Disforia

La noia premia l’assenso compiaciuto,
quasi tomba o congedo, inesorabile,
più dell’addio fra agli amanti.

 

Marzia Alunni

 

DISFORIA
(Inedito, 2012)

 

I

Nell’oceano virtuale scopri la nudità
dell’indifeso essere, rabbrividisci e guardi
la ragione del tuo vulnus interiore.
Aurato esilio, fonte di luce, rigida
come i ghiacci, inerte per cause nascoste.
C’è solitudine, eppure è giusta, ne ignori
la natura, sillogizzi per esorcizzare l’urlo,
ma nulla è vivo, non sussistono risposte.
A chi preme il segreto delle cose?
Inquieta il vento, batte il trascorrere
greve delle nuvole, bianco e nero il cielo.
Così animale è la mestizia che fuggi,
trovi nell’astratto il rifugio per dirti eguale
al resto del mondo, lontano forse anni-luce.
Non c’è alcun motivo di resistere, ora,
ma tutto è uno sfiorare l’orizzonte,
stagliato sul buio, silenzio e pace,
figli di sconfitta, richiami quietamente,
questa volta al sicuro infine dalla vita.

 

II

Nasce spesso, quale interrogativo,
disforia dorata. E’ un mantello, oltre
le aspettative efficace, ti protegge e
nasconde il dubbio sulla bellezza.
Riesci a sillogizzare il pathos,
argomenti, giudichi, senza costrutto,
ancora, ma con rabbia per chi dissente.
Eliminare il re che è nudo, rivestirlo
di teorie, valide perché potenti, ma…
nulla è vero senza la pura bellezza.
Ha occhi e sangue di verità, intera
giace davanti allo sguardo e si
ribella scandalosa al retore.
Stentorea la voce, la finzione declama!
E’ una stilettata imporre il gusto
feroce al mondo che assiste attonito.
La noia premia l’assenso compiaciuto,
quasi tomba o congedo, inesorabile,
più dell’addio fra agli amanti.

 

III

Nel grande nero è la speranza
che precipita sulla lunghezza d’onda
vibrata della luce, vestigia d’essere.
Sublime disforia che inquieta perché
scelta condanna, gioco di società
per licantropi astuti. Che dire del vuoto?
Esso danza vago in onore del niente
che ti trascini e non è merito, forse,
né condanna per cinici traditi.
Vita? Chi l’ha scelta alzi la mano!
Ossuta propaggine, di quello scheletro,
affascinante, e morte sempre, solo degli altri.
Poi accade l’inverosimile, fluttui e ti
accorgi che ora non ti ascoltano,
sei vulnerato tronco, parvenza
da vegliare, attendendo, e tu lasci
piano la lotta per essi, per tutti,
così convinti di essere ragione
e vivi, nell’acido plumbeo di sempre.

 

Testi inediti da:
Tutto è di là dal tempo

 

CO.B.E.

Quei balenii spettrali,
provenienti anni-luce dall’oltre,
nel buio quasi narrano
il sublime, iniziale sconquasso,
così il tempo sragiona
e in certe plaghe remote
ha sede la memoria
degli eventi passati, distorti.
Qui c’è un ritmo diverso
‘cui mensura’ è il battito
disforico del cuore, a tempo
lo sguardo in là si spinge,
sul filo elettrodebole di un sogno.
Resta, severa nostalgia o canto,
la radiazione di fondo.

 

MIGRAZIONI

L’isola dimenticata della luce
che, sola, conoscono i cormorani
sorgeva,
improvviso miraggio di scogliere,
sul crinale del sogno,
un fato di polvere e d’aria.

Poi sereno fluttuò il polline
per conquistare l’estrema sponda
al passaggio di sciami ronzanti
su argentei ricami d’aracne.

Vennero, migrando, per nidificare,
tra le madrepore mille versi
a confondere,
ma l’incanto del volo prevalse,
come un protendersi d’anime
intrepide, librate verso l’Oltre.

