Cronologia avventata

Maurizio Manzo

Cronologia avventata

Volendo riordinare un po’ questo cassetto,
mi son perso
nei miei grandi vent’anni, questa sera.

Jules Laforgue

 

GIARDINETTI PUBBLICI

Di nuvole rotonde
che lente inseguono
le onde mi sono
distratto sottratto al corale
candore di sonore
parole
ai bordi di una aiuola
foderata di petali
annacquati e pesanti
persino per il vento.

In quel mosaico
ho perso il tuo ricordo
sfumato nella
carezza sussurrata
di riserbo sfilato
tra il diserbo che spruzza
vaporizza e separa
nebulose fatali
che stanano ogni sogno
come larve parassite.

Eravamo nei giardinetti
e guardavamo
sui tetti da basso il terrapieno
i sogni solfeggiare tra tegole
e croste di cemento
pensando al sapore curioso
delle tue labbra
abrase dal freddo di mattine
rubate alla scuola
che pareva avremmo tenuto

strette per sempre.
Colpivo l’aria che t’investiva
con pietrine lanciate
debolmente che rotolavano
guardandoci negli occhi
felici nell’abbraccio
di un incanto confuso
tra la guazza asciugata
dalle ore e
la pazzia rovesciata

nella scia spumosa
d’una lumaca.
Il rumore delle macchine
doveva esserci nelle strade
e c’erano bambini
rincorrere la palla
e madri aspettare la vita
divenire, ogni tappa
mostrava la seguente
stimolo che da senso.

Anche gli alberi di carrubo
si erano ribellati
divelto l’asfalto e sembravano
nodosi millepiedi immobili
che pensavano forse
d’aver vinto la libertà
come la nostra maldestra
fuga dalla finestra
tra le macerie in una notte
più grande di tutto quel buio

che aveva attraversato
le nostre stanze.
I rumori erano un rimbombo
embolia d’orecchio
un vecchio tubo gocciolava
latta arrugginita
avvilita la luce dei lampioni
filtrava da un muro sfondato
durante la guerra passata
più di trent’anni.

Doveva essere fluorescente
latente la nostra innocente
paura, perché
ci trovarono prima
della fine della notte
della fine del tuo odore
tra le mie dita. La luce
del lampione entrò più profonda
accompagnata dalla voce
che ci chiamava

e poi si spense anche il silenzio.
Il giorno parve non riuscire
a contenermi, anche i passi
sfioravano il suolo
volo e svolazzo
sazio di vita sembrava il
mio avvenire
a lenire il rimprovero
bastò un’allegria allegra
grazia dell’osare.

 

PASSAGGI

Per un tempo quand’ero
bambino
ero importante
poi iniziai a deformare
lo stato, cominciai a svilire
a sentire anche gli altri.

Da bambino pareva
pressante
l’ala malvagia
del diavolo portarmi
a mordere la vita i suoi
fini fili scoperti.

Dell’angelo pesava
invece
la debolezza:
cominciavo a pentirmi
e non capivo se faceva
più male del rimorso.

Poi riuscii a separare
tonalità
tra cielo e terra
non smettendo d’appendermi
a quelle nuvole più basse
alle scie degli aerei.

E a undici anni di giorno
di notte
caldo d’estate
freddo d’inverno colmo
di sogni li passavo inseguendo
il pallone come un aquilone.

 

LA VIGILIA

*

Otto o dieci disteso
verticale sopra la schiena
ma anche nove proteso
come un fiume in piena

quest’uno due
bue che avanza che filtra
mitra e accresce la luce
col tuo avversario

orario quasi terminato
sei solo davanti alla gloria
boria e stima sui piedi
un passo di fianco piegato

più flessuoso di piume
nel vento e sbandamento
mento mimico di chi lasci
seduto a terra che ti guarda

sfilare e gonfiare la rete.

 

**

Così prima dell’alba
il sogno ad occhi aperti
contornato da cinque
o dieci mezze rovesciate
o rovesciata
completa.

La sera, al sabato, assegnavano
i ruoli e le magliette
distese sulle sedie in legno
pieghevoli nella sala
C per il tennis tavolo
del circolo parrocchiale

la diocesi del duomo
di Cagliari.
Riuniti attorno al tavolo
speravi di sentire il tuo nome
squillare per saltare
e afferrare la tua maglia.

La domenica era obbligo
la santa messa se volevi
giocare, si udiva come un
profanare i tacchetti rimbalzare
sul marmo
lucente della cattedrale.

Entravo osservando gli affreschi
io stesso pensavo d’essere
un affresco nel mio completo
pletorico avvolgente
già pronto per il campo
lampo nel ventre del vento

ci lasciavano una pancata laterale
all’altare, conoscevo a memoria
i passaggi fino alla fine
per sfilare prima
possibile verso il campo
la polvere:

scambiatevi il segno di pace
era accolto da un vai vai
e in alto i vostri cuori
ognuno di noi lo lanciava
e spesso lo lasciava in aria
a farsi rincorrere.

 

 

LE SCHEGGE

Mamma da bimba usciva presto
all’arresto della sirena
tra il fumo sconquassato
passato il frastuono
tuono umano insano.

