Beato San Gennaro…

Antonio Scavone

Lettera impossibile al santo patrono di Napoli

     Beato San Gennaro                      († 305)

     mi rendo conto che scriverVi questa lettera potrebbe essere inteso come un gesto inopportuno o sacrilego: non si scrive a un santo patrono come si farebbe al vescovo della diocesi o al vicario di Cristo a Roma. Pur nelle loro funzioni sacrali, un cardinale o un pontefice sembrano più vicini e “umani” perché contemporanei, ieratici finché si vuole ma terreni. Con Voi, san Gennaro, l’approccio è difficile per un’infinità di motivi: per la Vostra personale agiografia, per la liquefazione “miracolosa” del Vostro sangue, per le vicende legate alla conservazione delle Vostre spoglie mortali, accantonando per il momento la devozione profondissima ma bizzarra, e talora blasfema, che il popolo napoletano Vi dedica da più di millesettecento anni.

     Com’è giusto che sia per il patrono di una città, segni del Vostro carisma sono disseminati in ogni quartiere di Napoli – da Porta Capuana all’Arenella, dal Ponte della Maddalena alla Marina –, ma è a ridosso del Decumano Maggiore, su entrambi i lati, che risiedono, per così dire, le vestigia della Vostra gloria e della Vostra grazia. C’è il Duomo, ovviamente, la cattedrale che raccoglie in una cappella a Voi dedicata il mezzobusto d’argento e oro che rappresenta la Vostra effigie, c’è poi la cripta dove è custodito il cosiddetto “Tesoro di San Gennaro”, cioè una collezione incommensurabile di pietre preziose, gioielli sacri ed ex-voto di valore inestimabile, donati nel corso dei secoli da prìncipi e regnanti, nobili e benestanti per aver goduto della Vostra protezione e della Vostra pietà. La cappella che Vi consacra, poi, è una chiesa nella chiesa, monumentale e prestigiosa come si conviene all’autorità di un santo così magnificamente e munificamente premiato.

     Non vi adontate, beato san Gennaro, se a scriverVi questa lettera e a parlarVi così confidenzialmente sia un non credente: un diacono o un prete, o una di quelle donne che una volta si dicevano “elette” o vostre parenti, non riuscirebbero ad essere sinceri ed equanimi per le aspettative o le “ricompense” morali e materiali che auspicano e si ingraziano con preghiere e voti di fede.

     Questa non è una supplica, non è una richiesta di intercessione, non è nemmeno una cerimoniosa e derisoria istanza di delegittimazione: è solo una lettera, un omaggio al santo che sollecita riflessioni e sentimenti anche nella coscienza e, perché no?, nel cuore di un laico. Ma Voi avete già capito – altrimenti non sareste il santo che conosciamo – che ho da proporVi qualche domanda, un quesito eccentrico ma dichiaro subito che le mie curiosità sono lecite e pertinenti.

     In nessun’altra città del mondo cattolico come a Napoli, il culto del santo patrono rivela perfettamente il carattere dei napoletani: forse solo nella cultura spagnola si assiste alla medesima identificazione, alla medesima esagerazione. Ma Napoli – città esagerata per eccellenza, sanguigna e istintiva come poche altre – è stata eccessiva e smodata non solo con se stessa ma anche con il patrono scelto e invocato per essere protetta. Se, come per altri martiri della Chiesa, anche Voi siete stato crudelmente perseguitato e giustiziato, il calvario della Vostra avventura terrena non si è esaurito con la morte ma, forse di più, con le raccapriccianti vicende che riguardarono la traslazione e la riunificazione delle Vostre spoglie.

     Tutti gli avvenimenti che precedettero e seguirono la Vostra morte manifestano delle caratteristiche singolari e, nello stesso tempo, comuni ad altri martirii, ad altre orrende esecuzioni. La decapitazione, l’impalamento, il rogo, lo squartamento erano le pratiche più in uso nella sottocultura della punizione e dell’oltraggio che gli imperatori romani, soprattutto della decadenza, consolidarono contro i cristiani. Ne furono vittime tutti coloro che si rifiutarono di abiurare la loro fede in Cristo e ne furono martiri quelli che, come Voi, erano pastori d’anime con la pervicacia mansueta di un apostolo. Le leggende legate alla Vostra vita raccontano di intercessioni miracolose per infelici e malati e che, addirittura, scampaste più volte la morte con parole e atti che avevano del prodigioso. Si sa che eravate un predicatore convincente e, data la giovane età (ma con precisione non si sa quale), eravate ancora più esemplare e suadente per gli spiriti semplici nel difficile cammino della fede. E tuttavia avete sopportato un infame supplizio, una furia perversa e un’odissea macabra sullo scempio e le peregrinazioni della Vostra salma.

