Movimenti in ossario

Davide Racca

Da: Movimenti in ossario

 

A Death blow is a Life blow to Some
Who till they died, did not alive become –
Who had they lived, had died but when
They died, Vitality begun.

Emily Dickinson

 

freddo

e nel freddo
un rumore di zampe
sempre

nel freddo una zanna
senza radici e senza
carie –

e arriva sempre
sul finale

un finale con attimo
di panico – dove
non c’è nessuno

– tanto nessuno viene

 

 

NELLA CRIPTA

stillicidio che martella la pietra
forsennata – battendo timpani
con rigore manovale sempre
nell’identico punto
ridondante

e solca il muschio verdevescica
la piaga vegetale che trabocca
dirupata – la pietra che si penetra
goccia a goccia senza sosta
in fila indiana

mentre
oscillanti candele
grondano su falene che riposano
in pace o sbattono sfarfallando
isteriche con palpiti sacrificali
come ombre acquatiche
nel reticolo di mura tra colonne
mostri marini e naiadi
su capitelli stillanti

finché dal mosaico
la torva bestia spalanca le fauci
e sputa un osso di uomo
senza hybris

 

Da: IN OSSARIO

 

 

(craniocapitello
stilita
sul corpocolonna)

sulla volta della cripta
la dentiera occhiuta
fissa l’angolo buio

ipnotico
il pendolo si ferma –
si ferma l’orologio

attimi
usciti dall’orbita
canticchiano
in ordine sparso

 

 

occhiaie, tropi, culle
di insonni, celle
per topi

il foro alla base del cranio
lascia un solco tra peli
ed eterno

scheletriche dita
sminuzzano briciole
di profondità

ciocche di capelli
crescono
semoventi

(i pettini che tornano
ai nodi
spezzano i tendini)

 

 

catatonico – demente
ricade all’indentro
per revocare
qualcosa

e poi
revocata
dipanarla
eguale

come battendo
una campana d’avorio
mille voci interiori
bisbigliano
il ritornello dei vermi
del patrimonio
genetico e
delle stelle

per poi
al dong successivo
di nuovo
ricadere

 

 

dietro la persiana del torace
un pulviscolo roditore

scarafaggi
sul dorso
fanno esercizio
di meditazione

un giro di luna
completo
arresta le emorragie

sigilla sulla bocca
l’intero arco della fame

 

______________________________

Fabio Teti
Una nota su Movimenti in ossario
di Davide Racca.

Custodisco con cura questa perturbante autoproduzione di Racca. Non tanto per un feticismo dell’oggetto in sé, quanto per la irrinunciabile lezione che traggo dai suoi movimenti interni al “solco della cenere”, dai suoi gesti tutti stretti alla -logia, al “discorso” dell’ ἔσχατος, dell’«ultimo», delle ultime cose, e insieme al loro “non-discorso”, alla aconcettualità incommensurabile della loro manifestazione.

Ci si entra “senza hybris”, coerentemente, inevitabilmente, se il contesto d’impatto è il grande rimosso, la morte, della nostra cultura necrofila (il paradosso è solo apparente). E ci si muove ad accettarne i limiti posti, ma anche a rifiutarne, qui il passo necessario, le risultanze nichiliste: rispetto al ‘teschio con diamanti’ di Hirst, siamo credo al polo opposto. Siamo in un movimento, infatti – quello nell’ossario – che vacilla, attraversa l’afasia e l’irrimediabilità, ma che proprio in quanto *movimento* e sforzata *dizione* (quasi come accade con le azioni e voci di molti personaggi beckettiani, che continuano e continuano, *nonostante* la disperazione in cui sono situati) riesce a svolgere e provare, immanentemente, la stessa impossibilità di essere nichilisti: è insomma la negazione in atto della negazione. Racca conserva così in immagine, e proprio in questa dialettica, nel non ignorarla, il telos di una uscita. Il suo movimento, allora, è in qualche modo descrivibile con la bella formula che Baldacci escogitava per la poesia di Giuliano Mesa: “dentro la negatività, e contro la negazione”. In questo senso leggo infatti il doppio teschio ricalcato in carta trasparente che inoltra, dopo l’afasia sversata in attestazione grafico-anatomica dei disegni che infestano la parte conclusiva della silloge, ai versi finali dell’ultima poesia: “tieni alto il dolore, / ritira il giudizio conclusivo… / – esci di qui respira”.

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38 pensieri riguardo “Movimenti in ossario”

  1. caro Francesco, che grande sorpresa.

