Cronicario della Provincia Eterna (I)

“En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país
pero había ganado un sueño.”

(Roberto Bolaño)

Dinamo Seligneri

 

Dai dati raccolti sulla vita, gli usi i costumi e le passioni di Messer Gruccio italiano (o come vi pare a voi)

    

Il signor Gruccio era ossessionato, così diceva, di morire prima di aver proferito tutte le parole della lingua italiana (o spagnola, o inglesa, o tedesca coeva) perché era nato in Italia (o come piace).
     Dapprima volle fare l’esperimento di impararle per averne sempre sulla punta della lingua, come una zolletta di zucchero. Poi decise di ascoltare tutti i cantanti della sua lingua, perché se uno ascolta le parole portate dall’aria se le ricorda di più (glielo aveva insegnato il suo aiutante che faceva di cognome Cane, e lavorava part time per un investigatore privato un po’ speciale uscito da Distretto di Polizia).
     La cosa si protrasse, lentamente, incoerentemente, ma costantemente, per una prateria di anni identici come fili d’erba l’un all’altro.

    

Studiò, arrivato al pensionamento, alcuni sistemi geometrici, e tutto il vocabolario, poi, distrutto il vocabolario, spaccato, sventrato dall’uso, lesse Dante Petrarca e Boccaccio, e in ultimo Ariosto, ma c’era sempre qualche vocabolo che non trovava pace e lo tormentava. Lo scorticava come una cambiale, una estorsione.
     Ma non si mise in comunella coi puristi, lancia in resta, contro i neologismi, le neoformazioni.

    

Arrivò la Polizia. Scese un pulotto:
     “Cosa va commettendo, la gente mormora che lei mormora”
     “Magari rumino, comunque faccio il pieno per l’aldilà, sono per la finitezza”
     “Lei è finito di testa. La finitezza ci piace a noi della Polizia”
     “Hm”
     Se ne andò via colla macchina, la Polizia.

    

Ma mica Gruccio era scemo da credere che veramente alla Polizia andava bene il suo modo di (ES)porre, che era una cosa freudiana – per non dire che trattandosi di linguaggio c’entrava pure Lacan… ma lasciando da parte il Cane che è scomparso dalla storia per il momento, Gruccio non era mai lasciato in pace dalle lance della Polizia che gli facevano le pernacchie e delle volte lo pestavano come fanno tra di loro i giornalisti sopra i giornali, ma quelli fanno finta, mentre i pulotti colle mani e i manganelli. Non contenti, sti tipacci, di farlo uscire dalle loro mani e dai loro manganelli accartocciato e pustoloso di sigarette, pieno di ecchimosi, tumefazioni e vuoto di denti, alla fine i poliziotti, visto che lui leggeva e ripeteva vocaboli a casa e loro non erano capaci di farlo schiattare perché era resistente come la gomma, per esasperarlo e disturbarlo presero a clacsonare tutti i giorni per ore sotto il balcone dell’alloggio di Gruccio. Anche di notte, tanto viveva in campagna e non c’era pericolo schiamazzo.
     La moglie di Gruccio andò a Vieste dalla sorella; poi, a lungo andare, fece il divorzio.
     Quello, Gruccio, coi turaccioli impilati e strizzati al timpano risolveva il cazzo. E ogni parola che gli usciva dalle corde, anche ripetuta tutta in mente a pappardella, alla fine alla fine gli cadeva a piombo in terra prima di trovare la pronuncia, cioè la provincia sua, e sparire per sempre. E quelli a fare clacson sottosotto e sottosopra avevano mandato il cervello di Gruccio e quello loro pure.

    

Un giorno che lui leggeva per pronunciare ed un po’ s’era fatto il callo, erano passati anni, (ed era ormai de cano) si affacciò alla finestra che i due sempre clacsonavano (facevano i turni, ma dopo anni erano diventati tutti sordi quelli della Pula), prese un fucilaccio a canne doppie, caricò lo sputafuoco gridando “bastardiiiiii!!!”, si sentirono due colpi di sparo secchi, puliti, come passati su uno strofinaccio, due colpi menati per aria da un cowboy di destra che impenna sul cavallo, e i due poliziotti morirono colla testa pesantemente sbattuta sul manubrio, spappolata, che continuò a mandare casciara di clacsone. Gruccio scese e dicendo “guarda tu la madonna!” e prese le due teste grosse e sporche, grondanti una minestra di sangue e cervello e le scostò indietro come tendine di finestra e tornò sopra a compitare che ormai era diventata una preghiera della sera.
     Ste parole che per anni erano state seppellite dalle onde di un clacson della Polizia dispettosa e corrotta fino al clacson.

