L’emozione dell’aria

Lucetta Frisa

La nuova silloge di Lucetta Frisa è, evidentemente, un omaggio alla musica della modernità, dal Rinascimento, con Tomàs Luis De Victoria e Frescobaldi, fino alla musica contemporanea, col grande svizzero Olivier Messiaën e il fenomeno culturale che Strawinskij considerava la vera novità nel campo della musica contemporanea, ossia la musica afro-americana. “L’emozione dell’aria”, chiama l’autrice la musica, o, nella poesia Basso ostinato, “desiderio senza parole”, sottolineando così la parentela spirituale della sua poesia (che sarebbe, pertanto, il “desiderio con le parole”) con la vocazione innata all’universalità e alla totalità (di adesione ad essa) e pertanto si deve intendere, per “desiderio”, quel sentimento di espansione capace di sopperire ai limiti e alla pesantezza della materia, del corpo, per realizzare in sé una pienezza già oltre-esistenziale.
L’autrice passa dapprima in rassegna i tempi del metronomo (adagio, allegro, presto, ecc.) e quindi la dimensione fisica temporale, il rapporto essere-tempo o, anche, le modalità dell’accordo dell’essere col tempo. E vengono anche prese in considerazione alcune forme classiche della scrittura musicale (il minuetto, la passacaglia, la fuga, la berceuse), ossia quelle particolari forme canoniche che si sono via via sviluppate dopo il Medioevo e già con le prime composizioni profane del XV secolo che, passando attraverso la monumentale opera di revisione critica e di sistematizzazione di J.S. Bach e la ripresa in chiave moderna del tardo-romanticismo (Brahms, Débussy, Ravel – per fermarci agli autori citati nella raccolta) continuano, pur con significati un po’ diversi da quelli originari, anche nella musica “colta” (cosiddetta) degli autori contemporanei. La fuga, ad esempio, anche nella sua variante del “fugatum” e per certi versi la passacaglia, sono forme di straordinario rigore ma insieme di straordinaria libertà, con le quali tutti gli autori, noti e meno noti, si sono cimentati nel tempo. La stessa cosa capita nella poesia, con forme come il sonetto, l’ottava, la quartina, o particolari forme del verso omaggiate da tutti i poeti anche dopo l’invenzione del verso libero: l’endecasillabo, il settenario o il doppio settenario (o alessandrino) che ci viene dall’esasillabo provenzale.
C’è quindi, sotto l’aspetto formale, questo richiamo dell’autrice al passato, alla tradizione, reso evidente dagli “omaggi” ai vari autori citati nelle diverse poesie, e dunque il riconoscimento di quanto di “salvifico” dal passato ancora ci viene (La musica / desiderio senza parole / annuncia / allude / elude / spacca l’opaco / va e viene negli strumenti / fa festa); ma c’è molto di più.
C’è da capire ad esempio il senso di quella scrittura così diradata, che lascia ampi spazi bianchi di pagina, che rifiuta di intavolarsi in una sequenza ma sembra voler volteggiare per uno spazio senza zenith e senza nadir, come il volo, come l’apparizione fugace. Non è soltanto l’ansia di libertà, che in qualche modo è una costante nella poesia di Lucetta e che, in questo modo, l’autrice cerca di rappresentare anche graficamente: certamente questo aspetto è in parte costitutivo di questa insolita modalità espressiva, ma più evidente ancora è il tentativo dell’autrice di incoraggiare il lettore a leggere quello spazio, e quindi a leggere il silenzio. Già nella prima poesia, “Basso ostinato”, è implicito ma evidente questo messaggio: la parola, per diventare essere e per manifestare l’essere (non solo di chi scrive, ma anche del lettore), ha bisogno di uno spazio vuoto dove potersi muovere, allargare, manifestarsi. L’autrice lo rappresenta come uno spazio grafico, ma è da intendere come uno spazio sonoro, come un invito a modulare la fonia perché questo silenzio sia reso evidente nel testo, perché, nell’intenzione dell’autrice, la parola senza silenzio non può essere parola della poesia.