    Custodisco con cura questa perturbante autoproduzione di Racca. Non tanto per un feticismo dell’oggetto in sé, quanto per la irrinunciabile lezione che traggo dai suoi movimenti interni al “solco della cenere”, dai suoi gesti tutti stretti alla -logia, al “discorso” dell’ ἔσχατος, dell’«ultimo», delle ultime cose, e insieme al loro “non-discorso”, alla aconcettualità incommensurabile della loro manifestazione.

    Ci si entra “senza hybris”, coerentemente, inevitabilmente, se il contesto d’impatto è il grande rimosso, la morte, della nostra cultura necrofila (il paradosso è solo apparente). E ci si muove ad accettarne i limiti posti, ma anche a rifiutarne, qui il passo necessario, le risultanze nichiliste: rispetto al ‘teschio con diamanti’ di Hirst, siamo credo al polo opposto. Siamo in un movimento, infatti – quello nell’ossario – che vacilla, attraversa l’afasia e l’irrimediabilità, ma che proprio in quanto *movimento* e sforzata *dizione* (quasi come accade con le azioni e voci di molti personaggi beckettiani, che continuano e continuano, *nonostante* la disperazione in cui sono situati) riesce a svolgere e provare, immanentemente, la stessa impossibilità di essere nichilisti: è insomma la negazione in atto della negazione. Racca conserva così in immagine, e proprio in questa dialettica, nel non ignorarla, il telos di una uscita. Il suo movimento, allora, è in qualche modo descrivibile con la bella formula che Baldacci escogitava per la poesia di Giuliano Mesa: “dentro la negatività, e contro la negazione”. In questo senso leggo infatti il doppio teschio ricalcato in carta trasparente che inoltra, dopo l’afasia sversata in attestazione grafico-anatomica dei disegni che infestano la parte conclusiva della silloge, ai versi finali dell’ultima poesia: “tieni alto il dolore, / ritira il giudizio conclusivo… / – esci di qui respira”.

    Spero fortemente che questa silloge di Davide, assieme ad altri suoi importanti inediti, possa circolare prima o dopo interamente, diffusamente, essere letta, diramare la sua interrogazione…

    ringrazio intanto per questa parziale pubblicazione. Francesco, Davide, un saluto forte a entrambi,

    f.t.

  2. che dire…ha detto molto Fabio…)); dico che la “leggerezza” estrema di questo ossario è una ventata di aria fresca, necessaria anche e forse soprattutto nel gran processo del “composita solvantur”, spero anch’io di leggerne di più, Viola

  3. Fabio (sperando che la cosa ti sia gradita), ho inserito il tuo commento nel corpo del post: penso che fotografi come meglio non si potrebbe il lavoro di Davide, e non solo in riferimento a questi testi.

    Ormai nessuno più vuole, o sa, inoltrarsi nell’analisi dei testi – troppo tempo, troppa fatica a quanto pare. I blog letterari stanno morendo anche a causa di questa afasia indotta: un “mi piace/non mi piace” non potrà mai sostituire il pensiero, la dialettica, la critica, la condivisione, lo scambio intellettuale.

    Ti ringrazio.

    Un saluto a te e a Viola.

    fm

    1. ringrazio io te, Francesco; spero piuttosto che la cosa sia gradita a Davide, il cui lavoro meriterebbe ben altro che il mio claudicante e frettoloso commento.
      E’ vero però che quel genere di dialettica che ho confusamente sbozzato più sopra sembra attiva come dici anche in altri lavori di Davide. Penso qui ad esempio alla sua declinazione cromatico-semantica, tra rosso e nero, ferita e ingranaggio, cuore e pensiero nelle “espansioni semantiche” di Inorganica vicenda, che non so se possiedi o hai potuto vedere… sarebbe bello se Davide volesse dirci qualcosa a riguardo.

      Un salutone, a te e a tutti,

      f.

