Oscillare senza cadere

Marco Ercolani
Cristina Annino

Marco, ho letto Turno di guardia tutto d’un fiato. Non poteva essere altrimenti, la tua scrittura è appassionante, limpida, addirittura gratificante per chi la legge, lo sai, inutile ripetere quel che ti ho sempre detto. Inoltre mi è piaciuto perché, più di un diario medico diciamo, o di osservazione e contenitore di malattie mentali, mi sembra che tu intenda teorizzare il rapporto follia-scrittura e adoperi il tuo posto di guardia come mezzo per esprimere concetti tuoi che avresti comunque. Una riprova, intendo. Non so se sia nel giusto, ma essendo appena tornata dal San Raffaele, centro di ricerca dove sono messi insieme ai pazienti normali (come me) con recupero cioè veloce e transitorio, operati semplici insomma, malati anche mentali, alcuni penserei irrecuperabili, che però loro studiano. Ecco, ho notato che quel tipo di follia non aveva mai un’espressione lunga né corretta grammaticalmente. Erano spezzature, urli, frenesie inarticolate, poi anche parole di verità, certo (ho preso appunti perché sono stata insieme a due di questi in camera), ma rapide, suggestive e spaventate nel concludersi in un discorso. Forse si tratta di luoghi diversi con persone diverse, ma ho l’idea –e se ciò fosse vero non toglierebbe niente alla bellezza dei tuoi racconti-romanzo- che il tuo libro sia un trattato sull’origine di certa poesia, le immagini sembrano più tue che loro, nel senso che sono compiute, troppo corrette. Che insomma sia tu a calarti egregiamente nella follia la cui voce è assolutamente più di corpo, di straniamento fisico e raramente esprime concetti; nella mia piccola e veloce esperienza, ho intuito forza di straordinaria verità in quei lamenti o invettive, li ho interpretati, certo non ha fatto loro scuola di scrittura, ma quelli (che pure non erano in un ospedale psichiatrico e si suppone fossero recuperabili, visto che si trovavano lì), non credo sarebbero diventati degli allievi o che avrebbero raggiunto comunque o in qualche modo una logica discorsiva. Forse così saranno i pazienti che vanno nello studio di uno psichiatra e poi magari lavorano, vivono anche fuori.

Ora questo è ovviamente un mio parere (e forse penso troppo a certe malattie mentali di Viaggio al termine della notte) dico non toglie nulla alla bellezza teorica di quel che ne vien fuori. Anzi, lo riterrei se fosse questo il tuo intento, un modo nuovo e diverso di esprimere l’humus di un tipo di scrittura. Pur appartenendo io alla schiera di chi crede che solo la salute, una certa collocazione del soggetto all’interno del “modulo salute mentale” riesca a ordinare il caos in una poesia o in un volume. Quando insomma la follia non è patologia estrema, tanto più che il motore creativo, di per sé, quando si mette in moto, ti respinge indietro o avanti e ti fa perdere o superare la barriera di una salute tout-court, che è piatta e inutile visione del mondo.

Caro Marco, sei quel che sei e sai e leggere queste pagine è stato come leggere un altro tuo sogno nel buio della realtà, una tua ennesima sparizione da te stesso per ricrearti da qualche altra parte, in un altro modo. E sempre da par tuo.

Baci cari, Cri.

Cris, non so che dirti.

La tua percezione poetica è incandescente.

Quello che dici è vero e non è vero: lo straniamento di un discorso inarticolato, spezzato, del “folle”, non c’è nel mio libro.

Ma i deliri sono loro. Ciò che dicono le auditrici di voci è loro. Quelli del corso di scrittura sono proprio loro. Senza altre invenzioni che non il mio montaggio.

Certo, loro detti da me. Da una logica di narratore e di poeta che mette in ordine il discorso folle, pur rispettandone lo strazio, ma ordinandolo in bellezze meno frammentarie, perché devo fare un libro.

