Un magico transitare: Michaux e Artaud (I)

Gilberto Isella

La carne, i libri

Leviamo l’ancora per un’esotica natura! Questo imperativo di Brise marine – che Mallarmé rielabora da Baudelaire e consegna ai posteri – sarà un faro per la poesia della nostra epoca. Una luce irradiante il cui colore dipenderà dal suo rifrangersi nelle diverse singolarità poetiche. Non c’è nessun esotismo corrivo in quell’esotica, nessun compiacimento romantico in quella natura su cui del resto la falce di Leopardi è passata da tempo. Natura è il naturando, il di là da venire che avviene: un impensato rifiorire degli elementi, lo stesso rinascere di uno sguardo sul mondo, alternativo a quello che vi ha gettato la ragione scientifica “positiva” e ordinatrice. Mentre esotico è l’exò, il grande “fuori” interdetto dal sapere strumentale e utilitaristico. Ma un “fuori” inseparabile da quell’altro dall’io, da quel profondo “dentro” che è la caverna dell’inconscio – tematizzata da Freud a cavallo tra Otto e Nove e già intravista fin dal primo romanticismo – luogo del desiderio di quell’esperienza che Bataille chiama «un viaggio al limite del possibile dell’uomo».
     La decostruzione della dicotomia fuori-dentro, inaugurata dai simbolisti, rappresenta una delle grandi acquisizioni (anticartesiana per eccellenza) della poesia tardomoderna, un frutto della “veggenza” preconizzata da Rimbaud. Tolta quella cesura, luce e oscurità potranno di nuovo trovarsi faccia a faccia, dialogare in vista di una “tenebrosa e profonda unità”, verso un nuovo posizionamento, illuminato e illuminante, del soggetto, nella ridda dell’avventura cosmica. L’esoticità del paesaggio scoprirà le sue coordinate di immagini e pensiero nell’ideale interscambio tra quelle due non più contrapponibili condizioni del visibile. Come quando Campana, in Viaggio a Montevideo, nel fervido annotare il suo tragitto trapassa, per scosse ritmiche quasi impercettibili, dalla «luce incantata» in cui sorge «una bianca città addormentata» alle «molte ombre di un paese ignoto», per poi avviarsi «verso l’inquieto mare notturno». È il navigare a vista sul mare della precarietà, a difetto di sestanti e bussole, ma nel contempo l’ascolto del numinoso, il cifrare nuovi paesaggi all’insegna dell’alterità incontornabile. Quale porta che dà sull’Altro, sull’infinitamente lontano – ed è il poeta in primo luogo a esserne avvisato – l’inconscio non sarà mai mera istanza psichica, bensì operatore ontologico del transito, punto di fuga verso i luoghi dove nessuna autoconsapevolezza del soggetto troverà più garanzia.

     La fuga dal paese “piovoso” della contingenza nasce dal fatto che il poeta, antenna solitaria di un’umanità vigile, si sente in preda alla noia, alla stanchezza e all’esaurimento: da Baudelaire, emulo di Leopardi, a Corazzini e a Pessoa. Il mondo reale è divenuto calcolo e diagramma, le “cose stesse” si ridanno sfigurate entro il quadro di un sistema onnicomprensivo. In quanto cose “rubricate” tornano sempre al loro posto, attratte inevitabilmente dal paradigma, e il ripetersi dei paradigmi epistemici e comportamentali genera l’ennui. L’illusione, allora, è che la sommatoria degli enti in tal modo ordinati e categorizzati debba corrispondere a un Tutto, il tutto-mondo che ci vincola a sé.
     E dove il vincolo più ostinato pare essere quello segnico della riproduzione mimetica. Ma la poesia si ribella a questa dipendenza, ponendo in crisi, sulla scia di Nietzsche, un uso del mondo che non contempli la libertà di stare sopra le cose. Si scopre a questo punto la virtù di «un’arte tracotante, ondeggiante, danzante, irridente, fanciullesca e beata», necessaria «per non perdere quella libertà sopra le cose che il nostro ideale esige da noi».(1) Come afferma giustamente Alain Badiou: «L’idea stessa di legame, o di rapporto, è fallace. Ogni verità è slegata, e la poesia opera in direzione di questo slegamento, verso il luogo preciso nel quale un legame si disfa, in direzione della presenza».(2) Ma il luogo dello svincolo – che trasfigurato nell’ailleurs verbale della poesia sarà in grado di indicare la via di una presenza originaria – corrisponde allo stesso luogo d’esilio ed erranza in cui il poeta è costretto a operare, se è vero, per dire con Tiziano Salari, che «il poeta è lo straniero senza famiglia né patria, che spasima per la bellezza, che odia l’oro, così come il borghese odia Dio o qualunque altra cosa gli ricordi la trascendenza».(3)

