Cantico di stasi

in un ospizio di foglie
la pigrizia dell’angelo.
si secca la gioia di dio
pertugio di lacrime.
incline al giocondo arenile
balbetta d’eco la conchiglia.
in mano all’armonia dell’inguine
resta la giara senza l’olio santo
prosciugato dal resto del mondo.

 

Marina Pizzi
Cantico di stasi
(2011- 2012)

 

2.

quale imbrunire mi offuscherà la fronte
nella schiera di nuvole nemiche
scacchiere senza angeli di fianco.
oggi il diverbio è pastore di se stesso
quasi un convulso esodo di stasi
verso l’ombra che per tutti c’è.
in un buio di casale voglio l’occaso
della pace. in primavera si addice
la mia voglia di avverare aiuto
almeno alle fontane senza acqua
battesimali di cenere per sempre.
la croce sulla fronte non basta
il salario di essere felici, anzi
la casta delle ronde tonifica il demonio.
i prìncipi sono pochi e i sudditi
immensi. così lo stato delle fosse
vive, lo stato del dominio delle cose
fatte ad arco per castigare meglio.

 

        5.

        ho imparato a giocare con le statue
        in grandi mari a tuffarci insieme
        inguine di donna la marea
        sotto la guerra di perdere i bambini
        in preda alla resina dei barbari.
        in mezzo all’avarizia della bara
        sono rimasta cenere sgraziata
        dai sassolini dei venti più potenti.
        in mano alla paglia dei falò
        da viva imparai le ceneri
        le belle faville che non smettono.
        i cortili dei vivi avevano altarini
        acquitrini per i pesci rossi
        non peccatori i miti degli amori
        aperti a mo’ di libri sui davanzali.
        in barca sulla fronte dell’anarchia
        la chela del granchio non osò toccarla
        anzi si ritrasse per un fido di elemosina.

 

7.

quale bistro truccherà il mio zaino
in perla d’indovino finalmente
per correre alla maniera dell’atleta
con la lancia in resta e la corona in testa.
nulla parlerà di regole oceaniche
visto che lo stagno piange fanciullo
e la pallottola ha trascorso la nuca.
così morta la ciurma della ronda
nulla potrà cantare alla madre del bivacco
l’accomodo di dirle una pietà.
alla cometa del rantolo maniaco
si scomoda il respiro per spirare
la corta moda di morire sùbito.
in mano al dado del sicario
si ottenebra la calce del loculo
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.
in mano alla caduta della rotta
faccio ammenda di me nei secoli
per le placente irrise che non ebbi.

 

        9.

        mi metterò l’occaso in riva al sangue
        e capirò perché la luna è piena
        o spicchio di capestro. l’alunno saturnino
        della pena gravita una roccia. dove da oggi
        è turno di scempio prestare il rantolo
        occludere la fiaccola del coraggio. in stato di
        omuncolo regalo assiomi miracolosi
        d’asma. eppur domani sia consono
        il re del soqquadro per la caligine
        del retro stato. un fato di nebbia
        mi epuri l’odio. non basta raccontarsi
        un enigma se la storia è dio. è da sùbito
        l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave
        non avrò amore nel furto di esserci. la cenere
        d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.
        e la darsena si acclude all’osso di sterco
        al comignolo che ottura il cielo
        verso la rottura col mito. in fase maschia
        non sarà riscossa espugnare il rantolo.

 

11.

lasciami andare a un sinonimo di eclissi
dove l’abaco conti solo miti
e siluri di alfabeti miracolosi
dove la cornucopia è sazia
e la viltà non ha indici
né sbagli di scommesse.
intagli di meraviglie starti a guardare
nell’eremo che soqquadra le pianure
perdurando le eresie del bello
sotto le cimase dell’esodo folclorico
e le rotte evangeliche del sorriso.
indarno il quadro scoppia di bellezza
se questo deserto è prova di catrame
e la trama del foglio perde la scrittura.
il trono maniacale dell’estetica
espunge il costato dell’arsura
questa bravura di piangere per sempre
nonostante le zeppe sotto la lavagna.
il crudo amore inguaia la progenie
misfatto editto per la solitudine
tutte già belle le turbe delle spose.

 

        12.

        mia madre è morta di strano cuore
        una maretta intrisa di preghiera
        la mia di sapida bestemmia
        dove la pietà si annulla in urlo.
        in un covo di rettitudine blasfema
        ho sopportato l’agonia la gogna
        dell’attesa e il silenzio finale.
        con un pellegrinaggio di lenzuola
        la giornata si fa atroce come la purea
        di tutti i giorni e le cibarie pessime.
        escludo da me la veglia della gioia
        questa vanga di fanga e di gran fuoco
        quando i fiori si gettano per terra
        a piramide profumata. si toglie tutto
        anche la croce per la cenere maligna.
        resti o svapori poco importa alla baldanza
        di lucciole letargiche e fuochi fatui.
        i lavori degli uomini continuano
        a trasportare morti per furti futuri.
        si ruba ai morti tanto non costa niente
        e la baldoria non barcolla un attimo.

 

14.

vado all’espatrio ogni notte
con un tatuaggio nel cervello
botta e risposta senza fine
la mia carriera visitata da ferri
arroventati. nei denti un faro
di conchiglia. una perplessa
aurora quanto un cimitero
divelto. miserere del respiro
continuare la scansione del
tempo. vocativo d’estro volerti
accanto. camminami sul petto
abbi pietà del mito che ci rese
fragili. passa la vendetta un canestrello
di vespe. la grazia occulta della siepe
è un buon cammino nonostante
non sapere l’aldilà. incudine di putti
verremo uccisi tutti.