     Devo azzardare un’ipotesi, caro patrono di Napoli, e la presento con rispetto e cautela: perché c’è stato quest’accanimento contro di Voi, durante la Vostra vita e soprattutto dopo la Vostra morte? Quale grande pericolo rappresentavate per la cultura e il potere di Roma e, nei secoli successivi, per forme di cultura e di potere tanto diverse e lontane dall’età dei Cesari?

     Comprendo benissimo come dovesse essere, per così dire, emblematico il Vostro sacrificio – e cioè il martirio, la condanna a morte – per i romani che perseguitavano i cristiani: come fedele e come vescovo, eravate indubbiamente una minaccia per la società pagana del IV secolo, ma che tipo di pericolo potevate costituire, da morto, per le società evangelizzate del Medio Evo? Insomma, cosa avevate più di tanti altri santi e martiri? L’eloquio, la fermezza, l’ostinazione, una spigolosità di carattere, un’irriducibile sete di giustizia, una pacata e incrollabile sicurezza nei Vostri metodi di persuasione, una docile e naturale bonomia, delle attraenti sembianze?

     L’ipotesi è quella che Vi propongo, siate così buono da ritenerla compatibile con la Vostra avventura terrena, cioè con la Vostra esistenza. Considerando le traversìe delle Vostre spoglie mortali – da Pozzuoli a Capodimonte, da Benevento a Montevergine per arrivare infine a Napoli agli inizi del 1300 – ritengo che a far nascere e consolidare il Vostro culto siano state due circostanze, così tipicamente napoletane, che, fondendosi l’una nell’altra, hanno poi di fatto creato tanto la fama quanto l’iconografia e il folclore della Vostra santità. La prima, di queste circostanze, è da attribuire alla Vostra esecuzione, avvenuta nell’anno 305 dell’era cristiana. La decapitazione era quanto di più orribile, ma anche di più consueto, vi potesse essere nelle culture pre-cristiane e quindi nelle sottoculture delle cosiddette “arti magiche” o esoteriche legate al culto dei morti e dei dannati.

     Si pensava, in altre parole, che un cadavere senza testa fosse in qualche modo il simulacro perspicuo e indelebile di una condanna perpetua, di un’espiazione senza fine. Un corpo senza testa era l’aggravante necessaria di un’uccisione ritenuta più che legittima, di una definitiva e totale eliminazione, come se quel corpo non avesse mai avuto quella testa e non fosse, per questo, mai esistito. Tutti i martiri della Chiesa hanno subìto torture odiose e sacrificali ma, nel Vostro caso, manca, perdonatemi, il sigillo della sacralità, di una sacralità così pregnante da giustificare un tale abominio.  Come poteva un oscuro vescovo di Pozzuoli scatenare sulla sua persona e sul suo ufficio una violenza così efferata, si direbbe premeditata, come, al giorno d’oggi, solo i camorristi e i mafiosi perpetrano ai danni di “personaggi” scomodi o pentiti o collaboratori di giustizia?

     Nel caso Vostro, poi, tutto veniva ad essere ingigantito e metaforizzato dalla Vostra missione di predicatore: il distacco della testa, sede della mente, dal corpo, sede dell’azione, del movimento. Per la cultura napoletana dell’epoca – greco-romana – assumeva un’aspettativa sinistra e inquietante l’aver giustiziato e diviso la testa dal resto del corpo, l’aver sepolto o inumato o conservato le due parti in luoghi diversi, quasi per nascondere e scontare la colpa di tanta crudeltà e rimuovere fittiziamente l’atrocità consumata, per evitare forse che le due parti potessero riattaccarsi in virtù di un prodigio sovrannaturale (solo un santo può tanto). Presagi o auspìci negativi dovettero essere percepiti e assegnati alla Vostra morte e al martirio subìto e dovettero verificarsi senz’altro episodi di sgomento e sconforto, che agitarono gli animi dei reprobi e dei giusti per un comune bisogno di remissione e redenzione.