     Gli dei sono fuggiti e i demoni della tecnica non incantano. Il loro fascino “sperimentale” può lasciarsi dietro solo derive metapoetiche, come a inizio secolo testimonieranno le avanguardie storiche. Qualcosa di importante, comunque, in e attraverso esse è salvato. Ciò che salva le marinettiane “parole in libertà” dalla deriva “tecnicista”, per fare un esempio, è l’indiziale messa in crisi di quell’ordine sintattico che, da Aristotele in poi, ha dominato la logica occidentale in quanto presunta intercapedine del pensiero. Le salva soprattutto la tenacia nel dissolvere le chiuse tipologie del lessico dentro un flusso energetico bergsoniano, favorendo illimitate “porosità” tra i campi semantici ed epistemici, mescidando corpo e mente, emozione e oggettualità. Una rivolta in nome dell’apertura e dello “slegamento”, e non avulsa dalla ricerca di nuovi parametri di bellezza. Una risposta mirata e “danzante”, ci piaccia o no, allo stato di esaurimento intenibile scolpito in quel blasone della nuova poesia che è l’incipit di Brise marine di Mallarmé: «La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres».(4) Conosciamo il prosieguo: un dictum dove l’impulso alla fuga verso «là-bas» (stupendo antonimo in rima di «hélas») aggetta sull’evocazione di una pagina bianca («le vide papier que la blancheur défend») del tutto simmetrica alla «écume inconnue et les cieux» agognata dal soggetto in procinto di fuggire. Inesauribile il percorso ermeneutico cui ci incoraggia l’idea di tabula rasa veicolata dal testo.
     La “brezza” e la “schiuma” che coronano il viaggio verso l’exò evocano, impregnandola, “la pagina bianca” della poesia a-venire, ma è come se questa pagina bianca fosse da sempre immersa nell’utopico mare del verbo. E gli imminenti Eventails vibrassero già alla sua brezza. Più che con una singolare postura analogica di immagini problematiche abbiamo a che fare con una rinnovata coscienza anagogica del far poesia, sopra un abisso in cui la vertigine dell’anima si proietta e il poeta si arrischia.

