Fiorenza, nostra Matria unica e vera (II)

Il riso, il comico che lo produce, siano venerati a prescindere, come cittadini a cui facilitare la vita in tutte le maniere, in famiglia e in società.

(Art. VI della Secondaria Costituzione
del ducato Nòvo di Fiorenza)

 

Larry Massino

(Da: Croniche della Nòva Fiorenza
Volume IV, Anno di Piena Grazia 2019)

 

L’altro principio della secondaria costituzione, abbiamo scritto, fu il comico. Ma non si tratta di farsi gli scherzini. Si tratta invece di rispettare le scoperte che questa fondamentale arte ha regalato all’umanità, prima di tutto il principio di far diventare gnicosa traballante, di mettere sempre gnicosa in discussione. Non si ride, abbadate bene, di chi scivola sulle bucce di banana, cioè a dire di chi gli vanno male le cose. La comicità è tutta in negativo, come si capirà meglio dalle successive cronache di alcuni spettacoli, forse. Diciamo che la base su cui si fondano le ricerche dei nostri autori e attori comici è il tragico sentimento, che tutti noi abbiamo innato, di essere al centro dell’universo. Riderne, il più possibile, oltre a darci conforto e maturazione, ci permette di convivere almeno un po’ con l’irriducibile malin conia che bene o male, chi più chi meno, riusciamo da sempre a nascondere. Ci permette, prima di ogni altra cosa, di distruggere, una volta per tutte, la falsa severitàrietà delle cose, la falsa importantità che gnuno de noi dava alla propria misera vituccia nell’epoca malata.

 

Epica Seconda Costituzione a teatro.

 