     L’altra circostanza è da riferire al definitivo ricongiungimento delle ossa alla testa e al sangue e, nel 1389, alla prima liquefazione del Vostro sangue, raccolto secondo la leggenda in due ampolline da una pia donna sul luogo dell’esecuzione a Pozzuoli, più di mille anni prima. Era stata ricomposta un’unità, erano state riavvicinate tre parti distinte e diverse del paradigma ermeneutico sul rapporto uomo-divinità: le ossa, come simbolo della natura terrena dell’uomo; la testa come segno dello spirito che si fa carne e il sangue come elemento vitale e allegorico della passione di Cristo.

     Ditemi la verità, san Gennaro, fatemi un cenno, datemi un’indicazione: siete persuaso sul serio che i napoletani Vi abbiano amato perché avevano definito e concluso una questione teologica sulla Vostra sventura post mortem? O non credete, piuttosto, che l’aver ricomposto i poveri resti sparsi consentì loro semplicemente di ritenersi purificati dall’espiazione e pacificati per l’onta e il sacrilegio che vi erano stati inflitti?

     Voglio dire che anche il Vostro culto è stato nei secoli incostante e conflittuale. Fino al 1389 Voi eravate compatrono della città con altri santi (Atanasio, Aspreno, Eufebio, Severo, Agnello) e vi fu un periodo nel quale foste addirittura spodestato e Vi fu preferito sant’Antonio: di nuovo reintegrato, foste poi celebrato, più che come martire, come un figliuol prodigo che mette giudizio e fa ritorno a casa. Foste ancora oltraggiato, con la restaurazione della monarchia borbonica dopo la breve stagione della Repubblica Napoletana del 1799, perché si sospettò che foste stato “solidale” persino con i giacobini. L’ignoranza dei lazzari, i mazzieri del cardinale Ruffo, spiegherebbe tutto (anche questa esagerazione), ma tra i fedeli più assidui del Vostro culto ci sono sempre stati i lazzari, c’è sempre stato il popolino ignorante e sprovveduto quantunque, come sempre, prono e servile. E allora da chi era stato suggerito e manovrato quello che sembrò ai sanfedisti come un tradimento inimmaginabile da parte del loro santo patrono? Era stata sicuramente la Curia napoletana del ’99 a pretendere e organizzare il ritorno all’ancien régime e il ripristino di una pratica religiosa diciamo così “governativa” ma non Vi sembra strano e fuori da ogni logica, caro patrono di Napoli di ieri e di oggi, che in quell’occasione, nel reprimere qualsiasi manifestazione di dissenso, ci fosse anche quella, ineffabile e astratta, della presunta condiscendenza di un santo, di un santo da punire o sbeffeggiare perché un po’ troppo sodale con quei senzadio dei giacobini napoletani?

     Capite, san Gennaro? I napoletani avevano ribaltato e ribaltarono il rapporto di competenze tra i fedeli e il patrono, tra la piazza e il suo nume tutelare, tra il popolo e la religione. Eravate diventato un patrono del cui patrocinio si poteva anche dubitare se non addirittura diffidare. I fedeli vi adoravano ma, diciamo così, vi controllavano: non erano ammesse divagazioni “politiche”, preferenze sociali o culturali, limiti o reticenze nelle provvidenze che la Vostra grazia avrebbe elargito: dovevate essere, co-me si dice oggi, un santo bipartisan, un santo al di sopra delle fazioni. Dovevate dimostrare di essere un santo universale, ecumenico, “generalista”. Ma lo eravate già stato un santo “dimostrativo”, un santo semiotico se me lo concedete: la Chiesa Vi aveva sfruttato infatti nella Controriforma come un “campione” della fede e del coraggio cristiano, dello spirito e della potenza divina contro gli eretici del protestantesimo luterano. Il popolo, pertanto, stabilì con Voi un rapporto ancora più diretto e immediato: eravate venerato e trattato quasi come il vicino di casa o un parente prossimo, un amico di vecchia data al quale ci si poteva rivolgere con affetto o con ruvidezza, secondo le circostanze.

