Fiorenza, nostra Matria unica e vera (II)

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Quaderni delle Officine (XXVI)

Quaderni delle Officine
XXVI. Aprile 2012

quaderno part_ b_n

Enzo Campi

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Ed erra di carne un grumo (2012)
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Ed erra di carne un grumo

Enzo Campi
Ivan Schiavone

Ed erra di carne un grumo
(Uno sguardo, per appunti inconclusi, su
Strutture di Ivan Schiavone)

Istruzioni per l’uso.

L’opera è divisa in due macro-sezioni: “Serie di mutilazioni sul corpo dell’uomo quantità” e “La Mariée”. La prima è divisa in 10 blocchi composti ognuno da tre testi (trittici) e la seconda è divisa in tre sezioni, Mise à nu, Par ses célibataires, Même, ognuna delle quali è composta di undici parti.
Per comodità d’esposizione ogni singola parte dei trittici verrà definita “pannello”.

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…Rauscht der Brunnen

…Rauscht der Brunnen

Ihr gebet-, ihr lästerungs-, ihr
gebetscharfen Messer
meines
Schweigens.

Ihr meine mit mir ver-
krüppelnden Worte, ihr
meine geraden.

Und du:
du, du, du
mein täglich wahr- und wahrer-
geschundenes Später
der Rosen-:

Wieviel, o wieviel
Welt. Wieviel
Wege.

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Canti dell’offesa

Fabio Franzin

Nel circuito ingessato e spesso autoreferenziale della poesia italiana capita a volte che i riconoscimenti vadano a chi davvero li merita: è il caso di Fabio Franzin, autore che negli ultimi anni ha saputo coniugare ad una produzione quantitativamente rilevante un livello qualitativo decisamente elevato. Al tempo stesso mi sembra di poter dire che il desiderio di schematizzazione (non per volere di Franzin stesso, sia ben chiaro) abbia a volte portato a classificare la sua opera in modo decisamente semplicistico: da “poeta del Nordest perduto” a “poeta della fabbrica”, fino a “poeta del precariato”. Trovo che, come spesso accade con le definizioni, anche queste siano riduttive, e non rendano giustizia allo spessore della poesia dell’autore mottense. Così in fondo mi viene da sorridere di fronte ai Canti dell’offesa, pubblicati da Il Vicolo di Cesena: si tratta di una manciata di testi in italiano – per numero più di una plaquette, meno di una raccolta vera e propria – in cui Franzin rivolge il proprio sguardo alla crisi, questa bestia che ci imprigiona tutti ma di cui non comprendiamo bene le ragioni. Continua a leggere Canti dell’offesa

Per Giuliano Mesa

Giuliano Mesa visto da D. Racca

Con Giuliano Mesa se ne è andato forse l’ultimo dei modernisti. E – intendiamoci – non si vuol dire “l’ultimo” secondo la vulgata di un’elegia della fine che vede dappertutto epigoni esausti o svagati postmodernisti: “l’ultimo” intende designare colui che, con radicalità, ha compiuto un estremo tentativo di rappresentare l’istanza modernista in modo adeguato ai tempi.

Al centro di ogni modernismo sta un progetto di ricerca della verità, verità ontologica in primo luogo. Secondo una movenza non certo maggioritaria in questi anni, Mesa non ha dissolto il concetto di verità in una semplice accoglienza nei confronti della venuta dell’altro, ma ha preteso che la poesia dicesse quel che il linguaggio ordinario non sembra più in grado di dire: non la verità dell’oggetto, ma la verità dell’evento: una verità etica. Nell’indistinzione ontologica dei fatti, la scrittura punta a risemantizzare con cura le tessere del linguaggio per restituirle a una nuova vita relazionale, etica.

(Paolo Zublena)

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Trenta scalini e noi due non ci siamo

Gorazd Kocijančič
Michele Obit

Scrive Gorazd Kocijančič presentando la sua raccolta di poesia ‘Trideset stopnic in naju ni’ (Trenta scalini e noi due non ci siamo) pubblicata a Lubiana nel 2005: “La morte è sempre di più l’unico mio interesse, come per tutti gli uomini che non si stancano di dimenticare l’evidente: perché si avvicina e – almeno in certa misura – prevarrà. La morte in tutte le sue maschere. «Naturali» e violente. Continua a leggere Trenta scalini e noi due non ci siamo

Un magico transitare: Michaux e Artaud (III)

Gilberto Isella

Artaud: la follia della carne e il vuoto

Avvistare i confini dell’Altrove con la consapevolezza di rimanere eternamente confinati sulla sua soglia, non potendo far altro che additarla, interrogarla all’infinito e tentare di dare un senso alle ombre-luci che essa proietta, è la condizione di ogni poeta moderno. «Urta, / Urta per sempre. / Nell’insidia della soglia. / Contro la porta, sigillata, / Contro la frase, vuota», scrive Yves Bonnefoy. La mitopoiesi – classicamente esemplificata dal virgiliano mito di Enea che viaggia nel regno dei morti incontrandovi l’ombra paterna – ha creato i modelli narrativi fondanti della cultura d’Occidente. Continua a leggere Un magico transitare: Michaux e Artaud (III)

Un magico transitare: Michaux e Artaud (II)

