Tutte le parole del libro

Giuseppe Zuccarino
Edmond Jabès

La Bibliothèque nationale de France rende omaggio ad Edmond Jabès, nel centenario della nascita, con un’esposizione di volumi e documenti. La sede è senza dubbio la più adatta, visto che a questa grande biblioteca parigina lo scrittore aveva nel 1990, ossia l’anno prima della morte, fatto dono dei propri manoscritti. In occasione della mostra, appare anche un piccolo catalogo: Edmond Jabès . ( ), a cura di Aurèle Crasson e Anne Mary (Paris, Hermann, 2012). La stranezza grafica del titolo ne imita un’altra: il più famoso dei vari cicli di opere jabesiani, Le Livre des Questions, si concludeva infatti con un volume dal titolo anomalo, costituito da un punto e da un sottotitolo fra parentesi, • (El ou le dernier livre). L’autore stesso lo spiegava facendo riferimento all’idea dei kabbalisti secondo cui «Dio, El, per rivelarsi, Si manifestò attraverso un punto».
     Scrittore ebreo di lingua francese, Jabès era nato in Egitto, dove aveva vissuto per vari decenni, pubblicandovi anche le prime opere poetiche, di matrice surrealista. Nel 1957, però, l’ondata di antisemitismo che andava crescendo in quel paese lo aveva costretto a rifugiarsi in Francia, a Parigi. Lì, dopo un periodo di difficile inserimento, Jabès aveva trovato, anche in ambito letterario, una propria collocazione e uno stile personale, manifestatosi nei sette volumi di Le Livre des Questions (1963-1973), nei quali emergevano temi come quelli dell’esilio, del deserto, della Shoah, della scrittura. Alla prima serie di testi ne sono seguite altre: Le Livre des Ressemblances (1976-1980), Le Livre des Limites (1982-1987), Le Livre des Marges (1975-1997), più alcune opere isolate. Questi volumi inclassificabili, in cui si mescolano poesie, prose liriche, aforismi, dialoghi fra personaggi immaginari (ad esempio gli infelici amanti Sarah e Yukel o una moltitudine di rabbini eterodossi), hanno destato quasi subito la partecipe attenzione di alcuni fra i maggiori pensatori dell’epoca, come Levinas, Blanchot e Derrida. Ad essi si devono saggi di rilievo, che hanno contribuito ad evidenziare le qualità poetiche e le implicazioni teoriche delle opere di Jabès, il quale a sua volta ha scritto pagine su di loro nel Livre des Marges.
     Egli, però, amava intrattenere un dialogo non solo con letterati o filosofi, ma anche con gli esponenti di arti diverse dalla sua. Basti pensare ai numerosi testi jabesiani che sono stati editi con illustrazioni realizzate da artisti, come Eduardo Chillida, Antoni Tàpies, Zoran Music, Claude Garache o Jean Capdeville. Ritroviamo nel catalogo alcune pagine di questi libri, assieme ad opere di altri pittori e scultori, ugualmente esposte nella mostra della Bibliothèque nationale.  Non mancano, nel volume stesso, numerose foto che raffigurano lo scrittore in momenti diversi della sua vita, ed anche testimonianze e saggi critici su di lui.