     È pur vero che solo con i santi si stabilisce un rapporto amichevole ma con Voi, già dall’inizio, il rapporto è sembrato esclusivo e personale, privato e ossessivo. I napoletani Vi hanno eletto, rifiutato e riabilitato come patrono della città con passione e con indifferenza, con slancio e con puntiglio, con l’animo di chi si sottomette ma anche di chi giudica e condanna. Il popolo Vi chiamava Faccia gialluta, per il colore giallo-ocra del vostro mezzobusto e si rivolgeva all’immagine sontuosa ma un po’ inespressiva del Vostro volto con rispetto e supponenza, con superbia e timore.  Ancora oggi, nel silenzio di un’implorazione, i Vostri fedeli assumono un atteggiamento cordiale e bonario, Vi trattano come uno di famiglia che, per capriccio o fatalità, dimentica a volte i suoi doveri, mancando nella memoria per le suppliche ricevute. E, d’altra parte, solo con un amico o un compagno ci si comporta così, perdonandogli assenze o disinteresse e aspettando che le incomprensioni o gli errori di entrambi possano decantarsi con le buone maniere e con un sincero faccia a faccia.

     Un popolo di fedeli che è custode e censore del proprio santo… questa è la verità, beato san Gennaro, e su questa verità, su questa assurda relazione di odio-amore, di fiducia e di “cameratismo”, si fondano poi l’iconografia che Vi riguarda, il tesoro delle Vostre reliquie, l’istituzione del Vostro patronato, la meraviglia del Vostro miracolo. Su questa verità si fonda la Vostra storia, fatta di eventi che oggettivamente non riusciamo a cogliere ma che arbitrariamente interpretiamo come segni identitari della Vostra inafferrabile fabula esistenziale.

     I napoletani Vi considerano come un alter ego superiore e inarrivabile, come un controaltare positivo dei loro errori, un’ancora di salvezza sulla quale rimeditare il proprio destino e il destino dei napoletani viene positivamente o negativamente suggestionato dalla liquefazione del Vostro sangue, il miracolo appunto, e dalla sua puntualità. Un’attesa troppo lunga – che è già di per sé un evento – fa presagire avvenimenti e circostanze ancor più funesti per gli uomini e per la natura, la città e la storia della città. Viceversa, una liquefazione subitanea è un buon auspicio per tutti: per il popolo (al quale è dedicato il miracolo del 19 settembre, giorno del Vostro onomastico), per i “potenti” (prima del 1946 per il re, quando il miracolo cade la prima domenica di maggio), per la “Deputazione di San Gennaro” cui spetta l’incarico ufficiale della conservazione delle sacre ampolle, per le autorità cittadine e militari, per le associazioni religiose, le confraternite che portano il Vostro nome, per i singoli napoletani che Vi ricordano sulle murate dei palazzi con i tabernacoli edificati in Vostro onore, arricchiti e ingentiliti da fiori e luci, sacre immagini e motti, come promemoria e viatico per i passanti.

     Siete dunque tra due fuochi, caro san Gennaro: tra l’ardore della fede che ripone in Voi desideri piccoli e grandi e le fiamme della collera, della Vostra collera, per gli atteggiamenti riprovevoli dei napoletani. L’assuefazione al miracolo – che si ripete chissà quante altre volte nel buio della cripta – non fa venir meno la sorpresa e il giubilo che quell’evento stimola e accende: il Vostro sangue sciolto è la vita che riparte, la fiducia che risolleva, il martirio che svanisce e la morte che concede margini di sopravvivenza. Poco importa, per i napoletani, se la Chiesa non si esprime sul miracolo del sangue, sebbene ne offici e ne ostenti il prodigio, o se la scienza ne confuta la credibilità. I napoletani – i fedeli e i laici – non si curano e non si aspettano né attestazioni liturgiche né conferme scientifiche: hegelianamente lo accettano e lo onorano semplicemente perché si avvera, perché si ripete, perché esiste e, se esiste, una ragione purchessia ci sarà.

