Blanc de ta nuque

Stefano Guglielmin

A poco più di due anni di distanza da Senza riparo. Canone e finitezza (Milano, La Vita Felice, 2009), un’opera complessa e affascinante nella quale l’autore ha cercato con coerenza di disegno ed esiti convincenti di far interagire, in un dialogo intenso e serrato caratterizzato in primo luogo dalla sistematicità e dal rigore della lettura e dell’analisi, le istanze teoriche che muovono la sua ricerca critica, ormai più che decennale, e un certo numero di scritture esemplari dell’odierno panorama poetico italiano, Stefano Guglielmin pubblica ora, con Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (Bologna-Milano, Le Voci della Luna-Dot.com Press, 2011) l’intero repertorio di note, riflessioni, saggi, interventi elaborati, prodotti e resi disponibili in rete sull’omonimo blog in cinque anni di attività militante.

Si tratta di un’opera che viene a configurarsi come una tappa estremamente significativa di un auspicabile e più esaustivo percorso di mappatura dell’esistente di cui sempre più si avverte la necessità: un’opera realizzata in piena libertà di intenzioni e di sguardo, sorretta da un solidissimo retroterra di dottrina e cultura specifica e animata da istanze etico-politiche ben radicate e ampiamente dichiarate e praticate, senza pregiudiziali vincoli di alcuna natura, senza preclusioni di generi, di poetiche, di tematiche, senza nessun ossequio, manifesto o dissimulato, a presunte priorità canoniche prestabilite o ritenute invalicabili, fuori quindi da ogni influenza riconducibile a logiche editoriali o di schieramento coatto.

Se una delle ragioni dell’esistenza di un blog come “Blanc de ta nuque” è quella di esperire la possibilità di uno spazio dove “si metta in gioco il nostro essere-in-comune“, la disponibilità dialogica e l’apertura interrogante, attraverso le quali la lettura stessa diventa ascolto e condivisione, rappresentano gli argini sicuri entro i quali scorre il fiume delle tante pagine poetiche lette, analizzate, annotate e criticamente restituite, tanto agli autori che ai fruitori: nel rispetto del sentire, delle ragioni e della libertà creativa degli uni; con fiducia consapevole nella capacità degli altri, attraverso il rapporto personale con i testi, di aggiungere nuovi suoni alla voce risonante delle acque in cui ci si sta bagnando.

Riporto, di seguito, parte di un testo critico incentrato sulla figura e l’opera di Cristina Annino, un’autrice straordinaria il cui percorso di scrittura Stefano Guglielmin ha contribuito non poco, con svariati interventi in rete e su carta, ad illustrare e a far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni – strappandola alla marginalizzazione a cui sono destinati i non allineati e i non riconosciuti, a quell’oblio nel quale solo la malafede, la cecità intellettuale, l’incoerenza etica e gli interessi di bottega che caratterizzano la più parte del panorama critico ed editoriale odierno possono pensare di confinare un poeta di tale levatura.

(fm)

***

(Questo testo è parte della prefazione di Stefano Guglielmin al volume di Cristina Annino “Magnificat. Poesie 1969-2009“, Novi Ligure, puntoacapo editrice, 2009.)

