Winterreise – La traversata occidentale

Manuel Cohen

Sappiamo che la veste letteraria è analoga alla camicia di Nesso, il poeta è prigioniero nella sua prigione linguistica e stilistica. Ma questa prigione linguistica altro non è che una formazione reattiva (intendendo questo termine nell’accezione freudiana di «sintomo», comportamento abreativo complementare al comportamento del rimosso latente) che si pone di fronte alla ferita (la blessure originaria) da cui nasce la scrittura letteraria. È il disordine sottostante che Manuel Cohen tiene a freno mediante una accorta vigilanza stilistica che si pone come una vera e propria contro riforma stilistica pur se dimidiata e rimodernata alla maniera «antica». Lo sperimentalismo linguistico di Cohen parte dunque dal negativo per rivolgerlo in positivo, dal sottosuolo per convertirlo in terreno di superficie in direzione autoironica ed espositiva. La stilizzazione di Cohen diventa così una seconda pelle di un contenitore sostitutivo della perdita di un oggetto primario e alla conseguente dispersione dell’identità dell’«io»; insomma, una sorta di linguaggio super stilizzato che però non degenera in virtuosismo intellettualistico o ludico. Ecco la ragione del rivolgersi frequente di Cohen ad amici intellettuali e ad altri poeti quali interlocutori concreti del suo discorso poetico, da Hanna Arendt a Franco Fortini, da Edmond Jabès a Abraham Yehoshua, fino ai compagni di strada della propria avventura poetica, i contemporanei. Siamo qui di fronte a un decorato ordine teatrale che ricopre, fin troppo vistosamente, il disordine sottostante delle pulsioni del «negativo» che il poeta vuole esorcizzare con un colpo di bacchetta magica. È un discorso amicale quello che sta nel cuore di Manuel Cohen, l’auspicio che la letteratura, e in particolare la poesia, sia il campo adatto alla edificazione di un discorso comune e comunitario dopo la dissoluzione della religione dei poeti e l’affondamento della società del confronto letterario. Ciò che rimane sono le citazioni dei nomi, delle primogeniture (vere o false), dei richiami a una nobile tradizione ormai scomparsa che l’autore vuole far rivivere, come per magia, nella pagina letteraria, mediante una stilizzazione moderatamente arcaica e, insieme, modernizzante. Credo sia questa la ragione giustificativa del sorprendente manierismo di Cohen, della sua instancabile tenacia nel perseguire l’utopia di una comunità stilistica mediante l’esorcismo della stilizzazione. Di qui tutta una serie di retorizzazioni che vanno dall’impiego della rima isomorfa alla marcatura demodé delle parole aritmicamente congiunte a formare un girotondo, un valzer del tempo antico che non ritornerà mai più. È il modo sublimato che l’autore pone in essere per richiamare sul palcoscenico della sua scrittura la desublimazione soprastante e diserbante della scrittura poetica contemporanea. (Giorgio Linguaglossa)

 

Manuel Cohen
Winterreise – La traversata occidentale
Cura e introduzione di Gianmario Lucini
Piateda (SO), Edizioni CFR
“I Fortini”, 2012

 

PARTE PRIMA
(nel tempo che ci unisce e che separa)

 

“Era domenica, il sabato di laggiù,
il momento più adatto
per fermarci e chiederci chi veramente amassimo”.

(Yehuda Amichai, Estate indiana a Princeton)

“Gli anni della violenza hanno lasciato
il loro segno. Separare la persona umana
dai costumi del passato è necessario
e difficile. Qui ci difenderemo.”

(Franco Fortini, Gli anni della violenza)

 

INVERNO, I. (Winterreise)

(e venne sul finire
la rabbia di restare
la sete di guardare
la gente mentre vive
e mentre mente e dove
si piega e lotta a dare
s’appresta a preservare
un’ora mentre muore)

 

(settembre 1989)

dove ghiaccia l’aria
e in libertà vigilata
con pesi ai piedi e lacci
e catene vanno parole
dove suoni di passi aspettano
e nella neve altre tracce
mentre i conti non tornano
e grigi giorni incedono