     Forse, però, la parte più stimolante di questa pubblicazione è costituita dai manoscritti riprodotti, siano essi di Jabès oppure lettere dei suoi corrispondenti epistolari. Per quanto concerne il primo genere di testi, il catalogo non ha la pretesa di offrire materiali utili per lo studio delle varianti, al modo in cui un corposo libro precedente permetteva di confrontare fra loro le varie stesure che hanno condotto a una singola opera poetica (Récit. Les cinq états du manuscrit, Paris, Textuel, 2005). Qui le pagine scelte servono solo a dare un’idea del modo di scrivere, nel senso materiale del termine, che è proprio dell’autore. Vediamo così dei fogli con molte cancellature e correzioni, oppure degli appunti affidati a supporti precari come i biglietti della metropolitana (questo ci ricorda che, per quasi tutta la vita, Jabès ha potuto dedicarsi alla letteratura solo nei ritagli di tempo concessi da lavori poco amati, ma necessari per mantenere se stesso e la famiglia), o ancora pagine che, accanto al testo, presentano dei disegni. Questi rientrano perlopiù nella tradizionale categoria degli schizzi che, un tempo, i letterati amavano tracciare in margine ai loro brogliacci, ma ce ne sono alcuni dotati di un certo valore autonomo.
     Forse il più interessante fra i saggi contenuti nel catalogo è proprio quello di Anne Mary, che parte dall’analisi dei manoscritti di Jabès per arrivare a descrivere il metodo da lui seguito nel comporre le proprie opere: egli scriveva dapprima un nugolo di appunti, poi sceglieva e organizzava quelli utili per il libro in corso; i rimanenti venivano però conservati, e talvolta utilizzati, a distanza di anni, in altri volumi. La studiosa cita al riguardo un’annotazione jabesiana rimasta inedita: «Fin dalla prima frase di un’opera, ci troviamo al centro di un libro che tenteremo di rifare; libro che (come quello della legge) ci viene dato nel disordine e di cui spetta a noi ristabilire l’ordine tramite le parole».
     Quanto alle missive ricevute da Jabès, anch’esse manoscritte, possiamo ricordare ad esempio quelle dei tre pensatori già nominati. In una lunga lettera del 1966, Derrida trasmette le sue impressioni su Le retour au livre: «Il Livre des Questions è davvero compiuto; e come doveva essere, rimanendo aperto, nel contempo infinitamente aperto e riflettendosi all’infinito su se stesso». Levinas, l’anno seguente, per asserire qualcosa di simile riguardo al volume Yaël, trova una bella immagine: «Ho letto il suo libro, ma non come un libro: come si vorrebbe lasciar scorrere dal cavo della mano delle piccole sostanze che riflettono mille lampi e mille spegnimenti, sempre reimmergendo la mano nella cassetta per far scorrere ancora questi giorni e queste notti». Spetta a Blanchot, in una lettera non datata, tracciare il cerchio che racchiude i quattro autori, solidali fra loro: «Restiamo vicini, caro Edmond Jabès, di quella prossimità non inscritta che il suo manoscritto mi rende avvertibile, non solo quando viene pronunciato il mio nome, ma anche quelli di J. Derrida o di E. Levinas, comunità d’attenzione, d’amicizia, che non rompe la solitudine (l’irriducibile), ma la trasforma nel ripiego attraverso cui rimaniamo assieme».
     Jabès, però, ha saputo non soltanto suscitare l’interesse dei filosofi, ma anche toccare la sensibilità di molti lettori.  Nel suo ostinato passare da un volume all’altro, alla ricerca di un Libro assoluto (e, in quanto tale, irraggiungibile), ha dato espressione poetica alle inquietudini dell’uomo attuale, che può sperare di accedere a qualche briciola di saggezza solo ponendosi all’ascolto di una moltitudine di voci diverse, non di rado discordanti. Ma proprio questa capacità di «seguire, nel loro procedere, tutte le parole del libro» (come si legge su uno dei biglietti del métro), gli ha permesso di giungere, con ammirevole coerenza, al termine del suo cammino, ossia alla pagina finale (anch’essa riprodotta nel catalogo) del suo ultimo volume, Le Livre de l’Hospitalité. In essa incontriamo, fra l’altro, queste frasi: «“Ogni libro si scrive nella trasparenza di un addio”, diceva. […] “L’aurora non è un addio – aveva annotato –, ma ogni addio è l’audacia abbagliante di un’aurora”».

 

***

Annunci

4 pensieri riguardo “Tutte le parole del libro”

  1. Utilissimo questo breve nota di Giuseppe su Jabès e sulla mostra in corso, autore mai troppo ricordato, E.J., e sempre presente nel cuore di chi ama la letteratura come libro che continua a farsi. Mi ha molto colpito l’osservazione di Levinàs e anche le modalità di scrittura di Jabès. Sui biglietti del metrò, sul retro di un taccuino, si possono scrivere frasi determinanti. C’è ancora bisogno, un bisogno del tutto inattuale, che queste frasi riemergano.

    Grazie.

    m

  2. Bello questo dire (e riportare nel saggio) il caos germinativo del “nugolo di appunti”, germinazione da un punto zero per l’espansione, come espansione da quella “prima frase” (fase 0 di un libro): «Fin dalla prima frase di un’opera, ci troviamo al centro di un libro che tenteremo di rifare[…]”;,
    a generarsi insomma di una “prossimità non inscritta”, “nel contempo infinitamente aperta e riflettendosi all’infinito su se stessaperta“,(giusto per citare ancora due passaggi superbi, oltre a quello di Levinàs già indicato da Marco).
    Aggiungo, inoltre, questo passaggio cruciale sul senso, oltre il puro letterario : “Nel suo ostinato passare da un volume all’altro, alla ricerca di un Libro assoluto (e, in quanto tale, irraggiungibile), ha dato espressione poetica alle inquietudini dell’uomo attuale, che può sperare di accedere a qualche briciola di saggezza solo ponendosi all’ascolto di una moltitudine di voci diverse, non di rado discordanti”.
    Ecco, colpisce l'”ostinato” a fronte dell'”irrangiungibile”

    Un caro abbraccio, per l’ascolto, a tutta la Dimora

    Infine: grazie!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.