Gilberto Isella

Michaux: il rallentare

Né l’immobilità parmenidea, né lo scorrere eracliteo. La cosa poetica può essere altro. Vi si può annunciare quello stato di contrazione, di ri-tenuta del moto, che è il rallentamento. Una momentanea entropia, una sorta di ambigua passività necessaria alla rivelazione: allentando la sua vista, il poeta si prepara a rivelare ciò che lo sguardo rapido e “frontale” del soggetto comune non ha mai rivelato. Il rallentante, in circostanze del genere, non è né un io né il mensurabile kronos. Corrisponde a uno stato dell’essere o della verità in procinto di manifestarsi là dove solo gli è possibile, ossia in quel luogo che verrà chiamato “lontano interiore”.
     Per enunciarne lo svelamento occorre che qualcuno, il poeta, rinunci ad accedere agli enti attraverso maschere pronominali precostituite. L’“accelerante” sapere dell’io-persona-presenza cede al “rallentante” senza nome, all’anonimo “si” livellatore. Nuvola, velo che protegge dai rumori del mondo, questo “si” assurge a una sorta di sublime anonimia in Henri Michaux, e non va confuso con l’impersonale “si” che Heidegger riferiva all’Esserci quotidiano e inautentico. Continua a leggere Un magico transitare: Michaux e Artaud (II)

Un magico transitare: Michaux e Artaud (I)

Gilberto Isella

La carne, i libri

Leviamo l’ancora per un’esotica natura! Questo imperativo di Brise marine – che Mallarmé rielabora da Baudelaire e consegna ai posteri – sarà un faro per la poesia della nostra epoca. Una luce irradiante il cui colore dipenderà dal suo rifrangersi nelle diverse singolarità poetiche. Non c’è nessun esotismo corrivo in quell’esotica, nessun compiacimento romantico in quella natura su cui del resto la falce di Leopardi è passata da tempo. Natura è il naturando, il di là da venire che avviene: un impensato rifiorire degli elementi, lo stesso rinascere di uno sguardo sul mondo, alternativo a quello che vi ha gettato la ragione scientifica “positiva” e ordinatrice. Continua a leggere Un magico transitare: Michaux e Artaud (I)

L’emozione dell’aria

Lucetta Frisa

La nuova silloge di Lucetta Frisa è, evidentemente, un omaggio alla musica della modernità, dal Rinascimento, con Tomàs Luis De Victoria e Frescobaldi, fino alla musica contemporanea, col grande svizzero Olivier Messiaën e il fenomeno culturale che Strawinskij considerava la vera novità nel campo della musica contemporanea, ossia la musica afro-americana. “L’emozione dell’aria”, chiama l’autrice la musica, o, nella poesia Basso ostinato, “desiderio senza parole”, sottolineando così la parentela spirituale della sua poesia (che sarebbe, pertanto, il “desiderio con le parole”) con la vocazione innata all’universalità e alla totalità (di adesione ad essa) e pertanto si deve intendere, per “desiderio”, quel sentimento di espansione capace di sopperire ai limiti e alla pesantezza della materia, del corpo, per realizzare in sé una pienezza già oltre-esistenziale. Continua a leggere L’emozione dell’aria

Fiorenza, nostra Matria unica e vera


“Si aboliscono le parole patria, cultura e popolo in tutte le loro declinazioni, pena l’esilio, e si fonda lo Stato Nòvo, la Matria, sul riso tragico, sul pensiero lancinante, sul bene contenuto nel bello, sul libero abbraccio fra di loro delle singole persone”.

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Carne della mia carne

Alessandra Pigliaru

“Io sono Ofelia. Quella che il fiume non ha voluto. La donna con la corda al collo La donna con le vene tagliate La donna con l’overdose SULLE LABBRA NEVE La donna con la testa nel forno a gas. Ieri ho smesso di uccidermi. Sono sola con i miei seni le mie cosce il mio grembo. Faccio a pezzi gli strumenti della mia prigionia la sedia il letto il tavolo. Distruggo il campo di battaglia che era la mia dimora. Strappo le porte perché possa entrare il vento e il grido del mondo. Mando in frantumi la finestra. Con le mani insanguinate strappo le fotografie degli uomini che ho amato e che mi hanno usata a letto a tavola sulla sedia per terra. Do fuoco al mio carcere. Getto i vestiti nel fuoco. Mi strappo l’orologio dal petto che era il mio cuore. Esco in strada, vestita del mio sangue.”

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Stella d’Italia

Stella d’Italia
(5 maggio – 5 luglio 2012)

L’Italia è tramortita. L’Italia ha bisogno di risorgere. Ha bisogno di tirare fuori dalla sua testa, dalla sua pancia e dal suo cuore le energie che pure conserva dentro di sé e che -come è successo altre volte in passato- possono farla risorgere.
C’è bisogno di gesti, individuali e collettivi, che diano una spinta verso questa rigenerazione. C’è bisogno di unire sentimento e visione. C’è bisogno di mettere al mondo e rendere visibile questa urgente necessità e questo desiderio diffuso attraverso gesti significativi e prefiguranti da compiere insieme. C’è bisogno di un incontro non solo mentale e ideale ma anche fisico, che renda visibile e che faccia vivere l’immagine e la possibilità di un’unione dinamica riconquistata, dopo anni di intossicazione, di avvilimento e di mancanza di prospettive, di lacerazioni e di divisioni, fino a portarci nel vicolo cieco in cui ci troviamo e da cui è questione di vita o di morte uscire per poter finalmente imboccare altre strade. (Antonio Moresco)

Il progetto
Stella d’Italia (il blog)
Altri riferimenti

Beato San Gennaro…

Antonio Scavone

Lettera impossibile al santo patrono di Napoli

     Beato San Gennaro                      († 305)

     mi rendo conto che scriverVi questa lettera potrebbe essere inteso come un gesto inopportuno o sacrilego: non si scrive a un santo patrono come si farebbe al vescovo della diocesi o al vicario di Cristo a Roma. Pur nelle loro funzioni sacrali, un cardinale o un pontefice sembrano più vicini e “umani” perché contemporanei, ieratici finché si vuole ma terreni. Continua a leggere Beato San Gennaro…