Mostri

Lucetta Frisa
Marco Ercolani

Mostri
Henry Füssli e Mary Shelley

7 maggio 1819

Cara signora Shelley,

     ho appena finito di leggere Frankenstein o il Prometeo incatenato: mi piace molto. Il personaggio che avete inventato è straordinario, quasi shakespeariano.
     Sono stato subito colpito da delle strane coincidenze: io sono di origine svizzera, benché mi consideri un nomade, e la vostra storia si svolge tra le Alpi svizzere e i protagonisti viaggiano in continuazione. Si dice inoltre che, insieme a vostro marito, a George Byron e al dottor Polidori, avete trascorso una vacanza a Ginevra; là vi siete sfidati a scrivere un racconto di fantasmi. Ma Frankenstein non è solo una storia paurosa inventata per scommessa: è molto, molto di più.
     Frankenstein crea un essere che scopre la propria mostruosità guardandosi allo specchio. Lo specchio che proietta il proprio ritratto oscuro, può essere la semplice tela del pittore come il foglio dello scrittore. Dipingendo o scrivendo si riflette sempre, e tutto diventa specchio che porta alla luce fantasmi, orribili fantasie, verità grottesche. Tra l’autore e la sua opera esiste il tragico destino di un legame perverso.
     E come dimenticare la solitudine di Frankenstein! Quegli occhi smarriti che incontrano solo la benevolenza della luna nel cielo notturno. Quella luna che continua ad affacciarsi nei momenti cruciali della storia per dirci che ogni invenzione umana è misteriosa e trasgressiva, quindi generata nella notte – grembo di sogni ed incubi.
     E poi, la sua vana richiesta d’amore. Il delitto, la perdizione. Temi forti, cara Mary, e sentimenti altrettanto assoluti.  Voi li rappresentate in grandi composizioni: i paesaggi ghiacciati delle Alpi e dell’estremo nord, percorsi da cacciatore e preda, e da quell’altro viaggiatore che racconterà alla fine la loro storia e che, a sua volta, in quelle terre gelate, in quella Natura grandiosa e muta, cerca la sua Thule o l’annientamento di sé.
     Ah se riuscissi a tenere ancora il pennello in mano, come dipingerei volentieri certe scene!
     Spesso mi sono chiesto: che cos’è mostruoso? Un giudizio morale o una categoria estetica? Per un pittore, il quesito è interessante, quando bisogna deviare dalla linea retta per creare configurazioni di corpi obliqui o deformi.
     Certo, il vostro libro lascia in sospeso domande inquietanti: l’arbitrio della scienza, la sfida dell’uomo alle leggi naturali, l’intelligenza che partorisce mostri sui quali si arroga diritto di vita e di morte. Che cos’è, in fondo, la creatura di Frankenstein? Un povero corpo strappato al regno dei morti o un rozzo semidio artificiale? Le sue cellule sono fatte con le fibre di muscoli e nervi umani: è con queste parti che il «mostro» desidera una vita normale. Ma, disciplinato alle regole della nostra società, sarebbe ancora un mostro o perderebbe tutta la sua diversità? Intanto è li, gigantesco e ridicolo, che spia con occhi lacrimosi la vita quotidiana di una mediocre famigliola. Sono le pagine più deboli del libro, Mary, e mi domando: se questo moderno Prometeo rivela delle debolezze così «femminili» non è forse perchè lo ha creato una donna?
     Unico al mondo (e secondo voi anche il primo e l’ultimo della sua specie) viene escluso, rifiutato, dai «normali». E se invece popolasse la terra, sarebbe così scandaloso?
     E perché no? Se è figlio della natura, può convivere insieme agli altri. Nella natura – lo sostenete anche voi giovani – orrido e bellezza si mescolano, così come nella natura coesistono inferno e paradiso.