     […] Non me lo dire, non posso crederci uscì nel dicembre 1969, quale frutto maturo di un intreccio di eventi e amicizie che ebbero il loro doppio fulcro in Firenze e in Eugenio Miccini, primo mentore di Cristina Fratini (suo ortonimo), che la convinse a partecipare ai lavori del Gruppo ’70, malgrado ella non ne condividesse gli aspetti programmatici. Se Miccini, Ori e Pignotti dialogavano infatti con il linguaggio mass-mediale, elaborando una teoria critica intorno ai codici verbali e visivi che fosse conflittuale con la società tardo capitalistica, sfruttandone tuttavia le risorse semantiche ed iconiche, la Annino ha sempre attinto al proprio talento naturale, nelle pieghe di un vissuto portato alla luce con la vanga o la piuma, strappato alle viscere o inciso sulla pelle, con l’occhio disincantato e la mano ferma, indifferente al dibattito letterario, alle pratiche della militanza e ai compromessi con il potere editoriale.
[…] Miccini non si limitò a pubblicarle il primo libro (26 poesie dove già sono presenti l’identità maschile dell’io lirico, l’elencazione che interseca il privato con il pubblico, il gusto per il ritratto, l’improvviso scarto ironico, l’assertività, l’interlocuzione, l’enfasi lessicale); negli anni Ottanta, egli la coinvolse in tournée europee assieme ad altri protagonisti della poesia visiva, fra i quali Sarenco; ebbe così modo di conoscere Jan François Bory, Alain Arias-Misson, Joseph Beuys, il linguista Josè Prieto e Julien Blaine (a questi ultimi due dedicherà più di una poesia in Madrid).
[…] A convincere Miccini fu, a suo dire, il fatto che l’Annino non insisteva su «un’eroica, quanto patetica apologia di se stessa», bensì calcava le tracce di una poesia «impersonale», rivolta all’esterno non per le urgenze di un improbabile realismo, quanto per evidenziare l’impossibilità stessa della lirica in una civiltà menzogniera e onnivora. Progetto, tuttavia, che mi pare estraneo all’autrice, la quale ha sempre anteposto le spinte anarchiche della vita agli altarini dell’arte e della politica. Non a caso Madrid, il suo libro più felicemente ingovernabile, nacque da una serie di soggiorni in Spagna, bruciati alla ricerca dell’emozione totalizzante e dell’altrove, tra il 1980 e il 1987, ossia tra la fine del primo matrimonio e, quasi, l’inizio del secondo. La Spagna, tuttavia, e la lingua iberica l’avevano invasa da tempo: laureata sul poeta peruviano Cesare Vallejo, andò in Spagna per la prima volta nel 1969, studiando a Madrid, leggendo alla ‘Cattedra poetica’ presso le Università di Salamanca e di Siviglia. Dopo l’uscita de L’udito cronico, conseguenza dell’interessamento – mai venuto meno – di Walter Siti e di Franco Fortini, Einaudi le chiese di trovare in loco poeti da tradurre, ma alla fine, sempre per la sciupata grazia con cui Cristina vive il suo tempo e, a suo dire, per la «follia» degli spagnoli, non se ne fece nulla. Dopo quasi quindici anni di silenzio, un gallerista di Faenza, su sollecitazione di Miccini, le pubblicò un ristretto numero di copie patinate di Gemello carnivoro; la ristampa, l’unica ancora in circolazione, la fece l’autrice a proprie spese. Gli amici stretti si fecero subito avanti: ecco Elio Pagliarani, Alberto Cappi e ovviamente Miccini, che nella postfazione tenta ancora amorevolmente di piegare la poesia metamorfica dell’Annino ad esigenze tecnologiche proprie al Gruppo ’70, riconoscendole tuttavia un estro difficilmente imbrigliabile, da alchimista che agisce con le forze arcane per ricavarne un’originale «idea del mondo».
[…] L’opera s’intreccia sempre con la biografia, anche se l’autrice vorrebbe nota soltanto la prima, come ci ricorda in Curriculum, poesia incipitaria di Gemello carnivoro. E allora anche in questa mia prefazione, che pur mira a delineare la figura storica di Cristina Annino, rinviando alle schede critiche l’approfondimento della poetica, sono necessarie due parole su che cosa ella abbia costruito in questi quarant’anni di lavoro. A partire da Non me lo dire, non posso crederci, in cui l’io maschile ancora si confonde con il noi di radice sessantottina e con la messa in scena di emarginati di stampo beckettiano. Lo sguardo è calviniano, quando questi era affascinato dall’école du regarde, che tanto piaceva anche a Miccini; lo stile invece e tutto anniniano, come detto, anche se non del tutto maturo: ancora acerba la magmatica progressione semantica, che devia il senso prima che esso cristallizzi, così come non sono ancora centrali, seppur presenti, la figura della madre, dell’acqua, della casa, del mondo minerale e botanico.
