Repertorio delle voci (XXII)

Manuel Cohen
Salvatore Pagliuca

La terra e la lingua.
Tra orti e pietre la parola
di Salvatore Pagliuca.

“…ciascuno risale per strade
di pensieri più chiari e inquieti
come una nazionale tra oliveti
da sicignano a vietri”

     Con Lengh’ r’ terr’ (Lingua di terra), Salvatore Pagliuca, archeologo, infaticabile operatore culturale, studioso di arte contemporanea e di storia locale, basti qui ricordare la prova narrativa in cui storia e fiction danno luogo a un esito inatteso: Il 1799 a Muro ovvero su di un manoscritto perduto, ritrovato e nuovamente perduto (1999), consegna al lettore una ampia scelta del suo lavoro in versi edito in volume, o presente in antologie, si pensi ai componimenti apparsi nei volumi curati da Tito Spinelli (2000; 2011) e da Luciano Zannier (1998; 2005), o in edizioni d’arte: è il caso, ad esempio, dei versi che corredano il catalogo So quanti passi. Muro lucano dal 1981 al 1997 nelle fotografie di Antonio Pagnotta (1998); nonché una nuova sezione di Inedite. Le raccolte edite nell’ultimo ventennio sono: Cocktél (1993), Orto botanico (1997), Cor’ šcantàt’ (Stupido cuore spaventato, 2008) e Pret’ ianch’ (Pietre bianche, 2010). Quattro solchi d’aratro, o quattro scavi nell’archeologia della lingua e del paesaggio, che marcano la scrittura e la vita. Tempi, ognuno in sé autonomo, eppure parti di un’unica struttura. L’opera in versi di Pagliuca, infatti, risponde alle esigenze di un unico disegno, alle ascisse e coordinate fondamentali di un coerente macrotesto.

(Rupi, dirupi, terremoti).

