Repertorio delle voci (XXIII)

Manuel Cohen
Dina Basso

Dina Basso tra le primizie del deserto.

“Nun serva a nenti cummighiarisi,
tantu quannu scrivemu
semu sempri’ a nura”

(“Non serve a niente coprirsi,
tanto quando scriviamo
siamo sempre nudi”)

     I versi in exergo sono di una evidenza e verità disarmanti. A rileggerli, verrebbe da pensare che a pronunziarli sia stata una di quelle personalità così forti da aver lasciato un solco preciso: Joyce Lussu, Assunta Finiguerra, Goliarda Sapienza, Simone Weil. Appartengono invece ad una ventenne, Dina Basso. E’ probabile che una nuova generazione poetica prenda le mosse da se stessa, tragga in sé motivazioni e forza, o semplicemente dall’esistente, dalla vita. Ed è altresì auspicabile che una nuova generazione, quella degli attuali ventenni-trentenni, non indugi troppo a lungo nel macerarsi tra debiti e saccheggi, tra riconoscenze e ritorsioni, in somma: che sia mossa da una diversa attitudine nei confronti del Novecentismo e della cultura, dell’agnizione o del ripudio dei padri e dei fratelli maggiori. Che eviti ammiccamenti, atteggiamenti o pose, e che, con le parole di cui dispone, racconti la scoperta del mondo. E’ una stagione altra, quella che va configurandosi, aperta forse a più duttili possibilità di dire, e più sgombra da ipostasi o premesse, sebbene segnata da stigmi di insicurezza e precarietà, di disagio e impossibilità di immaginarsi un futuro. Tuttavia, è forse giunta l’ora di ripartire da zero, dagli anni zero, lasciandosi alle spalle un secolo di letterarietà trionfante.

