Canti dell’offesa

Fabio Franzin

Nel circuito ingessato e spesso autoreferenziale della poesia italiana capita a volte che i riconoscimenti vadano a chi davvero li merita: è il caso di Fabio Franzin, autore che negli ultimi anni ha saputo coniugare ad una produzione quantitativamente rilevante un livello qualitativo decisamente elevato. Al tempo stesso mi sembra di poter dire che il desiderio di schematizzazione (non per volere di Franzin stesso, sia ben chiaro) abbia a volte portato a classificare la sua opera in modo decisamente semplicistico: da “poeta del Nordest perduto” a “poeta della fabbrica”, fino a “poeta del precariato”. Trovo che, come spesso accade con le definizioni, anche queste siano riduttive, e non rendano giustizia allo spessore della poesia dell’autore mottense. Così in fondo mi viene da sorridere di fronte ai Canti dell’offesa, pubblicati da Il Vicolo di Cesena: si tratta di una manciata di testi in italiano – per numero più di una plaquette, meno di una raccolta vera e propria – in cui Franzin rivolge il proprio sguardo alla crisi, questa bestia che ci imprigiona tutti ma di cui non comprendiamo bene le ragioni. Invece le conosciamo, sembra dire Franzin, le conosciamo bene: il sogno italiano si è dissolto, il benessere che doveva portarci alla felicità si è rivelato una montatura, i valori a cui abbiamo rinunciato hanno lasciato un vuoto che appare senza significato. Si tratta di una poesia capace di attimi di grande dolcezza, ma che altrove si fa dura ed impietosa: “Ma siamo proprio noi quelli là / quelli che compaiono così allegri / e minchioni nei video fatti in casa”.
Ripensando a quanto detto prima, mi viene da sorridere – purtroppo amaramente – perché questa volta sarà difficile incasellare Franzin, perché quel “noi” non ammette deroghe e ci chiama tutti a raccolta, attorno ad una voce decisa come una coscienza. Leggendo questi canti nessuno potrà più dire di non essere mai stato un operaio, nessuno potrà più dire di non sapere cosa significhi essere precario, sia economicamente che spiritualmente. Queste parole (pubblicate recentemente su Blanc de ta nuque) non sono mie, ma di Alessio Franzin, figlio di Fabio, e nel rapporto di stretta parentela trovano ancora maggiore verità: “dovere è denunciare” soprattutto oggi che “parlare non si può”, dovere è anche ascoltare la voce di chi invece parla, con tutta l’indignazione che la poesia può fortunatamente portare in sé.

(Francesco Tomada)

 

Fabio Franzin, Canti dell’offesa
Prefazione di Gianfranco Lauretano
Cesena, Il Vicolo, “Arcana Mundi”, 2011

 

L’ingiustizia è diventata vanto
e si vive sempre più arrabbiati
sconfitta l’idea di un bene che

affratelli il rancore farsi vetro fra
le ossa ragno che ora dopo giorno
tesse la sua scura rete nella mente

dentro i fragili estuari delle vene.
Qualcuno esplode ogni tanto non
regge quel male digerito riaffiora

negli occhi con tutta la sua rossa
radice allora l’innocente sacrificio
la strage per certuni è liberazione.

 

*

 

È che non è neanche più questione
di come o di cosa uno si accontenti
la miseria è sempre iena e la dignità

il moncone che nessuno può esporre
al mondo ormai senza vergogna. La
matassa il reticolato irto e grigio là

calcato sopra le ansie e le preghiere
di mia madre: Testanera è una bella
pubblicità che promette di ricoprire

a lungo la ricrescita. «Sì, mi balla
la dentiera, altro che parrucchiera
»
dice «mi fanno male le gengive»

è solo il male a far rima con sociale
oggi per chi si ostini a continuare
a vivere oltre l’età contributiva.