Così come la musica. Più la parola si distingue, più diventa persona, perché trova spazio per essere im-personata. Non si tratta, pertanto, di un mero artificio grafico a supporto di una certa musicalità del verso, ma si tratta invece di un’istanza che ha a che fare con la dimensione del senso o, se vogliamo, non un abbellimento che aggrazia la partitura, ma il “basso ostinato” della partitura stessa. Se volessimo andare oltre, in questa ricerca, potremmo addirittura azzardare una parentela mistico/religiosa di questa metafora, laddove, proprio all’inizio del Grande Libro si legge “E la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.”[Genesi, 1,2] o anche in Esiodo: “All’inizio era il Caos“.[Esiodo, incipit della Teogonia] Non ci azzardiamo, in ogni caso, ad attribuire all’autrice una consapevole e soprattutto voluta discendenza da queste due visioni (che poi sono una sola, comune anche ad altri poemi dell’antichità) del “silenzio” primordiale, ma ci pare che un forte richiamo vi sia, all’immagine di questo grande vuoto nel quale la parola chiama all’essere il mondo e l’uomo stesso.
Ma, anche senza chiamare in causa la Divinità, esiste pur sempre una dimensione religiosa di tipo laico e, direi costitutiva, ontologica dell’essere umano, quella cioè che “ci lega insieme” come appartenenti ad una specie e come parte di una natura e di un mondo, verso il quale abbiamo innato un sentimento di risposta, di responsabilità, una dimensione nella quale l’arte (la musica, la poesia e tutte le arti) hanno il ruolo di cercare la verità e di dirla, in quella dimensione di silenzio rituale nel quale la verità può venire all’essere prima di tornare nella sua notte. Ogni volta che questa verità balugina, il miracolo della perfezione di compie, seppure per un tempo impercettibile, che però ci tiene insieme in una vita che sta oltre la vita stessa. “Noi non moriremo mai”, scriveva l’autrice in una sua raccolta e, in qualche modo, la poesia, la musica, l’arte ci danno modo di “non morire” e continuare un dialogo attraverso il tempo e al di fuori del tempo, in una sorta di prospettiva salvifica che si realizza nella possibilità di continuare ad assolvere quel dovere di responsabilità che ci unisce al mondo e agli altri esseri umani, in una sorta di comunicazione incessante di una verità (e perché no? di una bellezza) che attraverso di noi si realizza e continua a vivere.
Ma torniamo alla nostra raccolta, alla sezione “Basso ostinato” che abbiamo iniziato ad esaminare. La sezione si articola e prosegue con le poesie dedicate ai movimenti della musica, snodandosi come metafora dei caratteri umani, dei nostri stili di vita, del nostro atteggiamento impreparato, inadatto alla grandiosità della vita, che ci trova sempre fuori tempo, distonici col tutto (altro tema, quello della inadeguatezza, già presente nelle raccolte precedenti). Non vi sono accenti accorati o tragici, ma piuttosto un sereno disincanto, distaccato, come lo sguardo del direttore d’orchestra che esamina una grande partitura, ne saggia i punti di forza e di debolezza, il gioco delle parti dei vari strumenti, la verità che sta dentro quella musica.

