Penombra della lingua

Nanni Cagnone

Difficili inspiegate,
son imprese
piú grandi di noi
le vite altrui, acqua
se va da quella parte
e non verso le
luminose piantagioni,
né prepara il fango—
taciuta invece,
e in suo tacere sola.

Se fosse acqua, e non
quest’aggrumata argilla
d’istanti ora slegati,
senza comunione.

[Ringrazio Giovanni Andrea Semerano e Nanni Cagnone per aver gentilmente concesso di pubblicare alcuni testi tratti da “Penombra della lingua“, appena uscito per i tipi de La Camera Verde. (fm)]

 

 

 

Nanni Cagnone, Penombra della lingua
Roma, La Camera Verde
Collana Metra, 2012

 

 

I

Nel mostrar della notte
c’è tutto—disàmare
che via dagli aceri,
a far proseliti
nei viali di Conturbia
di Velen, e quanti al colmo
si convertono al morire,
affinché sfiorita
da muschio-congedo
l’ultima pietra
e solennemente inutile
tra uomo e uomo
ogni similitudine.

Affinché—
quasi ci fosse tempo
d’inoltrarsi ne l’oscuro.

 

II

Oscuro, precipitosa terra—
dite pure ch’è un culmine,
ditelo custode e sovrano
il piú carezzevole adesso,
se incompiuto morire
ancora una volta,
facendo ritorno
per i l sollievo del pianto
il tumulto d’una speranza
l’antico nascondiglio
avanti ad azzardata primavera,
poi il noto e trascurato nulla.

 

III

Nulla—non il serio
addolorato esito
di nostre negazioni:
cose da nulla,
offuscate dietro il vento
o smarrite nei solchi
della mano, poi
una pettegola abitudine
le finge nel recinto
del rimpianto.

Trovarsi piú in alto
del dovuto, riguardando
come sbiaditi e scarsi
tutti quanti, loro
originaria stanchezza
loro sforzi—
è cosí che per tempo
si fa tramonto.

 

IV

Tramonto
perduto raccolto—ma
non farne una metafora
ove i rami le tane
scoiattoli e scriccioli,
o l’inizio d’un proverbio
l’annuncio che ora tardi
il cedimento d’acqua
dei propositi.

Né solitario né stanco
il concreto tramonto—
son ornamenti per noi
il nome piccolo del tempo,
il doppio fondo della fine.

 

V

Fine. Parola breve
piú di sé stessa,
pensato brivido,
ma si diletta nel dirsi
si dà un contegno
come chiunque
ultimamente precipiti.

Senza contare i passi,
si cerchino germogli
si vada dove rovi
contendono con rovi,
si vada nel chiunque—
sí, nel mormorante
tiepido qualunque.

 

***

13 pensieri su “Penombra della lingua”

  1. La poesia che apre la collana è veramente…luminosa!
    sarà per quelle luminose piantagioni
    o per l’aggrumata argilla
    d’istanti ora slegati
    che tra le dita si lega in comunione con l’acqua,
    quella interiore con quella del corso dei fiumi.

    La III è una perla.

    Una penombra di lingua in cui *adagiarsi*…

  2. Me ne avevano parlato in molti di quel confine di tutte le cose lungo la cui circonferenza le parole non potevano più raccontare nulla. Nemmeno indicare questa impossibilità. Niente dito alla luna, insomma, niente di niente.
    Appena sveglio mi sollazzai a lungo con questa storiella, da ripetersi come un mantra ogni qualvolta si desideri far colpo su incauti lettori.

  3. Oggi per la prima volta leggo le poesie di Nanni Cagnone, che ho conosciuto tramite uno scritto di Umberto Galimberti.
    Mi procurerò i testi, sono profondamente sensibile all’argomento. Grazie anche al curatore del blog

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