*

dove brucia una mina
i segni sul sentiero
arde voci del pensiero
all’ora occidentale
quando ghiaccia l’aria
è un arco di lame
nel folto frondame
si è sul discrimine

*

dove calcano passi
un allarme – in un punto
dove cresce la sera
e nell’aria un’insidia
tra la fanga e le giuncaglie
la notte ha maglie
strette e un calcolo
del conto è inverosimile

*

dove tace chi ha vissuto
e la lingua, quando parla
dà notizie di piovaschi
sa di scrosci di rovesci
incontri sempre qualche muto
dove la neve, quando cade
dà notizie dal freddo
già in settembre, sa di bianco

 

*

 

INVERNO, II.(Dämmerung)

(“ancora una sera, un altro secolo
che entra, avanza con un oltraggio d’aria
l’assalto di vento tra i pini, il volo
a stento a stento”… o poi, fendendo l’aria
è un’ora che cala, quando lo stuolo
di rondini s’invola… oppure è l’aria
fredda, quella fonda fitta o precisa
la nostra ora, quando entra, non avvisa”)

o un luogo sul crinale
sul dorso vegetale
la dimora esiliale
in luce artificiale
o un luogo nel sociale
– la fortezza globale–
è infezione virale
condizione stanziale

*

o nella sera in rivolta che viene
in questa colpa comune, d’europa
in lotta tra fiere o iene, e che non teme
altro da vincere o perdere, o cupa
come mai – stretta in sé – morsa in catene
risorsa occidentale che dirupa
– a un’ora di ferro o di bronzo batte
o modella sé, quasi un’ombra, una botte –

*

“cedono, cadono a foglie, a maturi
frutti, crollano
– vivi – ad uno ad uno
l’uno sull’altro, a gruppi, a prematuri
ceppi al rogo, rami nell’aria, ardono
rivi, tra l’unto dei motori – scuri
sciami di gridi o dolori – “nessuno
che viene, no – qualcuno ride, poi vede
e tace a un’ora che l’europa cede”

*

e s’estenuano in saccheggi i predoni
incendiano biblioteche scampate
a secoli, a roghi – ardono a milioni
le ragioni della lotta – negate
ormai alle future interpretazioni
della vita – della storia – dell’arte
stagioni piombando, di vuoto evento
aria stagna, palude senza vento

*

e in stagnazioni di città cintate
e turrite – beltà smagrite ioni
a ioni – coatte età – stagioni murate
porta a porta – libertà in prigioni
logore di fingersi immacolate
le coscienze – oscurate alle invasioni
palesi e occulte – occultate alle feste
di fine – ai fasti nutrendo una peste

 

*

 

(sopra un verso di Franco Fortini)

l’aria del mattino sulla spianata
rasa o deserta brucia ogni pensiero
che s’arrischi oltre la terra piegata,
stadio d’allerta è uno stato o maniero
fortezza a fattiva norma impiegata,
l’aria del mattino su d’un sentiero
di pietra piantata è morbo o malaria
d’una ratio produttiva o gregaria

 

*

 

(sopra un verso di Pier Paolo Pasolini)

“non è di maggio questa impura aria”
se al nostro passare rapida incupa
s’è del millennio la morsa incendiaria
e al gas nervino la mente dirupa
mentre avara vive la terra all’aria
chi per niente spera per niente lotta
se per rinuncia s’adusa al guadagno
o se per alibi ricusa il compagno

 

*

 

(frasi e stigmi di scriba fuoricorso o stagione)

scrive le lotte le truffe le stragi
conta le guerre le mine altri mali
annota le voci i silenzi mogi
dei perdenti, dalla parte dei reali
sommovimenti, con l’occhio che agl’agi
anteponga scollamenti d’ideali
chi in dubbio si ponga a un crollo di muro
un muro teme s’alzi più alto, oscuro

 

*

 

(fosse per gli idiomi)

e sono spore, spoglie
mortali, e sono fosse
d’antiche lingue, glosse
e reliquie su soglie
ree e reali… e sono doglie
di penne, pene forse
ideali, mute mosse
frante disperse voglie

 

*

 

o qui ed ora, cedono ad uno ad uno
se il tempo li trascina poi nel folto
o al margine del bosco, e arretrano
oltre il canneto o acquitrino tolto
da ogni mappa della zona o atlante
e gli uni e gli altri sempre annaspando
tra orali blà blà – fanga dilagante
palude incomunicante – sfiatando