 

        15.

        qui si sale in coda all’erba vinta
        alla riscossa che non sa di niente
        né di pane azzimo la scuola.
        il perno della foce è dietro l’angolo
        una madonna in estro di fallacia
        per un girotondo di perle senza
        viottolo. si sta conserti mappamondi
        in torto sull’occaso di dar spallate al mondo.

 

16.

al caso del mio cantuccio si cammina
a vuoto. fantasma di rovina accavalla
le gambe come una signorina. inganno
in camice chirurgico non sa operare
la rima con la vita. tacita piange la zucca
delle ceneri parenti, padre e madre simili
al cemento. urlo l’uno silenziosa l’altra
la cuccagna dell’aldilà è da vedere
con l’esame dei bocciati. le spalle ordinate
di soldatini morti. le cicale hanno smesso
per pietà di far tormento al calco dell’estate.
intruglio di penombra questa perpetua
stasi. sentire addosso le resine è cimelio
d’altitudine contro la pozza del seminterrato
d’oggi. ordigno di cometa sapere le regole
del tempo vetuste come la luna presa.

 

        20.

        la gita sotto il crepuscolo
        ladrone di speranza
        dove si attiene il bozzolo di nascita
        la stampella certa del divenire
        acrobata di sterco sulla terra.
        l’indugio qui a carponi trottola
        di niente e sghignazza la fola della fortuna
        lontana dove non avviene aureola di sole
        né apostrofe d’amore. il nulla dove si aggioga
        la clessidra ha il basto certo della risacca
        l’acume vuoto di perdere ossigeno.

 

22.

dio del pensiero storpio
abbuia già.
qui sulla mensola del fatto
si registra l’asola di piangere
la strada nulla dell’apostolo
generico.
non tradurre le ceneri del silenzio
tra le novene azzurre delle povertà
le crisi del vero sotto tramontana.
invano si palesa l’ermo della stirpe
l’inverno canuto del postremo
indizio. vicende di trascorsi
non credere al vieto annuncio
dell’angelicato stato. il cencio
della morte porta via laconico
l’albore vate del gerundio nuovo.

 

        26.

        mi va di crollare nel fantasma
        ascesi finalmente senza asma
        né manuali per restare
        nonostante il lutto che spalanca gli occhi.
        in fatto di cornucopia ho perso il nome
        presso la cantata infernale della fanghiglia.
        tu che piangi le aureole ventose
        del sacrestano le pulizie sacre
        senza morto da celebrare.
        con le borchie sulla spada dell’angelo
        voglio giocare agli inseguimenti
        tanto per farmi amare un po’ di più.
        in palio alla materia del contendere
        sto giù da tempo senza museruola
        né crolli di comete fratellastre.
        strazio e cipiglio questa anestesia
        non buona al dolore che si ripete
        fratello di iena colmo di bestemmia.
        mia la manciata degli sterpi
        volitivi al massimo della furia
        dove si addentra la madre senza figli.

 

30.

così si muore nel dialogo del sale
il borgo chino della bocca secca
quando felice come addobbo il gobbo
passeggia nei viottoli più ciechi.
tranquilla nella morte la madre
ha il volto diafano del consiglio
la nulla fame del singhiozzo ucciso.
incontra insieme a me la stanza vuota
il lavorio di sembrare vivi
nonostante la voglia di morire.
così è mortale la spianata d’ascia
quando l’alunna non sa la lezione
né uno scivolo appena per scappare.
in curva alla minaccia dello strapotere
resta la culla unica del fiato.

 

        34.

        chiude la voce rantola pesante
        mistero d’angolo, mia madre.
        pagliuzza di cometa presagire
        quale sarà la zattera salva
        l’aquilone al dito della gioia esatta.
        va e si spreca la furia dell’onda
        mareggiata senza cantico di sirene
        né rotte esotiche da girare in guado.
        morente l’addobbo della nuca
        nel silenzio botanico dello sguardo
        la solitudine senza panico guasto.
        imago la rugiada sul capino del passero
        pensa la goliardia di trovare un ufo
        da sotto l’orto abbandonato a sasso.

 

__________________________

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-1955.

Ha pubblicato i libri di versi: Il giornale dell’esule (Milano, Crocetti, 1986), Gli angioli patrioti (Milano, Crocetti, 1988), Acquerugiole (Milano, Crocetti, 1990), “Darsene il respiro” (Milano, Fondazione Corrente, 1993), La devozione di stare (Verona, Anterem, 1994), Le arsure (Faloppio, CO, Lieto Colle, 2004), L’acciuga della sera i fuochi della tara (Lecce, Luca Pensa, 2006), Dallo stesso altrove (Roma, La camera verde, 2008), L’inchino del predone (Piacenza, Blu di Prussia, 2009), Il solicello del basto (Roma, Fermenti, 2010), Ricette del sottopiatto (Nardò, Besa, 2011).

Le plaquettes “L’impresario reo” (Tam Tam 1985) e “Un cartone per la notte” (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); “Le giostre del delta” (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004).

Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.

Numerosi e-book e collaborazioni si possono leggere on line. Ha vinto tre premi di poesia.

Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.

Sul web cura i seguenti blog di poesia:

Sconforti di consorte
Brindisi e cipressi
Sorprese del pane nero

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4 pensieri riguardo “Cantico di stasi”

  1. Bisogna ammettere che leggere la poesia di Marina è come fare un bagno nella ricercatezza affusolata di un occaso…
    un saluto da un angolo di lago dove la pioggia non da tregua

  2. estasiata dalla poetica di Marina Pizzi … ed è stato per caso che ho scoperto questo cantico bellissimo mentre ricercavo una foto da aggiungere ad una mia nota, piccoli versi “Stasi ” Eccelsa Poetessa complimenti

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