     A questo tipo di provocatorie sollecitazioni mi inducono le letture di alcune nuove voci, speranze di quella poesia neodialettale speditivamente data per spacciata dagli indicatori delle cittadelle del gusto, eppure pronta a sorprendere il lettore con la fragranza delle primizie del deserto: l’emiliana Azzurra D’Agostino (1977), la romagnola Annalisa Teodorani (1978) e la siciliana Dina Basso (1988): in comune poco o nulla, se non la consapevolezza di intraprendere un viaggio molto in sordina partendo da quanto è dentro e intorno ad esse, con, in aggiunta, il ricorso ad una lingua minoritaria in cui l’understatement è un codice praticato e non scritto, in cui l’attitudine è alla humilitas, al tenersi basse, aderenti alle cose e al terreno. Ecco allora che la scrittura all’apparenza basica, nell’inopia della pur effervescente veste lessicale attingente all’oralità della phoné, di Dina Basso, che vanta il primato della più giovane esordiente neodialettale con Uccalamma (Le voci della Luna, 2010), non passa inosservata, sorretta com’è da una naturale baldanza, che solo in superficie può apparire spregiudicata o elementare. Mercuriale, autoironica e diretta, la sua parola produce brani, lacerti, scorci di un mosaico domestico (in cui la memoria intesa come traccia identitaria, il dna famigliare, espresso dalla figura totemica della nonna, e dall’idioma materno) disvelante un mondo di relazioni, meglio di rapporti, con il sé ed il fuori di sé, in un impasto o amalgama in cui i gesti e la corporeità sono sonar e radar dell’esperienza. E ciò avviene attraverso l’adozione di una lingua del fare, dove ogni pratica, tra quattro mura, riallude al dire: “Poi mi votu e vidu/ i libbra ca vogghiu leggiri/ chiddi ca m’aja ‘nsignari,/ i cosi caja ffari,/ chiddi caja ddiri;// e mi veni a forza/ d’impastari a pasta/ ma pp’on pani sulu,/ ca sulu ju n’aja nnangiari.”(“Poi mi giro e vedo/ i libri che voglio leggere,/ quelli che devo imparare,/ le cose che devo fare,/ quelle che devo dire;// e mi viene la forza d’impastare la pasta/ ma per un pane solo,/ che solo io devo mangiare.”). In questo prelievo, come in altri possibili esempi (su tutti, rinvio al testo Aju na vina, Ho una vena), la sagacia e l’icasticità della rappresentazione è, per euforia di sintesi, una delle frecce nell’arco di Dina: la capacità di rendere con immagini mediate l’immediatezza del gesto o del sentire; ciò le deriva quasi per filiazione endogena dall’idioma materno o di riferimento, come dalla parlata di Scordìa, sua città natale, derivano alla sua scrittura le tonalità aspre e calde, e le molte fioriture coloristiche della voce, da non confondere però con l’orticello vernacolare, l’oleografia della piccola patria e del campanile. Da una dimensione quotidiana e familiare, da un retaggio quasi, in cui un universo femminile è stato relegato, derivano le molte metafore, le analogie e le similitudini afferenti alla sfera del cibo o culinarie: le fritture, l’impastare il pane, le panature, che aprono alla intelligenza del mondo. Il cibo ed il cibarsi si fanno traslati dell’amore e dell’amare, con una forza espressiva di rara intensità: e accade che una condizione millenaria di subalternità venga riscattata o rovesciata con divertita, sagace miscelatura. Si pensi, leggendo i suoi versi, ai molti esempi in cui i ruoli canonici uomo-donna, vengono continuamente sovvertiti o irrisi: appare allora inevitabile il tratto di similarità con una poeta che ha fatto delle dinamiche dell’amore e della differenza la ragione prima della sua scrittura, mi riferisco ad Assunta Finiguerra, ai suoi irosi e ironici canzonieri, alle cronache tragicomiche e furenti dei suoi disastri, dei suoi abbandoni. Come, analogamente, il pensiero va a quelle straordinarie figure di donne che hanno permesso un avanzamento di civiltà a vario grado o a vario titolo, tra sconcerto o scandalo, tra divertimento e rivendicazione: Tamara de Lempicka ad esempio, o Laura Betti, citata in un verso, e Goliarda Sapienza, a cui Dina, non a caso dedica un testo recente: una costellazione, quasi, di paradigmi e consapevolezze. I testi di Uccalamma, come la silloge Monili apparsa sulla rivista «La Gru» (10, maggio, 2011) accompagnata da una lettura acuminata di Davide Nota, si contraddistinguono per una sorta di fisica imperfetta, tra fusis e fisiologia, dell’interiorità: l’uccalamma, nel dialetto catanese è la bocca dell’anima, o bocca dello stomaco, ovvero l’epigastrio: un traslato che indica come tutto fa riferimento all’interiorità del corpo e della mente, come ogni fenomeno fisiologico o emotivo abbia a che fare con il centro esatto dell’organismo umano, e sia in grado di “esprimere una modalità di dire, e di essere, che nasce dal centro del corpo, tutto da esso partendo, tutto ad esso riconducendo. La scrittura fisica, come fisica è la acuta percezione delle cose, visiva e olfattiva, tattile e sonora” (dalla mia prefazione a Uccalamma).

     Sarebbe inesatto dire che quella adottata dalla Basso sia una lingua corporale; di contro è indubbio che si tratta di una lingua che alla corporeità si affida. Sarebbe oltremodo fuorviante pensare a questa scrittura come ad un regesto o repertorio di stampo naturalistico: la Basso è autore di versi molto avvertiti, capaci di sintesi efficaci, di ingenerare immagini del tutto desuete e non canoniche, che riesce, nonostante la giovane età, a produrre versi a forte valenza aforismatica, a rendere conto della complessità dei gesti, delle parole, e degli umani: a fare della sua quotidiana narrazione in versi, un resoconto, ed un racconto della difficoltà, quando non proprio della impasse o impossibilità dei rapporti e delle storie di straordinaria attualità.