     L’esaurimento è la notte, mentre la pagina non ancora scritta rappresenta l’apice luminoso di questa vertigine. Ma ciò che conta, nel verso mallarmeano d’inizio, è l’affermazione del legame (o coimplicazione) tra carne e libri, tra il dolore psichico-cosmico che s’incista nelle fibre corporee – dolore eluso dal sapere nosografico – e il faustiano sentimento di saturazione («ho letto tutti i libri») nato dall’esperienza di una cultura improntata alla “quantità” e incapace ormai di trasmettere sensi nuovi. Alla poesia il ruolo di levatrice alchemica. Nell’entità insorgente, o meglio nel mistero di quella “e”, si annuncia il chiasmo di corpo e scrittura, ovvero l’istituzione di un luogo abissale, di un’incognita topologica.
     È attorno a essa che il viaggio si svolgerà, attraverso fitte selve ombrose rischiarate qua e là da radure, con il compito di smuovere dal magma delle cose verità enigmatiche e “strozzate”, con l’ambizione di sottrarre il disincanto vitale dalla sua improduttività “tetica”. La congiunzione “e” surclassa perciò la banalità di ogni nesso causale (Mallarmé non dice «la carne è triste perché»), potendo connotare profeticamente sia una straziante fusione – come avverrà in Artaud – che una serie di modalità-ponte: passaggi, meati, “porosità”, forme molecolari del rapporto tra bios e scrittura. Implicata nelle fibre intime del corpo, la poesia diventa pensiero, grande metafora pensante. Essa non è linguaggio riservato, serbatoio di literaturnost (come piacerebbe ai formalisti), ma ponte che unisce due singolarità del dire, esistenza e sapere. Esistenza ek-statica e sapere meta-disciplinare “rivelatorio”. Scrivevo tempo fa: «I chiasmi tra corpo e scrittura costituiscono nel Novecento un asse portante dell’“epistemologia” poetica. In numerosissime liriche la parola cammina sul cuore, soffia nelle vene, respira dalle ascelle, s’insinua nelle ghiandole linfatiche, e soprattutto è sessuata. Il corpo è scritto, o la parola si agita quasi disponesse di un corpo dotato di organi. «Chi prima arriva / in prima fila si siede / si rassetta la penna la veste / e mi dice Apri / e leggi / sono tutto scritto / dalla testa ai piedi» (Bartolo Cattafi).(5)

     Di fronte alla sirena apollinea della bella forma si erge la dismorfia del corpo dolorante e armato, armato perché dolorante. Un corpo profondamente lavorato dalla parola notturna e agonica ma che, proprio per il suo corrispondere alla sotterranea deiezione di una parola che s’inabissa e perisce al fine di risorgere, si fa veggente, può volgersi al cielo. Come in Celan: «Una parola – tu sai: / un cadavere. // Vogliamo lavarlo, / vogliamo pettinarlo, / vogliamo girare il suo occhio / verso il cielo» (Di soglia in soglia). O come in questi versi, quasi speculari ai precedenti, di Benn: «Iddii noi siamo così dolorosi, appestati, / eppure al Dio spesso si volge la mente» (Morgue).

     Il mito di Marsia vinto e scorticato – se ne è discusso in Italia qualche tempo fa – alimenta riguardevoli settori dell’attuale poesia, fino a interessare I segugi di Ossirinco del vivente Tony Harrison: «L’urlo di Marsia! Gli strappano la pelle / e tutto quel che voleva era di unirsi. / Marsia patì la sua orribile scuoiata / per un’innocente suonata all’aulos». Eppure i suoni di questo strumento “orfico” si fanno tanto più ebbri e lancinanti quanto più chi li produce sa di essere ferito a morte. Sorge allora la disperata invocazione alla metamorfosi oltrante, il desiderio di trapassare nei silenzi dell’Ade elevando un estremo canto di gioia. Canto che peraltro sarà già invaso da quei silenzi, così come dal tacere del mondo che a poco a poco si perde intorno a noi: «Vasto è il mondo e più vasta è la perdita. / L’unica cosa che non si perde è la perdita. / Scrive sul tuo corpo che passa / ciò che non sa», dice l’argentino Juan Gelman. Sennonché la perdita è già preannuncio del nuovo, qualora venga compensata non da un improduttivo solipsismo, bensì da quello sbalzo magico del pensiero che porterà il poeta, sono ancora parole di Gelman, «in un altro paese di maggiore avventura, morto di paura e vivo di speranza». Qualora dunque il sentimento della perdita e la sospensione del mondo preludano a un rito iniziatico, all’incontro con quella “stagione in inferno” che a Rimbaud procurava «estasi, incubo, sonno in un nido di fiamme». L’exò, l’«esotica natura» non è altro. È il riflusso del «sangue pagano» nelle vene dei cicli alcyonici e metamorfici di un D’Annunzio o la fonosfera ornitologica e oracolare di un Pascoli; ed è altresì la forza magica che vibra nelle costruzioni visionarie di un Michaux o in quelle, ormai disrotte dalla psicosi, di un Artaud. Una forza, prima ancora che una forma.