     Non si capisce la poesia di Pagliuca se non si conoscono i luoghi della sua scrittura. O per lo meno, essa diviene fatto chiaro qualora si abbia la possibilità di visitare quei luoghi, quel paesaggio, le case e i muri, che rendono evidenti alcune ragioni implicite e connaturate alla sua phoné. Non è casuale che il nostro autore abbia iniziato a scrivere il giorno dopo un trauma, o che la sua avventura attinga e prenda le mosse da un evento che ha travolto cose e case, animali e uomini, affetti e storie: mi riferisco al terremoto dell’Irpinia. Il 23 novembre 1980 è una data della storia italiana fissata alla memoria collettiva come un marchio a fuoco. Ѐ il giorno, meglio, è la sera della domenica del sisma che interessò una vasta area compresa tra Campania e Basilicata meridionale; disastro comunemente ricordato come il terremoto dell’Irpinia, tristemente noto con il suo portato di quasi 3.000 morti, 9.000 feriti e 280.000 sfollati. Ora, anche sorvolando sulle numerose testimonianze in versi, presenti soprattutto negli autori neodialettali, che si riferiscono al terremoto del Friuli del 1976, apparirà con ogni probabilità del tutto casuale la coincidenza per cui nella poesia dell’ultimo lustro ben tre libri di versi sembrano ispirarsi o riferirsi a fatti analoghi. Quasi a dire che l’immaginario collettivo e la memoria poetica ne siano stati segnati irredimibilmente: è il caso di Jolanda Insana, autrice dei Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina (2009); o di Marilena Renda, che ambienta il poemetto Ruggine (scritto nel 2009, già rappresentato ma inedito in volume) nei giorni del sisma che colpì il Belice del 1968; o di Domenico Cipriano, che con Novembre (2010) ritorna a fare capolino intorno ai numeri, quasi una cabala, di quella fatidica sera del 1980. Per non dire del Viaggio nel cratere (2003) narrazione di Franco Arminio. Ma le coincidenze si fermano qui, anche perché, con ogni probabilità, a quanto ci risulta, Pagliuca è stato il primo a scrivere del terremoto già in versi risalenti ai primi anni Ottanta: un autentico vulnus che il nostro ha riportato alla luce attraverso la scrittura. Allora lo studente dei corsi di Lettere Classiche e Archeologia aveva ventitré anni, e la sua storia personale, come la sua vicenda letteraria, si ferma, affonda, si confronta e attinge all’altezza di quella esperienza traumatica: “Lacrime di pietre/ scosse” (Tremuoto, 1981). L’autore impiegherà non poco a risolversi a dare alle stampe Cocktél, che viene accolto nella collana ‘Babele’ delle ottime edizioni LIBRiA di Melfi, in cui figuravano titoli di Dario Bellezza, Rosa Fusco e Franco Manescalchi, ed in cui il nostro editerà anche la raccolta successiva. Cocktél appare una “struttura di materiali linguistici variamente combinati”, come scrive Antonio Lotierzo nella prefazione, in cui il lettore si imbatte in una scrittura plurilinguista, e pluristilistica. Prova ne sono i continui décalages, tracce sussultorie o desultorie di smottamenti linguistici e di senso. Di-rupi, ad esempio, è titolato un testo del 1984, uno dei possibili prelievi di una campionatura di lessico in frequenza: ‘lavico gradone’, ‘tratturo antico di impronte’, ‘torri colate’, ‘compatta roccia tufarola’,‘la costa appesa’, ‘sulla pietraia a forma di tomba’, o il frequente ricorso alla parola-chiave, muro, che già ad altezza di Cocktél si fa carica di polisemia: ‘muri’, ‘muri vomitati’, ‘muri cementati’, ‘muri a secco’ ‘muri verniciati’, ‘il muro nudo’, che fa il paio con l’immagine fondamentale della rupe, e non parrà irrilevante sottolineare come tutta la poesia di Pagliuca sia costellata di riferimenti rupestri, irti, petrosi: un evidente richiamo a Muro Lucano, borgo aggrappato ad un costone di roccia, ma pure valenza visionaria della verticalità, della difficoltà, della precarietà del vivere. Analogamente il verbo rotolare, come nei sintagmi: ‘gridi rotolavano’, ‘rotola il canto’, è parola-chiave afferente al campo semantico della realtà, ma è anche simbolo, all’opposto, di un cambiamento totale, di una cesura. A partire da quella data, più nulla sarà come prima: “Terreno di riporto sconfinato/ addosso al muro a secco/ di confini e aspetto/ allineamenti nuovi ai vecchi/ già sporchi di metri cubi/ molli/ sbancati in tutta fretta” (Livello I. Superficiale). Con Cocktél Pagliuca affronta l’esperienza del crollo: di senso, di sistema e di lingua: un ventaglio di registri viene sperimentato, dal lirico al comico, dal sublime al realistico, dal pastiche al patois, e che giunge fino allo sgretolamento linguistico, aprendo il dettato agli inserimenti allotri: precipitano nel testo i termini in inglese, ad esempio, in un cocktail linguistico in cui nell’idioma murese, cioè di Muro lucano, si innestano l’italiano parlato e scritto, e le lingue d’Europa. Accade dunque esattamente l’opposto