Fiorenza, nostra Matria unica e vera


“Si aboliscono le parole patria, cultura e popolo in tutte le loro declinazioni, pena l’esilio, e si fonda lo Stato Nòvo, la Matria, sul riso tragico, sul pensiero lancinante, sul bene contenuto nel bello, sul libero abbraccio fra di loro delle singole persone”.

(Art. I della Secondaria Costituzione
del Ducato Nòvo di Fiorenza)

Ante-fatto.

«Siete venuti al loco ov’è sol vero
ch’aver si può diletto dimorando».

Queste parole di colore oscuro, ma dal senso tutt’altro che duro – un vero inno all’accoglienza grondante promesse, speranze & futuro, parole che solo uomini in tutto degni della virtute e dell’arte del divino vate potevano pensare di incidere a caratteri indelebili al sommo d’ogne porta e a ogne angolo di strada, hanno continuato a risuonarmi nella mente per tutta la durata del viaggio di ritorno, mentre davanti ai miei occhi scorrevano & discorrevano, come acque di un fiume in piena che non riescono a mettersi d’accordo sulla direzione da seguire, le immagini dell’indimenticabile fullimmerscion di due giorni per le strade della capitale del Ducato Nòvo – la mitica Fiorenza, finalmente derattizzata e derenzizzata, splendente come quel sole (o quella sòla) dell’avvenire che avevamo sperato e atteso in vano per generazioni & generazioni senza vederlo mai spuntare, nemmeno per un breve saluto.
Ero ancora ebbro di fierezza per l’invito ricevuto giorni prima dalla prestigiosa Accademia Inaffidabili, a nome del suo presidente, l’egregio Larry Massino, che si è rivelato, e come dubitarne!, un ospite affabile e generoso, un cicerone più che premuroso e mai parco di de-lucidazioni sugli eventi passati e futuri del ducato e sulle benemerite attività dell’istituzione che dirige e, dulcis in tabula, un’ottima forchetta con annesso corredo & sèguito di eccellenti bottiglie chiantigiane d’annata.
E certo, come non essere fiero di ebbrezza per l’invitazione accademica! Come far finta di niente, quando la permanenza in loco ti si traduce nei fatti in una visitazione parimenti esperita tra astronomia e gastronomia, la testa in alto a discorrere dei massimi sistemi e, un attimo dopo, le gambe distese sotto accoglienti tavole in bandite. Non lo nego nemmanco un poco: per la prima volta nella mia vita mi sono sentito veramente in porta(n)te come non mai, al solo pensiero che gli Inaffidabili non è che accolgano tutti al loro desco o mandino inviti a destra e ammanca tutti i giorni al primo o alla prima venuta – a chicche & sia, come direbbe il buon Larry (ebbene sì, come avrete capito, in Fiorenza ci si chiama tutti obbligatoriamente per nome, gniuno ‘ome gni pare).
Solo un piccolo fastidio, ma affatto passeggero, risibile quant’altri mai a ben pensarci, legato alla spiacevole gazzarra a base di strepiti & petardi a cui ho assistito nella stazione della pu’ciosa Prato: dove, a quanto pare, il solito gruppo mal mostoso di rappresentanti del fatuo letterativo mediano locale, insieme ai fuoriusciti da Fiorenza dopo gli eventi rivoluzionari (in prima fila, more solito, gli iscritti alla vecchia sezione del “Ticcù”), accampati da anni in pianta stabile a ridosso dei binari, leva i suoi alti lai in cori di irriferibili insulti al passaggio di ogni convoglio diretto verso quella Matria alla qual certo fuor troppo molesti.
All’arrivo, un vero e proprio comitato amicale di accoglienza, come avviene, a quanto mi è stato spiegato, per tutti gli ospiti, soprattutto per quelli che hanno fatto dell’inesistenza la loro principale ragione di esistenza. Eccoli, sono tutti lì: Larry e suo cugino Larry Svizzero; l’Abate in persona!, in rappresentaza del Minor Duca (chi non ha mai letto almeno uno tra la miriade di scritti divulgativi coi quali il santuomo ha spiegato, per filo e per segni, la consistenza e la composizione del nulla da cui Dio creò il mondo, scagli dalla finestra il primo libro “Stile Libero Big” a portata di mano); e poi il mitico Contadino della sua terra, insieme alla sempre affascinante Contadina senza terra (una donna per la quale sóla diresti che veramente il tempo non passa mai); e, quale inaspettata e graditissima sorpresa & maraviglia!, la compagnia al gran completo delle “Immondizie Riunite” – banditi per decreto imperiale dalle terre una volta libere della Riserva Indiana, quei nobili teatranti non potevano che trovare rifugio e ospitalità in quella che anche per loro è diventata l’unica e vera Matria.
Saluti & baci & a bracci, e via tutti insieme verso la sede dell’Accademia, dove ad aspettarci c’erano Giuliano di Rifredi e Antonio delle Cure Alte, i de cani dell’istituzione. Neanche il tempo di dare un’occhiata intorno (solo all’invito per una serata conviviale alla locanda della Beatafava), che si era già tutti in osteria, alla Malapassera… Ma questa è un’altra storia, che spero di potervi raccontare quando mi sarò ripreso dal tumulto di emozzzioni che al cor / an cor / s’apprende.

