Simon e la verità letteraria

Giuseppe Zuccarino

Simon e la verità letteraria

     Claude Simon non ha mai voluto presentarsi come un teorico della letteratura, bensì semplicemente come un narratore. Tra i volumi da lui pubblicati, solo il Discours de Stockholm del 1986 (una plaquette che contiene il discorso tenuto l’anno prima, al momento di ricevere il premio Nobel) può essere considerato un’esplicita dichiarazione di poetica. Nonostante ciò, il suo pensiero sull’arte del romanzo ci è ben noto, grazie alle numerose interviste che ha concesso e a qualche altro testo, come ad esempio la premessa a un’opera narrativa del 1970, Orion aveugle. Specie negli ultimi due decenni di vita, però, gli è capitato spesso di essere invitato a tenere conferenze, in Francia e all’estero. Un volume recente, Quatre conférences (Paris, Éditions de Minuit, 2012), propone alcuni di questi scritti, databili fra il 1980 e il 1993.
     La prima conferenza, che verte su Proust, sorprende per il titolo, Le poisson cathédrale, ma non per l’oggetto, poiché è ben nota l’ammirazione nutrita da Simon per l’autore della Recherche. Del resto, la critica ha spesso evidenziato, fra i due scrittori, analogie che dipendono soprattutto dal loro comune orientamento sul tema dell’ardua ricostruzione del passato. Simon esordisce citando il brano proustiano che offre lo spunto d’avvio al suo discorso. In esso, il narratore spiegava che, durante il soggiorno a Balbec, aveva cercato di concentrare l’attenzione sul mare, ignorando tutto il resto, anche quando si trovava a tavola per il pranzo, «fuorché nei giorni in cui vi era imbandito qualche vasto pesce, mostro marino, che, al contrario dei coltelli e delle forchette, era contemporaneo delle epoche primitive, quando la vita cominciava ad affluire nell’Oceano, al tempo dei Cimmerî, ed il cui corpo dalle innumerevoli vertebre, dai nervi azzurri e rosa, era stato costruito dalla natura, ma secondo un piano architettonico, come una policroma cattedrale del mare».  Se l’opera letteraria va concepita come un sistema (Simon si richiama in proposito alle idee dei formalisti russi), allora il passo citato non andrà preso a sé, ma posto in rapporto con altri della Recherche, per mostrare come Proust sia stato abile architetto della propria summa, tanto a livello di macro-strutture quanto in dettaglio, ovvero nelle risonanze che si creano fra luoghi testuali magari distanti fra loro. Simon riesce con facilità ad evidenziare come il pesce (e l’elemento marino in genere) oppure la cattedrale emergano, tramite metafore e comparazioni, anche in contesti in cui si parla di argomenti del tutto diversi. Ma, procedendo in maniera un po’ intuitiva, egli alterna affermazioni convincenti ad altre che appaiono forzate, specie quando attribuisce a Proust determinati giochi sul suono dei vocaboli, sulle loro varie accezioni semantiche o sulle associazioni di idee che essi potrebbero suscitare. Non a caso, si tratta di tecniche usate con frequenza nei romanzi dello stesso Simon, che dunque sta proiettando sul grande predecessore quelli che sono i propri metodi compositivi. Proust viene da lui elogiato perché ha saputo costruire un oggetto letterario ricco e complesso, nel quale la totalità dell’opera si riflette in ogni minima porzione di testo, e in cui la descrizione assume un ruolo non meno importante di quello assegnato alle parti funzionali allo svolgimento della vicenda narrata.
     «L’absente de tout bouquet» è il titolo della seconda conferenza. Le virgolette segnalano che si tratta di una citazione, quella da un famoso passo di Mallarmé: vi si diceva che ricorrere in poesia alla parola «fiore» significa evocare non un fiore reale, bensì un’idea che, in quanto tale, è «assente da ogni mazzo». Per ragioni analoghe, a giudizio di Simon sarebbe assurdo chiedere al narratore, che lavora sui e coi vocaboli, di offrirci un accesso non mediato ai fatti. Un autore ottocentesco come Balzac intendeva trasmettere, nei suoi romanzi, certe idee morali o sociali, e sottometteva gli elementi descrittivi all’azione o all’esigenza di delineare personaggi e ambienti credibili per il lettore del tempo. A partire da Proust o Joyce, invece, lo stile passa in primo piano (dunque descrizione e azione cessano di contrapporsi) e la stessa idea di verosimiglianza subisce mutamenti. Ora, infatti, non ci appaiono più realistici i libri che pretendono di rappresentare per intero una qualunque situazione, poiché sappiamo che questa, di fatto, può esserci accessibile solo per frammenti. In tal senso il ricorso, da parte dello scrittore, alla tecnica della frammentazione non equivale a un allontanamento dalla realtà, bensì a una necessaria fase del proprio operare. Così come accade in pittura con i quadri dei cubisti, anche «il romanzo (o almeno una certa corrente di esso) attua una rivoluzione parallela, cioè: presa in considerazione solo dei punti forti (di una scena, di una storia), non dissimulazione dei vuoti o dei buchi, poi raggruppamento di tali frammenti in base a una combinatoria che conduce a una messa in rapporto diretta (un confronto) volta a costruire un insieme i cui elementi non saranno più articolati, come nel romanzo francese dell’Ottocento, in funzione di una causalità, di una serie di cause ed effetti pretesi determinanti e determinati sul piano sociale o psichico, ma in funzione delle loro qualità (vale a dire le armoniche, le dissonanze, i passaggi, gli slittamenti, i contrasti, ecc.)».