Testi

M’ammugghiatu a muta a muta
comu a vastedda ‘ntò pagghiazzu,
m’a tagghiatu feddi feddi
– ma ‘ppujata ‘ntò pettu
cco cuteddu curcatu,
e m’a ittatu fora da casa
comu si levunu i muddichi
supra a tuvagghia,
a fforma di llisciata.
Cchiù ca na fimmina ppi ttia
aju statu ‘n pani ‘i casa,
ca tira na simana
e poi
‘ddiventa petra.

Mi hai avvolta senza dire nulla / come la pagnotta nello straccio, / mi hai tagliata a fette / – ma appoggiata al petto / col coltello di lato, / e mi hai buttata fuori di casa / come si tolgono le molliche / sulla tovaglia, / col gesto di una lisciata; / più che una donna per te / sono stata un pane di casa, / che dura una settimana / e poi / diventa pietra.

*

Quannu caminu pianu
e restu arreri
nun m’addumanni mai
suddu sugnu stanca
suddu è a bborsa ca pisa,
o suddu su i scarpi ca
m’astruppiunu.
Tu ‘ntantu vai
e camini avanti
supra di jammi ca parunu
‘n cumpassu,
fai u spertu sulu picchì si
cchiù gghiautu
cchiù beddu
e nascisti macari
masculu.
Ma lassa perdiri
camina avanti
futtitinni
ca tantu suddu t’addumannu
“unni stamu iennu”
tu nun nu sai mai,
e o davanti
o d’arreri
sugnu sempri iu
ca fazzu strata.

Quando cammino piano / e resto indietro / non mi domandi mai / se sono stanca / se è la borsa che pesa, / o se sono le scarpe che / mi fanno male. / Tu intanto vai / e cammini avanti / su quelle gambe che sembrano / un compasso, / e fai il furbo solo perché sei / più alto / più bello / e sei nato pure / maschio. / Ma lascia perdere / cammina avanti / fregatene / che tanto se ti domando / “dove stiamo andando” / tu non lo sai mai, / e o davanti / o di dietro / sono sempre io / che faccio strada.

*

M’avissa ‘mmentiri
i ta lentini sicchi,
chiddi ca mi lassasti
usu reliquia
supra o comodinu;
mi sgaggiassa l’occhi
ppi putiri vidiri
st’amuri balbuzienti,
ca c’ampingiu a lingua
e ci metta na para ‘i misa
– agghiri bona
ppì parrari.
S’ammucciau,
cucù,
u vulissa ittari o forsi
congelari
comu a lingua do porcu
comu a ma stissa lingua
ca nun sintissa nenti cchiù sapuri
ca tantu nunn’aju mancu fami,
e macari a liccari
nun c’è cchiù piaciri.

Mi dovrei mettere / le tue lenti a contatto secche, / quelle che mi hai lasciato / uso reliquia / sopra al comodino; / mi graffierei gli occhi / per potere vedere / quest’amore balbuziente, / che gli si è impigliata la lingua / e ci mette un paio di mesi / – deve andar bene / per parlare. // Si è nascosto, / cucù, / lo vorrei buttare o forse / congelare / come la lingua del maiale / come la mia stessa lingua / che non sentisse niente più sapori / che tanto non ho nemmeno fame, / e pure a leccare / non c’è più piacere.

*

Aju dittu sempri
ca cani nunn’i vogghiu,
picchì poi attocca
nun sulu darici a mangiari
ma suprattutto nesciri
co’ caudu o cà nivi
ppì purtalli a sfantasiari:
ma uora
macari senza cani m’arritrovu
di notti
e di capumatina,
a purtari ‘ntè strati u desidderiu
di vidiriti,
a fallu nesciri
ca dintra a casa ‘mpazziscia,
e u fazzu pisciari
a ogni cantunera,
spirannu ca poi, tu
passannu di ddà,
u senti u fetu di mia
e continui sciarannu l’aria
a ma stissa
prucissioni.

