Schibboleth

Schibboleth

Mitsamt meinen Steinen,
den großgeweinten
hinter den Gittern,

schleiften sie mich
in die Mitte des Marktes,
dorthin,
wo die Fahne sich aufrollt, der ich
keinerlei Eid schwor.

Flöte,
Doppelflöte der Nacht:
denke der dunklen
Zwillingsröte
in Wien und Madrid.

Setz deine Fahne auf Halbmast,
Erinnrung.
Auf Halbmast
für heute und immer.

Herz:
gib dich auch hier zu erkennen,
hier, in der Mitte des Marktes.
Ruf’s, das Schibboleth, hinaus
in die Fremde der Heimat:
Februar. No pasaran.

Einhorn:
du weißt um die Steine,
du weißt um die Wasser,
komm,
ich führ dich hinweg
zu den Stimmen
von Estremadura.

 

        Schibboleth

        Insieme alle mie pietre,
        allevate con il pianto
        dietro le grate,

        mi trascinarono
        al centro della piazza,
        proprio là,
        dove
        sventola la bandiera
        a cui non prestai nessun giuramento.

        Flauto,
        doppio flauto della notte:
        ricorda l’oscuro
        gemello rosseggiare
        a Vienna e a Madrid.

        Metti la tua bandiera a mezz’asta,
        memoria.
        A mezz’asta
        per oggi e per sempre.

        Cuore:
        fatti riconoscere anche qui,
        qui, al centro della piazza.
        Gridalo con forza, lo shibboleth,
        nell’estraneità della patria:
        Febbraio. No pasarán.

        Einhorn:
        tu conosci bene quelle pietre,
        tu conosci bene quelle acque,
        vieni,
        ti porto con me laggiù
        verso le voci
        di Estremadura.

 

*****

 

In Eins

Dreizehnter Feber. Im Herzmund
erwachtes Schibboleth. Mit dir,
Peuple
de Paris. No pasarán.

Schäfchen zur Linken: er, Abadias,
der Greis aus Huesca, kam mit den Hunden
über das Feld, im Exil
stand weiß eine Wolke
menschlichen Adels, er sprach
uns das Wort in die Hand, das wir brauchten, es war
Hirten-Spanisch, darin,

im Eislicht des Kreuzers «Aurora»:
die Bruderhand, winkend mit der
von den wortgroßen Augen
genommenen Binde — Petropolis, der
Unvergessenen Wanderstadt lag
auch dir toskanisch zu Herzen.

Friede den Hütten!

 

    Tutto in uno

    Tredici febbraio. Nella bocca del cuore
    si risveglia lo Schibboleth. Con te,
    popolo
    di Parigi. No pasarán.

    Pecorella a sinistra: lui, Abadias,
    il vecchio di Huesca, venne con i cani
    attraverso il campo, in esilio
    si reggeva a una bianca nuvola
    di nobiltà umana, ci mise
    nella mano la parola, quella che ci serviva, c’era
    spagnolo da pastori, dentro,

    nella gelida luce dell’incrociatore «Aurora»:
    la mano fraterna, che faceva cenni di saluto con
    la benda tolta da quegli occhi
    grandi come parole – Petropolis, la
    città nomade dei mai dimendicati, stava
    a cuore anche a te, come un ricordo di Toscana.

    Pace alle capanne!

 

__________________________
(Paul Celan, Schibboleth,
da: Von Schwelle zu Schwelle
(Di soglia in soglia), 1955;
In Eins, da: Die Niemandsrose
(La Rosa di Nessuno), 1963.
Traduzioni di fm, 1984, 1985.
Dedicate a lm.)
__________________________

 

***

9 pensieri su “Schibboleth”

  1. Anche qui, leggere la prima parte del motto che George Büchner pose all’inizio del suo “Messaggero dell’Assia” (Friede den Hütten, Krieg den Palästen – Pace alle capanne, guerra ai palazzi), quel motto che Volker Braun avrebbe amaramente rovesciato in “Das Eigentum” (La proprietà) è conferma. è ‘das Wort, das wir brauchten”, “la parola, quella che ci serviva”. Ti sono riconoscente, Francesco, per le tue traduzioni di Celan.

    1. Anna Maria, ho bisogno di un tuo parere. Sono anni che, di fronte a questo verso:

      in die Fremde der Heimat

      mi viene naturale, ormai è quasi un riflesso pavloviano, tradurre con

      nella patria divenuta straniera

      Ti sembra che possa reggere, o è una forzatura di lettera e senso?

      A me piace molto, anche se ho preferito pubblicare la versione del 1984 senza nessuna revisione. Che ne dici?

      fm

  2. Francesco, la traduzione che a te scatta, sorge, scaturisce spontanea mette in evidenza il processo di progressivo ‘estraniamento’; la gradualità del processo che il verbo divenire esprime non costituisce, a mio parere una forzatura. Resta tuttavia, il problema del duplice significato del termine ‘fremd’, che, come étranger in francese, è ‘straniero’ e ‘estraneo’. Leggo nell’espressione ‘Fremde der Heimat’ un duplice divenire: straniero è ormai chi parla, estranea (e ostile?) si è fatta la sua casa, la sua patria di una volta. Penso a “Heimkehr” di Kafka, Francesco, e mi piacerebbe proseguire questa conversazione…

  3. Cercavo il modo per traslare metonimicamente il senso della “estraneità” dal “soggetto” al “luogo”: la “heimat”: che si dispiega, con tutte le valenze e le risonanze implicite nel termine, in una triplice direzione/dimensione: la terra occupata (“la bandiera alla quale non prestai giuramento”), lo spazio della “memoria” (“der dunklen Zwillingsröte”), e quello “inviolabile” dell’utopia, del ritorno alle radici e agli ideali della giovinezza (le “pietre” e le “lacrime”, id est le “Stimmen von Estremadura”).
    Ma forse la cosa migliore, con Celan, sarebbe quella di evitare di tradurlo: c’è sempre qualcosa nei suoi testi che, nel passaggio, rimane “sacrificato” nella sua assoluta “imprendibilità”.

    Penso, ad esempio, anche al nome Einhorn: come rendere la circostanza che suono e senso richiamano immediatamente l’*unicorno* e la sua simbologia? Assurdo credere che il “fatto” fosse estraneo alla coscienza dell’autore…

    fm

  4. Einhorn…

    Un abbraccio a te per come avvicini a noi Celan. Non evitare di tradurlo. Da traduzioni come queste nascono nuove “lingue” poetiche. Senza Ripellino, e i suoi tic nevrotico-linguistici, non so se avrei amato tanto i poeti cechi.

    m

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