Il viaggio

Gianmarco Pinciroli

“Nella nostra intuizione, il pensiero più immediato già da subito presentifica a se stesso la mobilità cui l’intero del viaggio sarà sottoposto; nella nostra intuizione, è l’acqua degli occhi che presente il mare aperto, che presagisce l’aperto, l’attesa dell’aperto, la pienezza – che attende sempre di completarsi – dell’aperto. La nostra intuizione, intendendo prepararsi al viaggio, predispone l’elemento dentro il quale la sacralità dell’esserci manifesterà una parola altra da quella cui l’usura l’ha comunemente ridotta; l’acqua degli occhi parla parole seminali, capaci di lasciare traccia, di consentire il ritorno, di edificare una partenza come la risultata concretezza, inattingibile nella sua interezza, cui la forma di ogni partenza aspira.”

Il viaggio

L’enfant sans hâte ni bruit
T’a découvert une route

Yves Bonnefoy

1.
Di ogni partenza

Di ogni partenza l’incanto dell’acqua
parlata dai semi degli occhi

solchi nell’aria che avremo attraversato

attese alle ciglia del sole
le chiuse dimore
l’estate
la serratura del corpo
dopo l’ansia del viaggio

2.
Canto delle chiavi

Detto dagli occhi inseminati, dal sole
risolto in dito furente, corre per l’aria
infuoca le ciglia fraterne, riassume
il senso della chiusura con l’inno

Canto delle chiavi: è l’alba
il filo sospende la serratura
la truffa è ai limiti
e gioisci per ciò che non sarai

3.
Cripta dei fiori

Oh cripta dei fiori nel deserto, bosco
dove non c’è più che luce
arde l’erba di bianco
per l’incongrua capienza della pellicola

muschio e avena fermentano
il liquore delle labbra
al rosso del dio che batte

l’aquila del braccio col carro d’aria:
soffoca il cibo nei piatti pallidi
si spegne la lanterna dei denti
la sete del buio asciuga l’arroganza
dei frutti maturi sul cammino

4.
Di ogni partenza

Crede che la guardia ai grani del deserto
faccia di sabbia un’acqua fertile
ma la rena stupisce l’incongrua presenza
il bianco del latte si fa cenere di luce
per un troppo d’occhi, di ogni partenza
lo sbarrarsi delle capanne durante l’esilio
i passi, i rumori
la costanza dei guardiani a spingere i battenti
fino al detto, al posseduto
al tumulo dei sensi attivi

5.
L’ultimo a giacere

L’ultimo a giacere: è l’incantesimo
costretto dentro un vaso di vento
fa il miracolo del pane
e nessuno a credere, oppure tutti
a qualcosa di adeguato (è possibile, non è possibile)
che cancelli la cera dell’ala
perduta rubando l’alveare

Ma sei tu la prima a non credere
a parlare di qualcosa che equivale
abbracciato con parola di perdono
a tacere del resto, che vale
come detto in silenzio

6.
Ala discreta

Si apre un varco a colpi d’attesa
nell’infinito la pazienza si determina
umiliata, il coraggio distrae
si crede, si vale, è
la vita del cuore, nel pieno del limite

Alle imboscate risponde la sfera antica
che volge e volge più vicino e adesso
nel movimento di morte e identità

7.
L’ultimo all’approdo

L’ultimo all’approdo
paga l’anticipo di luce
rammemorata a mazzi
nel disordine dei bagagli
poco prima della partenza

Sa per ultimo
qualcosa che gli altri hanno già dimenticato
ma saranno i primi all’approdo
e pagheranno l’anticipo di luce
che li coglie sulla soglia sempre aperta
non c’è viaggio: è questo il viaggio

8.
Di ogni attesa

Di ogni attesa alle ciglia del sonno
la prostrazione, ginocchia e rito
là viene richiesta dal tempo la dimora
senza domanda, a intavolarsi un fuoco
per la cucina delle interpretazioni

Il coraggio obbedisce all’aridità
del sapersi truffato ai limiti, non sa
che i limiti sono linea
stupore dell’aria disegnata dal gomito
spezzata dalla luce dei denti
dentro il sorriso d’acqua dei condannati

9.
Vittoria dello stupore

Il sale è il fremito del bosco
accerchiato dal bianco delle ore
nella sabbia zampe si lasciano
andare in orme senza angoscia

Vittoria dello stupore, coraggio, risa
di tutti i condannati all’odore del crimine
cinciallegra dipinta sul tappeto, ha sperato
che il vaso e il tappeto fossero tempo
non-tempo dell’attesa
dell’esilio dall’attesa
e vibra il sale, penna di corvo, in fronte