Sembra strano, ma come in “Sento le voci”, che scrissi con Lucetta, loro, quando non sono dentro l’ospedale o fuori di testa del tutto, sono lì, sulla soglia, in pronto soccorso, in ambulatorio, e parlano come sani matti, come poeti, non sono dentro il deragliamento ma ne abitano i bordi. Sorprende anche me, ma non è una mia invenzione. Diciamo che io invento sulle loro invenzioni (il che mi è consono, per la mia connaturata apocrifia).

Ma la tua osservazione è molto illuminante.

Solo una collocazione nel modulo salute mentale ordina il caos, sennò sono schegge, pezzi sparsi.

Beh, anche un’altra cosa volevo dire.

Io, come psichiatra, io con le mie letture, che vado su e già per i reparti, non faccio forse la figura del pazzo (magari più tranquillo)?

Marco

Oscillare senza cadere

Quando ascolto un «matto» delirare, ogni sistema logico diventa instabile, come se io e lui fossimo su una passerella oscillante. Ma, nell’attimo stesso in cui io e lui ci mettiamo a parlare tutto ritorna stabile e c’è una via di scampo. Io vacillo e lui sprofonda. Ma, vedendomi vacillare con lui, sprofonda di meno. È felice che io barcolli, che io sia simile a lui. Sa che io, come psichiatra, non sprofonderò. Sa che, come matto, lui potrebbe farlo. Ma sente che, se ha una possibilità di salvarsi, deve imitare la mia strategia. Oscillare senza cadere.
Ascolto il suo destino. Ha voluto sciogliersi dalla forma che lo imprigionava e ha fallito. Mi carico di quel fallimento per osservare nodi che appartengono a me e a lui. Conquisto una distanza che è già reciproca via di salvezza e di avvicinamento al mondo parallelo che, da quei nodi, potrebbe inventare universi.
Se il mio compito, come lettore e interprete della malattia, è decifrarla e trasformarla in qualcosa di altro dal sintomo, il mio compito come scrittore è lavorare su una scrittura che renda impossibile e altro il linguaggio. Chi, come lo psicotico, non ha niente da perdere perché crede di possedere tutto, ha come suo doppio l’artista che non ha niente da perdere perché non ha e non vuole avere nulla.

Racconti di fate

Durante il mio turno di guardia sento sillabe ripetute, urla stereotipate, cantilene. Niente di drammatico, di poetico. Chi soffre non ha nessuna voglia di rappresentare la sua sofferenza. Se ne libera o con una nenia o con un grido.
Conosco un ex ingegnere nucleare che, nelle fasi deliranti, si crede un Agente dei Servizi Segreti. È un uomo intelligente, consapevole della sua malattia. In un recente colloquio mi dice di aver scritto dei racconti, mi invita ad entrare nel suo sito web. Lo faccio, incuriosito, sperando di trovarvi qualche suggestiva allucinazione. Invece leggo raccontini che parlano di bambini, fiori, animali, regali natalizi. Cosucce graziose. Per un attimo sorrido, provando un senso di pena, ma poi me ne vergogno. Un uomo come lui, ossessivamente cosciente della sua sofferenza psichica, non ha nessuna voglia di riviverla nei suoi racconti. Nel tentativo di respingerla ai margini dell’io, simula lo stato di grazia di un paradiso infantile. Insignificante, per chi frequenta le forme della letteratura, ma essenziale, per chi percepisce la scrittura come evento.
Così, per disinnescare le loro follie, Robert Walser scriveva racconti ossequiosi e gentili e Friedrich Hölderlin firmava con il nome di Scardanelli tranquille quartine paesistiche. Solo chi non sta troppo male può ancora parlare del suo inferno. Chi è sprofondato nei sintomi fino al collo, ha bisogno di sollievi semplici – musichette, isole dei famosi, racconti di fate. Ricordiamo che Proust non sdegnava le canzoni mediocri, suscettibili di scatenare imprevedibili madeleines.