Libro d’occasione, Ritratto di un amico paziente riprende molte poesie del precedente e ne aggiunge di più antiche, a confermare il talento precoce dell’autrice e la sua propensione a scrivere seguendo il ritmo del corpo, del proprio e di quello dei personaggi raccontati, anche qui figure del sottosuolo, tenute sulla pagina con una sintassi tutta slogata e con dei tratti visionari e coloristici che la avvicinano a Van Gogh. E’ in questo libro che l’esistenza appare nella concatenazione metonimica respiro, polmoni, torace, ossigeno, vento, a delineare una biologia in cui interno ed esterno sono della medesima sostanza, ma separati dalla parola e dalla casa-rifugio, dalla quale spiare il brulichio mortale del mondo.
Il libro nuovo è Il cane dei miracoli, dove si assiste alla metamorfosi dell’uomo-cane in uomo-pianta carnivora e all’invenzione di «VU», donna terribile attraversata dallo sfacelo, ma anche fascinosa allegoria del male, creatura che versa i propri umori pestiferi sui terrestri, ma custodisce una genealogia celeste, decaduta, forse, per il sopravvenire dell’Olimpo. La conoscenza, qui con maggiore chiarezza, nasce dall’olfatto e cristallizza nello stomaco, perni anche de L’Udito cronico, cui si aggiunge, rispetto al libro precedente, il sedersi «al bordo dell’orecchio / universale», lo stare sul balcone del mondo a metabolizzare la pressione esterna, la tensione interna, le cose mai piatte, mai buie, che le si muovono intorno. Si tratta di una condizione d’instabilità che prelude al grande salto nella vita loca ispanica raccontata in Madrid, dove lo stile anniniano si eleva alla massima potenza, abbracciando surrealismo, dada, sconnessioni sintattiche ed inserti drammatici, a mimare lo spaesamento interiore, inutilmente compensato con l’invettiva, con la descrizione rapida di interni (case, camere, bar) o recuperando parole amiche dai precedenti libri (stomaco, vegetale, pioggia, orecchio, piedi, cane). In questo libro, l’autrice ci offre di sé l’immagine labirintica di una coscienza infelice, priva di memoria personale, tradizione, fiducia nella ricomposizione, eppure agguerrita, che cerca di trattenere il mondo nella testa, riordinandolo secondo una logica tutta interiore, per attutirne la minaccia, ora che la madre è lontana. Madre che ritorna prepotentemente nel Gemello carnivoro, in cui l’Annino rivela il proprio rapporto simbiotico, primitivo, con essa, all’interno di un orizzonte acquoreo, amniotico, che percorre tutto il libro e che ha il perturbante nella figura coniugale, in quel «Bogart», che trasforma la casa in campo di battaglia, in foresta pericolosa, asciutta, eppure seducente.
La corrispondenza con il libro successivo è all’insegna del rapporto con la madre, con la casa e con il regno animale, da sempre considerato luogo dell’autenticità. Se in Gemello carnivoro, tuttavia, madre e figlia sono gemelle all’interno di un grembo pervaso dal conflitto, in Casa d’aquila tutto si acquieta, virando nella pietas di una figlia che accudisce la madre malata, dopo aver riconquistato la casa, quello spazio dove rifondare il centro, in cui consumare mestizia e dolore, solitudine e speranza.
Il ciclo della madre si conclude con Magnificat, ossia con l’omaggio definitivo a chi è stata la fonte e la destinataria privilegiata dell’Opera. E’ un commiato che ne ribadisce l’autorevolezza, l’unicità e la forza. Eppure la sezione non si spegne in un lamento funebre, bensì rilancia nuovamente l’azzardo vitale, come se il senso dell’esistenza consistesse nel coltivare l’energia per condensarla – ora e sempre – nell’atto poetico, la cui possibilità si gioca ora in una luce nietzscheana, conseguente all’avere volontariamente «inghiottito la / morte». Queste ultime poesie (tutta l’Opera, invero) chiamano dunque la vita all’appello, tagliando a fette il reale e l’immaginario stereotipati, togliendo loro assolutezza, per gettarli appunto nel caos fecondo della lingua, che spezza le reni al senso compiuto e apre mondi sempre differenti, spesso tra il surreal-patologico e l’onirico-infernale, proprio grazie ad «un io esteso / di qua e di là dalla / grammatica», un io che succhia la linfa delle cose, conoscendo la propria volontà fagocitante, per risputarle in inconfondibile canto.

