Quaderni delle Officine (XXVI)

Quaderni delle Officine
XXVI. Aprile 2012

quaderno part_ b_n

Enzo Campi

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Ed erra di carne un grumo (2012)
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9 pensieri riguardo “Quaderni delle Officine (XXVI)”

  1. Enzo, Francesco, non l’ho ancora letto, ho dato un’occhiata e ho salvato, non appena il mio cervello sarà nuovamente limpido mi ci butto dentro; so già che è un lavoro di quelli da studiare e che, quindi, necessita cura e amore.
    grazie.
    nc

  2. Va letto e ripreso, percorso e studiato, questo saggio. Mi piace pensare, non solo per le riflessioni su “impalcatura/armatura” ivi contenute, alle travi di un ponteggio per lavori in corso: sostegno, ma anche possibilità di passaggio da un luogo all’altro di ‘opera’, vale a dire di un ‘opus’, che dalla sua pluralità – e dalla esplorazione della sua dimensione plurale – trae risorse inesauribili.

  3. E’ proprio di alto livello questo saggio. Nello studio ritroviamo le più stimolanti e creative idee che la critica letteraria conosce. Applicando a Schiavone un metodo rigoroso di analisi, è possibile dunque ottenere una sorta di geografia della creatività, una mappa orientativa che non esclude la crudeltà e s’invera nella forza dinamica della parola, attante e protagonista sui generis. Si afferma nel lavoro:
    “…In buona sostanza, le stesse parole sono, a tutti gli effetti, veri e propri «personaggi», e devono quindi essere trattate come tali. Se i personaggi devono essere muniti di un corpo e se la cattura della forza presuppone uno spasmo e una trasfigurazione, ciò che conta qui è proprio il corpo, o meglio la serie dei corpi che Schiavone dissemina sul palcoscenico del suo teatro della crudeltà…”
    Inutile aggiungere i riferimenti ad Artaud, essi sono il contrappunto ideale del nostro critico impegnato in un’analisi a tutto campo. La tensione analitico- interpretativa rivela un interesse non sporadico per le istanze creative dell’autore affrontato criticamente. Il corpo, oracolo e tramite, in un certo senso, linguistico, guadagna uno spazio di autonomia, per certi versi addirittura metafisica. Il dolore o, come si suggerisce in aggiunta, la sua finzione, acquistano un ruolo-cardine. Da qui la centralità delle tematiche afferenti al negativo, della morte, nelle sue forme anche spettacolari (il funerale…). C’è poi quella relazione tra il ‘giacere’ e ‘l’essere gettati’ che rappresenta un’intuizione davvero interessante.
    Suggerirei di ampliare i confini di questa indagine, pur compiuta e stimolante, ripensando a questa tematica “dell’ essere gettati / del giacere” come cifra interpretativa della seonda metà del ‘900 e degli inizi del nuovo millennio. Abbiamo bisogno di parametri nuovi per comprendere il contesto attuale. Un ringraziamento a Francesco e a Enzo per le riflessioni assolutamente degne di essere lette. Marzia Alunni

  4. non credo di poter aggiungere altro a quanto già espresso nel corpo del testo, se non ringraziare il padrone di casa e gli intervenuti.

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