di quello che ci si sarebbe potuto aspettare, ancora negli anni ‘Ottanta, da un dialettale: la lalìa autoctona come unica fonte di esperienza e cultura diretta, ovvero ‘lingua madre’, confinata nella sua dimensione domestica; è ancora il caso, il più alto, di Albino Pierro (nato a Tursi, 1916-1995), che proprio negli anni ‘Ottanta gode di una indiscussa fortuna critica e della candidatura al Premio Nobel: ma la sua lirica, pura e malinconica, appare fortemente modulata su tonalità elegiache, cedendo di fatto ai richiami e alla nostalgia della ‘piccola patria’. Contrariamente, questo libro di esordio, che non ignora quanto accade alla poesia europea contemporanea, si inserisce a pieno titolo nell’esperienza del metissage portata avanti in quegli anni dai migliori neo-dialettali, si pensi al quasi coetaneo romagnolo Giovanni Nadiani, al siciliano Salvo Basso, per non dire di Raffaello Baldini e di Franco Loi. Ma sarà con Orto botanico che l’autore darà prova di perizia e pertinenza. Se Cocktél è da considerarsi un esordio, con qualche ingenuità, o caduta, con la seconda raccolta Pagliuca centra l’obiettivo, individuando i motivi centrali del proprio dire, mettendo a fuoco la propria intelligenza del mondo. Orto è, contrariamente al libro precedente, una suite organica ben articolata. La disposizione dei testi sulle pagine è già emblematica. Nel libro del 1997 infatti ad un testo in dialetto e alla sua traduzione, ne succede uno in lingua, quasi un confronto dialettico che si avvale dell’esperienza della diglossia. Nella strutturazione del volume ogni testo sembra rinviare al successivo, e questi richiamarsi al precedente, eppure, come rileva Giorgio Bárberi Squarotti nella nota introduttiva: “[…] il testo in lingua, collocato a fronte, è sempre messo tra parentesi, come se stesse lì, al margine della figurazione, in una funzione di supporto e di illuminazione, e così non è, perché è completamente autonomo, sia nel ritmo, sia come costruzione, sia come mondo rappresentato”. Le due lingue sanciscono parimenti il ricorso ad un doppio registro o doppia modalità: l’idioma di Muro, che ha tratti di contiguità di estrazione arbëreshë, e che nel corso dei secoli si fa idioma autoctono a causa del totale isolamento del territorio lucano (ma il fenomeno è riscontrabile, con le debite variabili, in diverse aree linguistiche dell’Italia meridionale: Calabria, Campania, Puglia) dalle grandi vie di comunicazione, e mercantile e letteraria. Se in Cocktél emergono forti richiami all’orografia, al paesaggio, alla topografia, in Orto botanico si delimita intra moenia l’oggetto di osservazione. Non casualmente i testi dialettali hanno titoli in latino facenti riferimento alle denominazioni di cespi e fiori in botanica. Le piante sono l’hornatus naturalis di un hortus in cui si compendiano tradizioni culte e colture popolari ultrasecolari, alta letterarietà e lingua basica, brevi composizioni di una scrittura a levare, petrarchesca, eppure attinente e attingente alla sua humilitas: ovvero alle asprezze di un phoné dalle molte consonanti raddoppiate e dalle parole tronche, allitterate e frequentemente dissonanti. L’orto botanico è metafora dello stupore della conoscenza, filtrata da umori, sapori e voci, frammenti di parlato, schegge etnografiche rapprese nel tempo, forti passioni. Il testo che sembra avere come modello di riferimento la tradizione letteraria più alta (dal Canzoniere petrarchesco a Ungaretti, e probabilmente le tonalità coloristiche comuni con la poesia del conterraneo Sinisgalli, nativo di Montemurro, 1908-1981), paradossalmente presenta tratti di similarità con un autore terragno, in cui la cultura contadina si offre con il comprensibile corredo di credenze e religiosità, superstizioni e paganesimo strisciante, di magico e favoloso: mi riferisco a Rocco Scotellaro (1923-1953), il poeta di Tricarico. Come in Scotellaro, in Pagliuca, emerge un dato di stupore favoloso, accanto alla precisione della memoria nella descrizione di scene di vita paesana in entrambi, con analogie nella rappresentazione epica e corale: un esempio su tutti, la fiera del paese (l’omonima La fiera di Scotellaro e il testo del nostro in Pret’ ianch’). Movimenti infinitesimi della vita vegetale si fanno spia dell’emotività, del sentire degli uomini, sono gli orti naturali lavorati dalla fatica dell’uomo, “confine dunque, separazione?/ O luce radente tra la ragione/ e il senso?” interrogativi che agitano uno dei testi tra i migliori. In uno spazio che rasenta la perfezione, l’attimo di pace terrestre, l’ombra o la minaccia di una crepa, un tremito, si fanno elementi di una Stimmung molto contemporanea alla poesia degli anni ‘Novanta, di immobilità e attesa, di sospensione sull’orlo del dirupo: “E scivoliamo uomini negli abiti/ già stretti rapinati da stradette di frutteti incustoditi”.

