me. Forse è la guarigione.

     A volte le voci sono come i nostri vecchi vestiti a cui siamo abituati.

     Le voci sono anche la gonna di mamma in cui proteggerci.

     Vorrei non avere più paura di non guarire.

     Non sento sempre le voci.

     Qualche volta le voci mi fanno compagnia.

     Sentire le voci significa che qualcuno mi ha fatto del male e che la mia mente ha reagito così.

     Sentire le voci è non credere in me ma nei giudizi degli altri.

     Ho tanta paura che non guarisco. Però oggi sento le voci molto meno.

     Da quando non sento più le voci, mi sento leggera come un gabbiano. Sono più leggera e ho tanta voglia di vivere, sono più ottimista. E’ tutto più facile. Spero che questa condizione perduri, che non sia solo una calma apparente.

     Le voci mi dicono che me ne vado in galera e che io oggi ho fatto del male a un bambino e sento la sua voce. Ma poi questo dolore non dura tanto.

     Le voci mi dicono che siamo tutti dei troiani e dei bastardi! Però poi mi lasciano in pace.

     Io ho sempre le voci ma non quando ci siete voi che mi curate. Questo è ovvio.

     La mia testa contiene pensieri volanti: i pensieri degli altri.

     Ma forse devo farmi dei pensieri miei: non stare passiva a farmi giudicare dagli altri.

     Mi sembra che tutti parlino male di me. Ma, quando non sto a casa, quando mi distraggo, sento appena delle frasi, e non è che mi perseguitino.

     E’ brutto avere a che fare con le voci. Ma mi faccio le mie faccende e ci penso di meno.

     Stiamo uniti. I nostri dolori sono diversi ma possiamo aiutarci meglio insieme.

     Ad un tratto egli sente parlare. Non vede nessuno. Tuttavia, qualcuno bisbiglia. Dove, allora?

     Perché sento le voci non solo nelle orecchie ma anche dietro la testa?

     Ma allora ci creiamo noi le voci per qualche nostra paura?

     Io non credo. Le voci sono fuori di noi. Provengono da dietro lo schermo di una Immensa Televisione.

     Io non credo. Credo che siano dentro di noi. Con i farmaci diminuiscono.

     Le voci vengono dallo shock.

     Ma possono cambiare.

     Non sono mai le stesse.

     Alte, forti, basse. Arrivano anche in mezzo alla testa o dentro lo stomaco.

     Bisogna saperle trattare. Prendere tempo.

     Non sono mica Dio, le voci.

     A me tormentano soltanto. Quando vengono, mi metto a stirare.

     Io le ignoro del tutto. Posso vivere nonostante di loro.

     Io mi affido ai dottori.

     Io ai farmaci.

     Non basta. Io sento che mi rubano il respiro.

     Io mi sento coperta di voci solo quando sto molto male.

     Le mie, sono dappertutto. Ieri erano nel mio cuscino, tra le unghie delle mani, in mezzo alle cosce.

     Ma poi se ne vanno via.

     E’ vero.

     Possono diventare buone, consigliarci.

     A me perseguitano sempre.

     Se molti cellulari squillano tutti insieme, allora sentiamo tutti le voci.

     E i mistici?

     Cosa?

     Ho letto che sentivano le voci.

     Come noi?

     Sì.

     Io piango sempre, quando le sento.

     Non c’è una verità sola.

     Ma soffriamo tutti come cani.

     Non sempre.

     E tu, dottore, puoi parlare delle nostre voci senza tradirci?

     Il mio primo scopo è che siate voi a parlare di voi senza tradirvi.

     E come?

     Vi tradite se siete vittime di voci che non sono la vostra vera voce, ma ciò che credete gli altri dicano di voi, ciò che voi stessi dite di voi.

     Non sono sempre le stesse voci, vero?

     Le mie non sono mai le stesse.

     Ma lo capite? Le voci le inventiamo noi, quando siamo soli, quando stiamo male.