 

QUARK

Come un quark di luce è la poesia,
né la vita si scopre unidirezionale,
flussi di parole seguono quantiche
estro, ragione e muta il linguaggio
di un mondo azzurro, puntiforme,
gli inattingibili confini.
Fra meteore ardenti rovesciato
s’accende il tempo di luce ultravioletta
mentre il silenzio elabora un paradosso:
Dal nulla scaturire la sillaba.

 

__________________________
Marzia Alunni è originaria di Brindisi dove è nata nel 1962. Ha completato i suoi studi in filosofia all’Università di Perugia nel 1988 con una tesi sul filosofo antidialettico Aelredo di Rievaux. Scrive dall’adolescenza, l’amore per la poesia le è stato inculcato da sua madre, Maria Grazia Lenisa.
Successivamente ha pubblicato su alcune riviste quali, ad esempio, Prometeo, Arte Stampa, sul Notiziario della Bastogi e su Punto d’incontro, I Fiori del male, Vernice e Arenaria. Nel 2002 ha pubblicato un libro di poesie dal titolo “Il Semacosmo”. Attualmente ha un inedito dal quale sono stati tratti e pubblicati alcuni testi su blog, riviste.
Si è dedicata dal punto di vista critico a vari autori per recensioni e studi, si veda il lavoro su Ignazio Silone, gli interventi di filosofia intorno ai saggi di Eraldo Garello e agli aforismi di Domenico Cara e, a titolo di esempio, quelli sulle poesie di Corrado Calabrò. Insegna italiano nella scuole medie e superiori di Terni.
Dopo la morte della madre ne cura la memoria con varie iniziative di critica e poesia tra le quali il blog di letteratura e culturale http://marzialunni.blogspot.com/. I suoi lavori sono apparsi in altri siti, in particolare sui blog LPELS e Poetarum Silva. E’ tra i collaboratori del sito www.literary.it.
__________________________

 

***

8 pensieri riguardo “Disforia”

  1. Generosa anche in questi versi, cara Marzia. Ti sai affidare alle tue sole cure, al tuo speciale esserci come quel tuo “figli di sconfitta” che mi ha inchiodata e che ho letto come sostantivo e verbo insieme. Essere figli di sconfitta racconta di una tonalità emotiva complessa che riguarda tutt* noi immersi/e in un mondo grande e terribile insieme. “Figliare sconfitta” invece appartiene ad un orizzonte che riguarda l’agire e una certa infelicità che appare spesso necessaria alla stessa sopravvivenza. La sconfitta ha però un doppio taglio, etimologicamente parlando: la sconfitta ha la capacità di dis-fare, distrugge sottraendo spesso quel che di superfluo si va creando.
    C’è una costellazione intera e cesellata in queste tue. Il sillogizzare che ritorna e vulnus/vulnerabilità che apre una semantica grande e verticale su quel ritrarsi che spesso è propizio per difendersi.
    La parola ha occhi sangue e sa ribellarsi – soprattutto – rivoltarsi per procedere allo smascheramento. Setacci bene la disforia ma, secondo me, anche la distopia discostandotene con grazia “fra meterore ardenti”; benché sia assonante infatti, nel carattere distopico vedo il pericolo narcolettico e mortifero della nostra contemporaneità che conosce un alfabeto emotivo assai all’altezza (purtroppo), in tal senso quella luce abbacinante che consegna l’eloquenza del vuoto l’ho trovata stringente.
    Grazie, un abbraccio a te e a fm :)

    Alessandra*

  2. Sillogizzare il Pathos…
    sillogizzare per esorcizzare l’urlo
    il segreto delle cose è la bellezza
    la bellezza, in questo silenzio che scioglie
    flusso di migrazioni alla luce di un’isola.

    un abbraccio alla Dimora!

  3. Se l’enunciazione e la scrittura hanno –come è costume dire e credere– due diversi “soggetti”, nessuno ci vieta di considerare qui almeno due diverse predisposizioni umorali.