Ho detto sempre / che cani non ne voglio, / perché poi tocca / non solo dargli da mangiare / ma soprattutto uscire / col caldo o con la neve / per portarli a svagare: / ma ora / pure senza cani mi ritrovo / di notte / e di mattina presto, / a portare nelle strade il desiderio / di vederti, / a farlo uscire / che dentro casa impazzisce, / e lo faccio pisciare/ ad ogni angolo, / sperando che poi, tu / passando di lì, / la senti la puzza di me / e continui annusando l’aria / la mia stessa / processione.

*

Semu comu du
limitanti da campagna:
nasu ccu nasu
un capiddu anmenzu
ricinzioni
di ferru filatu
e buttigghi ‘i plastica,
u filu ‘i spuzatta c’arresta
dopu ca ni vasamu;
ma a terra nun sapa a ccu
appartena
e sfuncia e sa sparta comu vola,
nun sapa metraturi
– mancu patruna –
canuscia sulu i radichi d’a macchia
e a iddi s’ampica
di iddi sa stacca.

Siamo come due / confinanti di campagna: / naso con naso / un capello in mezzo / recinzione / in fil di ferro / e bottiglie di plastica, / il filo di saliva che resta / dopo che ci baciamo; / ma la terra non sa a chi appartiene / e deborda e si divide come vuole, / non sa metrature / – neanche padroni – / conosce solo le radici della pianta / e a loro si aggrappa / da loro si stacca.

*

Ti lassaju tri nuci,
a prima vota ca ti nni isti,
picchì a sira prima ava scuprutu
ca ccu dui stritti dintra ‘n pugnu
ni putiva rrumpiri
una
e mi sintiva
sperta comu a una
cresciuta ‘nmenzu a strata,
ma fui cchiù ca babba,
ca tri erumu,
macari niautri,
e dui semu rrutti
e una sula
si sarvau.

Ti ho lasciato tre noci, / la prima volta che te ne sei andato, / perché la sera prima avevo scoperto / che con due strette dentro a un pugno / ne potevo rompere / una / e mi sentivo / furba come una / cresciuta in mezzo alla strada, / ma sono stata più che scema, / che tre eravamo, / pure noi, / e due siamo rotte / e una sola / si è salvata.

*

T’aju ‘mpastatu
ppiddaveru
comu ma matri m’ansignau
a ‘mpastari u pani,
dicennumi ca
a forza nunn’è ‘nte manu,
è, ‘nte puzza;
e ju m’i rrumpu,
ccu ll’acqua e a farina,
finu a quannu nun su
na sita liscia e citrigna.
Poi ti fazzu,
comu a pasta,
un signali a ccentru
e ti cummogghiu cca cuperta
aspittannu ca crisci,
ogni tantu jennu a taliari
a cchi puntu stamu,
e lassariti ancora ripusari
ppi poi pigghiariti nautra vota
‘nte manu
e stinniriti,
stinnicchiariti.

Ti ho impastato / veramente / come mia madre mi ha insegnato / a impastare il pane, / dicendomi che / la forza non è nelle mani, / è, nei polsi; / e io me li rompo, / con l’acqua e la farina, / fino a quando non sono / una seta liscia e soda. // Poi ti faccio, / come la pasta, / un segno al centro / e ti copro con la coperta / aspettando tu cresca, / ogni tanto andando a guardare / a che punto stiamo, / e lasciarti ancora riposare / per poi prenderti un’altra volta / in mano / e stenderti, / stiracchiarti.

*

Quannu moru
assai n’assupecchia di mia:
nun sulu rassu
-ca nun serva a nenti-
ma macari
un cori, un figutu,
du occhi difittati;
e autri cosi ca nun sacciu mancu
comu si chiamunu ma
beneomali,
funzionunu.
Livati zzo ccu vi serva,
rialati tutticosi,
però stativi muti
e spicciativi,
ca nun vulissa essiri mai
u tabbutu
di mia stissa.

Quando muoio / tanto resterà di mio: / non solo grasso / – che non serve a niente – / ma pure / un cuore, un fegato, / due occhi difettosi; / e altre cose che non so nemmeno / come si chiamano ma / bene o male, / funzionano. // Levate quel che vi serve, / regalate tutto, / però state zitti / e sbrigatevi, / che non vorrei essere mai / la bara / di me stessa.

