La Biblioteca di RebStein (XXXI)

La Biblioteca di RebStein
XXXI. Giugno 2012

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Gianmarco Pinciroli

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Il viaggio (2012)
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11 pensieri riguardo “La Biblioteca di RebStein (XXXI)”

  1. una brevissima nota di lettura – in realtà all’opera intera piuttosto che a questo stralcio – che spero non essere troppo superficiale nè offensiva verso il lavoro dell’autore:

    colpisce come la parte di autocommento al canto poetico “vero e proprio” (la prosa) si configuri sì secondo uno scheletro di discorso logico\argomentativo, ma che continua ad essere innervato delle stesse permutazioni e riproposizioni d’immagini che sostanziano la prima pate del pdf. amplificandole –

    e in questo senso appaia soprattutto come una variazione sul tema in grado di inverare il discorso della percorrenza del viaggio su strade d’acqua\strade di terra che non sono veramente altre (restituendo l’immagine complessiva mimetica di un viaggio andata\ritorno nella direzione di lettura poesia\prosa).
    Così l’impressione “a pelle” è quella che la totalità dell’opera non esca mai da una dimensione allegorica (termine che uso in senso lato e anche come sinonimo meno rigido di “illustrativa”) e sia perciò in buona misura un fallimento rispetto i propri obiettivi dichiarati di essere scrittura “aurorale” (nel senso che mi sembra rimanere immagine del proprio deserto: incapace cioè di fondare un Tutto nel vuoto, ma di diritto appartente a quel vuoto senza l’inclusione di ulteriori termini; e senza questo voglia suonare un giudizio troppo aspro da un punto di vista estetico o addirittura etico!) : fallimento esemplare –

    che in quest’ultimo aspetto rispetta la direzione (piega) etica messa in campo alla prima comparsa dell’intuizione di una paradossale “pienezza dell’aperto”;

    la domanda che mi sorge spontanea è, allora, di chiedere all’autore, se non si senta troppo incompreso e costretto (in senso quasi fisico\spaziale) da una simile lettura, quanto il dato che mi sembra di riscontrare sia segno d'”arte” (cioè di volontario infingimento e ironia) o piuttosto, invece, di involontaria “distrazione” della scrittura dovuta al paradosso su cui cerca di fondarsi (?)

  2. Io credo (da lettore, come te) che il paradosso su cui la scrittura si fonda, nel suo voler costringere alla resa e alla ri-petizione “esemplare” il momento “logico/argomentativo” (le “note” le vedo più come “contro”-canto che in funzione di auto-commento), sia il maggior intendimento dell’opera nel suo complesso.

    Il momento “aurorale” che i testi poetici inseguono è solo la restituzione, in forma di tracce, di un “vuoto”, di una “assenza” – di un “deserto”: si dà per barlumi – e chiama la “concettualizzazione” che tende a “categorizzarlo” e a de-finirlo a fare naufragio nella sua pretesa “totalizzante”. Ciò che sopravvive, sono proprio quei barbagli (terragni, equorei) che il “pensiero” non può “s-piegare” ma unica-mente ripetere: denunciando in questo modo il suo scacco.

    Io ci vedo in atto, nella dialettica irriflessa e irrisolta tra “poiein” e “logos”, momenti ben metabolizzati – e restituiti in piena autonomia creativa – della poetica del primo Bonnefoy (richiamato, tra l’altro, in esergo): dico, per capirci, il Bonnefoy dell’Anti-Platone.

    Spero che l’autore sia in linea e possa intervenire – magari ci smentisce tutti e due :)

    Intanto, grazie per aver letto e commentato.

    fm

  3. Grazie a te per la risposta e (insieme a chi altro se ne occupa attivamente) per i testi della biblioteca, che, come minimo, si dimostrano sempre interessanti

    credo che lo scarto fra le nostre percezioni del testo (ma insisto che il mio è stato un commento a caldo) sia tutto sulla questione del rapporto tra prosa e poesia se strutturato come auto-commento o contro-canto: nel senso che come auto-commento a me sembra di vedervi un’espansione ed amplificazione di quanto già avviene nell’antologia poetica, mentre mi sembra di capire che tu vi veda piuttosto una ripresa al “minore” o al “negativo” del primo movimento;

    tolto ciò non intend(ev)o negare lo scacco gnoseologico che il testo di sicuro presenta, quanto non riuscivo(riesco) a vedere il modo in cui questo scacco possa farsi testimone di una “pienezza”, pur ricercata nell'”aperto”; cioè il modo in cui possa costituirsi come fondamento (mobile) al fuoco delle interpretazioni senza però essere a sua volta interpretazione, ma pre-veggenza che la fonda o gli fornisce la possibilità di ardere\interrogarsi\etc.; e, a un certo punto, si offre, mi sembra, persino come terreno adatto alla costruzione di più o meno stabili comportamenti (ideali?)