(La voce-vocina).

     Un decennio dopo, Cor’ šcantàt’, che in copertina riporta la dicitura poesie in amore, esce quasi alla macchia, con il pudore proprio dell’autore, nel settembre 2008, in una splendida, curata edizione artigianale, corredata della prefazione di Dante Maffia. Il libro presenta testi scritti esclusivamente nell’idioma lucano con le traduzioni in lingua. E’ in assoluto uno dei canzonieri d’amore più belli tra quelli letti negli ultimi decenni. La lingua matria è ora l’idioletto conquistato a sé dal nostro autore: è una lingua esclusiva del percepire e del dire, è una voce-vocina, umile e domestica: “vociavucegghj r’ mamm’/ figlj e mugliér” (“voce-vocina di mamma figlia e sposa”), è la voce più lieve, interiore, lirica e materna, che veicola i suoni nell’incanto e nello stupore dell’attimo. L’apparente semplicità del dettato, e dei gesti feriali, nascondono un alto grado di conoscenza ed intensità. La brevità dei testi, si pensi anche alla sezione Pizzini, è indice del lavoro di lima, di artigianale cesellatura della parola. Il ricorso ai diminutivi, è la spia più che di minimalismo, di un orizzonte affettivo e simbolico amplificati. A tal proposito, credo sia utile riportare quanto ho già scritto sul libro:

“Vociavucegghj (voce-vocina), vuccuccj (boccucce), funtanegghj (fontanella), travèrs (vento di traversa, tipico vento del murese); un dialetto interiorizzato, fatto proprio, reso idioletto materno e privato, che sopravvive sotto forma di leit motiv e stigma verbale in precise scelte formali, di iterazione, quasi tic o refrain all’interno dei singoli microtesti, a evocare una originaria tradizione orale, ma pure una iteratività tra preghiera e litania di matrice sacroscritturale:, come ad esempio, l’anafora variata delle tre terzine a p.16: ‘So’ cos’ ra nnammuràt’ ll’ ros//…So’ nnammuràt’ ll’ ros’.//…So’ nnammuràt’ ll’ cos’.’(‘Sono cose da innamorati le rose.//…Sono innamorate le rose.//…Sono innamorate le cose’), un sapiente sillogismo disseminato e nascosto tra i nove versi del testo, o a p.17, ancora il procedimento anaforico variato. Con effetto di avvertito e consapevole pastiche: ‘Suonn’ ca sonn’ r’ sunnà,//…Suonn’ r’ intr’, suonn’ r’ musér’,//…Suonn’ r’ for’, suonn’ sunnat’/’(Sogno che sogna di sognare,//…Sogno di dentro, sogno di stasera,//…Sogno di fuori, sogno sognato/’) in un’alternanza di presenza e assenza, nel solco del più classico canzoniere della tradizione della poesia amorosa[…]. Come pure l’invocazione dell’amata: Anima mij gentil (anima mia gentile), Carcerièr (carceriera), Padron’ (padrona), Reggìn’ (regina),in stretta parentela con la Madonna stilnovista, la mea Domina della lirica d’amore occidentale. Più in generale, comunque, a strutturare la raccolta, […] sono le figure della ripetizione e del parallelismo, epanalessi, adiectio, anafora (‘S’ fac’ r’ ruzzin’ lu mar’…//…S’ fac’ r’ ruzzin’ lu mar’ , ‘Si arrugginisce il mare’,p.23; oppure: ‘Nata staggiòn sciuùl/sciuùl…// Nata staggiòn sciuùl… ‘Un’altra estate scivola,/ scivola…’ ,p.22 , dove si nota, in aggiunta, la presenza di una geminatio) funzionali alla amplificatio emozionale e a garanzia di periodicità ai versi ipometri, in una scansione di tempi verbali coincidente con l’efficacia euristica del trascorrere delle stagioni, dei giorni e delle ore, nella febbre di vivere, ‘la frev’ r’ campà, un canzoniere in praesentia di grazia. E di Graziella: ‘Grà-zìuccj’ ca r’ press’ vaj ancor’/e puort’ a canòsc’ l’amor’ ca vaj chian’:/l’amor’ r’ aiér’, l’amor’ r’ rimàn’.’(Graziella che ancora vai di fretta/e porti a conoscere l’amore che va piano:/l’amore di ieri,l’amore di domani)”.

(Rec. a Cor’ šcantàt, «Il parlar franco» n. 8-9, anno VIII-IX, 2009).