*

Uora mi vulissa
sutterrari,
viva,
comu a Laura Betti,
e chianciri,
chiancìri,
u mussu strittu
chinu di terra
e sulu l’occhi ‘i fora,
e i mo lacrimi facissuru
na specii i ‘lagu,
(i curiusi
cco’ itu puntatu,
u chiamassuru accussì)
e tu vidennulu,
dicissitu ca chiddu
nunn’è un lagu,
si chiama
sorgenti.
Mi serva sulu
ca mi prestunu ‘na pala
e a terra bona
unni ficcarimi,
ca chissa fussa
l’unica manera
ppi fariti parrari
senza diri ju
ppi prima.

Ora mi vorrei / sotterrare, / viva, / come Laura Betti, / e piangere, / piangere, / le labbra strette / piene di terra / e solo gli occhi di fuori, / e le mie lacrime farebbero / una specie di lago, / (i curiosi / col dito puntato, / lo chiamerebbero così) / e tu vedendolo, / diresti che quello / non è un lago, / si chiama / sorgente. // Mi serve solo / che mi prestano una pala / e la terra buona / dove ficcarmi, / ché questa sarebbe / l’unica maniera / per farti parlare / senza dire io / per prima.

*

A Goliarda Sapienza

Ava decianni,
ca m’abbruciu,
ca ‘nfestu na casa
e llordu cucini,
ma ancora u viziu i friiri,
nun m’aju livatu:
ca certu,
cchi fimmina si
suddu nun sai friiri ?
Picchì i masculi su comu
Ddì pisci scunchiuruti
– usu miruzzu –
can un sanu i nenti,
e sulu na fimmina
– ca ‘nfarina e chianta focu,
i ppò prisintari a taula;
sulu ca a frittura
‘ntuppa arterii
jetta pisanti
aggruppa
acchiana:
ma chistu a niautri fimmini
ni piacia scurdarinnillu,
e ni dicemu quasi priannu
ca si campa na vota sula,
si mangia soccù s’attrrova
e c’abbasta
canciarici l’ogghiu, mintirici
a carta di sutta,
ca fa menu mali,
anzi,
mali nun fa.

Sono dieci anni / che mi brucio, / che infesto la casa intera / e sporco cucine, / ma ancora il vizio di friggere, / non me lo sono levata: / che certo, / che femmina sei / se non sai friggere? // Perché i maschi sono come / quei pesci senza sapore / – tipo merluzzo – / che non sanno di niente, / e solo una donna / – che infarina e accende il fuoco, / li può portare in tavola; / solo che la frittura / ostruisce le arterie / risulta pesante / si blocca / risale: / ma questo a noi donne / ci piace dimenticarlo, / e ci diciamo quasi pregando / che si campa una volta sola, / si mangia quel che si trova / e che basta / cambiare l’olio, metterci / la carta di sotto, / che fa meno male, / anzi, / male non fa.

Testi Inediti

Aju mmiscatu bbadduzzi i ciraponga
ppi capiri cchì culuri niscissa
‘mmiscannu i nostri occhi:
mi vinna na cosa
ca para un griggiu streusu,
u stissu ‘i ma nanna.
Ci fussa cchì scantarisi d’on figghiu
ca ancora a nnasciri e già sapemu
c’avissa chiummu e ciniri ‘ntá l’occhi.

Ho mischiato palline di plastilina / per capire che colore verrebbe fuori / mischiando i nostri occhi: / mi è venuta una cosa / che sembra un grigio strano / lo stesso di mia nonna. / Ci sarebbe da spaventarsi di un figlio / che ancora deve nascere e già sappiamo / che avrebbe piombo e cenere negli occhi.