Di tutte le opere di Lucetta Frisa, questa mi sembra la più lirica, quella più intensa e probabilmente anche la meglio riuscita dal punto di vista stilistico e metrico, e dal punto di vista dei contenuti; quella che in modo sottilissimo e delicatissimo sa cantare in toni quasi sapienziali la vicenda dell’uomo e della sua esistenza, cerca insomma di esprimere un senso dell’esistere. E’ una poesia che incute serenità e insieme profondità, senso del magico e dell’incanto ma anche senso e dimensione realistica della fatica di vivere, la lacerazione per questa “gettatezza nel mondo”, come scriveva Heidegger, che però è possibile risolvere in una dimensione salvifica, nella quale con l’arte si gioca la carta vincente.

(Gianmario Lucini, Il desiderio inquieto. Note sulla poetica di Lucetta Frisa, in L’emozione dell’aria, pp. 19-23)

 

 

Lucetta Frisa, L’emozione dell’aria
Saggio introduttivo di Gianmario Lucini
Con una intervista all’autrice
Piateda (SO), CFR Edizioni, “Poiein”, 2012

 

Basso ostinato

Sei matto?
Per vedere il mondo non c’è bisogno di occhi.
Guardalo con le orecchie.

William Shakespeare

 

da orecchio a orecchio
una scossa
la testa invasa
si sente nascere

 

tra le galassie
nel sottomare
sotto la sabbia
sopra le foglie
dalle crepe dei muri
e del pensiero

 

voci
voli
fiato
di chi ama o muore

l’emozione dell’aria trova il suo alfabeto

 

     se le risate
        deviano
        voli di insetti e idee moleste
        se il pianto
        sgocciola nelle cavità dove si adagia
        e sempre qualcosa gli fa eco
        quando
        il suono si muta in parola
                                      in nome?
        quando
        il mistero oscilla
        tra timpano e voce
        e le parole
        cominciano il racconto?

 

        gole di uccelli
     e tutti gli strumenti
        catturano
        i suoni dello spazio
                    poi
                         li liberano

 

Se i suoni sono specchi
di un detrito astrale

                            chi evocano
               invocano?
quale visione
               o profezia?
                  E a noi
       tocca solo dolore
           o sordità?

 

se il canto di sirena incantò il tempo in pietra
       le nostre voci
                  affondano
       nei vuoti abbandonati
                      dagli astri

 

Un ritmo forse
cresciuto nell’orecchio
tra caos e melodia
e le sue pause

 

     va viene
            danzando su di sé
     scavando
     luoghi estatici

                              si spezzerà

 

la musica lascia una scia
             d’aria
                         ed ombra

 

                                    dov’è il centro?
                                 è solare vento
                         che a caso muove il nulla
                                    le sue figure?

 

nella polvere fu concepito il fremito tellurico
ma nell’atmosfera tutto sembra immobile e muto

 

      le pause –
attività dell’ombra?

     l’ombra
abitata
da voci e corpi

        È dolore rimosso
                       la luce?

 

Non esiste il silenzio   Risuona anche ciò che è morto
Seme sepolto rifiorisce si farà riascoltare   Un mondo infinito di
                                                      
[ mondi pullula nel silenzio
È l’ombra la struttura  impercepibile alle nostre orecchie come agli
                                                  
[ occhi la luce dietro la notte

Per ascoltare l’eterno basta l’attimo prima del suono e quello dopo

 

Ma chi si affida solo all’eterno
nell’urto

               evapora

 

chi sta fermo e supino
                vede il muro e il soffitto
         chi si mette in cammino
                 guarda davanti a sé
         il suo orecchio   chiama     il suono
                 l’occhio                       luce e buio
                 il muro                        finestre e porte
                 la voce                       le parole
                 poi ancora
                                   l’illimitato

         o cresceranno
mali torbidi ai sensi

 

Se il nostro destino è risuonare
il passato            ala
         che ci guida il braccio
        se un giorno noi uccelli eravamo

adesso
   echi
di
   echi
                       ciò che dissero i libri
                       scorre adesso nel sangue

 

             La musica
desiderio senza parole
              annuncia
allude
               elude
spacca l’opaco
va e viene negli strumenti
             fa festa

 

                               poi ci abbandona
                                     si effonde
                                      ne resta
                                                       un po’ nel fiato

 

     e chi ha sognato il diapason
     coprendo muri di Resurrezioni
     perché gli occhi possano immaginare
     dominio e terrore di un timbro
     ha le orecchie immerse nell’acqua umana
e continua a sentire
        più forte
        più forte
il basso ostinato
della terra.

 

 

***

16 pensieri su “L’emozione dell’aria”

  1. Mi sembra che “L’emozione dell’aria” di Lucetta Frisa non sia solo un inno alla musica, ma anche alla bellezza della vita, della parola e del pensiero che nelle note si trasformano in emozione incessante. Se fosssimo un pò più sordi al chiasso e al rumore dei giorni potremmmo accogliere nell’ascolto il ritmo, l’armonia e la disarmonia, la melodia del tempo che ci è dato da vivere.