     Siamo malati perché così il dolore ci protegge, come un abito caldo. Quando ci liberiamo, quando non sentiamo più niente, sono tutti cazzi nostri.

     Però possiamo farcela.

     Possiamo?

     Sì.

(pag. 94-100)

       Dimora del tempo sospeso

     Un Arcano dei Tarocchi, un Angelo, mette la testa fuori dalla sfera di un paesaggio tranquillo, terra, sole, valli, pianure, penetra la volta, vuole vedere altre forme, sospese nello spazio. Lo ricordo in una pagina web della Dimora del tempo sospeso. Finisce il turno di questa notte. Affido il cellulare a un collega. Nessun ricovero. Quattro posti letto liberi. Esco all’aria aperta. Ma tutto, fuori, è come dentro. Il cielo è la mia, è la loro mente. Mi avvicino all’auto che mi riporterà a casa come se iniziassi a vivere un nuovo sogno. Come se, comunque, fossi ancora pensato da loro. Esco dai muri della stanza di guardia come dalle pareti di uno specchio. Lo specchio è crepato, ci metto la testa dentro, posso guardare anche fuori. Affacciarmi all’altro mondo con la testa semidecapitata dal cerchio delle loro, delle mie visioni. Come quell’Angelo. Entro in auto. Piove, avvio il motore, ritorno a casa. A casa? Metto la terza, la quarta. Ma quale casa?

(pag. 108)

***

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22 pensieri su “Turno di guardia”

  1. Ero uno di loro, un tempo. Conoscevo i destini del mondo, ma li tenevo per me. Camminare per le strade e sapere ogni cosa, a dispetto di tutti, mi procurava gioia e disperazione. Poi mi è accaduto di voler guarire, separando il bene dal male. I miei sogni di onnipotenza naufragarono. Del resto non seppi che farmene.

    Grazie per la preziosa condivisione.

  2. Grazie a Francesco. Grazie agli amici che sono intervenuti.
    È una gioia particolare tornare qui. A casa. Le parole con cui chiudo “Turno di guardia” sono ispirate REALMENTE a un’immagine che proprio Francesco trovò, diverso tempo fa, per accompagnare un mio testo. L’immagine che voi vedete, e che simboleggia in qualche modo il mio lavoro di psichiatra e di scrittore, è quella di un essere sospeso tra un mondo e un altro, decapitato (ma non troppo) dalla scissura fra i due mondi.

  3. Leggo. Ma sono avvantaggiata dato che posso tutto il libro
    ma sto sul post che coglie, negli estratti qui proposti, il senso della visione, del miraggio, del rimirare oltre la propria bolla d’universo, fuori, ben rappresentato dallo stupendo “Arcano dei Tarocchi”, che nel caso dei pazienti di “Turno di guardia” prefigura un vero e proprio andare fuori, e nel caso dei quadri “raccontati” nel libro, un indagarne il bianco, il recto, l’obliquo o il retro (come nel caso del quadro del Seicento nella chiesa delle Grazie vicino a Chiavari..).

    Questo in generale, perché in particolare, qui, è questo passaggio:
    “Leggo due nomi, Pinacoteca celeste e Firmamento allucinato. «A cosa si riferiscono?» chiedo. «E il pudore, cazzo, dove lo metti, dottore?» borbotta.”
    con il riferimento al pudore che è un sentimento, per me, bello e importantissimo, un nocciolo, dato che è un sentimento di libertà che fugge da ciò che vorrebbe contenerla e ricondurla o ridurla, è un sentimento di “vertigine” (per usare un termine che ti appartiene).
    Io nn so se L.pensasse a questo,

    ma basta, parla Novalis: “Il pudore è il sentimento della profanazione. L’amicizia, l’amore, la pietà dovrebbero essere maneggiate col massimo mistero. Bisognerebbe parlarne solo in momenti rari, fidati, intendendosi in silenzio. Molte cose sono troppo tenere per il pensiero, e tanto più per ragionarvi sopra.”