  4. Trovo questi testi davvero eccezionali, come del resto molto precisa è la lettura di Fabio. Il suo discorso sulla afasia, l’osservazione di Baldacci, e il testo di Racca, in particolare per “catatonico” – evocano un’immagine di tensione al movimento, che poi movimento non è, ma appunto, una lieve oscillazione. La poesia che ho appena ricordato, innanzitutto, mi ha evocato un’immagine molto suggestiva di un film di Herzog, “anche i nani hanno cominciato da piccoli”. La scena conclusiva di questa pellicola rappresenta infatti un cammello con una zampa mozzata che prova a rialzarsi, tenta e ritenta, ma ineluttabilmente, proprio perché impossibilitato fisicamente, ricade. Se ci spostiamo dallo studio “esistenziale” di Herzog alla riflessione “metalinguistica” di Racca, mi sembra che i punti di contatto siano molti e molto forti. La parola “ricade” per dire qualcosa, poi la revoca, ontologicamente, uguale a prima – perché il linguaggio non modifica la sostanza della cosa detta. Quando sembra appunto “rialzarsi”, tentando dunque un nuovo sforzo “semantico”, al dong – la cui immagine è molto popolare ma in questo caso si riconnette al concetto di durata limitata, e dunque di limitazione – “ricade”. Questo girare attorno “afasico”, senza possibilità di innalzarsi, inoltre mi sembra in grande sintonia con lo stile che Racca ha scelto per sé, che sfiora tangenzialmente la poetica di Mesa e di Beckett, proprio per quell’insistere su pochi lemmi che si ripetono in un ritmo da silil-litania. Ad esempio “pensa pensate”, “pensa che vuoi pensare”, “tu se sai dire, dillo”, etc. di Mesa, o l’Oroscopata beckettiana, o ancora quel testo “terrified again”, in cui Beckett costruisce un testo poetico di grande forza su pochi termini. Una sorta di girare attorno su linguaggio, forzandolo, per poi ricadere.

    Luciano

  5. carissimo Fabio, le tue parole sintetizzano la percezione del poemetto in maniera così chiara che aggiungerei un bel niente, aggiungendo qualcosa. Metti in evidenza l’ “ossatura” del poema, nel suo tema così perturbante, quando parli di non concessione nichilista. E il resto è anche un ascolto di cui ti sono grato.

    La prospettiva frontale del teschio è un tema che non mi trova incline. Vale la pena però affrontarlo, mi sono detto: rischiare un di più, mettere a repentaglio un banale fraintendimento, una fascinazione, e disegnarlo per giunta, come se non bastasse la parola.

    Ma la parola basta a sé. Il disegno anche. Entrambi, trovo, si intensificano, si penetrano, e forse un po’ si detestano. Non vogliono illustrarsi, e, credo, non devono.

    Penso che il grande tema della morte sia anche una questione di umore – nero, un qualcosa di “umoristico”. La morte è e deve essere anche problematicamente ridicola.

    Un qualcosa da riderci seriamente su. Una volta che l’hai conosciuta, senza fascino, il contromovimento ironico ne diviene un respiro necessario, ma non un atto di liberazione: solo un semplice gesto adulto.

    Forse la sua polvere, quella, ormai, è entrata nei tuoi polmoni. Ti vive dentro. Ti ha contaminato. Vorrebbe vincerti nel suo angolo cieco. Darti buio.

    Resitere a questo è un atto necessario. Non siamo essere-per-la-morte. Siamo per il principio.

    Per questo la polvere, non quella ferma, che vuole residuarsi, stagnarsi, ma quella del movimento perenne sa essere anche altro, diversamente.

    Il movimento della polvere, questo, è il soggetto sottinteso della discesa che ho tentato.

    Ringrazio anche Francesco, e tutti
    d.

  6. tanti nomi al plurale per un plurale di dissoluzione che non è ancora indistinto, anzi è ancora un stillicidio-elenco di elementi ben determinati(penso alla terzultima qui presentata, ma in generale, il proliferare di nomi come frantumi battenti), che come (le) “mille voci interiori/
    bisbigliano/il ritornello dei vermi/del patrimonio/genetico e
    delle stelle”

    il tutto in una forma sintattica, direi architettonica, nitida, dunque, non cumulativa né parossistica,
    come se i suddetti elementi avessero pochi (eheh ridotti al lumicino :)) gradi di libertà per quei “movimenti in ossario” che diventano così “catatonici”(in questo perfettamente con le belle osservazioni di Luciano Mazziotta), seriali, a volte martellanti, roditori , cmq deprivati di un caos creativo.

    Questo è il suono che avverto in queste poesie, non nichilista (in questo credo abbia perfettamente centro la bellissima analisi di Teti Fabio) né da cupio dissolvi per una tensione altra/alta, ma da ultimo o isolato gong di quell'”osso di uomo/senza hybris” che batte per la bocca, prima ancora che sulla bocca a tacitarla o spaccarla,

    perché c’è pur sempre il “ritornello dei vermi”, il brulichio genetico e di fuoco, “le mille voci interiori” che sono sì (e uso una bellissima immagine di queste poesie) “pettini che tornano / ai nodi” ma non in grado, almeno non in modo definitivo, di spezzarne i tendini.

    un caro saluto e … grazie. Ciao

  7. OT

    Ho ricevuto un paio di mail abbastanza sdegnate in merito a questa mia affermazione:

    Ormai nessuno più vuole, o sa, inoltrarsi nell’analisi dei testi – troppo tempo, troppa fatica a quanto pare. I blog letterari stanno morendo anche a causa di questa afasia indotta: un “mi piace/non mi piace” non potrà mai sostituire il pensiero, la dialettica, la critica, la condivisione, lo scambio intellettuale.