(pag. 71-73)

***

15 pensieri riguardo “Blanc de ta nuque”

  1. Cristina non è il tipo che aspetta sotto casa alle cinque di mattina il critico famoso che porta a spasso il came . Cristina non si arruola a Comunione e Liberazione per arrivare a Mondadori . E’ una bestia rara , come il suo talento che qui Guglielmin mi sembra abbia indagato e “letto” per noi con le parole che si merita .
    Credo che non gli verrà mai a mancare la solidarietà e la stima di quanti avvicinano o praticano la poesia come occasione di crescita e di arricchimento , di confronto e di resa con se stessi e Dintorni .

  2. Trovo questo post “necessario”. Nel significato che attribuisco al termine ‘necessario’ affianco al valore informativo quello di metodo. Informare per ampliare l’orizzonte, informare su possibilità di ampliare l’orizzonte e, come Francesco Marotta mette in rilievo in via preliminare, su un “percorso di mappatura dell’esistente”, nel quale “si mette in gioco il nostro essere-in-comune”.
    Necessario per me, che mi interrogo da qualche tempo con le parole di Volker Braun che concludono la sua poesia “La proprietà”:

    Wann sage ich wieder mein und meine: alle
    Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti.

    Necessario per chi desidera praticare la dimensione dell’ascolto e dello sguardo critico sulle catalogazioni di maniera. A questo proposito trovo illuminante questo contributo di Stefano Guglielmin su Cristina Annino, proprio su “Blanc de ta nuque”:
    http://golfedombre.blogspot.it/2010/09/cristina-annino-piccolo-borghese-ed.html

    Grazie

  3. Sì, un post necessario.

    Complimenti a Stefano, Cristina, Francesco.

    Il libro di Blanc ospita anche un illuminante scorcio critico di Stefano a un poeta che proprio nella Dimora ha trovato i primi adeguati commenti: Lorenzo Pittaluga.

    m

  4. È poco meno di un anno che frequento la rete “poetica” e alcuni luoghi mi sono apparsi da subito basilari per proposte e analisi mai superficiali…luoghi dove ogni mattina o quasi andare a vedere qualche nuovo articolo che ti permette di conoscere e, per quanto mi riguarda, recuperare e colmare alcune lacune appunto sull’importanza di taluni poeti…uno di questi luoghi è il blog di stefano Guglielmin…questo libro mi ero già ripromesso di procuramelo…cosa che non ho ancora fatto e che penso sia necessario fare.

    Un saluto

    mm

  5. ringrazio Francesco e gli altri interlocutori per i commenti lusinghieri.
    Il libro evidenzia un lavoro che non sarebbe stato possibile fare senza il sostegno e la partecipazione dei molti lettori che frequentano Blanc de ta nuque. Un ringraziamento va anche a Fabrizio Bianchi, direttore editoriale de Le Voci della Luna, che ci ha creduto sin dall’inizio, e a Sergio Rotino, che lo ha curato come se fosse un libro suo, discutendo con me per ore sul valore di un corsivo o di una virgola.
    Per chi fosse a Bologna, il 14 aprile, lo presentiamo alla libreria “Modo” via Mascarella 24, alle ore 19,00.

    buona pasqua a tutti!