Ѐ il libro che, nella sua coerenza interna, nella luminosità irta e scabra della sua parola, sancisce la maturità dell’autore. Mentre il quarto libro, Pret’ ianch’, mostra un registro ulteriore del nostro. Qui la scrittura recupera ulteriori elementi dell’oralità e si dispone a una resa teatrale chiarificando alcuni motivi o istanze: la dimensione corale, in rappresentazioni bruegheliane di vita rurale; la necessità di affrontare la storia: il libro si apre con la notizia della fuga del re d’Italia dopo l’8 settembre 1943; la verità di scavo: una discesa agli inferi dell’orrore, il padre, militare dell’esercito italiano in Grecia, arrestato dai tedeschi e deportato; la regressione psicoanalitica nel padre, e nella lingua del padre: “il bimbo che salta a piedi uniti/ dentro le impronte che ti lasciavi/ dietro, quando seminavi il grano”. L’impaginazione del testo procede scandendo due movimenti paralleli e prefigura la presenza di due attori, o lettori, ognuno dei quali intento a raccontare la storia del padre in una pagina, e quella del figlio nel testo a fronte. Da un lato la vicenda del padre, sulla tradotta dei militari prigionieri, nella risalita dell’Europa (da Tessalonica a Belgrado, a Bratislava, fino ai campi di Aushwitz, quindi, poi, il ritorno a casa. L’altro movimento è del figlio: il suo colloquio muto, “le parole degli occhi”, con il padre: il padre perduto e rivisitato con gli occhi del figlio divenuto adulto. La delicatezza priva di eccessi emozionali, anche quando i versi affrontano la malattia paterna, il controllo della parola e del verso, consentono al nostro di confrontarsi con la grande storia, riverberata sempre dalla prospettiva della gente comune, dalla parte degli sconfitti di sempre. Con Pietre bianche, che si inserisce dunque pienamente nel filone della poesia testimoniale, Pagliuca ci consegna alcune tra le più belle pagine mai scritte sulla Guerra e sulla Shoà. Le inedite, infine, idealmente si riconnettono a Cor’ šcantat’, al frammento intimo e amoroso: sono parole ‘straccione’, come le dice l’autore. Ѐ auspicabile che in questi stracci marginali, lavorati, educati ed autentici, “parole cancellate/ passate dentro al/ torchio della storia” il lettore ritrovi la bellezza irta e ferita dell’umanità e della vita.

Salvatore Pagliuca, Lengh’ r’ terr’ (Lingua di terra)
Prefazione di Manuel Cohen
Milano-Bologna, Edizioni Dot.com Press – Le Voci della Luna
Collana “Radici”, 2011

Testi

Parola zunzulòs’

Parola stracciona
5 poesie in amore

A na cert’ or’. Tann’.
…………………
A l’ombr’, quann’ la nott’
s’ accov’ intra lu iuorn’
e lu suròr’ s’ rufredd’.
T’ allum’ meglj tann’.
T’ cont’ li capigghj
a un’ a un’, m’ cech’ l’uocchj
lu ianch’ strullucènt’
ru lu cuogghj ca penz’ sott’.
E t’ misur’ l’ogn’ cu rr’ mman’
p’ m’ fà nu cunt’ r’ quanta
iasch’ iènghj strazziannom’ rr’ carn’.

Ad una certa ora. Allora. / ………….. / All’ombra, quando la notte / si nasconde dentro il giorno / ed il sudore si raffredda. / Ti vedo meglio allora. / Ti conto i capelli / ad uno ad uno, m’abbaglia / il bianco brillante / del collo che immagino sotto. / E ti misuro le unghia con le mani / per farmi un calcolo di quanti / fiaschi riempi straziandomi le carni.

*

Allandrasàt’ m’ arruot’ e po’ m’ allisc’,
m’ faj lu nghirr’ nghirr’
com’ a na hatt’. M‘allisc’ li cauzùn’,
t’ faj ntustà la cor’ e ij t’ allisc’,
t’ allisc’ ancor’ e po’ sparisc’.

All’improvviso mi giri intorno e poi mi accarezzi, / mi fai le fusa / come una gatta. Ti strofini ai pantaloni, / ti fai drizzare la coda e io ti accarezzo, / ti accarezzo ancora e poi sparisci.