     Per l’uomo, la serenità domestica è certo una radice di sicurezza, ma questa sicurezza, questo quotidiano implacabile, genera orrende schiavitù, nasconde mostruosità inenarrabili: quanti delitti in nome di questa presunta «serenità»!
     Sì, in fondo siamo tutti mostri, lacerati da una sfida prometeica che ci porta oltre i freddi confini di Thule, e da un bisogno di tranquillità che ci fa stare al caldo, davanti a un camino, tra le braccia di una femmina.
     Non credo che la domesticità “salverebbe” il mostro. Solo un grande atto d’amore. E noi mostri, noi artisti, lo abbiamo avuto, questo amore? Penso che l’arte, talvolta, supplisca a modo suo un atto d’amore mancato.
     Ora che sono molto vecchio sto ripercorrendo la mia vita. (È un atto di debolezza – o forse semplicemente di lucidità.)  E mi ricordo di vostra madre: Mary Wollstonecraft. Lei inseguiva sia il sogno dell’amore che l’utopia della libertà della donna. Il suo temperamento vulcanico mi spaventava. Mi scriveva lettere visionarie dall’altro capo del mondo. Ma, quando venne a Londra, mi sembrò una donna fragile, un po’ ridicola: da un lato troppo indipendente e aggressiva e dall’altro, troppo «femminile», vittima delle sue passioni per uomini sbagliati. Insomma, era una creatura «a metà». No, non potevo amarla, mi ero già legato e sottomesso a mia moglie. E poi, a cinquant’anni, avevo già perduto la volontà e la capacità di amare.
     In giovinezza, soffrii molto per un amore negato. Dopo esperienze simili, resta solo la dipendenza da un sogno che si muta in ossessione o la dipendenza sessuale, spogliata dello slancio amoroso che giustifica ogni perversione.
     Anch’io, in un certo senso, mi sono «addomesticato». Ho domato il dèmone che minacciava di distruggermi. Certe visioni nascono solo prima di un viaggio abissale e soprattutto dopo, quando non si può viaggiare più.
     Per mia fortuna, sono nato col dono di un’arte e ho coltivato questa ricchezza, traducendola tecnicamente in un’espressione. Il vostro libro mi ha ricordato che la mia pittura prende il posto di un incolmabile vuoto: io l’ho popolato di fantasmi, come meglio ho potuto.
     (Le mie idee sulla pittura le conoscete bene. Tutto si ritrova in natura; l’uomo non crea, inventa. E il vostro Frankenstein ha inventato il mostro, come voi avete inventato Frankenstein. Solo Dio, se esiste, crea dal nulla. E il nulla non è la natura.)
     Così, dipingendo incubi notturni, mi sono salvato dalla follia. L’anima di quella donna posseduta dal mostro che le schiaccia il grembo è, forse, la mia.
     Perché dico proprio a voi queste cose? Perché siete giovane e lontana, perché in voi si agitano cose tenebrose, perché – immagino – siete visitata da visioni, come lo fui io, in giovinezza. Ma è meglio non farsi mai né troppe domande né darsi troppe risposte. Di solito i pittori dipingono senza troppo pensare. Io, invece, ho sempre cercato di razionalizzare tutto, ed è questo il mio lato diabolico.
     No, non credo che la vostra immaginazione sia stata alimentata soltanto dalle letture, dagli attuali dibattiti scientifici, dalla vicinanza di un padre come il vostro o dall’incontro con amici eccezionali. Come può, una donna, inventare una storia come quella di Frankenstein se non ha vissuto «sulla pelle» certe emozioni infernali?

     «Dormiamo: un sogno può visitare il nostro sonno,
ci alziamo: un pensiero vagante contamina il giorno».

     Sono versi di Shelley. Si, vostro marito è un grande poeta ma voi, Mary, siete degna di essere sua moglie. Mi è chiaro, infatti, dopo aver letto Frankenstein, chi dei tre sfidanti, ha vinto la scommessa…
     Auguro al vostro libro un grande futuro.

Henry Füssli

***

Londra, 15 maggio 1819

Caro Maestro,

     non merito i vostri apprezzamenti. Ma sono fiera e felice di avere colpito la fantasia di chi si definisce «pittore ufficiale del diavolo»! Conserverò la vostra lettera come un tesoro prezioso.
     Avete colto nel segno: senza le mie esperienze infernali, forse Frankenstein non sarebbe mai nato.
     La mia vita è stata abissale, come un paesaggio d’alta montagna; e tuttora ho la sensazione di trovarmi in bilico sull’orlo di un crepaccio col terrore di precipitarvi da un momento all’altro. Solo la mediocre, banale «domesticità», riesce a stabilire un po’ di calma dentro di me. È quella la mia Thule…
     Sulla genesi del Frankenstein sto scrivendo un diario di appunti. Quello che però non apparirà nel diario è questo sentimento di morte-vita, questo ossessivo sentimento della loro indissolubilità che ho ereditato fin dalla nascita.
     Sono nata da una donna che è morta mettendomi alla luce. Quando me lo dissero ero già in grado di chiedermi: perché la scienza moderna permette alle donne di morire di parto? perché gli scienziati della medicina e del corpo umano non dedicano più attenzione a quell’avvenimento estremo che è la nascita? Mia madre si era impegnata con tutte le sue forze per l’emancipazione della donna. Che tragica beffa!
     E poi, il problema della nascita dei mostri. Fin dal medioevo li hanno confinati ai margini della società civile, cacciati su isole selvagge, in luoghi inaccessibili, perché non si mostrassero a occhi «normali»…

