Poesie in difesa dell’uomo (I)

Gianmario Lucini

 

Gianmario Lucini, Monologo del dittatore
Prefazione di Letizia Lanza
Piateda (SO), Edizioni CFR, “Epos”, 2012

 

[…] Tutto l’orrore delle battaglie: il clangore delle armi, i corruschi barbagli, le urla furiose dei combattenti, il frastuono dei carri, il nitrire disperato dei cavalli madidi di schiuma, il suolo intriso di fumante cruore. E ancora: la violenza inaudita delle stragi o l’insoffribile logoramento delle trincee; le efferate distruzioni o le sterminate devastazioni prodotte da cannoni e bombe; l’abominio dei campi di concentramento o le vessazioni della prigionia: questo e altro ancora si affolla in versi densi e poderosi, dai quali risuona fiera (e ferma) la condanna nei riguardi delle infinite migliaia di responsabili del passato e del presente.
[…] L’ira per ogni crudeltà, la dolente pietas per le vittime di ogni barbarie o di ogni inganno […]; la disponibilità a comprendere (a com-patire) il dramma del rifiuto, dell’esclusione […], sono solamente alcune delle virulente suggestioni che inturgidano e irrompono dai versi di Monologo del dittatore, travolgendo chi legge come un fiume in piena.
Poiché è una poesia militante, quella di Lucini. Tagliente come una lama di ben temprato acciaio.
(Letizia Lanza, dalla Prefazione)

 

Racconto

 

Immagina un visitatore non visto
nel castrum di tronchi, tirato su di fretta
nell’erba alta di giugno

uno che di là passa un millennio o due dopo
ma che per un errore bizzarro del tempo
si trovi a vivere diversi istanti

nello stesso punto – dove nel futuro
saranno altre presenze indifferenti -.

 

          La soldataglia che sventra la foresta
          e rami taglia e tronchi da ammassare
          a difesa, coglie un guizzo di festa

          nel verde più vivo di una radura
          e pensa “pare la casa di Diana
          in persona” ma le sfugge l’oscura

          tragedia di quel verde rigoglioso
          che trae nutrimento dai cadaveri
          di forti guerrieri in eterno riposo.

           

          … perché se pianti pali o fortilizi
          in un qualunque slargo della vecchia
          Terra, scoprirai di certo gli indizi

          d’un odio antico, sei il visitatore
          d’un altro tempo e dello stesso spazio;
          mentre stai lì una freccia ti sfiora

          una lama ti squassa: sei irretito
          nel senso oscuro della storia (farsi
          scannare pur di uccidere il nemico).

 

In questo spiazzo d’erba tranquillo
passarono le legioni di Varo:
fu il solo giorno di storia per quelle
terre intrise di pace e di silenzio

se le percorri sentirai nel vento
ancora quel clangore di battaglia
il perentorio ordine d’attacco
modulato da buccine superbe

e l’impeto dei passi e i cavalli
a briglia sciolta su per la collina;
se chiudi gli occhi sentirai le grida
dei morenti e nel vento che sobilla

le fronde degli abeti, quella pace
oltretombale
che solo le armi possono evocare.

 

          Storia è starci dentro nella storia
          dimenticando nomi e date
          con l’orecchio teso ad ascoltare il rantolo
          greve dei morenti, il lamento

          dei cani fra i ruderi fumanti
          di villaggi e di saccheggi. É una storia
          di banditi, la Storia, un rosario
          di ingiustizie barbarie e dolore
          per la gloria del papa e dell’imperatore.

 

Non è fortuna rango o stirpe nobile
se a cinque anni non ti reggi a cavallo
e incarni il ruolo mafioso del signore
che pensa solo a rubare e sgozzare:

se non sei feroce al punto giusto
ti spediscono in convento, ti levano
dai coglioni per non disturbare
l’ascesa del più feroce al potere.

Lì impari a cantare, leggere, sbirciare
le servette mordendoti le mani
convinto che Dio lo vuole perché i pensieri
di Dio a volte sono proprio strani

simili a quelli di tuo padre
ma forse un po’ meno umani.

 

          Nacqui nel trecento e non m’accorsi
          d’esser guelfo ghibellino. Percorsi
          sentieri fuori mano di campagna
          rigando i nuovi ronchi col sudore,

          su terre non mie dove i signori
          giocavano alla guerra e alla caccia.
          Li vedevo passare a volte sulla traccia
          di un animale, tronfi e bestemmiatori

          e non capivo mai se fossero i miei
          signori o quelli d’altri in scorribanda
          che per dispetto al rivale una gamba
          o un braccio tagliavano ai servi, rei

          d’esser servi altrui e andare nel mattino
          d’un secolo qualunque a roncare
          le antiche foreste e le colline,
          per sfamare i secoli a venire.