10.
La forma della sfera

Attacco dell’arma sul cuore
il verme sale sulla maniglia
ed apre al peso la stoltezza dei limiti

Alberi e numeri nel profondo
in volo la natura delle cose
si àncora al sale il brevetto

E’, s’incanta, s’annulla
poi il fuoco stride
e la sabbia guardiana felice
si districa dai cancelli
sorride ai più antichi possibili
la forma della sfera prevale
e i limiti si chiudono alla partenza

Note a “Il Viaggio”

1. Nella nostra intuizione, il pensiero più immediato già da subito presentifica a se stesso la mobilità cui l’intero del viaggio sarà sottoposto; nella nostra intuizione, è l’acqua degli occhi che presente il mare aperto, che presagisce l’aperto, l’attesa dell’aperto, la pienezza – che attende sempre di completarsi – dell’aperto. La nostra intuizione, intendendo prepararsi al viaggio, predispone l’elemento dentro il quale la sacralità dell’esserci manifesterà una parola altra da quella cui l’usura l’ha comunemente ridotta; l’acqua degli occhi parla parole seminali, capaci di lasciare traccia, di consentire il ritorno, di edificare una partenza come la risultata concretezza, inattingibile nella sua interezza, cui la forma di ogni partenza aspira. Il seme dell’occhio esibisce, nell’incanto, un’interiorità (in-) preveggente, come se in esso l’intero fosse la potenza di una scrittura che attenda semplicemente di essere letta, recitata (cantare) quasi fosse un destino, l’attesa di un destino. Il seme dell’occhio, allora, espone fin da subito a chi parte la sua natura profonda di uomo in viaggio, di uomo che scrive poichè la scrittura del viaggio lo pone fuori dal mondo delle abitudini legate alle sue radici più ingenue e fa, del suo esser-fuori-da, un viaggio della scrittura, il cui approdo impossibile fugge come l’acqua tra le dita di un saggio che sa amare la limitatezza – e in essa la meraviglia – del semplice essersi bagnata la mano.
E’ dall’elemento equoreo che l’immaginazione dell’uomo che parte si prefigura le tracce (i solchi) del cammino; sono segni d’acqua quelli che attraggono il partente, ma sono segni di terra quelli che promettono la mappa di un ritorno: i primi, peraltro, percorsi all’andata, sono gli stessi, metamorfosati dal desiderio, dal dolore del viaggio, dalla nostalgia, che saranno percorsi al ritorno, gli stessi passi che vanno verso l’infinita mobilità delle radici dell’altrove e vengono verso l’ingenua fondamentalità delle radici della prima evidenza.
La doppia direzione dell’andare e venire del viaggio edifica una doppia attesa: del qui-ora nei confronti dell’altrove, del qui-ora conquistato in ciò che resta l’altrove verso il qui-ora della prima evidenza (ovvero: del ritorno); la conquista immaginata di un nuovo qui-ora in ciò che resta l’altrove, l’oltre inoltrepassabile di ogni altrove, fa dell’acqua degli occhi seminali che parlano il (e non: del) destino la speranza di una luce protetta e matura di un abitare più autentico, al tempo stesso, grazie all’acquisizione di una maggior pienezza di coscienza, costretto però a chiudersi nella realizzazione, nel farsi realtà di uno dei possibili che il viaggio aveva aperto. La testimonianza, ed il richiamo ad un principio di realtà che segni l’improrogabilità di un ritorno alla prima evidenza, si rappresenta già da sempre nel corpo, nella necessità non tanto di un suo funzionamento, quanto di un suo senso in grado di adibire tale funzionamento; il viaggio che ci si appresta ad affrontare dovrà allora fornire la chiave in grado di risolvere la sua stessa temperatura emotiva legata all’estraneità dell’altrove e alla nostalgia, dovrà poter aprire e chiudere – nel corpo in cui tutto finisce per sfociare e trovare un campo di manifestazione – tutti i sensi, tutte le richieste di senso, rilanciando ogni volta la necessità di partire.