    La disforia è, a tutti gli effetti, una patologia.

    Mi piace credere che la “resistenza”, anche incontrollata, allo stato depressivo possa rientrare nei canoni (o meglio nelle accezioni) dell’euforia.

    Tra la dis-foria e l’eu-foria la differenza è nel prefisso. “Dis” sta per cattivo (la distopia accennata da Alessandra Pigliaru consiste proprio nel vedere le cose al negativo, di pre-figurarsi il peggio) ed “eu” sta per buono.
    Ma prima di arrivare a questo, leggendo il trittico, ho subito pensato al/alla disforico/a come al/alla “diversamente euforico/a”.
    Così come il diversamente abile ha, suo malgrado, un approccio altalenante alle cose, allo stesso modo il/la nostro/a (ideale) diversamente euforico/a vive di alti e bassi , di considerazioni spesso contraddittorie, di resistenze e desistenze (sulla “Désistance” come disinstallazione dei soggetti dell’enunciazione e della scrittura, vi prometto, in tempi più o meno brevi, un approfondimento ), di certezze e di ripensamenti.

    Al di là del “dis” privativo e/o negativo sarebbe interessante notare come la “fòria” sia apparentata etimologicamente con “forgia” (forja in spagnolo sta appunto per forgia), “forma”, “fare (che con l’aggiunta del prefisso negativo diventa dis-fare)”. Ebbene, in questo trittico, pregandovi di scusarmi per il tono speculativo, si forgia la forma per fare e disfare il proprio approccio alle cose prime e ultime: nudità, esilio, solitudine (o meglio: la natura della solitudine), pathos, e ancora: il grande nero, l’acido plumbeo, le diverse declinazioni della luce, il tempo, ecc.

    Arriviamo così all’altro prefisso, a quell’ “eu” che si pone in antitesi al “dis”.
    “Eu”, come già accennato sta per buono (da Eus e dal sanscrito Seu = bene). C’è chi sostiene che Eus sia imparentato con Eòs (Aurora), perché la luce del mattino è di buon augurio.

    Poniamo che il nostro “eu” venga considerato, nel flusso letterario, non come un vero e proprio gruppo timbrico, ma come una sorta di intercalare disposto anche ad anagrammarsi e sdoppiarsi (dividersi nella sua doppia predisposizione al bene e al male, rendersi altero, ma anche alterabile) pur di dettare un senso, un ritmo, addirittura per creare un sintagma come: “E-sorcizzare l’U-rlo”.

    Quante volte questo prefisso mette in opera, nel trittico, il suo sdoppiamento?
    Non è mia intenzione procedere alla mera enumerazione, ma solo di evidenziare come questa coppia di vocali vada a formare dei gruppi linguistici concettuali o, se preferite, delle unità significanti.

    In prima istanza la “lUcE”

    a) “fonte di luce” – (al positivo: generazione primaria, nascita, dimensione “aurorale”; al negativo: l’algido ma anche il “rigido”, l’ “inerte per caUsE nascoste” , la fissità della rinuncia, la desistenza, l’umore al nero, la depressione

    b) “lontano forse anni-luce” – (l’astrazione come sintomo di lontananza, di separazione, di alienazione; ma anche l’eterno conflitto tra l’essere umano e la sua componente animale)

    c) “sulla lunghezza d’onda / vibrata della luce” – (al negativo: non si può toccare ciò che non è quantificabile, che non è alla portata dell’umano, ed essere consci della sua esistenza non può che provocare la caduta nel “grande nero” che ci domina, non può che produrre la desistenza; al positivo: quella caduta potrebbe però ribaltarsi in una “speranza” – del resto solo chi conosce il fondo può permettersi di risalire e di praticarsi nella resistenza)

    In seconda istanza, quel “dirti EgUale / al resto del mondo” non vuol forse dire che alche il/la disforico/a può star “bene” al mondo nel suo essere diverso?