Di seguito troverete una grande pagina (ottenuta non senza lunghe con trattazioni e solo in seguito a una delibera dell’Assemblea di tutti i membri dell’Accademia, riunita di gran fretta all’uopo), tratta dal quarto volume (su venti: uno per ogni anno di vita del Ducato) delle “Croniche della Nòva Fiorenza“, opera immensa e meritoria curata e redatta dal plurinominato Larry Massino. Vi si legge dell’importanza fondamentale che la Costituzione stessa attribuisce alle attività teatrali – sostenendole e incentivandole come le più formative, in senso umano e libertario, per lo spirito dei cittadini tutti.

In calce al post, col consenso (scritto di sua propria mano) dell’interessato, qualche notizia sulla vita & l’opera di Larry Massino in persona – come da più parti (autorità competenti comprese), più & più volte, mi è stato richiesto (e solleticato). Buona lettura. (fm)

***

Della nobile arte teatrale
e dell’organizzazione degli spettacoli recitativi in Fiorenza.

     In città, nel giorno di oggi, per strada si dipinge, si canta, si suona, si recita, si scolpisce, si balla.

     Si contano 33 teatri, sempre affollati, tanto da obbligarli talvolta a recite doppie e triple. Ognuno va a teatro almeno due volte a settimana, i più esigenti sempre allo stesso spettacolo, come fosse la squadra del cuore di una volta, a cogliere segreti e sfumature: per dirla con un’espressione del Minor Duca, la non si finisce mai di godere della magia del repetetivo mai e’uale a sé medesimo. Per far intendere al lettore il grado di civiltà che si è raggiunto, il cartello più evidente che si trova nei foyer è il seguente, un poco burlesco ma serio: “i signori attori e i signori tecnici sono obbligati a rimanere in sala per tutta la duratura della recita, ma il signor regista e sua signoria il pubblico, se lo vogliono possono uscire, quale ne sia la ragione, non infastidendo la recita né gli altri squisiti spettatori. Naturalmente nessuno può rientrare, perché, così come non ci si siede a un pranzo dove già sai mangia, non si entra in sala a recita iniziata“. Il pubblico in parte si avvale di questo civile vantaggio acquisito, ma rimane orgoglioso in teatro, dove ci sono spazi per mangiare, conversare, leggere e lavorare al computer, che ora si chiama in un altro modo ma non importa, basti dire che è un semplice foglio di plastica lucida che si accende e fa da schermo a tutto quanto avviene altrove, o da lavagna se si ha necessità di scrivere o disegnare. In teatro ci si pòle anche svagare utilizzando le sartorie e le sale trucco, per travestirsi da qualunque cristo, reale o sognato, come d’altra parte si può fare in tanti altri negozi della città, e finanche nei serragli. A questo punto è bene informare il lettore che già dalle prime paginette, nella Nòva Fiorenza, battono a tutti gli angoli delle strade abusivi maestri di recitazione, più che altro vecchi aiuto registi, quel che resta in città delle gloriose vecchie checche, appellati amabilmente checchine, a cui tutti vogliono un bene dell’anima, purché aiutino i cristi qualunque a dissomigliare a sé stessi meglio che gni riesce, dietro pagamento di piccole parcelle, oppure.

     Il teatro è così tanto considerato perché, come avrete ben capito, tra i costituenti quasi tutti furono o sono teatranti, e, tra di loro, spiccano i comici, da non confondere però coi satirici, quasi sempre attori mancati, spariti addirittura primi di certi borghesi, vigliaccamente, alla che tichella. I teatri sono oggi i luoghi più belli della città, non tanto per la cura degli edifici, ma perché sono diventati luoghi di culto al pari delle chiese, come facevano ben prevedere certe rinnovature introdotte da eccelsi maestri oscurati nel loro tempo, quello che oggi da noialtri si chiama il secolo buio.  Sono diventati come monasteri, i teatri, nel senso che gli officianti teatrivi ci vivono, e oltre a fare i normali spettacoli per il pubblico, nei quali si alternano in ruoli attoriali e tecnici, fanno i loro allenamenti fisici e i loro esercizi spirituali quotidiani, come recitare almeno quattro volte al mese un testo misterico, Finale di Partita, scritto apposta per questo scopo da un essere non prevedibile dai funzionari dell’epoca scorsa, colui che a tutte l’epoche mancanti ha insegnato le virtù del disapparire nei recessi del recondito.