2. La scrittura che, durante il viaggio, si va scrivendo produce tutti i sensi necessari, e tutti quanti essi sono raccontano insieme il prodigio dell’esistere, affermano l’anticipo (prod-, avanti, + un derivato di aio, io affermo, di origine indoeuropea) della radice ultima di tutti i viaggi, il vuoto cui essi approdano come a ciò donde sono partiti prima di tutte le partenze. Ma il canto delle chiavi, che aprono la serratura del corpo rivelandone la nascosta natura di vuoto, durante il viaggio mostra la realizzazione di quanto, alla partenza, il partente aveva soltanto immaginato: il partente sa già sempre dove lo porta il suo andare e sa anche dove lo riporterà il suo tornare. Si tratta però di un sapere, quello della partenza, che sa e non sa, che sa e non sa di sapere; per poter veramente sapere di sapere occorre partire, affinchè il viaggio espliciti in modo trasparente quanto, nel sapere e non sapere, semplicemente si sospetta. Per questo la parola che viene detta dagli occhi inseminati, tutto sommato, a chi – provenendo dall’ingenuità della prima evidenza – l’ascolta riserva delle sorprese: il vuoto di cui questa parola s’incarica non è ciò che viene atteso, è piuttosto ciò che nel sospetto viene temuto e sostituito da qualcos’altro che viene, appunto, atteso; solo così è possibile sorprendersi e recitare la parte del mortale che non sa di dover morire per conquistare l’immortalità del proprio non-esserci. La notizia della mortalità è la vera conquista del viaggio; la sua manifestazione è indexicale, al fine di non lasciare margini all’equivoco: “Tu sei quello!” afferma in modo perentorio la non più nascosta luce del messaggio. Al tempo stesso, l’esposizione inequivoca del detto è, nell’uomo che scrive il suo viaggio, un dirsi, un dire a sé, un fare chiarezza dentro il chiarificato da parte del chiarificato stesso: scatta, nell’uomo, la solidarietà della protezione, l’amicizia di una custodia reciproca, all’insegna di una tonalità emotiva comune. La luce diventa il fuoco che brucia tutti i residui d’inganno: ora sai di sapere, e la luce che ti indica la mortalità apre l’immortalità che ti prende nell’oscuro. L’acquisizione di una maggior pienezza di coscienza chiude i possibili nella realtà di senso di uno di essi: il più terribile, il “tu devi morire”, la cui realizzazione è indifferibile e la cui imminenza può soltanto essere velata affiancando al canto delle chiavi che dice la verità l’inno, ovvero la solenne celebrazione che gioisce, pur non comprendendo e non potendo comprendere, di questa stessa verità giunta alla coscienza come un dono.
Ma il viaggio è appena cominciato; è appena cominciato e deve già finire? Di fatto, il canto delle chiavi ci dice tutto quello che ci serve di sapere in merito al nostro destino ultimo: così almeno sembra, o non è così? Non è così. Infatti, la serratura del corpo resta in attesa del suo senso, dell’apertura del suo senso; fino lì, l’inno che glorifica l’esistenza per ciò che essa appare nel nascondimento del vuoto essenziale è riuscito ad alimentare l’inganno, i sensi cantati dalle chiavi non valgono ancora il sospetto di un radicale disattendimento delle attese legate ad una continuazione d’essere nei termini in cui ciò che è non può che seguitare ad essere ciò che è. Ma ciò che ora appare per ciò che ora sei tu, un giorno, non sarai, e ciò che ora non sai di essere, ebbene, proprio quello e soltanto quello sarai. I limiti dell’inganno si disegnano col progressivo approfondirsi del viaggio, cosicchè l’approfondirsi del viaggio prima di tutto raggiunge i limiti, i limiti dell’inganno, oltre i quali l’inganno viene rivelato come inganno proprio da quel canto di chiavi che, finalmente, sarà in grado di aprire la serratura del corpo. Proprio l’evento della rivelazione discoprente avrà il compito di tagliare l’ultimo filo che lega il partente al luogo della partenza, il partente alla prima evidenza e all’abitudine: a quel punto, nessun filo potrà più impedire l’apertura del corpo alla sua radice di verità, alla rivelazione del vuoto.