    

Gruccio in quel momento pensò, così ci disse quando lo intervistammo in carcere dove cantava solo Hurricane e non voleva più parlare nessun linguaggio tranne rare volte il codice Morse, Gruccio pensò in quel momento che che che lui aveva capito che il rumore fa una paura boia alle parole, anche se sono musica, o canto, o poesia, e che non puoi abituarti a tutto, che a una sola cosa ci si abitua la morte, dopo morti.
     E mentre diceva così, in codice morse eh, il secondino annuendo pieno di soddisfazione disse “un filosofo!” e si mise a correre per la gioia nella stanza “ci abbiamo un filosofo ci abbiamo un filosofo!”…

    

Del suo progetto di farsi colonizzare dalle parole per colonizzare il mondo pare che abbia mollato; tanto, diceva, il mondo è una colonia delle parole. Dispiace ma… tant’è.
     Intanto il suo aiutante Cane è stato male alla gamba e gliela hanno staccata. Ogni tanto va a trovare saltellando Gruccio, sembra uno spaventapasseri che ha imparato a volare secondo lunghi saltelli, quello che gli dice più spesso è “non farti accigliare, amico mio Cane”. Ed anche Gruccio è sicuro che una via di uscita c’è, dal carcere, e da altro di più ancora, quando la troverà ci chiamerà e finiremo la prima intervista del nostro tour per il centro-sud alla ricerca dell’influsso borbonico nelle malattie verbal-mentali della quarta generazione di italiani fatti (o sfatti), lo studio a cura dello sfaccendato dinamo seligneri autore di questa fedele cronaca e del suo fido borbonico conte de caucciù la cui fortuna finanziaria (sperperata or son anni con puttane e su tavoli pesanti) fu accumulata grazie alla scoperta nei tropici bassi di un giacimento di caucciù vergine e convertibile in ruote michelin…

     (credo continui, così dicono quelli bravi.)

 

 

Mio zio scopre la fame che mordeva alla pancia
i grandi narratori russi

    

Mio zio ripeteva che gli avevano messo una multa perché al primo giorno di entrata in vigore della legge sull’obbligo di cascare col casco, di casca(r)morto, lui non aveva il casco, un modello a scodella, sulla testa. Bello scemo, oggi le fanno le multe! diceva mia zia, se c’è un giorno che ti mettono la multa è oggi! Imbecille! quando vuoi che le fanno dopo oggi? oggi era il tosto!
     Ma mio zio, vecchio comunista di ferro, non protestava tanto per la multa sbattutagli sulla faccia come una torta di panna, protestava che la vigilessa, più piccola d’anagrafia, gli stesse facendo la paternale dall’alto della sua autorità polizioide. “Non si deve permettere! E glielo ho detto: Non si deve permettere di (de)tonare così: io potrei essere…” evvia evvia.
     Mio zio allora decise che era ora di ritirarsi, come da tempo sognava, in un avello di biblioteca, a leggere qualcosa che lo potesse mettere nelle condizioni di pettinare un libro suo prima o poi. Aveva interrotto una brillante carriera di lettore per darsi alla manodopera di cantiere. Oggi, sotto mutua per un braccio consumato dall’ostioporosi e minato d’artrite, sprofondò nell’avello d’una bibliotecuccia del suo piccolo paese.
     La moglie miagolava in continuazione sulla disparità nord-sud (noi sud).
     Lo zio, nelle patrie teche, imparò cos’era un tropo e decise che era ora finalmente di mettersi a tropare davvero.
     La trasformazione di mio zio fu alquanto repentina, e sorprendente, da quel momento cominciò a dire quello che gli dicevo qualche mese prima io, che la realtà non esiste perché ce ne sono troppe che circolano e meglio che uno se ne fabbrica una sua, come i matti, bella o brutta, no che se la fabbricare dai dirigenti della mediaset. Insomma, era finito il tempo in cui io dicevo: “La realtà, zio, non esiste! un conto sono le cose che succedono, un conto le parole che le raccontano” e lui rispondeva: “e mò… la realtà non esiste… allora lu pollo che mi so’ sbafato a pranzo è aria… il pollo che mi so’ magnato a pranzo è ARIA… è ARIA…”….
     Ora eravamo, in sostanza, d’accordo. E lui era pure più contento che non doveva per forza dire tutta la verità che gli era cascata sopra e che s’era dovuto sciroppare a tutti i costi. “Menzogna”. Menzogna.