Luce di sala. Sul palco gli ultimi preparativi a sipario aperto. Migliaia di musicisti dilettanti premono dal retro: si è fatto lettura del regolamento dell’albo provinciale delle bande musicali; brusio da varie conversazioni di musicisti dilettanti delusi che si allontanano. Da quinte di destra e sinistra entra la banda proclamata avente diritto che si prepara a suonare sinfonie varie. Dalla parte opposta, sul muro di fondo della platea, vengono ingessati perbene e alla svelta 8 signori uomini culturali, andando a formare come una serie di altorilievi, senza che il pubblico in attesa si sciocchi o meravigli o protesti minimamente adducendo dirittume umano. Il lavoro viene svolto volontariamente da 16 dottori commercialisti in pensione, 8 uomini e 8 donne. Poi nel teatro si fanno rilievi psicometrici. Due del pubblico vengono pacificamente allontanati perché assorbono troppa energia. Un pupazzo fortemente somigliante Alda Merini, ultimo entrato, si ficca in una poltrona d’onore appositamente riservata, vicino al Minor Duca. Buio. Centinaia di politici disoccupati gridano slogan incomprensibili dall’esterno del teatro. La recente legge non gli permette di entrare. Primo tempo. Si apre il sipario. In un angolo della scena una comitiva di linguisti della Crusca si riunisce per deliberare. Ordine del giorno: per come stanno le cose il sostantivo eco può passare da sostantivo femminile a sostantivo maschile senza ferire la suscettibilità di nessuno? Siamo ancora tutti al buio. Addetti non meglio identificabili che se la prendono con tutta calma fanno la conta geometrica degli spazi, sommando palco e platea a tutto il resto: dal punto di vista degli elefanti lo spazio è poco. Passa di corsa un paracadutista smarrito, che ignora del tutto i presenti avvenimenti e cerca l’aereo che sta per decollare. Quasi nessuno dei componenti riesce a nascondere un giudizio sproporzionatamente positivo sull’evento. Primo atto completamente al buio. Nessuno ha visto niente. Bellissimo. Primo intervallo. Luce di sala. Per maggiore sicurezza i componenti la delegazione dei politici disoccupati vengono incatenati prima di sfilare in platea a presentare le loro istanze. A testimonianza ulteriore della loro miseria, sono quasi tutti uomini. Sfilano tre volte in coda indiana nel corridoio centrale. Il primo della fila erge un cartello vagamente abiurativo con su scritto da ambo i lati: “Con la diffusione della vostra arte degenerata la società è diventata più civile”. Il gruppetto si applaude da solo ed esce simulando dignità, sbirciando qua e là con soddisfazione. Non immagina quanto sia il disprezzo medio nei presenti per la parola civile associata alla parola arte nel loro ignobile cartello. Non verranno mai più ammessi. Buio. Secondo tempo. Una dozzina di elefanti attraversano il palco guardando beffardamente un attore. Il dottor Mario, il più giovane tra i 16 commercialisti in pensione, estrae dal taschino la calcolatrice e si mette a fare i conti. Il paracadutista si toglie e si rimette le scarpe, apparentemente senza motivo. Il pupazzo fortemente somigliante Alda Merini si accende una o due sigarette che spegne per terra dopo pochi tiri. Lo si lascia fare. La banda ha appena finito di suonare. Gli 8 uomini culturali ingessati dimenticati in fondo alla sala sembrano perplessi. Aria tesa. Si sente partire un aereo. Il paracadutista finora si è comportato correttamente, lo possono testimoniare in tanti. Ma proprio non ce la fa più. Impreca e piange. Sbatte sul palco il paracadute, più volte. Secondo intervallo. Luce. Pubblico emozionto a randa. La banda è in ritardo, si fa quel che si può per posizionarsi e arrangiare una marcetta. Ci si domanda come trattare la notizia che le due sole donne facenti parte la delegazione di politici disoccupati decidono di abbandonare i loro compagni per aggregarsi a un circo in transito. Buio. Terzo tempo. Siamo alla resa dei canti. Il pupazzo fortemente somigliante Alda Merini si alza dalla poltrona e esplode un colpo di pistola. Uno dei commercialisti si piega per raccogliere un sassolino da scarpa. Panico. Gli spettatori più in difficoltà vengono appoggiati su barelle improvvisate. Il direttore chiede all’autore un pò di sentimento, anche pietà va bene. Allora c’è una coppia di innamorati. Uccelli, pieno di uccelli canterini. Cuori, pieno di cuori batterini. Fiori, pieno di fiori fiorentini. I morosi attraversano il palco mano nella mano, saltellano. Più sentimento ancora. Si sbaciucchiano sfregandosi le guance. Quelli del pubblico più in difficoltà si riprendono e tornano ai loro posti, ancora un po’ terrorizzati. Si ripongono le barelle nei borsellini delle signore. Apoteosi. Gli innamorati si promettono amore eterno davanti a tutti. Escono tra lo scrosciare di applausi e di petali. Il pubblico salvo. I 16 commercialisti in pensione si congratulano fra loro per l’incasso. Lato pietà: la notizia è che i fidanzatini sono morti di freddo quasi subito in una roulotte del campo poveri. Terzo intervallo. Luce. Negli uffici dell’organizzazione l’eccitazione è alta. Si decide di riaprire subito la campagna abbonamenti. Chiara indignazione espressa sulle facce degli 8 uomini culturali altorilievi in gesso in fondo alla sala. Buio. Quarto tempo. Lo spettacolo si fa magnifico. Dal palco spunta un braccio demolitore. Tutti lo accompagnano con gli orecchi. Il pupazzo fortemente somigliante Alda Merini addirittura si alza e applaude, tossendo e ridendo forte. Il braccio continua a fuoriuscire in obliquo verso l’alto, sibilando sibilando. Il pupazzo Alda Merini ci spara contro perché gli piace vedere le scintille che illuminano le sbalordite facce dei presenti. Da fuori si odono distintamente i politici disoccupati trattenere il fiato. La banda rinuncia a suonare e volge le spalle a tutti. Data la situazione, la bocca spalancata del bassotuba rivolta minacciosa verso gli eventi risulta abbastanza fuoriluogo. Il braccio si blocca in alto al centro della sala: piano piano fa calare la palla d’acciaio di qualche metro. Raggiunta la misura, la palla comincia la sua oscillazione alla ricerca dell’obiettivo. Due-tre dozzine di elefanti impauriti attraversano la sala di corsa e saltano sul palco. La palla d’acciaio danza nell’aria. I pachidermi rischiano di far sprofondare il teatro, come tanti nei secoli avevano previsto. Il paracadutista si fa prendere dal panico. Non sapendo che fare sale fino all’ultimo gradino di una scala di servizio. Siamo in bilico. Nessuno sa come può andare a finire. La banda storpia Wagner. La palla d’acciaio ha finito di prendere la sua mira, illumina l’obiettivo e inizia il suo lavoro. Con pochi e delicati colpi spacca il gesso agli 8 uomini culturali dimenticati altorilievi in fondo alla sala, i quali, protestando, finiscono da soli la liberazione, che, date le circostanze, non può che venirgli male. Il braccio meccanico ritira la palla d’acciaio, con garbo, fa un inchino e promette di svanire. Forte respiro da dentro e da fuori. Il pupazzo fortemente somigliante Alda Merini, che ha seguito tutto in piedi, si rischianta sulla poltrona. Momento di sospensione. Sorpresa generale. Con l’andare del tempo ci si accorge che il pubblico è diventato bello da guardarsi. C’è da star certi che ognuno di loro a casa arrossirà guardandosi allo specchio. Senso di responsabilità. Gli 8 uomini culturali sono ancora sotto shock. Altrettanti ermafroditi tolgono loro provvisoriamente il guinzaglio dal collo. La palla d’acciaio è svanita ma ha dimenticato la luce concentrata su di loro. Ora che sono bene illuminati si rivelano uomini abbastanza bassi come altezza. Buio. Sipario.