    “E tu, dottore, puoi parlare delle nostre voci senza tradirci?
    Il mio primo scopo è che siate voi a parlare di voi senza tradirvi.
    E come?”

    Un caro saluto e…bellissimo dunque il frontespizio (ma non solo) de la Dimora!

  4. Grazie Marco e grazie a tutti per i commenti.
    Il libro va letto – assolutamente.

    Margherita, oltre a tutto il resto, grazie anche per questo:

    “Il pudore è il sentimento della profanazione. L’amicizia, l’amore, la pietà dovrebbero essere maneggiate col massimo mistero. Bisognerebbe parlarne solo in momenti rari, fidati, intendendosi in silenzio. Molte cose sono troppo tenere per il pensiero, e tanto più per ragionarvi sopra.”

    fm

  5. Il pudore come libertà, Margherita. Verissimo. Ma com’è che Novalis è così attuale? Non sarà che è perfettamente inattuale, come noi vorremmo che fossero sempre gli scrittori, liberi dai vincoli del mondo e ben immersi nel mondo parallelo che a loro compete?

    Dalla Polonia, Francesco? Antichi ricordi del Convegno su Bruno S., a Trieste…

    Grazie del calore, della presenza.

    Marco

  6. Chi, come me, è un reduce,
    ed allontano qui ogni sacro pudore,
    confessando che sin dall’età di 22 anni sono sempre stata seguita da psichiatri e psicologi, a causa di disturbi dell’umore, che mi hanno quasi portata alla “estrema conseguenza, quella fatale”, scampata per miracolo e causata dal delirio [voci comprese – e vorrei in questa parentesi abbracciare il commento che mi ha preceduto, quello di “allorizzonte” ad abbracciare lui pure: -“Ero uno di loro, un tempo. Conoscevo i destini del mondo, ma li tenevo per me. Camminare per le strade e sapere ogni cosa, a dispetto di tutti, mi procurava gioia e disperazione. Poi mi è accaduto di voler guarire, separando il bene dal male. I miei sogni di onnipotenza naufragarono. Del resto non seppi che farmene.” – che bene comprendo, pur riconoscendo, però, che seppur il sogno d’onnipotenza, che scompare con la guarigione, e che, badate bene, non è solo un sogno, perchè la follia è un mistero che ha ed ha sempre avuto del sacro, del magico in essa, a dispetto di ogni scienza… e qui, sì, il pudore, che in me scende…
    e pur trovandomi ora soddisfatta del mio attuale stato di salute, ovvero, gaudente della mia guarigione, e non certo nella condizione di sentirmi di pronunciare una frase tanto forte come “del resto (ormai privato dei sogni d’onnipotenza) non seppi più che farmene”, perchè potere finalmente godere dell’equilibrio, della normalità, pur nella sua dimensione “piatta” mi ha comunque aperto altre strade e dimensioni ( badate, si tratta di diversità di dimensioni, di vivere la realtà su piani diversi nel confronto fra follia e salute mentale), impraticabili altrimenti, ed ha allargato il mio sorriso, dopo che esso per anni era stato offuscato dal panico e dall’immaginazione delle più atroci sofferenze che sentivo di dover scontare nei gironi infernali della mia pazzia]
    dicevo… chi come me è reduce non può non trovare nell’opera di Marco Ercolani una testimonianza importantissima e sociale, che può essere sia opera di (1 divulgazione, ma anche di (2 aiuto, per coloro che soffrono, nonchè opera utile alla (3 formazione degli addetti del settore…. E dio, o chi per lui, ed i pazienti solo sanno quanta incompetenza si possa incontrare volendo uscire da disturbi di carattere psichico gravi… e questo lo posso testimoniare in prima persona, come paziente, ma anche come operatrice del settore…
    Chiudo quindi porgendo un GRAZIE sentito a Marco, che ha voluto questo libro, per il quale ha tutta la mia stima :)
    Ed un saluto ed un GRAZIE a Francesco, sempre, ma qui, mi sia concesso, di più :)
    (Scusate la prolissittà, ma è di chi è vivo e punto nel vivo)
    ancora, f.