     Invece l’unico attore che ha il permesso governativo per farlo per il pubblico, Finale di Partita, e l’attor vecchio, 96 anni, tre recite a settimana, con attori che sceglie recita per recita. Il governo si prende cura di questo attore quanto del più bene dei beni. Il Minor Duca, che è fra i pochi a onorarsi del suo compagnaggio il più frequente possibile, ha annunciato da tempo che dopo l’attor vecchio nessuno avrà più il permesso di fare questo testo in pubblico, a meno che egli stesso non lascerà questo privilegio in eredità, il più tardi possibile, ben oltre la soglia dei centocinquant’anni che aveva previsto l’ultimo Cagliostro, unica profezia andata a buon fine, chepperò non si avverò per se stesso.

     L’attor vecchio è quanta più simpatia e gioia possa contenere un solo essere umano, nonostante certi suoi atteggiamenti schifiltosi, a volte pure giustificati dall’insolenza degli interlocutori, o giustificati dal fatto che egli è anche la riconosciuta e temuta guida spirituale dei misantropi. Sopra di tutto egli è il vivente che conserva maggiore perizia sia nell’antica arte recitativa, della quale conserva e insegna i segreti con massimo equilibrio, sia nella regola teatrale, solo a pochi eletti via via tacitamente trasmessa. È un artista, l’attor vecchio, che più di ogni altra cosa il mondo ci invidia, perché il suo contegno, la sua bellezza, la poesia dei suoi lavori hanno contribuito fortivo a dar vita a qualcosa che molto somiglia a una nuova specie di umani, testimoniata da tanti suoi allievi e spettatori, nonché pochi privilegiati amici. Non passa in città autorità straniera che non gli voglia rendere onore e far visita. Dal governo gli sono stati attribuiti vari poteri, il primo dei quali è naturalmente quello di decidere ogni semestre la lista degli attori abili al palcoscenico, lasciando tutti gli altri nel limbo degli esercizi fisici e spirituali, fatto sempre sotto la sua egida, calibrati secondo le necessità di crescita di ogni singolo, rinnovati nel suo impianto generale giorno per giorno a seguito delle scoperte che ogni uno fa, che tutti gli attori prima o poi gliene saranno grati, alla loro più alta espressione, anche se lì per lì mugugnano. Poi il primo attore o attor vecchio decide quali sono gli spettacoli della stagione e in quali teatri debbano essere esposti. Tra i vari generi, quello che va di più è la farsa, in ogni caso ogni recita originale in virtù del proprio moto repetetivo ma defferente (son formule de teatranti, che mi hanno riferito e riporto rispettosamente pari pari: non mi chiedete cosa vogliano dire). Il primo attore ha anche la funzione di decidere sui giorni monocromatici già detti, scegliendo insidacabilmente il colore e la quantità di giorni durante un anno. Si è potuto osservare che le annate con più giornate monocromatiche sono migliori delle altre, ciò che tuttavia non ha indotto il primo attore a decretarne populisticamente sempre di più, tantèvvero che nell’ultimo anno ne ha decretate solo 2. Il primo attore e attor vecchio a volte sconfina e dice la sua pure sul corso principale di bugie, che invece è di mia esclusiva spettanza. Lo lascio dire.

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Larry Massino (pseudonimo di Larry Massino) nasce a Firenze, nella vecchia era, precisamente il primo maggio del 1995. Al compimento del ventesimo anno, affascinato dalla rivoluzione pacifica che proprio quel giorno, passando a ondate di genti festose sotto le sue finestre, andava inneggiando alla nascita del Ducato Nòvo, si trasferì a Fiorenza (praticamente non si mosse mai di casa) dove attualmente risiede.
Grazie ai meriti preclari acquisiti con le attività dell’Accademia degli Inaffidabili, da lui fondata e diretta, sempre con la massima apertura intellettuale ma con fermezza d’intenti, soprattutto nella lotta alla porchevole mediovvietà del letterativo imperante, una delle malattie dello spirito più subdole e, fino alla sua aperta denuncia, praticamente incurabile perché sconosciuta o, peggio, obliquamente taciuta, il Minor Duca in persona, con un emendamento alla Costituzione votato all’unanimità, gli affidò il prestigioso incarico di “cronista ufficiale e cantore del nòvo stato“.
E’ autore, oltre agli attuali venti volumi delle Croniche, di ventiquattro libri (ancora inediti fuori dai confini di Fiorenza) di varia umanità e vario genere, in special modo artistico, per un ammontare di circa dodicimila pagine: un’opera portentosa, un novello Sidereus Nuncius che, fosse reso noto, avrebbe sulla cul tura odierna lo stesso effetto di rompente dei lavori del suo antenato Galileo.