  6. Il libro di Guglielmin copre un vuoto storiografico sulla poesia nel web letterario italiano 2.0, complementando il volume/antologia (edito dallo stesso Fabrizio Bianchi e chiamato Leggere Variazioni di Rotta, 2008) di LiberInVersi di Massimo Orgiazzi e quello rimasto in forma di e-book, tratto da La Costruzione del Verso e altre cose di Gianfranco Fabbri, chiamato Bacheche 2006 e disponibile gratuitamente per il download su nabanassar.wordpress.com.

    Aggiungo che sarebbe eccezionale allo svolgersi del discorso -che comunque va avanti in lidi piu’ legati al mercatale e quindi piu’ astuti nel raggiungere l’ascolto- averne uno simile da questa Dimora, comunitario.e svincolato dal martello speculatorio che deforma la parola e l’umano e per questo anti-canonico.

  7. Seguo Stefano da un pò di tempo ed in particolare Blanc e non posso che associarmi ai complimenti per la dedizione ed il lavoro svolto. Complimenti che mi sento di allargare anche a Francesco,
    con la sua Dimora, per gli stessi motivi.
    Un grazie e un augurio di una Pasqua serena.
    vincenzo celli

  8. Il lavoro di mappatura e critica che Stefano porta avanti attraverso il suo sito credo che sia letteralmente straordinario; e non uso questo aggettivo a caso o per piaggeria (Stefano ha postato anche interventi duri, quando lo riteneva necessario), ma perchè la profondità ed il coraggio delle sue scelte e delle sue letture sono davvero degni di nota. Io per primo, ma credo tutti gli siamo debitori, ed in effetti anche il libro colma in cartaceo quel vuoto che la critica “ufficiale” si ostina a non ammettere.

    Francesco t.

  9. Grazie a tutti per gli interventi.

    Il libro è importante anche perché aggiunge un ulteriore prezioso tassello alla definizione della personalità del Guglielmin critico – già ampiamente marcata a partire da “Scritti nomadi” che, con i due volumi successivi, costituisce un trittico che pochi addetti ai lavori possono vantare.

    Questo il link alle “Bacheche” di cui parlava Giuseppe:

    Fai clic per accedere a bacheche20061.pdf

    Lo ringrazio dell’attestato di stima nei confronti del lavoro della “Dimora”, ma mi piacerebbe anche non fosse dimenticato che senza “Nabanassar” probabilmente non ci sarebbero mai stati né “Liberinversi”, né “La costruzione del verso”, né “Blanc” o la “Dimora”.

    fm

  10. Grazie Francesco, per aver postato il link, seguo la poesia da poco tempo e ogni indizio mi è prezioso :)
    Mi piacevano anche liberinversi e oboesommerso di Ceccarini,
    ma il primo ha chiuso e il secondo è fermo da tempo.

  11. A livello di esiti letterari, credo valga ancora per noi di nabanassar, coralmente, il convivio “atto unico” uscito per Ass Cult Press 10 anni fa e ora disponibile qui:

    Fai clic per accedere a attounico1.pdf

    tutto il resto, cioe’ molto di piu’ in senso dialogico e comunitario, l’avete messo voi; e’ bello ai miei occhi che tanto lavoro assuma infine una forma tracciabile, perche’ penso che abbastanza presto il web 2.0 lascera’ spazio a qualcos’altro (ha cominciato a farlo con i social network e presto arriveranno le app per i telefonini col concetto di gamification dello scibile che si portano dietro).

    Saluti a voi e a Gianmario Lucini, che compare ora in home page col suo selected poems, attivo in dialogo e comunitarieta’ ancora prima che esistesse nabanassar, a fine anni ’90 sul Club dei Poeti della casa editrice Montedit e poi turoldianamente in proprio su poiein.it

  12. “uno spazio dove “si metta in gioco il nostro essere-in-comune“, la disponibilità dialogica e l’apertura interrogante, attraverso le quali la lettura stessa diventa ascolto e condivisione”

    grazie per questo post e questi spazi Francesco e gugl!
    grazie tantissimo a tutti gli aperti interroganti e ai resistenti e anche a chi si abbandona al fiume.

    ciao

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