*

A Roberta

Suddu avissimu murutu vergini
a suoru,
n’avissuru fattu
un tabbutu tuttu iancu
laccatu comu a ma stanza ‘o pranzu,
di chiddi ca
– nun poi sbagghiari
nun c’è piccatu
dà intra;
‘nveci na ttocca
un lignu marrò
comu a tutti l’autri,
macari scarsu, pensu
ca nunn’avemu mancu i sordi
ppì pavarini ‘n funerali.
Sulu i ciura n’arrestunu ianchi,
almenu chiddi,
scigliemuli bboni.

Se fossimo morte vergini / sorella, / ci avrebbero fatto / una bara tutta bianca / laccata come la mia stanza da pranzo, / di quelle che / – non puoi sbagliare / non c’è peccato / lì dentro; / invece ci tocca / un legno marrone / come a tutti gli altri, / anche scarso, penso / che non abbiamo nemmeno i soldi / per pagarci un funerale. / Solo i fiori ci restano bianchi, / almeno quelli, / scegliamoli bene.

*

nun mi jettu mai a mmari
d’e scogghi
ca ma scantu ca l’acqua
nun mi vola e mi sputa
e nun sapennu mancu
natari
provu a ghittarimi
sutta ‘u piumoni
supra di tia
e arrivari di testa
malacavà, di panza.
Ppì fortuna nun si mari
e nunn’aju murutu
ancora,
arrestu sulu sciancata
di na jamma
e di l’autra
macari.

Non mi tuffo mai nel mare / dagli scogli / ché ho paura che l’acqua / non mi voglia e mi sputi / e non sapendo nemmeno / nuotare / provo a buttarmi / sotto al piumone / sopra di te / e arrivare di testa / mal che vada, di pancia. / Per fortuna non sei mare / e non sono morta, / ancora, / resto solo zoppa / da una gamba / e dall’altra / pure.

__________________________
Tratto da:
AA. VV., La generazione entrante
Poeti nati negli anni Ottanta

A cura di Matteo Fantuzzi
Borgomanero (NO), Ladolfi Editore, 2011
__________________________

***

10 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (XXIII)”

  1. Trovo la poesia di Dina tanto diretta quanto efficace e, spesso, spietata. Davvero brava.
    E un grazie a Manuel e fm.

    Francesco t.

  2. Quando l’anno scorso ho avuto tra le mani ‘Uccalamma’ sono rimasto sorpreso dalla maturità poetica di Dina Basso. Una vera forza della natura, come il vulcano alla cui ombra si è alimentata. Ed il titolo del libro, in qualche modo, e non so quanto consciamente, rinvia ad Esso. Non ho saputo dirle quanto profondamente l’ammiro in un recente incontro a Bologna e lo faccio adesso. Un saluto a francesco marotta ed alla sua infaticabile attività . E un grazie a manuel per la sua capacità di vivisezionare con il bisturi la carne dei suoi poeti
    salvatore p. sua c

  3. matruzza bedda: comu sì brava m’arriporti a lingua ghintr’ e vina cu risincantu ca sulu cu si n’avi a ghìri cu l’occhi chini, sapi ricanusciri e capiri.
    complimenti, Dina, un piacere conoscerti tra queste pagine.

  4. Sorprendente codesta giovane poeta: nova eppur antica, è il suo un petrarchismo tragico, in una lingua poi a grado zero, che ben sa declinare le ‘intermittenze’ del corpo. ‘Mercuriale’ appunto.

  5. Grazie Francesco per il post.
    E un saluto a tutti gli intervenuti.

    Occorre precisare che la mia nota e i testi di Dina Basso appaiono nel volume “La generazione entrante”, Giuliano Ladolfi editore 2011, a cura di Matteo Fantuzzi

  6. Grazie a Francesco e a tutti coloro che mi hanno letta e che hanno voluto lasciare un segno della loro vicinanza; conosco alcuni di voi, altri forse mi leggono per la prima volta ed è sempre un piacere sapere di essere “scoperti” e apprezzati. Per chi volesse, nell’ultimo numero de “L’Ulisse” è contenuta la mia piccola ultima silloge; approfitto per precisare che molte delle poesie pubblicate qui sono uscite qualche tempo fa sul portale La Gru.
    un saluto,
    Dina

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