Mulini a vento

Un giorno cercai di persuadere un uomo di trentasei anni, in preda a un delirio megalomanico in cui credeva di essere Gesù, Budda o Gandhi, a raccontarmi ciò che provava, a scriverne su un taccuino. Lui mi guardò con sospetto, poi disse: Io non scrivo, io sono. Aveva già tracciato, per i giorni a venire, il suo programma: dimostrare di avere ragione contro chi gliela negava, e pagare il prezzo di questa lotta. Il segno più evidente della psicosi è che ogni parola pronunciata non appartiene alla sfera del linguaggio, e tantomeno all’universo della metafora, ma è verità rivelata. Chi si sente messaggero di questa verità guarderà con sospetto sia i funzionari di potere – poliziotti e psichiatri – che lo invitano a tradirsi, sia i compagni di follia che enunciano verità diverse dalla sua. L’uomo di cui parlo ha sofferto per mesi di un’infezione alla gamba sinistra che solo per caso non si è trasformata in cancrena. Per mesi, pur zoppicando, ha negato la realtà di quella ferita. Non lo considerava un problema. Lo avrebbe risolto quando avesse voluto. Poi il dolore è cresciuto; lo ha spinto, suo malgrado, a farsi curare.
Il «matto» intraprende sempre una lotta ostinata contro le convenzioni della sofferenza, del pensiero, della percezione: una lotta grandiosa, destinata al fallimento. L’esagerazione, maniacale e donchisciottesca, è comune, in campi diversi ma contigui, anche all’arte. Se non si esagera lottando con i mulini a vento contro una uniforme pianura noiosa, se non si vive fino in fondo quell’«energia dislocante della poesia» di cui parla René Char, accettare le regole della vita e del linguaggio è solo un debole atto di sottomissione a codici già scritti, una sconfitta umiliante. La speranza nasce quando – parzialmente sani – cerchiamo di sfruttare, tra affanno e pazienza, l’energia vorticosa dei mulini.

Guarigione, scrittura

Francis Ponge scriveva: «Gli uccelli di Braque sono molto più pesanti dell’aria, come sono realmente gli uccelli, ma volano meglio di tutti gli altri perché, come i veri uccelli, partono dal suolo, ridiscendono a nutrirsene e ripartono in volo». La metafora di Ponge è perfetta per l’arte della scrittura ma anche per la fatica di guarire. Ridiscendere, nutrirsi e ripartire in volo, mi ricorda il compito dei traduttori e degli interpreti, che si confrontano con i dolori e con le opere degli altri. Io, non avendo una vita significativa da raccontare, sono diventato ventriloquo e interprete di vite e follie altrui nelle quali rispecchiarmi e delirare.
Lo chiedo spesso ai miei matti: abbiate cura del vostro delirio. Ma hanno paura. Non sanno orientarsi. Dicono che devono vivere con cautela o saranno travolti dalle loro allucinazioni, confusi, ricoverati, fuori dal mondo, senza diritti. Solo pochi di loro, come il postino Ferdinand Cheval, a Hauterive, hanno rappresentato con ferrea pazienza e ostinata chiarezza il loro delirio costruendo, giorno dopo giorno, pietra dopo pietra, uno stregante e onirico sacrario come il Palais Idéal. Se il folle descritto da Elias Canetti presenta un’atrofia della metamorfosi, il folle artista, al contrario, soffre un’ipertrofia della metamorfosi. Coltiva senza pace la sua ossessione.