[N.d.R.] Conscio dei rischi a cui impavidamente si espone, autorizzando la divulgazione di queste pur succinte note sulla sua vita (il letterativo mediano al gran completo, con l’appoggio concreto del S.U.C.A., il famagerato Sindacato Unanime di Critisci Alfabeotici, gli dà una caccia spietata in rete da almeno due anni), Larry approfitta dell’occasione per invitarvi tutti a Fiorenza il prossimo mese di maggio, che si annuncia davvero radioso: infatti, oltre al suo quarantesimo compleanno, che sarà degnamente celebrato ogni sera in tutti i teatri cittadini con una cerimonia ufficiale prima dell’inizio degli spettacoli, ricorre il ventesimo anniversario della nascita e della proclamazione dell’indipendenza del Ducato Nòvo, un evento al quale sapete bene di non poter assolutamente mancare. Tenetevi liberi (se ci riuscite).
Buon 2035 a tutti.
__________________________

***

12 pensieri riguardo “Fiorenza, nostra Matria unica e vera”

  1. è un congegno ludico-satirico narrativo che tiene bene secondo me
    i bersagli sono tutti facilmente riconoscibili
    leggendo la pagina massiniana viene voglia di saperne di più di questo quarto volume

    parecchie finezze nei controcanti, una su tutte la ‘U’ del suca; ti aspetteresti ‘unitario’ ma è quell’unanime a dare senso e valore alla corporazione dei ‘critisci’

    mi è piaciuto, aspetto altre repliche

    sr

  2. @ sr

    Devo chiederglielo, ma ho paura che gli “inaffidabili” non siano tanto d’accordo, dovrebbero riconvocare una plenaria e tutte quelle balle lì. Un po’ vanno capìti, comunque: col letterativo e il “suca” che gli danno la caccia…

    Grazie per quel “finezze” e per il commento.

    fm

  3. Ringrazio i due lettori che sono entrati nel blog inserendo “beata fava” nel motore di ricerca di google.

    Ragazzi, se venite a Fiorenza il mese prossimo, c’è una cena gratis per voi. Vi aspettiamo.

    fm

  4. Lo vedi, Din? Ti ci metti anche tu adesso?
    Mi state costringendo a tornare di nuovo a Fiorenza e a contrattare con la plenaria altre pagggine delle “Croniche”…
    Non che la cosa mi dispiaccia, sia chiaro, ma mi sembrerebbe di approfittare un po’ troppo della loro ospitalità.

    E poi, ndiciamocelo tra noi che nessuno nci sente: a me l’idea di ripassare per la stazione di Prato e di di rivedere di nuovo in così breve lasso di tempo tutto il letterativo ivi abbinariato, come dire?, mi provoca un groppo ma un groppo che non ti dico.

    Ci penserò, magari l’Inaffidabile si commuove e mi evita il viaggio almeno nel momentevole.

    fm

  5. Frà, non è che ti riferisci alle storia/e attorno alla “sua gente”? di “certa gente” di Prato, dico… eh, se puoi evitartele quelle storie lì evitatatele, sono per lo più molto fastidiose. i tempi, caro Fm, sono cambiati, nel passato i signori si tenevano lontani dal novellare diretto, si autoproclamavano di sguincio… oggi non c’è davvero più religione, te lo fanno sotto agli occhi.
    insomma, se puoi salvarti dalla corte litterativa allogata a Prato, senza sottoi n(t)esi, salvati.
    credo che l’Inaffidabile, di beckettiana memoria, saprà commuoversi e ti semplificherà lo slalom.

    buonsuar

  6. questa scrittura come altre che dell’ autore ho avuto modo qui grazie a Francesco di leggere a me lascia un buon sapore di concupiscenza e di purezza. scavare scavare e la parola divenda straniamento saldo e poesia e intelligenza. ha la leggerezza giocosa e crudele dell’ indisponenza verso le “regole” propria dei bambini quando sono bambini nella natura piena di essi. e questo è caposaldo per me.
    buon proseguimento di serata.
    paola

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