 

______________________________

Winterreise, ossia “viaggio d’inverno” si intitola una silloge di Wilhelm Müller, un poeta tedesco morto giovanissimo e ormai ricordato soltanto per il ciclo di “Lieder” dello stesso titolo (con un altro ciclo, intitolato, forse vezzosamente per via della coincidenza col suo cognome, Die schöne Müllerin, La bella mugnaia), che Franz Schubert musicò per pianoforte e canto (è eseguito spesso per baritono) nel 1827, anno della morte (a 32 anni!) del poeta, per infarto. Schubert lo seguì appena l’anno dopo, colpito dal male del secolo, ossia la tisi.
Manuel Cohen non fa riferimento a quei Lieder, ed è opportuno precisarlo perché il titolo, Winterreise, è subito associato, nella nostra cultura, a quelle composizioni. Egli precisa, infatti, nel sottotitolo, “la traversata occidentale” ed è questo il vero nodo tematico che egli sviluppa nella serie di ottave di queste prime undici sezioni del poema (perché di un unico poema si tratta, diviso in tanti piccoli episodi). Il nucleo tematico non è infatti la storia di questi ultimi decenni, che pure è “raccontata”, ma il sentimento dell’occidente e, piuttosto, la sua “tenuta” nella storia, o la sua decadenza. Di “mülleriano” rimane l’idea del passaggio, della solitudine, dell’inverno, di nostalgia per gli affetti perduti che sempre tormenta quella silloge.
“Traversata” dunque, ma nella cultura, dentro tutto il rimosso della cultura contemporanea. Significa insomma che l’intenzione del poeta, (che diverrà sempre più chiara nel corso delle undici sezioni, così come accresce l’intensità emotiva ed affettiva e lo stesso “ritmo”, a volte, della prosodia) non è quella di sottoporci l’ennesimo quadro storico–generazionale, ma piuttosto quella di rilanciare, sul piano culturale, proprio il rimosso, la pigrizia mentale di almeno due generazioni e dei nostri giorni. Ossia il dovere civile del poeta, il ruolo stesso della poesia nella società, già dagli esordi della poesia epica e tragica. L’intenzione è quella di andare a scavare dentro quei nodi, attualissimi e ancora irrisolti, che la cultura non vuole affrontare perché sono scomodi, veri e propri “scheletri negli armadi” della letteratura (e della poesia in particolare) dello “stile di vita” occidentale, del potere, della politica, e così via. L’intenzione è anche quella della resistenza, ma per nulla remissiva. Ho incontrato Manuel soltanto una volta, di sfuggita, a Roma. Sapevo di lui la consistenza di critico, molto ben considerato anche da tutti coloro che me ne hanno parlato, ma poco o nulla sapevo dei suoi versi, tenuti in serbo per molti anni (tant’è che queste 11 sezioni, non rappresentano la totalità di Winterreise ma solo, per così dire, un primo assaggio), se non per due apprezzate ottave (e lette, anche dagli studenti che le sceglievano dalle raccolte L’impoetico mafioso e La giusta collera, quando ho presentato questi volumi negli Istituti Superiori). Di lui ho l’impressione di un uomo mitissimo e gentile: non avrei mai sospettato avesse tanta forza ideale e un verso così coraggioso. Ma forse, più che forza ideale, debbo qui parlare di una sua puntuale “testimonianza alla verità”, sia pur soggettiva, ma senza remore e con grande coraggio. Testimonianza che non si esaurisce certo in se stessa ma diventa, man mano che il libro si sviluppa, vera e propria collera, esplicita e ritmata dalla fonoprosodia, voglia di reagire, istigazione alla ribellione, ben al di là dell’impegno etico e civile di “dire la verità”. Cosa che manca a troppi poeti, che si appagano nel produrre una poesia, se non di consenso, almeno di “non detto” – la poesia del taciuto, del fra parentesi, del rimosso, appunto. Il testimone non cerca il consenso o l’approvazione: è impegnato dal giuramento, di “dire quello che sa”, al di là del fatto che piaccia o non piaccia, procuri plauso o magari sotterranei rancori – cosa frequentissima nel mondo delle lettere, popolato da insopportabili narcisi e disumanizzato dalla sua autoreferenzialità; o che gli procuri anche una chiusura ideologica a causa della sua chiarezza e delle sue accuse senza remore ai poteri e a chi li incarna (si vedano ad es. le sezioni IX e X).
Dotato di tale equipaggiamento, il canto sgorga naturalmente alto e, direi, profetico, nella scia del profetismo laico pasoliniano (che permea in buona parte lo spirito di tutto il poema), condiviso con altri che, pur senza nome o appena riconoscibili per fugaci indicazioni disseminate nei testi, colloquiano col poeta sul basso ostinato della sua proposta critica, in veri e propri dialoghi poetici.
Una poesia forte dunque, segnata qua e là da una vena generazionale (in modo particolare nella terza sezione), che vuole mettere il dito nella piaga perché è dal riconoscimento del fallimento che può nascere una migliore avventura, umana e letteraria (si veda la feroce invettiva di tutta l’ultima sezione).
Cohen, peraltro, è conscio della vocazione piazzaiola di tanta poesia civile, gridata, a volte sgraziata, prolissa, sopra le righe, non di rado sciatta nel linguaggio, imprecisa, spesso ideologica e giacobina. Da critico raffinato si pone dunque anche il problema dello stile e lo affronta in maniera rigorosa, senza uscire mai dalla tradizione di rigore e ricerca della migliore poesia. I ritmi che preferisce sono quelli dell’endecasillabo e del settenario; la fonoprosodia si arricchisce di allitterazioni, di rime interne, di effetti lungamente cercati nel lavoro di lima, guardando probabilmente alla migliore poesia del secondo novecento. Alla facile soluzione affabulatoria, alla prolissità, Cohen contrappone il rigore semantico e una concisione a volte esasperata e densa di allusioni, ma mai monca. Alla parola banale egli preferisce la parola precisa, capace di dire quello che vuole dire e non “più o meno” un certo significato. Uno stile, dunque (apparentemente) castigato dalla forma chiusa nelle ottave, nella rima, ma dalla densità di contenuti molto rara, nel panorama odierno.
Pertanto questa voce, al di là di ogni retorica, è senza dubbio una delle più interessanti della poesia italiana contemporanea e la sua proposta metodologica di ricerca e di scrittura poetica, che coniuga il rigore tradizionale alla contemporaneità della parola, è sicuramente da prendere in attenta considerazione anche sul versante dello stile e della lingua, perché si dimostra molto attenta e propositiva anche per gli aspetti che attengono al rinnovamento del linguaggio poetico. (Gianmario Lucini)