 

Mia moglie fu elevata da vostra signoria
al rango di puttana per una notte sola
la elevaste da questa palta dove si marcisce
e profumata dal fiato delle vacche e dei cavalli

gli offriste il vostro letto e il vostro cazzo d’oro
per un assaggio di paradiso in terra.
Mia moglie non ne parla e se facciamo l’amore
sul nostro giaciglio di paglia nella stalla

tiene gli occhi aperti e, tesa, ascolta, se mai
un calpiccìo nella notte e uno strappo
violento al braccio la ripiombi
in una notte strana dell’adolescenza

quando l’uccideste, quasi mille anni or sono.

 

          Di quelli che non furono poeti
          o vescovi o militi ignoti
          ha perduto le tracce la storia: essi
          vissero mero supporto alla grandezza
          dei prepotenti
          gente da niente neppure da contare
          fra data e data di battaglie e pestilenze.

          Ma se percorri un sentiero fuorimano,
          se bevi a una fontana
          se vai dove soltanto per fatica
          si deve andare
          troverai le tracce d’una storia vera
          che sorride dalle pietre squadrate
          o in quel fiotto d’acqua che zampilla
          fra pietra e pietra accoste a semicerchio
          o nel ruvido legno che sporge da un muro
          a secco in rovina

          – un chiodo di legno per appendere, a sera,
          una speranza senza memoria.

 

Ci dissero di nuove fantastiche terre
di là dal mare
e di frutti dolcissimi e dell’oro
che affiorava fra i flutti dei torrenti;

ma noi qui si stava ad ascoltarne i racconti
inchiodati a questa terra e a queste spoglie
reliquie di giorni, fra gli orrori e i terrori
di una smodata controriforma, l’afrore

che dai roghi ovunque si spandeva,
le piazze avvolgeva, i mercati…
Ma c’era un mondo, di là da mare
fantastico, il primo

barlume di vero in tanta follia
– e almeno
sperare di giungervi un giorno
con lo scatto ineffabile della fantasia.

 

          Tre secoli di ossa qui puoi contare
          giorno por giorno, osso per osso
          la morta secca ci ha stretto insieme

          e uno vale per tutti, ricordo per ricordo
          segno per segno e anche i piccoli
          teschi dei neonati uccisi dalla fame

          sempiterna, hanno qui una dignità
          e ancora un vagito, quando il vento
          di maestrale corre fra le fessure;

          tre secoli come dire tre ore: il vento
          del passato continua a soffiare
          sulle nostre spalle che reggevano il mondo

          e per noi nessun poeta cantava
          non un pittore i nostri mali ritrasse
          solo il poeta del giovin signore

          ci dedicò qualche verso corsaro
          – sacerdote di Talia,
          come noi senza tomba, all’ossario.

 

***

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7 pensieri riguardo “Poesie in difesa dell’uomo (I)”

  1. Una voce forte quella di Gianmario, forte e rivolta sempre verso i deboli, sempre e senza pretese. (questo ammiro sempre in lui).

    e per difendere la dignità dell’uomo, che è la nostra, teniamo presente che:

    se non sei feroce al punto giusto
    ti spediscono in convento, ti levano
    dai coglioni per non disturbare
    l’ascesa del più feroce al potere.

  2. Grazie Carla, mi piacerebbe sapere dove sono i poeti “civili”, quelli che commentano solo se stessi e gli amici del gruppo.

    Gianmario è uno dei pochissimi a cui quell’etichetta si adatta davvero – semplicemente perché è un eccellente poeta (e basta).

    fm

  3. Storia è starci dentro nella storia
    dimenticando nomi e date
    con l’orecchio teso ad ascoltare il rantolo
    …………
    se vai dove soltanto per fatica
    si deve andare
    troverai le tracce d’una storia vera

    …..
    – un chiodo di legno per appendere, a sera,
    una speranza senza memoria.
    …………
    :(…mi era sfuggita tanta rabbia, impeto
    mirato!

    per me una sopresa-scoperta.

    Complimenti a Lucini

    un saluto

    mm

  4. Sono d’accordo con fm (e non è un caso, credo). Sto leggendo il libro: ecco, nel suo caso parlare di poesia “civile” non è un’etichetta, ma un complimento. Poesia di grande spessore e tensione etica.

    Francesco t.

  5. In tremento ritardo vi ringrazio (non sapevo che qualcuno legge anche i miei libri). E’ che “navigo” poco con il PC (di più con la fantasia, forse). Un bacione a Carla e un rosso vivo sulle guance per il complimento di Marotta: detto da lui mi fa crescere di una spanna.

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