    Fermo restando che si tratta di un rilievo di ordine generale, che non posso non ribadire se guardo all’oggettivo “declino” dei blog letterari, penso di non aver mai perso occasione per ringraziare dovutamente coloro che non hanno mai fatto mancare il loro contributo critico su queste pagine.

    Agli “offesi” dico semplicemente: andate in pace. E mi fermo, per evitare di scrivere qualcosa di molto spiacevole…

    fm

  8. è molto carino quel cranio danzante che sembra una piccola sfera

    questa mi piace proprio tanto, trasmette l’idea delle particelle che compongono l’universo…

    (craniocapitello
    stilita
    sul corpocolonna)

    sulla volta della cripta
    la dentiera occhiuta
    fissa l’angolo buio.

    * * *

    Ciao Francesco, una buona serata :-)

  9. ot
    caroFfrancesco, non darei tutta la responsabilità al meccanismo del “mi piace” (non mi piace non s’usa mai); il fatto è che intervenire comporta comunque fatica, non solo non retribuita (e siamo quasi al precariato “critico”) ma spesso fraintesa e alla fine il proprio tempo è per tutti prezioso…)); poi accade sempre che qualche testo ti colpisca più di altri, sommuove, e devi “dirlo” all’autore e ai lettori, un abbraccio Viola

  10. OT

    Viola, io facevo una semplice constatazione, senza giudizi di qualsivoglia natura: non ho mai chiesto a nessuno, ne mai mi permetterei, di fare quello che ho fatto io, in rete, insieme a pochi altri, sui testi degli “altri”, negli ultimi otto anni: molti l’hanno dimenticato, molti (per loro fortuna) ignorano anche il fatto che io scriva…

    Chiudiamo qui, non voglio togliere spazio a Davide e ai suoi testi.

    Buona serata a tutti.

    fm

  11. lo so, ti capisco perfettamente..sappi che il tuo insieme a quello di alcuni pochi altri è e resta un lavoro prezioso ma soprattutto “fecondo” che al fondo è quel che importa (la prospettiva dell’inizio, del principio, cui accenna anche Racca, cui si dedicò l’Arendt), e per il quale hai tutta la mia, ma penso non solo mia, gratitudine, V.

  12. Un mi piace
    è per sempre!…:)

    Caro Francesco, tu hai ragione…e visto quello che hai fatto nel corso degli anni è chiaro che ti fa male vedere la fine dei blog letterari…credo che Viola, però, abbia centrato il senso del mi piace…che è riduttivo ma è comunque un modo d'”esserci”…non demonizzerei il mi piace o non quanto un: molto piaciute, complimenti!…invece sono entrambi importanti…visto che forse sta scomparendo anche questo “poco”…
    Non sempre si è in grado di scandagliare testi e poetiche o non sempre si è disponibili mentalmente, materialmente…il mi piace diventa comunque un senso di partecipazione, di “lettura” e di stima…poi ti capitano cose strane, anche se io non ho voce in capitolo…ho poca storia coi blog letterari, però è capitato dei mi piace su FB su di un link di un post su un blog letterario e poi non è seguito per dire il mi piace sul post vero e proprio…questo appare strano…ma forse è tutto solo troppo veloce, magari sarà capitato anche a me…

    A proposito, notevoli Davide!

    Un saluto

    mm

    1. Maurizio, per chiudere la parentesi: non demonizzo niente, tanto meno ciò che non conosco – nello specifico fb…

      Nei prossimi giorni pubblico un post-avviso, così sarà più chiaro per tutti cosa voglio che sia il blog (il mio, s’intende).

