Da un estremo margine

Flavio Ferraro

Qui, nel cerchio labile di fuoco,
lo senti, sempre più distintamente,
farsi gorgo, mutare in vortice

il suo fondo, dov’è?

Tu colmalo se puoi,
scrutane il buio

 

Da un estremo margine
Roma, La camera verde, Collana Calliope, 2012

 

Sulla soglia oscura

 

io rendo polvere alla pietra.
Così fa il mare; così dona
vertigine la terra.

Luce sommersa, che sempre
trascolora: e tu, cui un’onda chiara
levigò il respiro, tra i flutti
ancora non lo vedi?

È questa fissità, lo sai,
che più non può tardare

 

*

 

tu custodisci una parola straziata.
Uno spazio aperto ai venti.

E attorno, come varchi
improvvisi, dimore: soglie
leggere, quasi fossero d’aria.

E uno spazio, una parola anche lì.
Aperta ai venti

 

*

 

fosse anche lui, il senza ombra,
il nome infinito a cui tendevi
strenuamente, quando tracciasti
un solco nella sabbia.

Fosse anche questo, un respirare
attonito. Tu sai qual’era il voto;
oltre il confine nessun suono.

E la tua voce, se trascende,
fende l’aria stupefatta.

 

*

 

ancora questo bianco,
questa fermezza limpida
del vuoto che tu, sperdendo,

sempre trattieni in ogni abisso
sottratto alla tua voce
fuggendo solo il tempo,

il mondo inanimato
che risvegli, adesso,
ardendo cenere

 

Da un estremo margine

 

oltre la soglia, dov’è cristallo:
traccia, che ogni fondo trattiene;

ogni pienezza, perché dal calice
trabocchi, prossima all’orlo.

Non è, non ha mai fine

 

*

 

sempre un sentiero affiora.

Una misura, che porta al punto
di vertigine: estremo lembo,
dove il fiore sprofonda.

Attraversare non è nulla.
Solo nel vuoto
il vuoto si colma

 

*

 

l’albero, che nessuna fonte
nutrì; nato da sé, fonte
lui stesso: l’albero neve.

Dai rami nudi, rivolti
verso il cielo; e le radici,
fin dentro la terra.

Per sollevarla

 

*

 

di nuovo, quando si scioglie,
flutto dopo flutto
risali la corrente,

è , non stride più-

l’inafferrata,
la dispiegata onda

 

Di chiarore in chiarore

 

questo volo, che io so.
Questa voce non più
terrena, che io disperdo,
che tu trattieni.

Che il mondo è mondo,
la terra è terra,
e noi destino.

Sempre un andare,
un respirare accanto.
Questo buio,che io so:
lui non sa dei nostri occhi

 

*

 

tendere là, dove s’irraggia,
dove a miriadi, a sciami:
sempre quell’iride, quel fondo,
in un solo punto radiante.

A miriadi, a sciami,
perpetuamente spettro:
ma dove luogo? Dove un unico,
e infinito, accadere?

Noi saliamo, saliamo.
Noi strappiamo palpebre
alla luce

 

*

 

discendi, sgorga,
che le tue stelle
affondino quaggiù.

Spezza i cardini, inclina
l’asse, erompi
come fossi un nimbo.

Tu non sai
quale spazio, quanto
inconoscibile sia.

Solo una scheggia,
una scintilla:
spegnerla ci basterà

 

*

 

non era che ascolto, ma cresceva.
Non più che un sigillo
di ghiaccio, ma sonoro,
reso lieve dall’abisso.

Perché fu parola,
eco che nascondemmo,
finché non tacque.

E ora che non ha più margine,
non ha misura, quella ora
si leva, fino a qui,
si fa respiro e direzione

 

 

__________________________
Flavio Ferraro è nato a Roma nel 1984.
Con le edizioni della Camera Verde ha pubblicato nel 2010 Sulla soglia oscura, la sua prima opera poetica.
Tra i testi di prossima pubblicazione, Rosenkreutz, con le fotografie di Francesca Vitale e Benedictus, con le opere dell’artista Alfredo Anzellini.
__________________________

 

 

11 pensieri su “Da un estremo margine”

  1. mi piacciono e apprezzo le Donne e gli Uomini ideativi che restano aperti a sottili contaminazioni tra linguaggi diversi nel loro fare come nel caso di questo giovane e dotato poeta, flavio ferraro, che mi sembra aperto a lasciarsi trasportare dalle suggestioni metalinguistiche.. il mio plauso..
    r.m.

  2. “A miriadi, a sciami,
    perpetuamente spettro:
    ma dove luogo? Dove un unico,
    e infinito, accadere?”

    è nel pensiero che accade
    è nella poesia che si esprime…

    cb

  3. Mi interessa molto questa scrittura per due motivi:
    1) per il suo essere essenziale e lirica.
    2) per l’utilizzo di un linguaggio che, come direbbe Agamben, è una lingua morta, astratta, che in certi casi mi ricorda anche le cose di Francesco Marotta. Questa astrazione e questo passaggio verso una nuova forma di “lirica pura” è tipica delle pubblicazioni della camera verde: pensiamo a Mesa, a De Francesco ed ecco qui a questi testi stessi. Chiaramente spero di essere inteso quando parlo di “lirica pura”: non ne parlo affatto in termini novecenteschi, ma come “lirismo di ritorno, ma non necessariamente storpiato, logorato, e parodico” – per intenderci non quello che era stato già di Satura di Montale e dei Diari.
    Quanto a quest’ultimo punto, mi sembrano anche interessanti i richiami ai due modelli lirici della nostra cultura letteraria europea: Montale (diciamo il secondo Montale – quello delle Occasioni) mi pare essere il punto di riferimento linguistico più presente di questi testi, mentre la sospensione e l’assolutizzazione della parola include un certo gusto Celaniano.
    Osservazioni sparse.
    Grazie a Francesco e a Flavio, con cui spero di mettermi in contatto.

    l.

  4. Caro Luciano,
    non credo che esista un modello, uno “stile” Camera Verde.
    Riguardo ai “modelli lirici” a cui alludi, non c’è in me alcuna volontà di inserirmi in un canone, o all’interno di una poetica precisa. Trovo del tutto fuorviante il richiamo a Montale, di cui peraltro ho letto solo gli Ossi di seppia; quanto a Celan,
    più che all’opera poetica dovresti riferirti a testi in prosa
    come il Meridiano e l’Allocuzione di Brema. Comunque, nessuno dei poeti che amo appartiene al Novecento.

    Grazie,Flavio

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