 

***

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11 pensieri riguardo “Fiorenza, nostra Matria unica e vera (II)”

  1. un fuoco d’artificio unico sorretto da una tensione scrittoria invidiabile

    mi piacerebbe sapere chi si nasconde dietro quel nick e se è possibile trovare da qualche parte questo quarto volume dell’anno di piena grazia

  2. Caro esserre (ma una volta non ti firmavi erresse?), concordo con te per quanto riguarda “l’invidiabile tensione scrittoria” e i fuochi d’artificio.

    Per il resto che mi chiedi, trovi notizie dettagliate in calce alla prima puntata della “Matria”. Lo so che è difficile da mandare giù, ma ti assicuro che Larry Massino non è un nick, quello è proprio il suo vero nome. Me l’ha confermato il suo confessore, l’Abate in persona (che, si sa, “è na persona santa” – cfr. “Core ‘ngrato”), che a riprova del suo dire mi ha pure mostrato il suo (non “suo” dell’Abate, “suo” di LM) certificato di battesimo.

    “Perché proprio Larry?”, gli ho chiesto, “Non mi sembra affatto un nome fiorenzino, quello…”.
    Il santuomo prima ha sacramentato qualcosa tipo “Ma pecché nun te faje nu poco ‘e ca..e tuje”, e poi mi ha spiegato che fu papà Massino a imporre al figlio quel nome, un omaggio all’arte del suo musicista e cantante preferito: Larry Belafonte.

    Ciao.

    fm

    1. siete due disgraziati :)
      o forse uno solo, è una cosa che non mi è ancora chiara :)
      ad ogni modo se hai notizie del quarto volume metti un avviso in bacheca così me lo procuro o lo rubo visti i tempi che corrono

      saluti

  3. Caro esserre, stando all’ubicazione del tuo commento, i “due disgraziati” possono essere, nell’ordine:
    – io e Massino
    – io e Teq
    -Massino e Teq

    In ogni caso, ti assicuro che trattasi sempre di due distinti, non scervellarti ad arzigogolare intorno ad una unità che non c’è.

    Poi, “visti i tempi”, non posso che darti ragione sulla eventualità che i libri possano “anche” essere rubati: il problema a monte, però, è sempre quello della “scelta”: che senso avrebbe rubare (o comprare) delle ciofeche?

    Ti passo un criterio orientativo, in merito, che mi è stato suggerito e illustrato da Giuliano e Antonio, i de-cani dell’Accademia: devi girare a lungo tra gli scaffali e aprire il maggior numero possibile di testi a una pagina a caso: la leggi, e se la prima cosa che ti viene da dire è “questo avrei potuto scriverlo anch’io, e meglio”, oppure “se questo è uno scrittore, posso esserlo anch’io”, passa oltre, anche se il libro che hai in mano è proprio quello che ti hanno consigliato i tuoi pusher di fiducia, i.e. i redattori delle classifiche di “qualità”.

    Lo so bene, in questo modo rischi sempre di uscire a mani vuote, soprattutto dal reparto di narrativa e poesia italiana, ma verrà pure il momento, abbi fede!, che ti imbatterai in qualcosa che ti farà esclamare: “sticazzi! non ci avrei mai pensato!”, oppure: “ma tu guarda! e chi se lo avrebbe crèso!”. E allora sarà davvero un piacere, te ne accorgerai, dirigersi verso le casse, o, “visti i tempi”, uscire facendo finta di niente, con un supporto cartaceo in posizione strategicamente sub-ascellare…

    Di mio posso solo aggiungere il consiglio di frequentare le librerie sempre con un soprabito molto largo. Io me ne sono procurato uno di tre misure più grande della mia taglia…

    Saluti cari, caro.

    fm

  4. In verità non lo sa nenche lui chi è, né sa dire cosa siano esattamente questi testi fiorenzini. Però dice che è contento che essi (il lui che non sa chi è e i testi fiorenzini) stiano a maturare in questo bell’orto. Comunque ESSI ringraziano di non averli presi a pomodorate.

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