    1. Francesca, intervengo sotto le tue parole perché riguardano (anche) ciò che ho scritto in precedenza.
      Il mio commento, poi divenuto un post, è una libera invenzione narrativa, sebbene io non mi senta in alcun modo “declassato” nell’essere letto al rango di ex paziente. Ciò di cui scrivo ha pur sempre a che fare con me, in un modo o nell’altro con molti di noi. Quel che cerco di lasciar apparire è ciò che a volte non si ha il coraggio di dire, forse perché non porta alcuna lieta novella.

      Quanto a ciò che scrivi sulla magia, il mistero della follia, e la probabile “piattezza” di ciò che resta, sono concorde con te.

      Francesco

  7. certe cose devono diventano leggere, quando toccate dalla poesia, anche se sono state pugnali…
    leggerò Marco Ercolani.
    sento che devo farlo.

    cb

  8. Grazie a tutti gli amici che intervengono.

    Sì, Cristina, “certe cose devono diventare leggere” (e io ho scritto questo libro cercando riflessioni veloci, mai troppo pesanti), “ironiche” (sì, Gabriele) e “formative”, Francesca, ma non banalmente terapeutiche (farmaco che toglie il sintomo, punto) ma febbrilmente presenti, in sentire l’altro che è un “oscillare senza cadere”. Io “oscillo” con loro, ma cerco di insegnare a non “cadere”. A volte ce la faccio. A volte no. Il libro testimonia questo sentimento dell’essere.

    m

  9. Marco, ti lascio un pensiero di Stefano Guglielmin che, non si sa bene per quale mistero glorioso della rete, non riesce ad entrare nel colonnino dei commenti. Ecco il testo:

    *molto vero tutto. io sono stato particolarmente colpito da questa verità straordinaria «Dammi una speranza: non capirmi». Trovo che qui stia il fondamento anarchico della libertà, ma anche della poesia, sua sorella carnale.*

    Stefano

  10. Grazie, Francesco. Grazie, Stefano. La libertà di non capire, nella lotta sempre aperta tra sano e folle e non solo in quella, è proprio il fondamento della libertà. Dove si capisce tutto, dove si esaurisce il tema, finisce la musica.

  11. marco nel turbinio incessante del tuo scrivere da Uomo intriso di umanesimo tanto sottile quanto scientificamente corretto, resto colpito, oltre che dal riferimento al tarocco (tematica che ho affrontato in alcuni miei pezzi timbrici, senza capire nulla, assolutamente nulla, dei tarocchi quale lettura del futuro e similari), da una espressione: “…«Dammi una speranza: non capirmi».”, e ne resto soggiocato, preso, affascinato! Del resto la mia memoria è andata lontano (ho letto ieri il pezzo e ci ho meditato questa notte)nel tempo e nello spazio: ricordo la mia dimora napoletana da studente di architettura e la frequentazione con un giovane ragazzo, ammalato di scizzofrenia (non so se il termine “ammalato” sia o meno corretto ma ciò è tanto), sensibile e con bella intelligenza, che molto donava e molto voleva sul piano della umanità, poi una sera, non volle essere accompagnato a casa e ci (mi) chiese di non cercarlo nei tempi a venire. Scomparso. Ecclissato. Forse anche lui meditò sul NON CAPIRMI???
    r.m.

