Personale e confidenziale

Varlam Šalamov

Varlam Tichonovič Šalamov nasce il 1 luglio del 1907 a Vologda. Nel 1926 si iscrive alla facoltà di Diritto Sovietico nell’Università Statale di Mosca e comincia a interessarsi di letteratura. Arrestato nel 1929 per aver diffuso la “Lettera al Congresso” di Lenin, è condannato a tre anni di reclusione. Nel 1932 vive a Mosca. Pubblica sulla rivista ”Oktiabr” il suo primo racconto. Fra il 1936 e il 1937 è nuovamente arrestato per “attività controrivoluzionaria trotzkista” e condannato ai lavori forzati nelle miniere della Kolyma. Liberato solo nel 1951, si stabilisce a Mosca due anni dopo, nel dicembre del 1953. Incontra Boris Pasternàk con cui inizia una fitta corrispondenza epistolare.
Sulla rivista “Znamja” appaiono i suoi primi versi, Poesie sul Nord. Nel 1961 pubblica il primo volume di poesie, L’acciarino, seguito da Lo stormire delle foglie, Via e destino, Le nuvole di Mosca e Punto d’ebollizione. Inizia a scrivere i Racconti della Kolyma, che vengono raccolti in forma di samizdat e pubblicati per la prima volta nel 1988 dalla rivista “Novyj Mir” e in testo integrale solo nel 1992. Tra i suoi altri libri La quarta Vologda, Višera e Fedor Raskol’nikov. Muore a Mosca il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui era ricoverato dal 1979.

 

Varlam Tichonovič Šalamov
Personale e confidenziale

 

Sibili e fruscii sempre più vicini,
viluppi di fiocchi lievi.
È il dio della neve jakuto
che ci viene incontro sciando.

Buona sera, dio della tempesta!
ci imprigionerai come in passato
per due intere settimane,
proteggendoci da sguardi indiscreti.

In stormo d’uccelli i fiocchi di neve
ti fanno da turbinante corteo.
cresce il sibilo della tormenta,
s’infittisce la nevicata.

 

*

 

        Cielo quadrato, innumerevoli stelle.
        Sarebbe piombato giù da un bel pezzo:
        solo gli intrecci delle inferriate
        gli hanno impedito d’entrare dalla finestra.

        Il mondo intero è alla catena: non gli è dato
        aprirsi un varco fino a quel pozzo nero
        dove la libertà rosicchia avida gallette
        in attesa che gli zar le diano udienza.

 

*

 

La memoria ha nascosto tanto di quel male,
innumere, smisurato.
Ha mentito e mentito per tutta la vita.
Non le si può credere più.

Forse non esistono né le città,
né i verdi giardini,
ed è viva solo la furia dei ghiacci
e dei mari salati.

Forse il mondo è solo una distesa di neve,
una via stellata.
Forse il mondo è solo una tajgà
nella comprensione di dio.

 

*

 

        Senza uomini, senza libri,
        confidando nella natura soltanto,
        scambierà il proprio linguaggio umano
        con interiezioni ferine.

        Nelle forsennate foglie scricchiolanti
        scaverà con le mani un covo per la notte,
        quell’uomo inselvatichito,
        quell’intellettuale navigato.

        E con una costola sporgente
        che gli tende la pelle,
        non saprà stabilire quale sia
        la differenza tra il bene e il male.

        Poi, d’un tratto, lavatosi
        all’alba con acqua sorgiva,
        leverà al cielo lo sguardo
        e ululerà come un lupo…

 

*

 

Vivo qui ,come una mosca, soffrendo,
ma chi potrebbe strappare
questo sottile, ragnesco,
illacerabile filamento?

Non sfido a duello
il ragno dalle mille braccia,
sbrindello coi denti la ragnatela
tentando di svincolarmi di nascosto.

Mezzo morto, mezzo trepidante,
persevero in imprese
che mi facciano sentire vivo,
persevero nella ricerca della salvezza.

Forse un dito umano
squarcerà la ragnatela,
mi schiaccerà e storpierà
portandomi, comunque, su in cielo.

 

*

 

        Lo strumento

        Com’è primitivo
        il nostro semplice strumento:
        dieci quinterni di carta da dieci soldi,
        una matita frettolosa:

        è tutto ciò che occorre agli uomini
        per innalzare qualunque castello
        veramente sospeso per aria,
        sul destino quotidiano.

        Tutto ciò che a Dante era bastato
        per erigere quelle porte
        che s’aprono sull’imbuto conficcato
        nel ghiaccio dell’inferno.

 

*

 

Cammino così
a due dita dalla morte.
Porto la mia vita
in una busta azzurra.

È una lettera pronta
da tempo, dall’autunno.
In cui c’è solo
una mezza parola.

Forse è per questo
che non muoio, perché della lettera
non so l’indirizzo.

Le poesie non sono un mero riflesso
di grandi eventi impantanati nelle minuzie,
ma la leva del movimento terrestre
trovata all’improvviso.

Non sono una semplice illuminazione,
una lanterna nell’oscurità che trapassa,
ma la pertinacia della creazione
e l’intransigenza del sogno.

Sono sempre segni dell’infanzia
uniti al dolore passato.
Un fuso d’artigiano
ricevuto in eredità.

 

__________________________
Personale e confidenziale è stato pubblicato in “Arca”, 6, 2000 (traduzione e cura di Gario Zappi). Un’antologia di poesie di Šalamov apparirà nel 2006 con il titolo Il destino di poeta (Edizioni La casa di Matriona, Milano).
__________________________

 

***

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4 pensieri su “Personale e confidenziale”

  1. Sono felice che dalle remote pagine della nostra “Arca” i versi di Salamov tornino oggi qui, nella Dimora, a segnalarci un destino tra i più assoluti del Novecento. “La pertinacia della creazione” e “l’intransigenza del sogno”, Francesco, sono le armi che nessuno può rubarci.

    m

  2. Ottima idea, Francesco, che Lucetta condivide (e immagino Giuseppe). Penserei però non tutti i numeri: un’antologia delle cose migliori, sì. Un grazie profondo. Poi ti scrivo email. Marco

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