 

***

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29 pensieri riguardo “Winterreise – La traversata occidentale”

  1. Questo libro è davvero un libro importante, di grandissimo peso specifico. C’è il valore consapevole della scrittura di Manuel, che, oltre ad una conoscenza profonda degli strumenti, ci mette tanto di suo a livello di rielaborazione e capacità; ma soprattutto c’è la coscienza critica di una persona a tutto tondo, che dunque in virtù di questo può permettersi di attraversare gli ultimi vent’anni e raccontarli con uno sguardo che è osservazione acuta e non superficiale.
    Speriamo che abbia il riscontro che merita.

    Francesco t.

  2. come mi dispiace, ora, non essere andata a Piateda per poter conoscere questa bellissima persona.
    i miei complimenti per la sensibilità che rivela nei suoi versi,
    e per la traversata occidentale.

    un saluto caro a Francesco

  3. Grazie Francesco M. per la cura del post, e per la scelta dei testi. La recensione di Giorgio Linguaglossa, è intelligente e centrata. Pone questioni vitali. Lo ringrazio molto, si è trattato di un dono inatteso. Come inatteso è quello riservatomi da Francesco Tomada sul sito Alleo. Grazie. Un libro non ci cambia la vita. ma portiamo a casa la condivisione di qualche buon lettore. E Grazie a Carla per essere passata di qui. Un saluto caro a tutti. m.