    In terza istanza bisognerebbe instaurare delle corrispondenze tra tutti e tre i testi che compongono il trittico. Sulla scorta di De Saussure e delle sue catene foniche ( “Stentorea la voce. La finzione declama!” ?), Il “vUlnErato tronco” del terzo testo ci riporta al “vulnus interiore” e all’ “aurato esilio” del primo testo. Dall’ “aurato esilio”, sempre per procedimento sinonimico, trasliamo alla “disforia dorata” del secondo testo. La stessa disforia, prima “dorata”, poi “sUblimE”, solo alla resa dei conti mostra il suo vero aspetto: l’ “acido plUmbEo di sempre”.

    Alunni dice: “Non c’è alcun motivo di resistere”, ma in realtà tutto il trittico è una resistenza applicata alle cose: la pressoché continua tendenza all’ “interrogazione” (“A chi preme il segreto delle cose? “ – “Che dire del vuoto?” – “Vita?”) ne rappresenta l’occorrenza lampante e decisiva.

    *

    Ma queste sono solo speculazioni e divagazioni. Chiedendo scusa a Marzia per le mie forzature, ciò che importa qui è che “nulla è vero senza la pura bellezza”. La cosa più difficile è definirla e quantificarla, non in parametri oggettivi e che valgano come assioma, ma come un “dubbio” da differenziare, come un sintomo da ri-definire ogni volta diversamente.

  4. La bellezza è spesso stata concettualizzata in modo pericoloso, tuttavia non ha smesso di essere interrogativo. Forse un motivo di resistere può essere quello di una resistenza dai margini che non ci tolga infinito. Quel ” tutto è uno sfiorare l’orizzonte” prefigura qualcosa e se disforia è patologia nell’eccedere del dolore c’è il più di quello che potrà essere.

    Grazie a Marzia e un saluto a tutti.

  5. Sono conquistata dalle vostre riflessioni, alte, per il valore concettuale, eppure così vicine ai miei testi. C’è una prossimità che sfiora la telepatia nell’approccio di Enzo. Nadia va al cuore delle questioni e Alessandra con piglio critico riesce a introdurre i miei testi tramite un’analisi perfetta. Apprezzo la sintesi di Carla, così illuminante. Che dire dopo di voi? Posso solo ringraziarvi ammirata e cogliere l’occasione per attestare la mia stima nei vostri confronti e in quelli di Francesco, competente e ospitale come al solito! Marzia Alunni

  6. Disforia è un bel testo poetico, molto difficile da interpretare come lo sono i veli di Magritte a meno che ognuno trova una sua chiave di lettura suggerita o suggestionata dalla propria esperienza e dallla propria condanna di dolore, ma si può rischiare di trovarsi in errore e dire fiaschi per fischi. DISFORIA è una stagione psicologica molto comune a tanti e ben mascherata, una bestia che vive dei nostri minuti anche non troppi bui che nelle ore di angoscia trova cibo ideale. Pare una bella e luminosa ragnatela non facile sfugguirci, si fa di tutto per non venire divorati dalla solitudine e dal dolore ma non è facile trovare scudi e tetti e voci amiche che aiutano. Certi fuochi distruggono foreste in una notte ma ci vogliono mille e mille notti per ricostruirle e mai uguale a prima saranno. Certe ferite ritornano all’anima e non per debolezza o per mancanza di voglia a voler reagire, ma perché ciò che manca: manca, ciò che duole: duole e nessuna cosa può lenire se non il tempo e la divina pace. Mi piace il tema che affronti, tosto e impegnativo. Chissà quanti al mondo sono toccati da disforia o da altri disturbi che diventano
    per pittori, musicisti e noi poeti magma di poiesi grazie al quale riusciamo a tirare fuori dolori e gioie per farne belle creazioni

    Tanti auguri Marzia e cerca di pubblicare perché mi pare che hai provato gusto a non pubblicare tuoi libri
    Un caro e fraterno saluto
    Giovanni Dino

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