     Con la terza conferenza, Écrire, Simon entra direttamente nel merito della sua concezione della letteratura. Quest’ultima si configura per lui come un’attività al pari di altre, che implica il fare, il produrre qualcosa tramite il linguaggio. Ciò richiede capacità specifiche, un assiduo e faticoso lavoro, ma concede anche un notevole piacere a chi si dedica a tale pratica. Simon ammette di essersi sempre sentito poco attratto dalla letteratura tradizionale, perché essa mette in scena personaggi semplificati, sottoposti a meccanismi di causalità elementare che ne tracciano in anticipo il destino. Non è solo una questione di epoca, visto che egli muove tale rimprovero ad autori come Flaubert e Faulkner (che pure per altri versi apprezza), ma non a Dostoevskij, che ha il merito di aver ideato personaggi dai comportamenti imprevedibili. Il nuovo appare quando si comincia a non pensare più in termini di causalità: allora la vicenda narrata perde il ruolo centrale che occupava all’interno dell’opera e lo cede alla scrittura stessa, con le sue qualità stilistiche e la sua capacità di trasporre il vissuto. Simon può dunque affermare: «Per me, scrivere è soltanto cercare, nella e attraverso la lingua che mi costituisce in quanto essere parlante e pensante, in che modo si associno gli elementi apparentemente dispersi di quel magma di emozioni, sensazioni e ricordi che fanno di me un essere sensibile».
     Nell’ultima conferenza, posta all’insegna di Littérature et mémoire, l’importanza dei ricordi viene al tempo stesso evidenziata e problematizzata. Infatti, secondo Simon, anche nel caso in cui chi scrive disponga di propri appunti presi «dal vivo» in un determinato momento del passato, per poterli utilizzare in un testo letterario dovrà comunque trasformarli. Inoltre la memoria non va sempre considerata affidabile. Simon cita in proposito un passo di Stendhal, nel quale lo scrittore confessava la propria incertezza: l’immagine mentale che conservava del passaggio del Gran San Bernardo da parte dell’esercito napoleonico rispecchiava fedelmente i suoi ricordi personali di soldato, oppure era influenzata da una stampa relativa a quell’evento storico che gli era capitato di vedere alcuni anni dopo? Simon sostiene che un romanziere non ha mai a che fare col proprio passato, ma sempre e soltanto con le tracce (più o meno lacunose o alterate) di esso che sono presenti nella sua memoria al momento in cui scrive. Per di più, esiste un problema ancora anteriore, poiché il nostro stesso modo di percepire il mondo risente delle griglie culturali da noi acquisite, e delle quali, di solito, subiamo il condizionamento (che è anche un arricchimento) senza esserne coscienti. Dunque uno scrittore, per quanto si sforzi di essere veridico, non potrà mai sapere quali dei ricordi da lui inseriti in una propria opera siano davvero conformi al reale. Ma la verità che compete a lui cercare (e che, se riuscirà a raggiungerla, sarà probabilmente percepita come tale anche dal lettore) è quella letteraria, che dipende non dall’esattezza dei fatti narrati, bensì dalla qualità dello stile.

Annunci

5 pensieri riguardo “Simon e la verità letteraria”

  1. Leggo, a inizio di giornata, questo testo di Giuseppe (fra i rari che non ricordo di avere letto) e mi colpisce, oltre che la precisione su alcuni imprescindibili elementi del mondo di Simon, la linearità con cui Zuccarino ci consegna queste note di lettura, mai disgiunte da una riflessione sotterranea sull’universo della scrittura e della sua complessità.

  2. Non conosco Simon, ma leggere Zuccarino, del quale sto via via leggendo gli articoli qui presenti, è sempre un gran piacere.

  3. e senz’altro anche G.Zuccarino lavora sulle tracce con grandissimo stile, sicché i pieni e i vuoti di queste tracce dicono del suo percorso, la singola traccia – frammento a perseguire-inseguire l’l’imprevedibile (e in un certo senso anche l’imprendibile) nella/della scrittura,
    Così in modo un po’ banale rinforzo il mio “I lke”, con la particolare attenzione a quel discorso di Simon sulla combinatoria dei frammenti.

    Sottoscrivo Francesco, Larry Massino, Marco.

    Un caro saluto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.