*

Vir’, n’ appauràm’ r’
ciazzeccà e n’ alleccàm’
rr’ parol’ com’ a nu
gelat’ accer’ a sol’.
Parol’ mpruffumat’
ca sann’ r’ crem’ e ciucculat’.
Ma vuless’ na parol’
senz’ addor’, fatt’ r’
zenzel’, na parola zunzulos’
ca ric’ r’ quann’ stam’ citt’
e caminam’ dritt’
guardann’ nnant’.

Vedi, ci spaventiamo di / accostarci e ci lecchiamo / le parole come un / gelato di fronte al sole. / Parole improfumate / al sapore di crema e cioccolato. / Ma vorrei una parola / senza odore, fatta di / stracci, una parola stracciona / che dicesse di quando stiamo zitti / e camminiamo dritti / guardando avanti.

*

Cummuogljm’ staser’!
Cummuoglj ciel’ e terr’
e sciuulàm’ abbaghj abbaghj
cchiù mbut r’ nu puzz’
ndò murmurèsc’ lu nuzz’ r’ la nott’,
ndò murì s’ pot’ e turnà
a nasc’ n’ ata vot’ ancor’.

Coprimi stasera! / Copri cielo e terra / e scivoliamo giù giù / più profondi di un pozzo / dove mormora il cuore della notte, / dove si può morire e tornare / a nascere un’altra volta ancora.

*

Ciaunìsc’ l’arij mpizz’ a rr’ neglj
ca tardiesc’ nuvol’ e tempest’.
N’arij fatt’ r’ alizz’
ch’ a li can’ addrizzan’ l’aurecchj
e portan’ a natà cocchj r’ niglj
ca stann’ ngiel’ a forz’ e ca cu
l’uocchj arrotan’ rr’ meglj terr’.

Ci unisce l’aria ai bordi delle nebbie / che attarda nuvole e tempeste. / Un’ aria fatta di aliti / che ai cani drizzano le orecchie / e portano a nuotare coppie di nibbi / che stanno in ciel costretti e che con / gli occhi esplorano le miglior terre.

__________________________
Salvatore Pagliuca, nato a Muro Lucano (Pz) nel 1957 ove risiede, svolge l’attività di archeologo per il Ministero dei Beni Culturali e dirige il locale Museo Archeologico Nazionale. Diverse le pubblicazioni storico-archeologiche relative alle ricerche condotte nel territorio nord-lucano.
Presidente del ‘Centro Culturale Franco-Italiano’ di Muro Lucano dal 1991, ha organizzato numerose mostre, convegni, borse di studio, attività editoriali e manifestazioni culturali diverse.
Ha pubblicato nella collana Quaderni a Quadretti, a cura del Centro Culturale Franco-Italiano, la monografia sull’artista futurista italo-americano Joseph Stella, un saggio sulle produzioni di ceramica smaltatata in Italia meridionale tra ‘700 ed inizi ‘900 e l’opera storico-letteraria ‘Il 1799 a Muro ovvero su di un manoscritto perduto, ritrovato e nuovamente perduto’.
Le sue prime esperienze poetiche, segnalate al premio internazionale di poesia ‘Alfonso Gatto’ nel 1993 e contrassegnate da un accentuato sperimentalismo plurilinguistico, scaturiscono nella silloge Cocktél, con prefazione di Antonio Lotierzo (edizioni Librìa), edita sempre nel 1993.
Nel 1997 pubblica Orto botanico, con nota introduttiva di Giorgio Bàrberi Squarotti (edizioni Librìa), ove l’uso del dialetto murese diverrà prevalente nella evocazione di un cosmo fisicamente e metaforicamente rarefatto e marginale; con questa raccolta vince nello stesso anno il premio ‘Albino Pierro‘.
Del 2008 è cor’ šcantàt’ (prefazione di Dante Maffia) con il quale è finalista al ‘Premio Lanciano‘. Nel 2010 è tra i vincitori -per gli inediti- del Premio ‘MezzagoArte’. Nello stesso anno pubblica Pret’ ianch’ – poemetto teatrale a due voci. Nel 2011 è vincitore ad Ancona della VI edizione del premio ‘Poesia onesta’.
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18 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (XXII)”

  1. Grazie a te, Manuel. Ho preferito puntare sui pochi inediti presenti nel libro, avendo già presentato un’ampia selezione del bellissimo “Pret’ ianch'”. Mi riservo di pescare dalle altre opere per un futuro post.