    

Siccome un periodo di tempo esteso di tanti tanti anni fa, io mi ero ritirato non-mi-ricordo-manco-più-addove perché si sa che si passano dei periodazzi dove uno si barrica con quella malattia lì addosso, nei miei famiglieschi si sparpagliò la voce che io stessi meditando, se non proprio mettendo a opera fatta, un libro intelligente. Quando uscii dallo spiaggiamento, avvertii che le cose andavano così perché mia madre disse “sotto chissà che pensano… sapessero che fai solo sporcizia per la casa…” però mi sentivo lustro di occhi indiscreti, e quando ne incrociavo qualcuno, di occhio, anche al sottecchio, alzavo le spalline, come per dire “eh mbè… modestamente… Dinamo”… o vibrazioni a questa maniera.

    

Poi la cosa passò, io tornai a fare l’umile in una mensa e tutti i conti tornarono in cassa.
     Mio zio, però, ora gli tornava quella rotella a girare che io sapessi il fatto suo, e gli girò una mattina che mi chiese consiglio, sulla titolazione solo. Solo sulla titolazione. Mi disse: “Il titolo ha da esse forte o piano?”. “zì… pianoforte”.  “Grazie”. Ma sobrio, gli dissi, non metterci la cambiale sopra, né una sevizieria, niente cose di sangue… na cosa semplice ma efficace, come una pillolina, una suppostina ner bucino che entra piano piano piano… liscia come l’olio… finché, forte, in su!

    

Mio zio disse che lo avrebbe chiamato, il fardello delle sue fatiche, La multa, in onore a una sua cosa che gli era successa un giorno di contravvenzioni (il primo!) per guida di scooter senza casco.

    

Per far capire alla famiglia sana (ovvero intera, non in salute) che aveva delle velleità letterarie o nell’artigianato in genere, decise di affittarsi una stanza ammobigliata, sprovvista di frigorifero e moglie, in un residence in Inghilterra, sul mare oceano, davanti al mare oceano, ma dalla parte che punta secca verso l’America.
     Da lì, non più sotto mutua, ma direttamente dimissionario con un braccio penzoloni, iniziò a pettinare la sua bambolina di carta finché oh oh forse uscì una cosa presentabile. Delle volte mi chiamava e mi diceva “tutti dicono che uno può scrivere anche al gabinetto, ed è vero, o all’ufficio anagrafe, ed è vero, però io dovevo venire qua a pettinare, sennò mi escono tutti i capelli stortignaccoli” io gli dicevo che aveva ragionissima, che la gente era troppo sempliciotta e paesana, che doveva capire, ognuno scrive dove gli viene, come quando si fanno all’amore o si deve pisciare.

    

Penso che mio zio stia ormai in fase avanzata colla stesura, un odore di fumo di pipa pervade le nostre telefonate super-inter-urbane, dovrebbe aver esaurito almeno tre pacchi di carta risma semplice (con tanto di schizzi e disegnini sul manoscritto, come si usa da sempre), e si avvia a una fase “intermedia”, dice, della sua cornucopica stilizzazione della realtà sua.
     Da ragazzo, si lamenta la moglie, scriveva poesie come Nazim Hikmet, meno turche però, più terra terra, ma almeno lei lo capiva e se ne innamorava. Oggi scrive di tropi, focalizzazioni interne e rivelazioni diegetiche e, secondo mia zia, non lo capisce più nessuno. Solo quelli come lui lo capisciano, quelli come è diventato lui.
     Ma secondo me, non è vero… ché l’episodio di lui alla stazione di Amburgo che perde l’orologio della cresima e ne sviene e gli rubano pure quello della comunione fa schiattare dalle risate…

    

Ps: ovviamente mio zio cerca editori di buona visibilità, (ma li cerca da anni e anni ormai, da quando è tornato dall’Inghilterra dove è emigrato per scrivere romanzi), prego chi di dovere di contattarmi nel caso, previo consenso dell’interessato, al solito indirizzo di posta elettronica. Grazie. Mio zio, preciso, non produce tesi e testi beckettiani. Solo farina del suo sacco.

***

 

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