     Quando è morta la mia prima figlia ho vissuto tutta l’impotenza di una madre di fronte al mistero della morte. Volevo imprimerle, a tutti i costi, il mio soffio vitale: l’ho cullata, morta, per un giorno intero. Poi ho sognato che, grazie alle mie arti d’amore, lei sopravvivesse – un sogno folle, veramente prometeico. (Così farà il mio Frankenstein cercando, dalla materia morta e putrescente, di resuscitare una cellula viva.)
     Che cosa «ha visto» mia madre, prima di morire? E io stessa, davanti al corpicino inerte di mia figlia e poi, davanti a tutti gli altri morti che hanno costellato finora la mia breve esistenza? Emozioni smisurate che generano immagini spaventose, simili a voragini da cui è sempre più difficile riaffiorare.
     Frankenstein nasce da tutto questo e da un incubo in una notte di tempesta: non a caso l’ho voluto inviare a voi, Maestro, che nelle mani avete la forza delle tenebre. Ho partorito il mio incubo come quella donna che nel vostro capolavoro tiene in grembo un mostro.
     Detesto e temo gli scienziati che vanno contro natura (ricordate l’antica leggenda del Golem?) . Per questo ho paura del futuro, ho presentimenti terribili. Tutto muta a questo mondo, e muterà anche la struttura del cervello umano e con essa i pensieri, le filosofie e quindi anche i sogni.

     «Il giorno trascorso non è mai quello a venire,
niente dura se non quello che muta!».

     Sono i versi del mio Percy. Voi e io, sebbene in modi diversi, abbiamo frequentato creature immaginarie. Ma anche nella realtà l’uomo può trasformare le donne in creature mostruose… (Ho appena finito di leggere un racconto di Hoffmann dove un automa di nome Olympia porta un uomo ingenuo alla pazzia. Quella diabolica Olympia che, al contrario del mio Frankestein è «apparentemente» bellissima, ha due padri: un mago e uno scienziato. Che bel soggetto sarebbe per uno dei vostri quadri!)
     Caro Maestro, è vero che dipingete sempre meno a causa di forti dolori alle dita? Vi prego, cercate di curarvi le mani, conosco dei medici molto scrupolosi che si stanno occupando di problemi simili. Col vostro consenso, mi occuperò dei vostri dolori, non appena sarò un po’ più libera dai miei impegni di madre (mi è nato un nuovo figlio da pochi mesi, lo sapevate?)

     Mi viene in mente un’altra Olimpia e questa non è un personaggio letterario: ricordate la cittadina Olympe de Gouges, morta ghigliottinata dopo aver scritto una dichiarazione per i diritti delle donne? Che bel tradimento, per noi, la Rivoluzione francese! Per fortuna, il destino ha risparmiato a mia madre una delusione così grande.
     Io sono fuggita di casa a sedici anni. È stata l’emozione più bella della mia vita. Sono stata fortunata. Altre donne che hanno fatto la stessa cosa, ribellandosi all’inferno domestico e alla prigionia dei ruoli, hanno finito malamente i loro giorni, ai margini di una vita intollerabile.