3. Ma il viaggio porta il viaggiatore nel deserto, dove non è possibile capire fino in fondo il fondo che il deserto ha raggiunto. Quello che noi capiamo giace annegato in un mare di luce e l’immagine che ce ne resta sovraespone il paesaggio e lo affonda nel candore neutrale di una non adeguata cecità: gli occhi non si chiudono, non restiamo accecati dal bianco che la luce restituisce alla pellicola, gli occhi possono soltanto vedere – di tutto ciò che costituisce il deserto – ciò che essi stessi consentono, come se il deserto stesso si accecasse davanti al viaggiatore, o arretrasse di fronte al suo sguardo indagatore per difendersi dal quale, a custodire il proprio segreto, non restasse al deserto che perdersi nell’estremo bianco della luce, una cortina impenetrabile e leggera che si nega ad ogni trasparenza costituendo peraltro il filtro di tutte le chiarezze, di tutte le comprensioni, di tutte le aperture. Nel deserto il viaggiatore s’accorge che il fondo del deserto è inattingibile, cosicchè – oltre il bianco che il deserto gli restituisce – accoglie consapevolmente la seconda natura del deserto, quella della custodia del suo segreto. Il deserto, dunque, non produce soltanto l’accecamento della luce ma, dentro esso e fuori da esso – ambedue i movimenti, l’interiore e l’esteriore, consentiti dalla doppia natura della luce: coprente e rivelante –, fruttifica il miraggio, l’oasi di un miraggio che rivela la cripta dove sta nascosto e protetto il segreto, nella custodia floreale che vale la penombra dell’unico bosco possibile nel deserto, il bosco dove non c’è più che luce.
Il viaggiatore, giunto nel deserto del suo viaggio, lo scrive: il viaggio della parola – se intende rimanere parola del viaggio – non può esimersi. Scrivere il deserto, però, è possibile soltanto avendo come riferimento il luogo dove si custodisce il segreto, al tempo stesso protetto dalla luce battente, dal sole a picco, e protetto nei confronti del dio solare, offrendosi, proprio grazie a tale doppiezza, come luogo di rifugio e d’indagine per la parola del viaggiatore. Qui, dunque, fermenta e matura il liquore delle labbra, la parola, la parola del viaggiatore. La parola del viaggiatore? Il viaggiatore possiede la parola? La parola è consentita, non posseduta, ne è consentita quella forma di possesso che è la sua adibizione, l’avere direzionato, la permanenza di un prestito la cui adibizione giustifica la consegna. La luce, la sua implacabile divinità: il consentimento cui il linguaggio si sottopone passa attraverso la discesa cromatica dal bianco, neutrale e invisibile, al rosso del vino fermentato nel bosco che si offre all’umano, a ciò che la parola nomina come l’umano. E l’umano fermenta e si fa parola, e la parola parla, parla nel viaggio del viaggiare e dell’arrivare dove il viaggio si apre ad una circolarità senza circonferenza, dove il partire è sempre e solo un essere partiti, donde quindi non è più possibile ri-partire, ma dove pure l’esservi arrivati non è mai un vero giungere, poichè il deserto dona il suo spazio solo e soltanto alla capacità autoreferenziale dell’uomo. La parola del deserto è: edifica la tua città, penetra nella tua oasi, rendi reale il possibile del tuo miraggio. Ed è poi anche questa: nel deserto dove tu viaggiatore diventi uomo il tuo compito è il senso, è la colmatura del vuoto in cui il tuo spazio, quello che il deserto ti concede, consiste, cosicchè il tuo compito chiama il braccio a volare alto, se lo può, e se non lo può a consumare l’attesa nell’attesa. Nel deserto, allora, si fa buio: prevale l’altro del bianco, il senso non è stato capace di dare senso, o non sa reggerne più il compito, nel buio il senso si fa insensato: suprema e terribile pedagogia dell’umiltà, che spegne ogni tracotanza d’eternità, che afferma la caducità come il valore di ciò che non può valere oltre se stesso, che toglie sapore al vino fermentato nel cuore e nella mente dei viaggiatori. Nel buio la bocca si chiude e con essa l’ultima parvenza di luce, il nutrimento perde consistenza ed il segreto del deserto si richiude su se stesso.

(L’opera sarà disponibile integralmente in
La Biblioteca di RebStein“, vol. XXXI, giugno 2012)

__________________________
Gianmarco Pinciroli (1950) ha collaborato nel tempo a riviste di letteratura (“Il Majakovskij”), di filosofia (“Il Protagora”), di musica (“Musica Jazz”), di cinema (“Cineforum”). Ha pubblicato il volume “Comunicazione e segnità” (Theleme, Torino, 2002). E’ redattore del periodico di formazione e cultura “Paideutika“.
Il viaggio” è, in assoluto, la sua prima opera in versi ad essere resa pubblica.
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5 pensieri riguardo “Il viaggio”

  1. Raymond dice:

    Per prolungare l’incanto di quel viaggio nello spazio delle parole: il cammino forse meno luminoso di un altra lingua

    “De chaque départ

    De chaque départ l’enchantement de l’eau
    parlée par les semences des yeux

    sillons dans l’air que nous aurons traversé

    attentives aux cils du soleil
    les demeures fermées
    l’été
    la serrure du corps
    après l’angoisse du voyage”

    Complimenti à Gianmarco . Cordiali saluti à Francesco e a tutti.

  2. davvero sorprendente l’effetto che i propri versi fanno in un’altra lingua! Grazie Raymond e grazie a Francesco che ha consentito tutto questo. Gianmarco

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