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  2. interrogativi che lasciano sospensione tra le parole
    parole che danzano sul bianco pentagramma
    emozione:
    musica e orecchio,
    natura e strumento,
    un diapason di canti!

    *gole di uccelli
    e tutti gli strumenti
    catturano
    i suoni dello spazio
    poi
    li liberano*

    meravigliosa questa lettura!
    Grazie :-)

  3. “Il suono non ha gambe su cui stare”, scriveva John Cage, ma questa poesia ha buone gambe con cui sgranchirsi nel foglio, un’aria di fresca giovinezza, e la voglia anche di assopirsi sui divani e ascoltare. Le piccole ipnosi del suono sono droghe felicemente consentite. Provate a sentire William Tallis e Spem in alium

  4. GRAZIEe per il vostro passaggio:
    Natàlia, Rosaria,Carla, Cristina, Alessandra,Francesca e Vincenzo e i cittadiniprimaditutto per i vostri bellissimi commenti.

  5. Mi piace molto della accurata nota di Lucini quella definizione di “ uno spazio sonoro” Scrive infatti Lucini: “C’è da capire ad esempio il senso di quella scrittura così diradata, che lascia ampi spazi bianchi di pagina,[…] Non è soltanto l’ansia di libertà, che in qualche modo è una costante nella poesia di Lucetta […] ma più evidente ancora è il tentativo dell’autrice di incoraggiare il lettore a leggere quello spazio, e quindi a leggere il silenzio

    Se pensiamo al titolo: “L’emozione dell’aria”, ci dice appunto di una reazione
    che, in quanto dell’aria , è corale, toccando, sotto forma di vibrazione-rumore-musica, apparati-orecchi che ascoltino-sentano.
    Dunque il libro capta, traduce e modula (e lo fa ottimamente!) , mediante il suo alfabeto quello spazio (bianco, di silenzio, di partitura) di cui dice Lucini, diventando (ovunque il suo verso risuoni), stimolo per nuova emozione , in una vera coralità circolare che scrive:
    Non esiste il silenzio   Risuona anche ciò che è morto/Seme sepolto rifiorisce si farà riascoltare
    e ancora
    “Se il nostro destino è risuonare / il passato […]” 
    o addirittura (rispetto al futuro?):” chi si mette in cammino /   guarda davanti a sé /         il suo orecchio   chiama     il suono”
    perché “La musica /desiderio senza parole /              annuncia/allude/ “
    (e l’apertura e l’insistenza della a – alpha – mitiga il successivo l’”elude” …)

    Grazie Lucetta, Lucini e F.Marotta e complimenti e saluti!

  6. un saluto all’autrice. L’editore mi ha donato il libro che leggerò con calma. Intanto, congratulazioni e felicitazioni. Ciao,m.

  7. ………….
    Se i suoni sono specchi
    di un detrito astrale

    chi evocano
    invocano?
    quale visione
    o profezia?

    E a noi
    tocca solo dolore
    o sordità?
    ……………….
    in un mondo dove la gente nel silenzio
    è sormontato dagli acufeni
    L’emozione dell’aria
    potrà oltre…

    Complimenti a Lucetta Frisa e Lucini per la nota

    Un saluto

    mm

  8. Mi interessa e mi persuade molto l’oggettivazione del “discorso”: piccole clausole ( e robuste opzioni ) sempre mosse da un linguaggio di sicuro attrito espressivo , volano di comunicazione e non di incantesimo ( vulnus – diciamolo – di tanta poesia “femminile” ) .
    Grazie a Lucetta e a Francesco .
    leopoldo –

  9. E ancora Grazie agli altri gentili visitatori per i loro generosi commenti e per la fedeltà a interessarsi dei miei versi:
    gdb-magazine, Margherita,Manuel (al quale contraccambio le felicitazioni per il suo libro)Maurizio e Leopoldo.
    E sempre un GRAZIE speciale a Francesco che senza di lui
    il mondo dei poeti

  10. che bel titolo…
    mi piacerebbe sapere come nasce
    la scelta di un titolo
    se nasce a freddo, come sprazzo di certezza che non ha ripensamenti
    o se viene ponderata e ricercata…

    chissà!

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