Il sonno sacro

Esco o soffoco. Ma mi sembra che i viali dell’ospedale siano più stretti della mia stanza. Vorrei tenere un diario correndo, con una scrittura aritmica, scossa da sussulti. Vorrei provare a non vestire più le vere follie con abiti da cerimonia. Bere un ottimo Taurasi, poi un magnifico Traminer, mentre sul terrazzo soffia un vento leggero e io abbraccio la mia donna. Torno nella stanza. Non voglio nessun libro da scrivere. Preferisco il bordo del foglio, un suo frammento forato, le figure che emergono o spariscono sotto la penna. La scrittura sgretola muri, ne erige altri, ne distrugge ancora. Penso a quante spiagge deserte ha fissato Glenn Gould per eseguire Bach farfugliando sopra le note con l’ostinata litania della sua voce. E certe musiche di William Byrd! Sono il mondo parallelo che mi auguro sostituisca questo con un’armonia senza sussulti. Con un sonno lungo, da cui sarebbe bello non risvegliarsi. Chi si sveglia si trasforma in un animale feroce. Mai correre questo rischio. Che la pelle dei tamburi sia rilassata. I suonatori non la percuotano. Restino fermi, nel buio. Preferisco che dormano tutti, sdraiati nelle stanze della corsia. Vorrei essere un vero fotografo e scattare tante foto di quei volti inermi, esposti all’aria, privi di incubi. «Essere uno psichiatra e non esserlo – scrive Breton – è più inquietante del non esserlo affatto».

***

Pubblicità

11 pensieri riguardo “Oscillare senza cadere”

  1. Ringrazio Cristina, per l’intensa lettera, e Francesco, per l’impaginazione del post, eccellente. Chissà come farai, Francesco, a sapere che Braque è una mia passione antica e resistente…

  2. Del bel libro di Marco Ercolani, Cristina Annino dice bene, sottolinea quanto di passione vi sia in questa scrittura e la prosa dell’autore per chi frequenta Rebstein è sempre una lettura che non delude. Questo rende più interessanti le osservazioni attentissime e puntuali di Annino. Le sue note critiche sono acute e danno luce ad aspetti che credo siano utili a chi legge come a chi scrive. Francesco pubblica queste note perchè credo lo abbiano colpito come colpiscono me. Rileggerò con calma, ma la prima impressione è di pensiero autentico. Un saluto a tutti, a Francesco, Marco e Cristina. E a Marco auguri per il libro.

  3. Grazie, Nadia.
    Quando ho ricevuto la lettera di Cristina, mi è venuto spontaneo spedirla a Francesco. Le sue parole sollevano un problema. In qualche modo, chiunque riporti anche fedelmente le parole di un folle ne fa una sua interpretazione: non può trascrivere letteralmente il grido di dolore, il loro tono di voce, etc. E tutto sembra, talvolta, solo finzione. Sì, lo è. Ma una finzione che è come se scivolasse accanto al fatto reale, come una sua eco. È una strana sensazione, che mi è accaduto di provare scrivendo “Turno di guardia”.

  4. marco, ma c’è un altro modo di vivere, quando arriva la consapevolezza, se non interpretando la vita?
    anche su canovacci logori, o che riteniamo perfetti, o che pensiamo giusti, ecc.ecc.

    cristina annino è molto acuta.
    e le tue parole mi hanno illuminata su una cosa stamattina.

    grazie

    daniela

  5. No, Daniela, nessun altro modo. “Interpretare” la vita è il nostro compito. Fornirle un senso, visto che senso non ne ha a priori. Con molti miei pazienti – dire compagni di strada mi piacerebbe di più – verifico talvolta proprio un mutamento di energie, di identificazioni, che riescono a lenire il dolore. E’ una gioia, quando questo accade. E un modo di combattere il logorìo di un dolore continuo.

  6. è un libro davvero bello.

    Credo che tu stesso o meglio queste scritture siano “auditrici di voci” al pari delle auditrici che citi del corso di scrittura

    eco-voci sono d’altra parte le parole chiave- la chiave per il bordo delle fessure che ascolti,
    ah e poi quegli uccelli, dei quali Francesco ha riportato le bellissime immagini.

    Grazie!
    ciao

  7. Grazie, Margherita. Grazie, Francesco.

    Sono i veri amici quelli da portare nell’arca (insieme agli uccelli di Braque, per i quali nutro un’insana passione, soprattutto quelli che volteggiano nel suo atelier e che egli dipinse nei suoi “Studi”, ricordo di lontana adolescenza, un libro Fabbri Skira che scrutavo con passione…)

    m

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.