Più volte l’ho vista bambina
raccogliere schegge ancora
calde che scioglievano la cera
del giorno creando
un felice contorno.

Se inciampava rideva
e mi guardava
contenta con le sue calzine
bianche e le ginocchia
sbuffate di calcinacci.

Il giorno sul bastione
S. Croce era più luminoso
una volta immerso nel porto
il colore della guerra
il dolore di qualcuno.

Mamma allora camminava
come fosse una festa
d’estate che una parte
del cielo concedeva mentre
l’altra ancora tremava.

Aveva lo stesso sguardo
di quando mi portava
a scuola e facevamo una
corsa tenuti per mano
un passo dopo l’altro

fino all’affanno, il suo:
mamma è già vecchia
e non ce la fa più a correre,
allora aveva trentasei anni
e io le strattonavo il capotto

e non per riprendere a correre
ma per rimproverarla:
per me non poteva invecchiare
né mai poteva consumarsi
come una qualsiasi altra madre

la mia mamma immortale.

 

L’ORA

In quell’ora non sapevo
che ogni ora nel tempo
si sarebbe ripetuta
all’infinito
guardavo eventi
come irripetibili
appetibili attimi
sopraggiungermi
germinando splendore.

Poi le ore diventarono
appuntamenti, impegni
pegni da lasciare
da dimenticare
masticare
rincorrere senza afferrare
altro e disporsi
disponibile a farsi trovare
e iniziare a lasciare
un’ora per ricordare.

Di tutto questo
il mio orologio non mi ha
mai parlato, informato,
sommato i secondi
ai minuti ho visto
l’ora che m’investiva.
Poi ne schiacciai
uno coi piedi, d’orologio
elogio della boria il mio
gesto e m’accorsi presto
d’essere in ritardo.

 

AL FARO

Non ci misero tanto
i nostri genitori
a scoprire che da
Cagliari alta i ragazzi
andavano a tuffarsi
nel porto
alle ancore,
dai blocchi dietro il faro,
al cornicione
alla casetta.

Facevi il volo d’angelo
detto anche il cristo
la squadra fino
a toccarti le punte
dei piedi o in volo
battevi le mani su cosce
sul petto e le riunivi
clap ad infilare l’acqua
senza piegare schiena
o gambe.

Loro erano lì, dietro
la porta,
i nostri genitori
tori infuriati
allineati pronti all’assaggio
della pelle salata
pronti ad alzare
l’alata mano del castigo.

Allora prima di rientrare
a casa
ci si fermava a risciacquarsi
al rubinetto
vicino al bastione
di Santa Croce
per fare dolce la cute
annerita da sole.

 

CAMMINO NUOVO

Un senso
era ciò che non ti
chiedevi
eravamo bambini
abituati al volo
disarmato
di chi non amato o troppo
amato di chi escluso
o incluso
di un estremo che non contiene.

Quell’uomo magro
alto triste e distinto
scorreva con la mano
il muraglione del bastione
senza guardarlo
come spesso faceva
un doberman, che temevamo,
quando inseguiva
la sua ombra.

Giocavamo nelle aiuole
con le biglie a furrisca(1)
cominciando a notare
quel signore in abito
chiaro col naso aquilino
e lo sguardo mutato
nel terrore del ghiaccio
dell’assenza, che si
muoveva insicuro e
tremante.

Finché vinse il suo stesso
vuoto sedante
pesante cercò di calarsi
darsi all’aria evitando
di lanciarsi come altri
fanno, e rimase appeso
al muraglione
col corpo penzoloni,
e l’afferrammo come
lui afferrò la vita spaccandosi
il naso arcuato
sul bordo affilato.

Gridavamo più forte
di quelle nostre forze
che venivano meno
e arrivarono degli adulti
a tirarlo fuori
dal vuoto che lo stava
ingoiando in un sol
boccone.

Anche Vito dal gioco
passava improvviso a cercare
di scavalcare
la vita
e di raggiungere la madre
morta quando lui era
ancora più bambino
di quell’istante.
Era triste vederlo
averlo trattenuto
perché dopo piangeva
a lungo;
quando rientravo
stringevo in una morsa
mia madre.

Dal bastione S. Croce
i suicidi schiantavano
in via Cammino Nuovo
pareva un buon auspicio;
in quel tempo la via
era divisa tra la discesa
che portava al vociare
nel mercato di Santa Chiara
e dalla parte opposta
incolta
fino a via fiume
un tappeto di margherite
fluttuanti con le nostre teste
che cercavano tra l’erbaccia
i palloni caduti
nelle partite interminabili.

A volte risalendo via Cammino Nuovo
facevamo i fortini
nel crepaccio sopra la clinica
Aresu
tra sterpaglie e piante di capperi
selvatici
eravamo più in bilico
dei suicidi, noi stessi
eravamo suicidi
in quell’incoscienza nascosta
ai genitori, se mia madre
per portarmi al mercato
mi teneva forte la mano
per non scappargli via, e ricordo
la pescheria dove cercava
il baccalà a mio padre,
napoletano,
pressato in una bacinella
celeste a raggiera, pensai
a un sole esangue
triste per i suoi suicidi

[(1) Furrisca: fossetta che si crea per giocare con le biglie, da cui prende anche il nome del gioco.]