  4. l’immagine da questi versi è come di lingue arse o secche di fuochi o di foglie, o più molli, fradice di saliva e ansimi
    soprattutto suoni,
    per es. in “(fosse per gli idiomi)”, il suono carico di s (esse), crea uno stormire, un invito al silenzio per queste spoglie-spore che, appunto, nel lieve stormire, attuano la propria scomposizione e ricomposizione per il mutare in glosse,…ecc..

    lingue per una “traversata occidentale” attraversamento-sversamento-colloquio-incontro, tentando di mettere in salvo dentro – oltre l’inverno (che qui mi pare sociale, prima ancora che esistenziale) i semi affidati dalla tradizione, principalmente letteraria, con attenzione ai germogli nuovi.
    Inoltre e perciò mi è giunto molto interessante nella nota di Giorgio Linguaglossa il riferiimento alla stilizzazione, in particolare sulla “ragione giustificativa del manierismo di Cohen” data dalla “sua instancabile tenacia nel perseguire l’utopia di una comunità stilistica mediante l’esorcismo della stilizzazione.”
    e in quelladi Gianmario Lucini le osservazioni relative alla precisione e attenzione al linguaggio: “Alla parola banale egli preferisce la parola precisa, capace di dire quello che vuole dire e non “più o meno” un certo significato.”

    Bello questo post!

    un caro saluto

  5. Causa disguidi editorial-postali, non ho ancora avuto modo di avere fra le mani, contro gli occhi, l’abbagliante distesa nevosa di Manuel, ma per ciò che ho letto qui, concordo con Tomada: è quando l’artista della parola si coniuga con l’umiltà dell’anima che la poesia ci dona i suoi frutti migliori.
    Ciao Manuel, ciao bisFranceschi. FF

  6. un libro bellissimo (scusate la banalità). Manuel si muove tra significato e significante: luogo della poesia; percorre un periodo storico, o forse genealogico, in cui tutti possiamo ri-vedere/ci in un confronto continuo tra le nostre (imposte?) amoralità quotidiane e quelle vissute: il passato torna sempre nel presente.
    ripeto, un libro eccezionale, intenso, che merita tutta la nostra attenzione. complimenti a Manuel (e all’editore).

    un abbraccio

  7. e sono doglie di penne

    un percorso autonomo, ma non orfano che recupera tradizioni e spore, a rivivere anche quando intorno c’è l’afasia del logorroico, e per questo in fin dei conti è una “traversata”, per andare oltre, si spera, V.

  8. un caro saluto a manuel che ho avuto modo di incontrare in persona a piateda di recente. sono ancora in fase di lettura del suo libro bello, strutturalmente tosto, curato (come lo sono i libri di lucini), carico di sollecitazioni…vado avanti con motivata lentezza. un saluto a tutti
    roberto

  9. @Margherita Ealla.
    carissima, sì cogli una questione centrale, richiamata anche da Linguaglossa. Ed il testo che citi, ‘Fosse per gli idiomi’ (ma ce ne sono molti altri) è effettivamente un esempio del procedimento per nessi allitteranti: l’idea è nel riprendere una nozione di ‘periodicità’ che si affida proprio alla sonorità.
    Ti ringrazio molto per il tuo passaggio acuto. Un abbraccio, m.

  10. Coniugare rigore e contemporaneità è impresa ardua e rara, perché richiede il connubio del coraggio e della sapienza ‘inattuali’. In Winterreise di Manuel Cohen, nei versi che leggo qui, la “traversata” riesce felicemente. Ringrazio Manuel Cohen per questo tratto di traversata e Francesco Marotta per averlo proposto qui.

  11. Grande attraversata che mi piacerebbe
    compiere tutta…che bisogna compiere
    tutta.
    Complimenti a Manuel per questo libro, nonostante
    l’endecasillabo…:)…o meglio oltre l’endecasillabo…
    Belle anche le note…
    Libro da procursi!

    Un saluto a tutti

    mm

  12. @Maurizio Manzo

    ti ringrazio. nonostante l’endecasillabo :-)
    effettivamente, e la cosa si avverte nella seconda macrosezione del libro, il tentativo è nell’oltranza e nell’eversione: dai metri, dai canoni, dal senso….

    leggere per scoprire :-)

    un salutto, m.

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