  12. “Scizzofrenia” mi sembra l’equivalente napoletano di “schizofrenia”. Pittoresco! La “scazzofrenia” potrebbe essere quando ci si rompe di essere matti.
    Penso, Roberto, che il ragazzo che conoscevi si è eclissato non perché rifletteva sul “non capire te” ma perché voleva lui non essere capito e fuggire. Gli schizofrenici, per la loro patologia, sono i re del mondo e conservano, a modo loro, questa regalità: che può anche essere quella di fuggire sempre la loro identità.

    m

  13. Marco: da non esperto in psicologia-psichiatria e accidenti vari, sui detti “LAPSUS” si potrebbe discutere all’infinito! in genere scrivo di getto e non rileggo mai per cui, in quanto a lasus, ne resto.. saturo! e sapessi il lapsus-linguistico che feci con il grande poeta toscano mario luzi che, da vero toscanaccio, mi prese in giro presso l’università di firenze! poi mi chiese un lavoro a farsi insieme (un testo di sue poesie inedite con mie imago poste a fronte) ma giunse la sua morte e, purtroppo, nn se ne fece nuilla, che rimpianto assoluto… Circa il mio amico, vero, a rifletterci bene, si considerava una sorte di Re senza trono o con trono altro? dimenticavo solo una cosa: questo amico abitava a napoli ma, non ricordo bene se avesse avuto (ha) padre o madre originario_a di genova, la tua genova che amo moltissimo… certo una “Scizzofrenia” da incrocio napolo-genoano resta denso di dramma ma condita da ironia.. e, aggiungo, una mente brillantissima e capacità di intendere la fisica e la matematica cpome pochi altri..

  14. “A una poesia tolgo un verso inutile e il titolo, Morte. Ora suona così: «ci sfiora appena / non si sofferma/ ma domani / ci accoglierà»”.
    Ho letto questo tuo commento sul “togliere” la morte di mezzo, perché quelle parole non apparissero come una semplice descrizione. Ghérasim Luca non toglieva la parola “morte”, ma la raddoppiava annullandola: “La Morte morta”.

    La morte che porto in me come una necessità \ come la valvola della disperazione \ come una rappresentazione dell’amore e dell’odio \ come un prolungamento del mio essere \ all’interno delle proprie contraddizioni \ questa morte, la riconosco \ in certi aspetti angoscianti \ e lubrici del sogno, nella tossicomania, \ nella catalessi, nell’automatismo \ deambulatorio \ sempre all’intersezione \ dell’uomo e dell’ombra \ dell’ombra e della fiamma

    «Il bianco cielo, / chi lo dimentica? / Mettiamolo a fuoco / ora, per sempre»

    La morte è il solo luogo possibile per “quegli amori per i quali nella cultura non esiste un posto possibile e vivibile” (J. Butler, La rivendicazione di Antigone). Amori senza un luogo reale e impossibili da vivere. Sono in causa nel tuo libro, mi pare, anche quei rapporti tra soggetto, potere, follia, verità, su cui Michel Foucault ha aperto uno squarcio. “È una forma di potere che rende gli uomini soggetti”, scrive Foucault, e che gli altri sono obbligati a riconoscere. Ma è solo nel momento in cui l’individuo si scopre anche soggetto di desiderio nel rapporto con l’Altro, che può arrivare a dire la verità su se stesso e la propria follia. È il desiderio a trascinarci verso gli altri, come autori senza volto, che nella scrittura hanno abbassato le armi della soggettività. Dove poi conduca il discorso di verità, se alla salvezza oppure no, resta un mistero.

  15. Quello che si anticipa qui rende necessario procurarsi e leggere tutto. Cosa che farò al più presto.
    Intanto dico, in fondo a tanti commenti, di essere anche io molto colpito.

    Francesco t.

  16. “Ma è solo nel momento in cui l’individuo si scopre anche soggetto di desiderio nel rapporto con l’Altro, che può arrivare a dire la verità su se stesso e la propria follia” .
    Verissimo, Alfredo. Ma i matti spesso non dicono la verità e non la rappresentano, sono loro “il discorso di verità” che non conduce alla “salvezza” ma al dolore. E anche a una clamorosa resistenza contro quanto li contraddica. Posso, talvolta essere un dubbio, una macchi oscura, dentro i loro deliri impenetrabili. Se sono fortunato.

    Grazie, Francesco T.

    m

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