Ray, il fantastico

Antonio Scavone

     Nel 1953 immaginò con il romanzo “Fahrenheit 451” che in un futuro lontano – forse questo, il nostro presente – l’umanità avrebbe bandito i libri bruciandoli giacché i libri scatenano emozioni, passioni ed opinioni che non sono ammissibili in una società votata all’appiattimento e all’omologazione di ogni libertà individuale.
     Il romanzo era ovviamente fantasioso e paradossale: attingeva a quella science-fiction che aveva già dato a più riprese (da Orwell a Wells) spunti e orrori per una rappresentazione non convenzionale della realtà. E tuttavia era “convenzionale” la fantascienza tanto dei romanzi quanto dei fumetti: prevedibile e scontata, con personaggi familiari per l’immaginario collettivo (marziani, alieni), la letteratura fantascientifica tendeva a manifestarsi come un fatto letterario autonomo, non dissimile dalla letteratura esistenzialistica o favolistica. La favola, però, doveva essere costruita e narrata ben oltre il pretesto della traccia irreale, ben oltre lo stupore che una storia sul futuro poteva evocare.
     Il romanzo fantascientifico, in altre parole, doveva essere innanzi tutto un romanzo vero, autentico, con una sua struttura intima, un suo originale apparato compositivo. Gli scrittori che si dedicarono a queste storie “innaturali” non avevano tutti, è ovvio, il talento giusto per scrivere questi romanzi: molti di loro erano e sono tuttora abili narratori, molti altri esperti e sfrontati affabulatori e, in qualche caso, mistificatori. Ray Bradbury è stato un abile narratore e un cinico affabulatore: da giovane passò molto del suo tempo chiuso in biblioteca nutrendo per l’oggetto-libro una sacrale venerazione e non solo una valvola di sfogo alla sua smania immaginaria.

     La storia di Montag e dei suoi colleghi “pompieri” (che bruciano i libri invece di spegnere gli incendi) fu brillantemente e fedelmente trasposta nel film omonimo da François Truffaut: bruciare i libri – tutti i libri – era il prezzo che la società del futuro doveva e voleva pagare per essere gloriosamente ignorante. Il libro era dunque un pericolo, minava la vita tranquilla, sovvertiva l’ordine costituito se per ordine costituito intendiamo una comunità dominata dalla dittatura del superfluo, della reticenza e dell’inganno. Più di ”1984” di Orwell o “Cronache dagli altri mondi” di Wells, “Fahrenheit 451” parlava, con una metafora per niente insistita, di una condizione sociale, politica ed esistenziale alla quale le società di un futuro probabile o prossimo si sarebbero dedicate: distruggere il pensiero scritto, il linguaggio scritto, la comunicazione scritta.

     Ray Bradbury è stato uno scrittore singolare, minuzioso e pignolo come tutti gli scrittori che intendono trasmettere passione e angoscia, vale a dire il senso di un’esistenza che chiede di sapere. Se pensiamo che fu tra gli sceneggiatori del film Moby Dick di John Huston da Herman Melville forse ci convinciamo che la sua letteratura e la sua scrittura erano semplicemente pregnanti ed epocali. Se non ci è capitato di leggere “Fahrenheit 451” o “Cronache marziane” lasciamo pure questi libri intonsi: tutt’al più avremo solo bruciato la nostra smania di capire verso quale mondo intollerante o moralistico ci stiamo avviando, o addirittura stiamo già vivendo.

8 pensieri riguardo “Ray, il fantastico”

  1. C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta, conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra. Ad ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda.

    Ray Bradbury

  2. Proprio questi giorni scorsi a proposito di alcuni profili su fb che sparivano o venivano cancellati, di molti link a post che informavano di libri, testi che venivano segnalati, non ultimo quello su Claudia Ruggeri, ho scritto che mi ricordava fahrenheit 451, coloro che segnalano chi legge, che denunciano chi tiene nascosti in casa dei libri…questo lasciare in mano alla gente il “potere” verso l’altro annullandolo in completo anonimato e senza dover fornire giustificazioni oltre la tua sensazione…il denunciare i “parassiti” della società senza avere competenze chimiche…questo potere che ci consente di distruggerci a vicenda…semplicemente perchè non ci piace l’ultima cosa che hai scritto o l’ultima bicicletta che hai preso a tuo figlio…che ci impone di stare attenti all’altrui felicità e di dubitarne, è già realtà.
    Bel ricordo Antonio

    mm

  3. Maurizio, le gabbie totalitarie (dorate o meno che siano) si costruiscono e si mantengono proprio intorno a questo elementare “meccanismo”: il controllo reciproco, esercitato da ogni singolo su tutti gli altri, viene spacciato per il massimo della libertà possibile. Per conferma, chiedere informazioni ad Hannah Arendt…

    fm

  4. Sì, il massimo della libertà possibile, ma soprattutto in modo che ti appaia come una conquista, da difendere e mantenere, perché oltre non potresti avere.

    ps
    dimenticavo un po’ di spam…:))
    che gli Uomini-Video a preservare la memoria cinematografica nel Fronte Armato per le Immagini a puntate su Neobar, è chiaramente ispirato agli Uomini-Libro di fahrenheit 451…

    un saluto

    mm

  5. un vero grande della cultura scienrtifico-umanistica, ricordo con piacere un dibattito di tantissimo tempo fa presso il politecnico di napoli, a lui dedicato insieme ad altri autori di fantascienza, molto interessante..

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