     La miracolistica non è una disciplina esatta, ha bisogno di prove e testimonianze, di studi e verifiche (così è stato per Lourdes, per Fatima o per le madonnine piangenti o gli innumerevoli nuovi santi), ma, nel caso di san Gennaro e del suo sangue mobile, tutto è ricondotto e custodito, per non dire bloccato, nella pratica di un esercizio privato, di una gestione diremmo consortile dell’evento, nella quale la religione e la liturgia sono consentite ma non espressamente richieste – siamo pur sempre su una terra mobile quante altre mai, tra il Vesuvio e Pozzuoli, tra un magma che erutta e un altro che sprofonda. Altri sangui si liquefano (quello di san Pantaleo a Ravello, per esempio) ma quello di san Gennaro è il più famoso, il più popolare, il più “magico”. In questo senso, il santo patrono di Napoli appare come una proiezione benigna dell’essere umano e, come tale, suscettibile di errori e fraintendimenti, di critiche e di amnesie.

     I napoletani si preoccupano, con le preghiere e le invocazioni, di tener desto il loro patrono, di scuoterlo e incoraggiarlo, di ricordargli di essere un santo speciale o un napoletano acquisito che, ad ogni appuntamento, deve dimostrare la sua benevola attenzione per meritarsi il posto che occupa e il ruolo che incarna: patrono di una città che il più delle volte si governa da sé e sceglie sempre da sé chi possa eventualmente esserle superiore.

     È indubbiamente una fatica, caro patrono, assolvere questa funzione e mostrare nel tempo, nei secoli, una disposizione sempre pronta e sempre pacata. Di fronte a tutto ciò, anche un laico, come il mittente di questa lettera, non può che rispettare tanta pazienza, tanta sopportazione.

     Sia duratura la Vostra gloria

***

5 pensieri riguardo “Beato San Gennaro…”

  1. Articolata, dotta e profonda, arguta e seria, serissima, pur nel suo dar voce a tratti al “niente sul serio, tanta pazienza” di bachmanniana memoria, questa “Lettera impossibile” a san Gennaro di Antonio Scavone lascia intravedere una terza via, che nel rispetto reciproca indica il principio fondamentale della convivenza e un antidoto all’amnesia fumosa.

  2. Coglie nel segno Anna Maria Curci (ed era fuor di dubbio) quando è lei a intravedere – molto più e meglio di me – quella terza via che sollecita la convivenza e disattiva l’amnesia fumosa. Questa “lettera impossibile” a san Gennaro non è la contrapposizione fideistica tra religione e laicismo, è piuttosto la considerazione disincantata di quelle che Francesco giustamente ha definito “mutazioni antropologiche”, che riguardano indistintamente coloro che partecipano ad un evento riflettendo sui significati oscuri e palesi tanto nella dedizione quanto nel distacco rispetto all’evento cui assistono. (Dedizione e distacco che sono spesso entrambi casuali e immotivati, oppure esagerati e ossessivi). La religione c’entra poco in tutto questo, intesa come canone: c’entra semmai un liberatorio senso della realtà che rende – e cito di nuovo Anna Maria – tutto “arguto e serio, serissimo”. San Gennaro gratifica i suoi osservatori religiosi e laici, i suoi fedeli ossequiosi e “tranchant” di un prodigio mai pedissequamente ripetitivo e mai prevedibilmente rituale. Molti anni fa incontrai, nella serata che preludeva al miracolo, davanti alla facciata del duomo, Michele L. Straniero: si chiedeva con la “curiosità dell’innocente agnostico” perché fosse o dovesse essere importante un santo così umile per aver lasciato di sé un’impronta così portentosa. Gli risposi che si restava semplicemente stupiti e attoniti dal prodigio e dal destino di un santo tanto osannato e, spesso, tanto declassato un po’ da tutti, come un fenomeno da fiera di paese. Non bisogna essere necessariamente credenti per “credere” a san Gennaro: basta credere che anche un segno bizzarro di prodigio accompagni il difficile cammino della personalissima meraviglia umana. Si scrive una lettera del genere per cimentarsi contro e oltre le consuetudini della catechistica “bella pagina”.

    Mi sono lasciato prendere un po’ la mano com’è mio solito e me ne scuso, ma non potevo cavarmela con un semplice “Grazie” alle stimolanti notazioni di Anna Maria e di Francesco. Un carissimo saluto ad Anna Maria, lettrice sempre vigile, e a Francesco che è tornato a far sentire la sua voce insostituibile.

    Antonio

  3. bellissima, rivela una grande capacità di comprensione, una profondità d’intenti, oltre (naturalmente) a una facilità di scrittura e, infine, di indispensabile (a mio avviso) ironia.

    grazie

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