      Ciao.

      fm

  13. buona sera. non conoscevo questo autore e sono lieta di averlo incontrato. ringrazio lui e molto Francesco per averlo pubblicato e il signor Teti per quanto ha scritto su questa opera. non sempre si sente tanto amore per la poesia tanta attenzione e cura e tanta sapienza nel leggerla approfondirla dipèanarla senza snaturarla e senza metterla in secondo piano. auspico essermi spiegata.

    mi permetto personale lettura: gioco d’ educazione nella morte non contro la morte. sentirsi nella morte è donare a sé stessi indicibile dono. feroce gentilezza di – sapersi – nell’ appassire – sapersi donare nella dimostrazione della scrittura poetica.
    e qui leggendo personalmente non sento la rimozione della morte ma piuttosto un darsi le tenebre come giungere alla fine di una caccia. chi scrive si sta stanando e non cerca compiacersi in una salvezza ma come già salvo – il guardare da fuori dondolando la culla dell’ ossario permette una certa libertà immaginifica e una certa libertà di guarigione transitoria e poco durevole – .trovo i versi rigorosi. un ricettario ma anche ricettacolo di organi infestati
    da orari biologici e da presenze necrofage fra cui lo stesso poeta: sé stesso è il suo pasto finale il suo corpo finale del quale si sfama in assenza di oracoli in assenza di Dio e di dèi alla tavola. e ancora leggendo non c’è paura non c’è mai l’ invenzione di un appiglio simulacro per cui resistere: è una discesa ma senza inferno senza paradiso e in mezzo l’ ossario caleidoscopica coperta di sigilli lotteria tombola a estrazione dove tutto e uno e uno e nessuno e tutto.
    buoni passi.
    paola

  14. Al di là dei commenti al post, al di là dello “sguardo” illuminante di Teti e della diffrazione meta-cinematografica di Mazziotta, al di là anche di tutto quello che verrà o che potrebbe venire, resta il fatto che, parafrasando (o meglio ripetendo e, se volete, differenziando – perché, beninteso, ogni ripetizione riproposta in termini-luoghi-contesti diversi dal gesto originario reca sempre con sé il seme della differenza, o quanto meno della prosecuzione) l’autore: “tanto nessuno viene”.
    Parliamo di venute quindi. Una venuta-in-presenza? Non credo, a meno che la venuta-in-presenza non sia quella di un’assenza. Ma anche questa proposizione sarebbe riduttiva e semplificante. Pensavo al “lasciato-disteso” e al “disponibile” (di heideggeriana memoria), ma riflettevo anche su quell’ “uscita” cui accennava Teti. Far uscire l’assenza per metterla in presenza e renderla disponibile? A cosa? O a chi? Per fortuna la poetica di Racca (beninteso: in riferimento ai soli testi qui proposti) non ha bisogno di un referente, per così dire, organico. Lasciamo stare il “chi” allora. E concentriamoci sul “cosa”. Il soggetto dell’enunciazione non ha bisogno di un referente che possa, a sua volta, inscriversi nella categoria dei “soggetti”. Per almeno due ragioni: 1) non c’è un soggetto dell’enunciazione (non quello classicamente inteso almeno) ; 2) in mancanza di enunciazione non può esserci ricezione di una presenza.
    Detto questo, passiamo all’assenza, a quell’assenza che “esce”, che si esperisce, che si escrive. Una fuoriuscita di questo tipo deve essere inscritta nelle categorie dell’estroiezione (Lacan docet) e non della semplice esposizione.
    “dentro la negatività, e contro la negazione” mi sembra, per dirlo con Nancy, “una insensibilità al senso”, ovvero: il senso del mondo, almeno così come ci viene propinato. Mi spiego meglio, una insensibilità al senso “univoco” del mondo. Non c’è “uno”, né “unità”. Ma solo molteplicità. Ci sono double bind. Doppi legami, doppie andate e doppi ritorni. Per dirlo con Derrida: doppie obbligazioni. E così quello che “ricade” per “revocare”, allo stesso tempo ri-ricade per ri-evocare. Cosa? Il “già revocato” da riproporre. Un “qualcosa”.
    Ancora una volta: non il chi, ma il “cosa”.
    Quel qualcosa è il “nessuno” che manca all’adesso, all’immediato. E allora quel “lasciato-disteso”, quel “disponibile” è rivolto proprio al nessuno (all’autore? al referente? alla “cosa” che continua a sparire? alla cosa che continua a rinvenire?) che non può venire-in-presenza, o meglio: che è incapace di gustare/accettare la venuta-in-presenza dell’assenza. Ma, diciamolo una volta per tutte, perché mai la negazione dovrebbe essere negativa? La negazione, in quanto assertiva, non è negativa. Potrebbe rappresentare bensì, come già accennato, un senso del mondo, un senso necessariamente molteplice (sovrastrutturato e sovradeterminato), cioè, in definitiva “aperto”. Aperto alla sua negatività, e quindi alla sua inconclusione, al suo rendersi “disponibile” al trattamento. Del resto l’assertività di una proposizione come “un osso di uomo / senza hybris” significa già rendersi disponibili al trattamento, ma soprattutto al differimento. Un “soggetto”, per così dire, senza spina dorsale, deve cedere il posto alla scrittura, deve farsi dire dalla sua stessa scrittura. Non può rischiare l’egemonia dell’ego, ma dissolversi sull’eco delle parole che rinvengono –anche come presenze spettrali, anche come assenze organiche- in superficie solo per far decantare l’egemonia della “cosa” sul “chi”.
    Forse la risoluzione (che non risolve nulla, naturalmente) è nella terzina che precede il verso lapidario (e al contempo sospeso) citato poco più indietro:

