La faghèra

Pier Franco Uliana

La faghèra(1)

Non avevo che diciassette anni quando la vidi per la prima volta, ai margini esterni della foresta, fuori dal Piano nobile del Cansiglio(2). M’incuriosì più per l’orgoglio romito che per la simmetria della struttura gemellare, due polloni nati sui bordi opposti della stessa ceppaia, ormai non più visibile, cresciuti per decenni a poche decine di metri dai fratelli del limitare. Era di forme piene nel suo giro esterno quanto quelli erano smilzi e dalla milizia lignea del bosco costretti in ranghi serrati. Diciassette anni sono un’età onirica, inducono ad ambivalenze di un’audacia erotica. Appena vi fui sotto e alzai lo sguardo, intuii che non solo le cosce delle donne erano capaci di darmi simili vertigini. I tronchi maschi e slanciati a sette metri d’altezza si univano e si compenetravano a formare il folto pube delle fronde e in quell’abbraccio ermafrodito la faghèra si esibiva in una nudità unica, di femmina per niente impudìca, anzi, già vereconda delle tinte ottobrine. Certi groppi sembravano pendere a mammella. Il cielo occhieggiava da ogni pertugio fogliare, quasi fosse un invito d’adolescente infatuata. Una driade(3) dunque, sorpresa in un esercizio acrobatico, in un volteggio a corpo nudo. La faghèra è albero felice agli dèi!(4) E poiché gli dei comunicano per segni celesti, per tutta l’estate il mattino aveva fatto da trespolo reale alla poiana, il pomeriggio da ricovero alle rondini, all’imbrunire da aviario alla moltitudine dei passeri. Lo desunsi dal numero e dal tipo di penne che stavano ai suoi piedi. Della faghèra tracciai all’impiedi un rapido schizzo, tanto per coglierne il tratto e la postura. Esibitolo al mio professore di storia dell’arte, alcuni giorni dopo, a completamento di un’interrogazione sullo spirito dionisiaco, questi vi lesse al più una colonna binata e un improbabile capitello corinzio, un rudere di tempietto apollineo tratteggiato da una mano alquanto malferma. Quando gli proposi una lettura antropomorfa, mi diede del satiro(5) morboso con quel sorrisino che era lo stesso di certe brónzhe cuèrte(6) mie compagne di classe. Replicai che vi era più sentimento numinoso in quella driade che nel suo tempietto. Fare degli alberi silvani – ma questo lo tacqui – piante ornamentali da giardino, delle signorinelle cioè potate a festa e profumate d’insetticida, equivale alla castrazione; che lui era sì un professore d’arte, ma d’arte topiaria. Lui, quasi intuendo in quella mia pausa un’ostinazione, ripose lo scarabocchio nel mio manuale, quale albero della conoscenza tra l’Adamo ed Eva di un qualche affresco altomedievale, e mi rimandò al posto ricordando le mie radici rupestri, che in me per il momento della fagus c’era solo il selvatico. In quel gesto misurai tutta la distanza tra carta e legno, accademia e selva. Non passò settimana tuttavia che io ostinato non le facessi visita, di nascosto, come un amante appassionato. La faghèra mi ricambiava castamente. Era sì selvatica, di un’indole gagliarda, ma il tratto arboreo era dolce quanto docile allo sguardo. Calzava ai piedi muschio d’un verde intenso, le gambe offrivano una corteccia liscia e chiara, chiazzata di licheni, il corpo odorava di buono e al tatto risuonava profondo, i seni apparivano rassodati dal rezzo, la chioma poi squillante d’un colore ramato regalava un’ombra ancora gradevole, di gnomone che misurava il ciclo della stagione nella meridiana del Cansiglio… Venne però un precoce vento di tramontana, bastarono poche folate a lasciarla senza una foglia. Completamente spoglia ma non ignuda. E appena dopo il vento una spanna e più di neve. Da allora fu un amore difficile, a distanza, di sguardi sempre più di strada, sempre meno appassionato via via che l’inverno si faceva più rigido. Solo la fiamma dei ciocchi di faggio di bosco ne ravvivava il ricordo o il sano tepore delle stanze quando di fuori più stringeva il gelo. A primavera però mi ero già convinto che il tempo passa soppiantando e trapiantando se stesso, che i diciotto anni sono un’età che fa crescere l’audacia erotica ma illanguidisce le facoltà oniriche. Carta e accademia fecero il resto. E agli inizi dell’estate passai dai canpedèi(7) tutti d’erba ai campielli di sola pietra. Alla Venezia senza alberi. E per vedere un qualche tronco dovetti imparare a guardare i pali confitti dentro l’acqua dei canali, quasi che reggessero un cielo capovolto.