 

*

 

Le scaglie ocra del guscio di un uovo
e le bucce di un mandarino sparse in
quel centrino rosso steso fra le fitte

e verdi stecche di una panchina – come
in un’ara installazione minimale sacra
rappresentazione ad assemblare codici

e colori del Natale: fra abete e presepe
i doni dei re Magi l’umile mangiatoia –
alle due del pomeriggio di quest’ultima

domenica d’avvento così bionda di luce
lungo il viale delle ville. La statuina c’è:
seduta accanto e mi saluta con la mano

mentre passo nell’altra una fetta di pan
carré; gli stivaletti beige col pelo chiaro
e la cerniera che spuntano sotto le balze

nere del montone certificano il viaggio
affrontato per la fame. E’ festa anche
per lei oggi c’è un bel tepore nell’aria

italiana la neve degli Urali è lontana
ormai ma l’Europa è una piovra che
sposta i pastorelli nella sua scacchiera

desolata fra scorie e ciminiere nessun
salvatore annunciato; la cometa ferma
sopra la grotta del centro commerciale.

 

*

 

Cosa mai ne capivamo noi di borsa
economia materia pensavamo fosse
solo per altri magnati o premi nobel

cifre e diagrammi che non sapevamo
interpretare che sembravano le Alpi
sulla carta quotazioni come altitudine

di passo di pianoro. Che al massimo
per noi era fare la cresta sulla spesa
qualche euro che restava nelle tasche

il segno più. Ma col mutuo abbiamo
provato quelle vette capovolte negli
abissi le punte farsi aculei nella carne

(così fa la faina quando penetra
furtiva nei pollai e uccide fa razzia
per cibarsi poi soltanto delle creste
)

 

***

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8 pensieri riguardo “Canti dell’offesa”

  1. http://cartesensibili.wordpress.com/2012/01/17/fabio-franzin-canti-delloffesa-lettura-di-f-ferraresso/
    Sono lieta che altri si accorgano di questa scrittura aperta tra i luoghi degli uomini, dove gli operai o gli intellettuali non possono stare di qua e di là ma trovano un solo luogo dentro l’occhio svestito dalla profonda stupidità con cui si guarda il mondo e dentro c’è finalmente l’uomo cha sta di guardia alla propria umanità. fernanda f.

  2. nella lettura dei tuoi versi, caro Fabio, asciugati dal senso della necessità, mi sento più donna, più cittadina, più lavoratrice, più madre e direi anche più uomo e padre…. il tuo continua a essere uno sguardo indispensabile alla poesia italiana… a presto….
    Ant

  3. Ringrazio, di cuore, Francesco Tomada per l’inatteso, e ancor più gradito, post, e Francesco Marotta per averlo ospitato nella sua preziosa dimora. E ringrazio tutti gli intervenuti coi loro lusinghieri commenti.
    Con affetto. FF

  4. ho molto pensato a questa introduzione di francesco tomada, mi ha colpito la citazione che riporta le parole di alessio franzin: a leggerle così, en passant, potrebbero sembrare un accenno un po’ sentimentale, non decisivamente “critico”, almeno nei termini statutari della critica. “nessuno potrà più dire di non essere mai stato un operaio”: qualche anno fa i fautori delle politiche dell’identità avrebbero storto il naso a un commento simile. mi sono invece ritrovata a scoprirvi qualcosa del congegno, raffinatissimo nella sua semplicità, che rende le poesie di franzin – perdonatemi la parola – “un successo”: l’intimità con la condizione del lavoro che non più nobilita ma gira a vuoto e che permette a questa voce poetica di identificare e raccogliere gli elementi del pathos contemporaneo, non meno strazianti per essere ordinari. essi, come dice tomada, chiamano “a raccolta”. è la loro riconoscibilità, la nostra famigliarità con “gli stivaletti beige”, con la “fetta di pan carrè”, che animano questi testi. se vi è retorica essa serve a che siano “canti”, poesie per una coralità. certo, esse stanno in una tradizione civile riconoscibile (la tendenza narrativo-realistica, la denuncia morale, ecc.), eppure sono animate da una drammaticità esistenziale nuova. fissano immagini, direbbe Benjamin, come balenano davanti “al soggetto storico nel momento del pericolo”. testimoniano qualcosa – lo strano, disperato riconoscersi di noi dispersi – che è di oggi, di questo momento, qui.

    grazie e un caro saluto,
    renata

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