    Complimenti per il saggio introduttivo.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  2. Grazie del post, anzi del bellissimo e ben compendiato saggio di Manuel Cohen, delle liriche di Salvatore Pagliuca scelte da Francesco Marotta.
    Amici, sono stato lontano dal computer per gravose ansie familiari ma, adesso, leggendovi mi ristoro.
    Vi auguro belle cose, spero di incontrarvi presto per scripta et de visu, vostro onoratissimo amico, sempre, Gaetano Calabrese

  3. La lettura di Manuel Cohen e la significativa scelta di testi di Salvatore Pagluca non può che rafforzare le già grandi aspettative per l’incontro con entrambi al Villaggio Cultura il 27 giugno prossimo.

  4. Un plauso a Manuel Cohen per il suo infaticabile spendersi in favore dei poeti in dialetto e a Francesco Marotta per la sua sempre generosa e lungimirante ospitalità. Quanto a Salvatore Pagliuca, che ho avuto il piacere di conoscere di persona e di leggere, è, a mio modesto avviso, autore fra i più interessanti del’attuale panorama dialettale italiano oltre che persona squisita. A loro e a tutti il mio più cordiale saluto, Marco Scalabrino.

  5. Grazie Marco. Sì è un autore interessante, mi piace molto il fatto che costruisca i suoi libri intorno a un progetto o idea precisi. Ha sempre in mente una struttura dell’opera, un disegno, ma ha anche molta libertà nell’esecuzione e negli esiti. Un caro saluto, m.

  6. Ringrazio manuel e francesco marotta e quanti hanno letto la mia lingua irta che nasce da un evento (come ricorda manuel) che ha segnato la mia ed altre vite. Parlo di quello che nella lingua italiana è chiamato ‘terremoto’ che ti costringe ad uscire dal ‘recinto’ della tua casa e ti lascia nudo rispetto alla natura, indifeso… e cancella tutte le sicurezze del razionale. Oggi dobbiamo essere vicini a questi uomini, a queste donne, a questi bambini emiliani che tanto hanno dato alòla nazione, ai lucani nell”8′, e soprattutto tanto hanno dato alla poesia dialettale, o meglio nazionale

  7. grazie pure a marco scalabrino che porta in petto un ‘fanciullino’, che è, poi, la caratteristica di tutti i veri poeti

  8. Intanto saluto Manuel errabondo irriquieto, altrimenti non facilemte contattabile, e Francesco con cui non ci sentiamo da un pezzo. Veramente ho atteso invano gli indirizzi…
    Ogni prefazione di Manuel diventa un saggio critico, che accapa in una dimensione non solo culturale, in cui si muove liberamente per le tante e profonde conoscenze, ma soprattutto spirituale-conoscitiva. Manuel si appropria della poesia perché la sente come animus che muove l’esistere, come fecondità inesauribile dell’umano. E quindi è capace di leggere ogni autore dall’interno, prima della poesia stessa. Quando poi è la dialettalità a muovere la sua penna, c’è una sorta di naturale simbiosi, di un sentire che diviene immedesimazione, più che interpretazione. Come ha fatto per Salvatore Pagliuca: in una “lucanità” pienamente vissuta nei “gesti feriali “e nella archeologia territoriale.
    Grazie a Francesco per la scelta testuale.
    Mi dispiace non poter essere a Roma il 27.

  9. Caro Giarmando, nessuno mi ha comunicato niente, ecco perché non hai mai ricevuto indirizzi.
    E ciò, a mio modo di vedere, è un’ulteriore spia dello stato preagonico dei lit-blog: oggi ognuno coltiva il suo orticello e chiede il suo spazio di (effimera) visibilità: tutti fingono di non accorgersi che si pubblicano libri che nessuno legge – libri i cui unici destinatari sono le cinquanta persone a cui vengono mandati, con preghiera di recensione o di passaggio in rete. Tutto sempre più deprimente, sempre più senza futuro, sempre più mortuario…

    Ciao, un caro saluto.

    fm

  10. Concordo pienamente.Speravo che la scintilla avesse prodotto almeno un tentativo di innesco. Ma va bene anche così! Salutissimi.

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