 

Due inediti

 

 

IL GHIACCIO

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive
di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Gabriel García Márquez

Nella frenesia per l’arrivo
c’era il contare
le centinaia di metri
che formavano
chilometri
lo sfiancare pupille
cercando il cippo
sul ciglio della strada
coperto a volte
dall’erba.

Destinazione sospirata
a palmo a palmo
Santa Margherita di Pula
un tempo
campeggio libero;
a maggio ti precipitavi
alla conquista
del territorio e come
pioniere recintavi
piazzando la tenda a dominio.

Poi avveniva il trasloco
col camion di mio zio
che faceva già quel lavoro,
da giugno fino a settembre;
la nostra zona
era sempre nella curva
difronte alla torretta
dove il rumore
del mare sugli
scogli, ti svegliava al mattino.

Entravamo al chilometro
trentacinque e duecento
una serie di viali
alberati sembravano
infiniti e luce e foglie
sul parabrezza
e il brillare d’un orizzonte
un brillamento a mezz’aria
finché vedevi il mare
la sua aureola salire in cielo.

Qualche anno dopo
assieme al colonello
Aureliano Buendìa davanti
al plotone di esecuzione,
mi ricordai di colpo
delle lastre di ghiaccio avvolte
in coperte per il trasporto,
riposte dentro i frigo stesi,
fresco lucente più dell’occhio
che allucinava il sole.

(24 aprile 2012)

 

MONACO 1974

Giugno settantaquattro
non ricordo l’estate
ma d’avere guardato
a lungo per la prima volta
la televisione a colori,
il verde del campo assordante
le maglie non solo distinte
da un grigio più scuro del chiaro.
I miei non l’avevano ancora
e andavo dai miei zii vicini.

Erano i miei primi mondiali,
quelli del settanta li avevo
vissuti di rimando
su la leggenda Italia
Germania quattro a tre
e poi perché segnai una rete
come Rivera
e ne parlai per mesi.
Ma nel settantaquattro
capivo i miei idoli.

Per qualche mese poi
continuai a camminare
e a guardare come Johan Cruijff.
Così correvo
in tutte le parti del campo
e gli altri si meravigliavano
mentre io ingoiavo il vento
senza mai masticare
veniva così naturale
scattare, inventare, dribblare.

(26 aprile 2012)

 

***

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11 pensieri riguardo “Cronologia avventata”

  1. Il libeccio della primavera sarda spinge la poetica di Maurizio verso territori inesplorati alla sua precedente produzione. E quell’aranciato alludere al Profeta del manto erboso, al suo spigolare pedatorie invenzioni, è una regalia sontuosa.
    Un caro saluto, L.

  2. è sempre un grande piacere leggerti, Maurizio
    perchè sai evidenziare, con il tuo verso frammentato *personale*
    ogni attimo del tuo esistere nel mondo
    ed è un dispiegarsi di luce che brilla
    sulla tua terra che è anche la nostra.

    ciao :-)

  3. Eh, caro Luca, altro che “è arrivato il marino!”…qui il vento
    bagna i ricordi con gocce di mare, che si svegliano…:)

    Un abbraccio a te e a Carla!

    Un caro saluto anche a Paola e MariaGrazia!

    E un carrissimo abbraccio a Francesco!

    mm

  4. i pa(e)ssaggi dall’infanzia al pallone, mentre p’assaggi la vita (la pelle salata), sbocconcellando i primi morsi e rimorsi (fili scoperti), passaggi segreti nel labirinto che conduce al campo, all’ora e all’allora: lallazioni ripetute all’infinito, finché non prende corpo il bastione o il muraglione (l’ora è l’allora, forse… eh, mai più saremo vivi come allora).
    non ci accorgiamo mai abbastanza presto (d’essere in ritardo), non ci accorgiamo mai di come il tempo rubi netto (vicino a santa croce) anche cent’anni, lasciando al loro posto il vuoto e il vento della solitudine da custodire dentro un’urna di parole. emblematico in questo senso lo spazio tra i versi “pareva avremmo tenuto” e “strette per sempre”.
    intensa poesia della memoria, ricca di sensorialità vissuta (odori, colori, sapori, dolori e rumori). come ti scrissi altrove, hai il dono dell’affabulazione e del racconto, non sei solo un poeta (è un complimento, n.d.r.). insomma, per quanto tu possa continuare a correre, scattare, inventare e dribblare, non puoi sfuggire al magico potere della parola e al destino scritto nei nomi.
    onde per cui attendo un tuo ro-manzo.
    : )

    1. Non so se riuscirò a non far frapporre la poesia “tra il potere magico della parola e il destino scritto nei nomi”…
      cercherò di farlo…:))
      Intanto grazie per la presenza e per il segno, sempre così personale e incisivo.

      Un carissimo saluto

      a presto nelle tue “brigate prose!”

      :)

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