    cioè il mio si voleva costtuire come tentativo di lettura che prendesse “sul serio” (intendo senza ironia, saltando a piè pari l’aporia che il testo in apertura mi sembra chieda di saltare, non considerandola come un gioco di prestigio) l’aspetto “concettuale” (lo virgoletto perchè sennò sembra che dia per scontata la vittoria, o la precedenza, del logos rispetto la poiein) espresso dalla seconda parte dell’opera; questo a prescindere da considerazioni sulla sua bellezza\legittimità\etc. che mi sembra non vi sia nemmeno bisogno di mettere in dubbio (specifico perchè non vorre che da qualche parte sia sembrato possibile uno scivolamento simile!)

    per cui sì, ora credo d’essere ancora più curioso rispetto un’eventuale risposta dell’autore, che ringrazio in anticipo per la pazienza, se mai leggerà questo mio

    saluto

  4. volevo aspettare che tutto il libro fosse messo a disposizione prima di intervenire, ma dal momento che una delle componenti del senso del testo è già stata ben individuata (la relazione contraddittoria tra logos riflessivo e logos poetico, corrispondente alle due parti del libro) è forse bene che suggerisca anch’io qualcosa in merito. E prima di tutto vorrei ringraziare tutti coloro che sono intervenuti, anche perchè penso che la parola poetica sia disponibile a qualsivoglia interpretazione (o giudizio di valore), purchè, come nel caso degli interventi che ho letto fin qui, siano in grado di reggersi con argomentazioni. Detto questo, dico subito (l’interezza del libro lo farà scoprire con evidenza) che non è casuale che la seconda parte del libro rinunci a intervenire riflessivamente sugli elementi in gioco nei versi delle ultime poesie della prima parte. E’ un po’ come se, ad un certo punto, il pensiero argomentante decidesse di autosospendersi di fronte al cammino intrapreso dal pensiero poetante in quegli ultimi testi. Devo dire, però, che i due esercizi di pensiero non si subordinano mai, e che l’arresto della riflessione non vale come una resa di fronte all’ineffabilità (di cui invece il poetico sarebbe il depositario, quasi godesse di un qualche privilegio di cui il pensiero argomentante sarebbe privo). Non si tratta di gestire l’ineffabile, ma di portare a maturazione due cammini profondamente diversi attraverso, come in questo caso, elementi di senso comuni (le immagini, le situazioni, le cose che le parole significano), però ubbidendo a criteri di rappresentazione diversi. Falliscono ambedue nell’obiettivo che si pongono? Ecco l’altro tema che è emerso e potrà essere oggetto di un futuro intervento.

  5. Grazie dell’intervento, Gianmarco, sei rimasto un po’ in attesa come sempre succede a chi commenta per la prima volta (è un meccanismo interno all’ineffabile wordpress).

    Nel merito.
    Mi è più chiaro il tuo discorso, adesso, visto che io “leggevo” quella che tu chiami “auto-sospensione” come una sorta di “scacco”: non nel senso di una subordinazione alle ragioni del “pensiero poetante”, quanto piuttosto nell’accettazione di una “primogenitura ontologica” di quest’ultimo: operazione che finiva, comunque, per certificare l’assoluta autonomia di percorso anche dell’opzione riflessiva.

    fm

  6. é vera una cosa, e spero non solo per me: che i modi di approccio alle cose sono tanti quanti sono i desideri che il mondo germina dentro l’umano. Io non ho mai scelto l’un modo piuttosto che l’altro: tutto collabora al viaggio, con buona pace di chi odia i poeti, oppure i filosofi, o disprezza i narratori, o non sa che farsene dei pittori, o pensa che la musica sia in-sensata etc. Le reciproche autosospensioni dei linguaggi sono estremamente stimolanti; i confini di senso che ogni linguaggio raggiunge consentono conquiste sempre diverse: una sorta di incessante osmosi metodologica che rilancia di linguaggio in linguaggio quella che altrove chiamo la conoscenza del volo. Speriamo in futuro di poter approfondire. Per ora mi taccio. Aspetto con vero piacere la parola degli altri (se vorranno, se ce ne saranno…).

  7. Intanto ti dico che questa tua riflessione mi trova pienamente d’accordo: per formazione e per prassi. Altri interventi li auspicherei anch’io, ma sembra che ultimamente l’arte del confronto si svolga in altri lidi, a partire dal libro delle facce. Noi ci accontentiamo dei tantissimi lettori che, per fortuna, ancora non ci abbandonano.

    Ciao, a più tardi.

    fm

  8. grazie a pinciroli per l’intervento, nonostante renda forse ancora più fonde le mie difficoltà piuttosto che chiarirle ( ! ): nonostante non rifuggirò, ora, da un’altra più lenta lettura cui possa servire in qulache modo da “introduzione”

    @fm (mi permetto l’abbreviazione!) : grazie per la precisazione, non avevo perfettamente capito come funzionasse il blog

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