    un finale con attimo
    di panico – dove
    non c’è nessuno

    Non c’è nessuno a celebrare il finale. Perché? Perché non si dà finale, né fine. Ma solo ri-proposizione. “Stillicidio” forse (come è giusto che sia), pedissequamente ripetuto, anche in assenza o in sospensione di tempo reale (“il pendolo si ferma – / si ferma l’orologio”), pedissequamente drammatizzato, magari ribaltato o, se preferite, come diceva Barthes a proposito di Bataille, pervertito [“(i pettini ritornano / ai nodi / spezzano i tendini)”], magari in mancanza di “drama” e in super-presenza di “ergon”, come per dire OPERA, come per dire OPERAZIONE, “come battendo / una campana d’avorio / mille voci interiori / bisbigliano / il ritornello dei vermi […]”, come l’ “altro” a cui sempre si rinvia non l’ “uno” ma la molteplicità dell’ “uno”.

    E la mia bocca, scusandosi per la serie di forzature, si sigilla e tace.

    Una poetica “alta”, necessaria, indispensabile.

    saluti a tutti!

  15. Avercene di “forzature” del genere, Enzo…

    L’essere-per-il-principio è differimento/ri-proposizione di una unità che si dà solo negandosi: un’istanza che fonda la “negazione” come possibilità (e “oltre”)…

    fm

  16. @ Enzo Campi

    Lei scrive:

    “Al di là dei commenti al post, al di là dello “sguardo” illuminante di Teti e della diffrazione meta-cinematografica di Mazziotta, al di là anche di tutto quello che verrà o che potrebbe venire, resta il fatto che”

    mi scusi signor Enzo Campi se fraintendo ma i commenti di tutti e gli sguardi tdi utti sono al di qua [ perché siamo qua soli ognuno anche noi ma uditori attenti ] senza presunzione . così esattamente come il suo commento è al di qua, pregevolissimo ma potrebbe anche non essere assunto in toto come condivisibile pur se forgiato con grande professionalità e sensibilità poetica rimane un suo commento al di qua in mezzo agli altri appunto condivisibile o meno… ne conviene?

    ps: e personalmente lo sguardo del signor Teti è – raro caso – compenetrato profondamente in questa poetica e non ha la presunzione di spiegarla né di farne bella mostra ma di dimostrarla di renderne la natura profonda la lascia libera la capisce nel suo dire ma soprattutto nel suo non-detto. almeno per me.

    un saluto
    paola

    1. ciao paola ( io, se permetti, eviterei il “lei”).
      visto che sono per natura (e per stile) poco propenso all’alterco e alle questioni, ci tengo a precisare (ma del resto l’ha già fatto francesco) che -al di là del tono che, per qualcuno, potrebbe anche sembrare supponente e , per così dire, “superiore” all’oggetto in questione- ci sono scritture che suscitano indifferenza, altre che fomentano un consenso o un diniego, altre ancora che fanno scattare un qualcosa. quando quel qualcosa scatta, non si tratta di voler a tutti i costi spiegare o rendere edotti gli altri. anzi, sarebbe pressoché impossibile voler spiegare qualcosa che non ci appartiene, e che non potrà mai appartenerci, se non per l’appunto in una lettura, sempre soggettiva e sempre personalizzata. detto questo, non mi sembra di aver detto nulla contro la lettura di Fabio Teti (che anzi stimo e apprezzo, sia come autore che come critico) se non di aver definito il suo sguardo illuminante. mi sembrerebbe un apprezzamento più che una critica. non trovi?
      comunque, siamo tutti (sempre e comunque) sia al di là che al di qua di ogni “chi” e di ogni “cosa”, senza nessuna presunzione (almeno da parte mia) di verità, senza nessuna possibilità di decifrare completamente qualsiasi detto e qualsiasi non-detto.
      buona serata!