     Sì, Maestro, ho mille dubbi sul mio Frankenstein, sulla sua ideologia e sul suo futuro nel mondo delle lettere, dominato dagli uomini. Ho mille dubbi su tutto, a cominciare da me stessa, sia come donna che come scrittrice.
     Anch’io, come voi, non amo in particolare i capitoli della «debolezza» di Frankenstein. È una caduta stilistica, e non solo stilistica, ma non riesco, in nessun modo, a sostituirli o a modificarli. Forse perché, come dite voi, sono una donna e quindi, alle volte, sopraffatta dalla tenerezza.
     È questo il nostro limite, anche se non dovrebbero esistere opere «deboli». Un’opera è riuscita oppure no. Forse questi miei difetti letterari mi faranno riflettere e, chissà, porteranno nuovi semi per libri futuri. L’importante, mi ripeto, è seminare: domande, ipotesi, discussioni, turbamenti. Insomma, sondare quel lato oscuro che ci portiamo dietro come un’eredità.
     In fondo, il mio mostro chiede solo amore e comprensione. Non conosce madre (neppure io sono mai stata vista da mia madre) ma solo il padre che lo genera nel cervello. Perciò non nasce dall’atto d’amore fra uomo e donna ma da un’ambizione maschile solitaria; dunque è destinato alla solitudine, allo scacco, alla perpetua incompletezza. Quante volte ho esitato tra il condannarlo e il comprenderlo! Credo mi sia impossibile raggiungere un giudizio definitivo: la sola ragione è ingiusta così come è ingiusto il solo sentimento.
     Sono convinta di una cosa: una paternità consumata esclusivamente nel laboratorio del cervello porta con sé il seme di una pericolosa onnipotenza. Per le donne non è così. Nel loro corpo c’è tutto: il mistero dell’amore e della procreazione, il dolore fisico e la paura della morte.
     Eppure la scelta della nostra sopravvivenza, in certi casi, è affidata solo alla decisione di medici e mariti: sceglieranno di salvare lei o il figlio? Ancora una volta il nostro destino è nelle mani di uomini.
     Perdonatemi se mi sono confessata con voi come a un padre (il mio mi ha sempre ascoltata con affettuosa indulgenza, come faceva con mia madre). Forse è stato il tono della vostra lettera a consentirmi questa familiarità.
     Del futuro del mio Frankenstein non mi preoccupo più di tanto. È un figlio di carta. Mortale, immortale? Non ha importanza. Temo invece per i miei figli e per mio marito, che considero anche lui un figlio molto delicato. Cupi presentimenti mi tormentano notte e giorno.
     Abbiate cura di voi, caro Maestro.

Mary Godwin Shelley

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Henry Füssli dipinge il suo Incubo nel 1781, a quarant’anni. Mary Godwin Shelley pubblica Frankenstein o il Prometeo incatenato nel 1817, a diciannove anni. Come è noto, Mary Shelley, Percy Bysshe Shelley, Lord Byron e il reverendo Polidori, la notte del 17 giugno 1816, a Villa Diodati, sul lago di Ginevra, fecero una scommessa: tutti e quattro avrebbero scritto un «racconto di fantasmi». Byron scriverà un frammento incompiuto su un vampiro, Polidori un racconto gotico sullo stesso tema e Shelley una fantasia poetica. Sua moglie Mary, il Frankenstein che conosciamo.
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Tratto da:
Lucetta Frisa/Marco Ercolani, Nodi del cuore
Con una nota di Franco Rella
Milano, Greco&Greco Editori, 1999

L’opera sarà riedita in “La Biblioteca di RebStein
XXXII, giugno 2012

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8 pensieri su “Mostri”

  1. Bellissimo questo articolo, proprio qualche mese fa mi è capitato di rivedere Gothic di Ken Russell (i mostri) con la stupenda Natasha Richardson nei panni di Mary Shelley, ora mi piacerebbe rivederlo dopo la lettura di questo falso d’autore e la visione del quadro, che non conoscevo. Operazione di straordinaria intelligenza, complimentissimi alla premiata ditta Frisa-Ercolani

  2. Grazie, mi ritengo direttamente interessata in quanto questo racconto me lo sono “sofferto” e “razionalizzato” molto sia nel “ruolo” di Fussli che in quello di Mary Shelley e prima ancora in una lettera di sua madre. Fa molto piacere,dopo tanto tempo (era il 1999), trovare qualcuno che ci legge e apprezza. E GRAZIE infinitamente GRAZIE a Francesco.

    Lucetta

  3. e “mostro” è anche un libro, non nasce forse, non si forma dallo specchio e dall’abisso, non nasce forse rubando il – dal diario
    del proprio creatore e forse che non lo insegue leggendolo?
    (ahi, scusate per le domande retoriche che accio)
    Sopravvive anche al proprio creatore e questo è invero mostruoso :), vero indizio di mostruosità intendo.

    I piani in questo post si intrecciano e danno voce.

    Un caro saluto!

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