     «La geografia dell’essere è cambiata» scrive Michaux. Il cambiamento concerne il luogo dove si abita, e avviene quando si scopre in quel luogo un’«ampiezza a nostra disposizione, inesauribile» e la forza che pareva rinsaldare i contorni del mondo si indebolisce, lasciaessere e trasparire l’invisibile.
     Forse l’ampiezza si offre al poeta quando una magia insorge dal corpo-parola e l’universo, rinunciando temporaneamente alla propria chiusura, restituisce al linguaggio la facoltà di com-prensione. Desidero qui proporre due momenti interpretativi di questo insorgere: gli autori sono Michaux e Artaud, entrambi in diversa misura memori del rimbaudiano «essere in avanti».

(Continua…)

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Note

(1) F. Nietzsche, La gaia scienza, Mondadori, Milano 1971, p. 113.
(2) A. Badiou, Inestetica, Mimesis, Milano 2007, p. 56.
(3) Tiziano Salari, in Mario Fresa – Tiziano Salari (a cura di), Il grido del vetraio, Nuova Frontiera, Roma 2005, p. 13.
(4) «La carne è triste, ahimé! e io ho letto tutti i libri» così potrebbe suonare, senza troppi impacci, la versione. Ma l’“ahimè” non sarebbe in grado di esprimere pienamente l’intensificarsi del senso di stanchezza esistenziale contenuto in “hélas”, costruito sul lemma “las”: stanco, affaticato, infelice.
(5) G. Isella, Un saliscendi tra cose e parole, in «Bloc notes», 54, 2007.
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Il saggio di Gilberto Isella è tratto da:

Aa. Vv.
(a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari)
La poesia e la carne.
Tra il labirinto dei corpi e l’inizio della parola

Milano, La Vita Felice, “Saggi”, 2009.

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6 pensieri riguardo “Un magico transitare: Michaux e Artaud (I)”

  1. Osservazione alla nota (4):
    <>.
    La lingua (letteraria) italiana dispone dalle origini sia di un lemma omofono del fr. ‘hélas!’: ‘ahi lasso!’ [lat. lassu(m): stanco appunto, affaticato], sia nel parlato di ‘là-bas’: ‘là basso’.
    pfu

  2. il luogo da abitare, il corpo-parola che si apre ad un’ampiezza inesauribile potrebbe ricondurre anche a ciò che ci dice oggi la fisica quantistica a proposito del nostro essere e stare al mondo e vorrei ricordare le parole di Erniu Schroedinger (premio nobel per la fisica):”Per quanto possa sembrare inconcepibile al senso comune, voi e tutti gli esserei senzienti, costituite un tutto indivisibile”

  3. Ho letto il libro e quindi anche questo saggio con grande interesse: se ne ricava una visione non antagonista dei due estremi ( che antagonisti non potrebbero in ogni caso essere), e una molteplicità di tipologia di sguardo che va dalla sublimazione, alla comunione, alla divaricazione.
    Un libro interessante veramente.
    Narda

  4. Un magico transitare…
    Così mi piace pensare la luce che illumina l’artista (scrittore o poeta o pittore) leggendo i grandi e calandomi nel loro mondo così vasto e sapiente. Un percorso…
    C’è una vena misteriosa che si irradia nella stesura di certe opere….si tratta forse dello *spirito del poeta* che vuol farsi ascoltare?
    O forse del nostro, che volendo comprendere, si illumina tutto…?
    Schiele ha reso carne i suoi quadri, carne e dolore.
    Ho visto la sua mostra a villa Olmo, magnifica.
    Era vicino a Klimt!
    Paesaggio e carne, questa è la combinazione dell’anima.

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