  17. Paola, non credo che Campi volesse “spiegarci” la poetica di Racca: ha cercato di “leggerla”, come tutti, e facendo emergere dal “tra le righe” ciò che, “a suo modo”, vi si nasconde. Io non vedo “presunzione” in nessuno dei commenti che avete postato finora, né mai ne ho vista palesarsi in altri threads.

    fm

  18. Trovo che queste poesie hanno una bellissima ritmica, perturbante, che conferiscono alle strofe tra di loro una saldatura invincibile, una uniformità perfetta.
    I momenti più riusciti sono, secondo me, laddove il ritmo trova una corrispondenza semantica pregnante, è per questo che la prima cravatta di versi mi piace di più… non che gli altri non siano all’altezza, anzi, è una questione di preferenza.
    A ritmo, ripeto, c’è da rimanere veramente assuefatti (positivamente).

    OT: mi permetto di buttare due parole sulla diatriba vita/morte dei lit(e)-blog per mano di fb o twitter. Sono cazzate (scusate, ho appena finito di leggere Seneca, m’è rimasto un rimasuglio sopra la penna) cazzate (eddue) accampate da alcuni signori di alta borghesia letteraria che devono camuffare la perdita di lettori (dovuta al fatto che usano un mezzo pubblico come i blog per scopi privati come la propria promozione a dispetto di tutto, anche delle belle discussioni e della buona educazione) e se la prendono con feisubul e twist, invece che prendersela con sé medesimi e collo scarso interesse che riescono ad evocare dalle loro scritture e dalla qualità dei loro pezzi.
    I blog, anche quelli letterari, se fanno bene il loro mestiere, e questo di francesco mi pare che il suo mestiere lo faccia bene, i lettori non li perdono. a meno che non arrivi il diluvio universale, o il black out elettrico per causa delle tempeste solari.

    un saluto

  19. @Enzo Campi

    buona sera.. nemmeno io in tanti anni di rete ho mai prestato il fianco o seminato polemiche o alterchi o questioni pulciose a vicolo cieco. ed è tutto documentabile. :-) semplicemente leggendo del tuo bypassare al di là di questo e quello ho avuto la sensazione che il tuo ‘ fatto” – fosse esposto come cosa compiuta e non discutibile nell’ aldiqua. ecco tutto. suggestione mia senz’ altro. ho frainteso. mi scuso per avere scomodato Francesco che ringrazio per l’ intervento chiarificatore così come mi scuso per avere scomodato te ringraziandoti altrettanto per la risposta garbata e comprensiva.
    ricambio ad entrambi l’ augurio per un buon prosieguo di serata.
    a rileggersi.
    paola

  20. Prendo nota e registro le vostre importanti considerazioni che allargano lo spettro di percezioni e mi impongono domande.

    La parzialità del testo qui riportato non lascia intravedere la “fuga” finale dall’ossario. L’escatologia che tiene l’intero non si dà ora, in questa scelta. Eppure i movimenti e contromovimenti dei singoli elementi mi ritornano nelle vostre parole: di qui l’essere dentro e fuori, contemporaneamente, genera diacronie e sincronie che lascia sospeso il mosso e il motore in una non-identità: la non identità del limite, che non sa essere al-di-qua senza essere anche al-di-là.

    Il grund ontologico è solo illusione di uno sfondo: come dire, affermazione di una negazione che si tenta di negare continuamente con un contromovimento: l’ “umoristico”.

    Solo così il linguaggio (quale esso sia) può essere dentro la materia, dicendo, e fuori, riflettendo.

    d.

  21. ringrazio innanzitutto Davide per i suoi interventi: mi daranno modo di riflettere meglio su questo poemetto, e di raddrizzare in parte il tiro delle mie considerazioni. Concentrandomi sul “comportamento” basilare di Movimenti in ossario, infatti (comportamento che ho brevissimamente provato a descrivere), mi ero in parte lasciata sfuggire una delle modalità del medesimo, ossia la via “umoristica”, foss’anche quella di un umorismo sui generis, e per forza di cose incistato nel/del suo contrario.

    Sono poi felice che siano seguìti ulteriori approfondimenti/sguardi/diffrazioni, ed anzi spero che la promozione, operata da Francesco, della mia notilla a parte integrante del post, non sia percepita come “unica” via d’accesso a questi testi. Ringrazio dunque Paola Lovisolo ed Enzo Campi per l’attenzione e le belle parole di entrambi, ricambiando stima e saluti. Torno appena posso e con più calma a rileggere questi vostri apporti e misurarli sul testo come sulla mia percezione del medesimo.