I manuali di storia dell’arte di liceo, a differenza di tutti gli altri, li salva dal fuoco la carta patinata e il culto per l’immagine di opere profane che non invecchiano, eppur essi hanno lo stesso destino di certi alberi, e non tanto per i tarli, loro comune tortura, o perché tra i depositi di memoria sono i più affidabili. Pianti questi in una qualche radura e pochi anni dopo non sai più riconoscerli, bastano due decenni per smarrire il luogo che fu radura; li metti, i libri, a dimora in un qualche fondo di scaffale che già su di loro cresce come muschio la libreria, tanto da farteli dimenticare. L’oblio ha dell’albero solo radici, profondamente mentali, che crescono su se stesse. Se bastano due decenni per perdere una radura, io ne ho già perse dunque due, di radure, da quei diciotto anni. Ieri, mentre mettevo ordine nello scaffale della libreria, quello in alto a destra, levate alcune recenti pubblicazioni sui boschi, vi ho rinvenuto la prima edizione dell’Arboreto salvatico di Rigoni Stern e Il gran bosco da remi del Cansiglio di Spada, e appena sotto, schiacciato sul fondo, eccomi ricomparire quel manuale, come ramo fregiato d’oro in fondo al bosco, quale lo avevo riposto, quasi che l’alito del tempo non vi fosse transitato. Vi ho soffiato sopra e l’ho sfogliato, più per liberarlo dalla polvere che guardarvi dentro… e là, tra l’Adamo ed Eva, come in una chiara radura, riecco la faghèra, addossata all’albero del bene e del male, tutta gambe e fogliame puberale. Su per la mia prima radice ho sentito rifluire la linfa, quella stessa dell’età onirica, a richiamarmi a quel margine esterno della foresta, lontano dal Piano nobile del Cansiglio. Verso sera ho telefonato al Ciari, un mio coetaneo che aveva scelto il bosco da sempre, senza esitazione. So che, di driadi, ne ha, solo sue, sparse per i luoghi più reconditi della foresta, così geloso da non parlarmene mai, la sua vena onirica non è stata minimamente intaccata dal tempo, mica come la mia ormai addomesticata dai parchi e svigorita dai giardini. Lui di me le avrebbe parlato, la sua voce selvatica meglio mi avrebbe scusato della smemoratezza. “La faghèra? – mi ha risposto il Ciari –, fumo già disperso dal vento e cenere sparsa ai pedali di chissà quanti e quali alberi, quattro anni fa, sul far della primavera, la gamba di destra incominciò a zoppicare, come colpita da emiparesi, ogni suo poro fu sùbito aggredito dai parassiti, la vitiligine dei licheni ne invase la corteccia fino agli apici, ogni suo ramo fu corso da insetti, la abbandonarono gli uccelli, la sua parte di chioma quindi sbiadì sempre più, tanto che nel giro di pochi mesi lasciò cadere le foglie ancora immature, quindi rinsecchì e stecchì, la sinistra invece, stremata per il dolore, o da quel peso morto, al primo sbuffo di tramontana crollò trascinando il secco con sé, io stesso entrambe le ho segate al colletto e ne ho ridotto in ciocchi i tronchi, che faghèra!, il profumo del suo legno, di buono così non ne ho mai odorato, come di capelli d’adolescente lasciati ad asciugare al sole, dal suo ramo più schietto ho tratto certi manici docili e teneri alla mano che sembra di impugnare il polso di mia nipote”. Oggi sono finalmente qui davanti alle ceppaie che furono di sostegno a gambe vertiginose, due occhi che riflettono tutto del loro tempo a cerchi concentrici, e del mio tempo rettilineo migliore, sono qui che rigiro nervosamente tra le dita questo foglietto che raffigura ancora una faghèra forte e volitiva. “L’albero della conoscenza da me innestato in quella fagus tanto è cresciuto da soffocare ogni tua selvatichezza”, avrebbe concluso con quel suo sorrisino il mio ex-professore di storia dell’arte. Riguardo malinconicamente quella folta biforcazione puberale che tanto mi affascinò e la indico a un Ciari ammutolito e sorpreso, per quello che gli vado confidando. Si dà spiegazione finalmente di certe mie solitarie camminate giovanili per luoghi disameni e fuori mano. “Ne ho viste, di faghère, morire e nascere – mi rivela il Ciari –, sono alberi matricini che meglio fanno da specchio, non alle nostre fantasie erotiche, ma al luogo più autenticamente femminino, materno e ambivalente del Cansiglio, l’Ànder de le Mate [Antro delle Madri], l’utero che dicono aver concepito la foresta del Cansiglio, le faghère allora la costruirono e ora la mantengono, e sai che le generazioni rotolano di anello in anello, da tronco a tronco”. Che albero selvatico, e della conoscenza, il Ciari! Il tempo passa soppiantando e trapiantando. In silenzio decido di appallottolare il foglietto di carta, lo depongo sulla ceppaia di sinistra, con un gesto quasi religioso, non pagano, poiché tutto ciò che è immagine, passa. E là, ancora infanti, l’una di fronte all’altra, l’altra protesa all’una, scorgo due fagherìne(8). Domani vi ritornerò di nascosto, come un amante appassionato, col mio giovane nipote, a mostrargliele.

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Note

(1) Nel dialetto del Cansiglio designa il faggio isolato; è di genere femminile, come in latino (fagus selvatica), perché anche matricina.
(2) La grande radura che si trova al centro del bosco è detta Pian Cansiglio.
(3) Nella mitologia greco-romana, ninfa abitatrice degli alberi e dei boschi.
(4) È espressione di Mario Rigoni Stern (Arboreto salvatico, “Il faggio”).
(5) Nella mitologia greco-romana, divinità dei boschi a forte connotazione sessuale.
(6) Si dice di ragazze apparentemente pudibonde.
(7) Campicelli (ricorre anche come toponimo).
(8) Sono le pianticelle di faggio.
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