Trenta scalini e noi due non ci siamo

Gorazd Kocijančič
Michele Obit

Scrive Gorazd Kocijančič presentando la sua raccolta di poesia ‘Trideset stopnic in naju ni’ (Trenta scalini e noi due non ci siamo) pubblicata a Lubiana nel 2005: “La morte è sempre di più l’unico mio interesse, come per tutti gli uomini che non si stancano di dimenticare l’evidente: perché si avvicina e – almeno in certa misura – prevarrà. La morte in tutte le sue maschere. «Naturali» e violente. (…) In «memoria» alla morte – a ciò che in senso stretto ovviamente non è oggetto di alcuna memoria – non tratto di feticizzare l’esperienza del non sperimentabile, è piuttosto un tentativo di registrare alcune cadute ed ascese razionalmente inesprimibili, un ascolto esitante, schizzi incerti di movimenti spirituali negli abissi inferiori e superiori.”
I trenta scalini sono dunque quelli che conducono «là», ma lo fanno – almeno per l’autore delle poesie – con la scoperta di una strana felicità e di una misura dell’esistenza.
Gorazd Kocijančič (1964) è un poeta, filosofo e traduttore sloveno. Parla correntemente dodici lingue, tra cui l’antico greco ed il latino. Ha tradotto e commentato in sloveno l’intero opus di Platone, ha collaborato alla realizzazione della traduzione della Bibbia. Tra le opere pubblicate i saggi filosofici ‘Posredovanja’ (pubblicato in italiano dalle edizioni Meudon del Centro studi Jacques Maritain con il titolo La sapienza trasmessa) e ‘Razbitje. Sedem radikalnih esejev’ (L’essere lacerato. Sette saggi radicali) e numerose raccolte poetiche, l’ultima delle quali è ‘Primož Trubar zapušča Ljubljano’ (Primož Trubar abbandona Lubiana).

 

Testi tratti da:
Gorazd Kocijančič, Trideset stopnic in naju ni
(Trenta scalini e noi due non ci siamo)
Nota e traduzioni di Michele Obit

 

     nedelja je čas
ko stvari niso
le čakajo
soprano je
in velemesto vrtinči prašni vrt
čisti glas opeva žalosti ekstaze
mojster vešče drgne mrtvo kožo
cigančica se igra v pekočem pesku
v trikrat prevelikih čevljih
hodi proti neizprosnemu
albanski brezdomec
je na bolšjem trgu kupil bundo
sredi poletja
odeja mu bo in hiša in grob
sedim in se polivam z vodo iz plastenke
nemočen sem pred krivdo sveta
in pred seboj
vedno bolj vroče je
in žalostno in lepo
gledamo se
vsi slutimo
kmalu bomo brez teles

 

     la domenica è il momento
in cui le cose non sono
solo attendono
c’è afa
e la metropoli crea turbine nel polveroso giardino
una voce pulita celebra la tristezza dell’estasi
il maestro abilmente sfrega la pelle morta
la piccola zingara gioca nella sabbia rovente
in scarpe tre volte troppo grandi per lei
cammina verso l’inesorabile
un senzatetto albanese
al mercato delle pulci ha comprato un giubbotto
in piena estate
da coperta gli farà e da casa e da tomba
sto seduto e mi verso addosso acqua da una bottiglia di plastica
sono impotente di fronte alla colpa del mondo
e davanti a me
fa sempre più caldo
ed è triste e bello
ci guardiamo
tutti lo percepiamo
tra non molto saremo senza corpo

 

*

 

     kot je bila
onstran uma
moja mlada teta nada
nič in upanje
ko je tisto popoldne
ko sem jo obiskal na onkologiji
rekla da bi živela drugače
če bi vedela
in ko je žarek
za vse neusmiljeno enak
božal in žgal utrujeni obraz
ki je prosojen izginjal v belini
enaki za vse neizprosno enaki
smrti kot da ni bilo več
čeprav jo je čakala

 

     come era
al di là della ragione
la mia giovane zia nada
niente e speranza
quando quel pomeriggio
in cui la visitai in oncologia
disse che avrebbe vissuto diversamente
se avesse saputo
e quando un raggio
per tutti inesorabilmente uguale
carezzava e bruciava il volto stanco
che diafano scompariva nel biancore
uguali in tutto inesorabilmente uguali
la morte come se più non ci fosse
anche se l’aspettava

 

*

 

     je na to mislil prijatelj roman
ko sva pila čaj na majhnem balkonu
in gledala obrise rožnika
nizkega nezanimivega
skoraj nevidne
dolgočasil me je
govoril mi je
o pogumu in volji in moči
o nazobčanih stenah
o skrivnostih lebdenja
o opojnem preseganju sebe
o izzivanju usode
plezajoči človek bog
in tedaj sem v njegovem glasu zaslišal
kako se kruši kamen
kako se kruši krik

 

     a questo pensava l’amico roman
quando bevevamo il tè sul balcone
guardando gli scorci di rožnik
bassi insignificanti
quasi invisibili
mi annoiava
parlandomi
di coraggio e voglia e forza
di pareti dentellate
dei segreti della levitazione
dell’inebriante superamento di sé
della sfida del fato
uomo rampicante dio
e allora ho sentito nella sua voce
come si sbriciola il sasso
come si sbriciola il grido

 

*

 

in ti molčiš takole

v tem mraku
sem vedno gostejši

maščevalec

in ti rečem

napisal bom tisoč besed o breznu
da pokrijem njegovo senco
in tisoč o luči
da te bom gledal
ko za nagradi prihajaš
kot sneg v noči

 

e tu così taci

in questa oscurità
sono sempre il più forte

vendicatore

ed io ti dico

scriverò mille parole sull’abisso
per ricoprire la sua ombra
e mille sulla luce
per poterti vedere
quando in premio giungerai
come neve nella notte

 

***

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7 pensieri riguardo “Trenta scalini e noi due non ci siamo”

  1. Nel ringraziare ancora Michele e fm per il loro lavoro, voglio spendere due parole su Gorazd, che ho conosciuto qualche mese fa, prima ancora che sulle sue poesie. Gorazd mi ha fatto l’impressione di una persona di una signorilità rara: grandissima cultura, grandissima profondità umana e intellettuale, eppure una gentilezza contagiosa e umile, come se ne trovano davvero poche. La sua poesia è la conseguenza di tutto questo.

    Francesco t.

  2. il titolo mi fa pensare alla scala mistica – Scala Santa del Paradiso di San Giovanni Climaco, per giungere sì all’al di là, ma anche alla “perfezione” (o perlomeno tendere a).
    Diventa perciò estremamente significativo proprio questo passaggio di Gorazd Kocijančič “In «memoria» alla morte […]è piuttosto un tentativo di registrare alcune cadute ed ascese razionalmente inesprimibili, un ascolto esitante, schizzi incerti di movimenti spirituali negli abissi inferiori e superiori”.

    Mi colpisce inoltre il richiamo al due (“e noi due non ci siamo”), che coinvolge quindi il noi (un io e un tu/altro…) e il non essere nemmeno sulla scala (“non ci siamo”). Ovviamente la morte anche per “il noi due” è data, dunque cosa significa: gia caduti? come i dannati.., già perduti,,,
    i paesaggi dei versi (almeno di queste poesie) che parlano già di polvere, di cammino “verso l’inesorabile”, di più, già corrotto, già slabbrato, qui (per malattia, per povertà, per noia…)
    eh “uomo rampicante dio” (bellissimo)
    … “e quando un raggio / per tutti inesorabilmente uguale”

    “uguali in tutto inesorabilmente uguali”

    Grazie!!
    un caro saluto

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