    Un caro saluto a tutti,

    f.

  22. Vi saluto tutti, cari Amici e caro Davide – se mi permetti, credo di averti stretto la mano sei o sette anni fa in compagnia di F.Arminio a Bisaccia (AV) e mi pare di ricordare che sei casertano -…
    Ebbene, ho letto tutto d’un fiato questi versi che mostrano un’agile forza tra l’interrogatiovo e il persuasivo. Versi da bere dopo il primo sorso, come sifa, per gusto risaputo, e poi da meditare, quindi da rileggere per proseguire.
    Lo stile è curato per la specificazione situazionale dove aggettivo e sostantivo diventano essenza di e per altri accenni comunicativi. Una testardaggine linguistica questa di Davide Racca dove la parola incolonnata in metrica variabile fa un finto gioco di spiazzamento per enunciare azioni che svaniscono lentamente ma senza lasciarti quella brutta nebbia dell’indecifrabile.
    Questo mi arriva e lo dico per immediatezza (senza leggere i commenti degli altri amici intervenuti) che, dopo questo mio breve scritto di impressioni, leggerò con cura per sapere meglio di me e soprattutto di questo poetare che si sostiene in modo librato per una cifra stilistica pregevole.
    Un abbraccio nel perdono e un sorriso a tutti voi, Gaetano dall’Irpinia

  23. Buongiorno, avendo molto apprezzato le poesie qui sopra riportate, mi preme esprimere ciò che ho sentito nel leggerle. Ho letto anche gli interessanti commenti successivi e le interpretazioni che lo stesso autore ne dà.
    Ciò che mi ha colpito è che questa è una scrittura che assume il punto di vista della morte, è una scrittura “della morte”, dicendolo con un’immagine: l’autore si pone da un punto di vista esterno, oggettivo quasi, e fotografa sotto una luce al neon l’ultimo respiro. Un poesia dell’ultimo respiro visto da fuori. Ecco il punto che mi preme sottolineare: qui non c’è il soggetto che muore, non c’è pathos, non c’è neppure compiacimento (che potrebbe esserci nel gesto di esorcismo di chi ne parla per rimuoverla dalla coscienza vigile), non c’è sofferenza, ci sono immagini, oggetti, aggettivi, che ci richiamano la morte.
    Si procede per sottrazione soprattutto.
    Sottrazione di immagini, di parole, spezzettamento del verso e delle immagini che assomigliano alle ossa spezzate e logorate e confuse di un ossario.
    Non essendoci soggetto non ci possono essere né umorismo né ironia sulla morte, ma asettica, secca, osservazione sotto il neon. C’è tuttavia la leggerezza che nasce proprio dal fatto di essersi posti fuori dal punto di vista soggettivo e dall’avere raggiunto un punto di vista dell’altrove. Leggerezza di nuovo non ironica né umoristica (almeno qui non si percepisce) ma leggerezza che si sposa con la pace e il silenzio che regnano in un cimitero.
    Questo è ciò che ho sentito e percepito leggendole ed è ciò che ai miei occhi le rende originali ed interessanti.

    Daniele

  24. Ringrazio e saluto Gaetano per il pensiero espresso… ricordo benissimo di quel pomeriggio nella tua Bisaccia. E Daniele Baron per la sua personale lettura.
    A tutti una buona giornata
    d.

  25. Lioni, 30 Aprile 2012, ore 21:43 –
    UN SORRISO URGENTE: 1,2 e 3!
    Caro Francesco Marotta, caro Davide e cari Amici tutti:-))
    1- affettuosamente ricevuti e ricambiati i saluti e i sorrisi.
    2- So che non si deve fare qui ma ho bisogno di farmi meglio conoscere da voi e, tanto per cominciare, vi vorrei invitare ad un mio reading di poesia dialettale a Casandrino -NA-, il 3 maggio 2012, alle ore 18:3O e seguenti, al BAD Museum, via Benedetto Croce,1. Naturalmente, vorrei donarvi la locandina-invito in formato jpg, così vi fate anche un’idea del mio modo di essere poeta errante.
    3- Lascio pubblica la mia e-mail: gaetanocalabrese@tin.it e, prego Francesco Marotta di contattarmi, promettendo, sin da ora, di non voler esssere ingombrante, bensì di trovare il modo – solo se ritenuto meritevole di apprezzamento – di donare qui miei versi.

    Tante scuse per l’ingorgo e sempre un sorriso nel cuore, Gaetano dall’Irpinia

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