Note di lettura (VI) – Iaia Caputo

Antonio Scavone

Vivere e scrivere

     Perché si scrive un romanzo? Per dimostrare un’abilità o una competenza a se stessi o ai lettori? Per esprimere un’idea o un convincimento che ha accompagnato negli anni l’esistenza? Perché non si resiste all’irrefrenabile smania di raccontare le stagioni della propria vita, ritenendole emblematiche di una generazione? Oppure si scrive un romanzo per testimoniare con la letteratura, e quindi letterariamente, un personale struggimento tragico o melodrammatico?
     A tutte queste domande non dà risposte il romanzo “Dimmi ancora una parola” di Iaia Caputo, edito da Guanda nel 2006. Non dà risposte ma le contempla tutte, quelle domande, perché la scrittrice se le pone continuamente nel racconto che allestisce sin dall’infanzia (quando inventava storie incredibili), ma le presenta come esigenze impersonali, ambizioni o voglie riferibili a tutti e a nessuno. Infatti la protagonista non dichiara il suo nome pur argomentando della storia della sua identità: la rifiuta, la allontana da sé questa identità contraddittoria e racconta gli avvenimenti in terza persona, stabilendo quasi un distacco socratico con se stessa. Qual è allora lo scopo di questo romanzo? Da quale esigenza espressiva o analitica è nata l’iniziativa letteraria di raccontarsi?
     La scrittrice racconta e presenta il suo mondo, il suo passato, le sue aspettative alternando la narrazione dei fatti e delle persone alle considerazioni ideologiche e letterarie che di solito ci aspettiamo nei romanzi che parlano delle stagioni convulse della vita. “Lei” – la protagonista innominata – comincia a vedersi e a riconoscersi quand’era piccola, con i genitori (un padre preponderante affabulatore, una madre incerta e disamorata del marito) e con la sorella minore. Conduce una vita tranquilla, normale, borghese, “lei”: scuola, catechismo, vacanze a Capri, visite dai nonni in paese. La città che l’accoglie – Napoli, ovviamente – in realtà non l’ammalia: non c’è conflitto insanabile tra “lei” e Napoli (anche se i segni di Ferito a morte di La Capria sono sparsi qui e là), ma c’è distanza, indifferenza. Tuttavia quest’indifferenza nasconde e simula un’insofferenza, un’impazienza (altra traccia lacapriana): “lei” ha un bisogno esasperato di raccontarsi la vita che svolge, anche a costo di stravolgerla o mistificarla e comunque per afferrarne positivamente il mistero o il segreto. È in conflitto col padre (amato ma respinto), con la madre (sempre prossima all’autocommiserazione), con le sue amiche, con i ragazzi che non la corteggiano.
     “Lei” è disposta a tutto, a tredici anni, pur di entrare nella vita o nell’infingimento della vita che è l’affabulazione incontrallata e mendace di avvenimenti reali o presunti, vagheggiati o “rivisitati”. Le frottole che racconta (l’aver conosciuto il protagonista del film “Incompreso” di Comencini), l’immaginazione usata come surrogato della realtà, la realtà stessa che stenta ad essere compiutamente reale: cosa vi può essere di oggettivamente valido o di soggettivamente esaltante nella vita di una tredicenne che s’inventa o aspetta semplicemente l’esistenza? Tutto: l’infatuazione amorosa per un coetaneo che non capisce il suo “Ti amo”, l’infatuazione immaginifica quando dichiara a scuola che i suoi genitori sono tragicamente deceduti, l’infatuazione fantasiosa e fantastica per i film che vede con Rosa la donna delle pulizie (baciare sul teleschermo il Tyrone Power di “Sangue e arena”), l’infatuazione di se stessa come di un personaggio che sta cercando una storia più che un autore.
     “Lei” si scopre e si opacizza, si giudica e si lascia andare, si censura e si esalta: è sola, sola con persone più grandi di lei, sola con i suoi pensieri asfittici e immobili, sola col suo corpo e col suo sesso. Legge di tutto ma non si consola, parla di tutto ma senza ascoltatori, finge di saper stare al mondo ma non sa bene quale potrebbe essere davvero il suo mondo. Inventare frottole non è allora un passatempo ozioso, quantunque tipicamente adolescenziale: è una risorsa, un appiglio, una sfida. “Lei” si racconta quando gli eventi si sono manifestati e, se pure li aveva previsti o favoriti, il resoconto che ne produce è da ragioniere, da partita doppia, da un dare (se stessa) non sempre compensato o ricompensato da un avere. La sua esagerata disponibilità a conoscere l’inconoscibile si configura come un’esplosione del desiderio, come un missile sparato nel cosmo per una missione da decidere dopo il decollo.
     Inviata nello spazio della sua realtà finta e riprodotta, “lei” accelera i tempi, oltrepassa le convenzioni, si rivolta contro le ipocrisie e le frasi fatte di un mondo senza qualità e dispone di se stessa come se fosse un simulacro, un oggetto rappresentativo del suo io maltrattato e vilipeso dal padre ingombrante, dalla madre depressa, dagli stessi luoghi – Napoli, Capri – che non la ispirano e non le ricambiano attenzione.
     L’adolescenza e la giovinezza diventano per “lei” modi di dire: tutto è precocemente soppiantato da un’estemporanea avvisaglia di maturità che non restituisce tuttavia consapevolezza e lucidità. “Lei” si ritrova innamorata a diciassette anni di M., un maturo uomo sposato con due figlie; si ritrova non più vergine perché, in fondo, bisognava pure “scuoiarsi” da un passato che stentava a crescere, a diventare presente e poi, chissà, futuro. Si riscopre, nello spazio di tre anni, donna dal destino compiuto e incompleto: si è innamorata di M. ma viene sorpresa e schiaffeggiata dalla moglie di M., redarguita e picchiata dalla madre che l’accusa di essere nient’altro che una puttana, finisce in ospedale per le botte ricevute, viene abbandonata da M. cui chiede di conoscere le ragioni della fine di quell’amore ma non ottiene risposte, comincia a scrivere, frequenta la sezione del PCI e conosce giornalisti che la istradano nella professione, resta incinta di Sandro, l’uomo che sposerà e che non amerà mai perché troppo “guaglione”, le nasce una bambina…
     Una vita romanzesca, una stagione romanzata: si alternano ricordi e prospettive, letture e diatribe, amanti e conoscenti che non le lasciano nulla, che la impiombano a un divenire dei sentimenti e delle idee trasognato e senza sbocchi, come imbozzolata in un’eterna pupa di farfalla. Conviene scrivere allora, passare dalle fantastiche bugie ai fantasmi dell’affabulazione, convergere le forze su quello che resta del passato (le “ragioni smarrite dell’amore”) e riconfigurare poi quelle risorse sia pure rabberciate in un paradigma sostenibile di possibilità non più evasive, di una naturalezza nell’agire ancora più limpida, come non le era mai capitato.
     Scrivere di sé facendo a meno del paravento solipsistico cui ricorrono di solito gli scrittori, scrivere delle proprie angosce o colpe o limiti perché sono state quelle esitazioni e quelle mancanze a proiettarla nel mondo reale delle attese e in quello irreale dei desideri: sarà “questo scrivere” la chiave di volta della sua brama di vivere e di restare nella vita quale che sia l’esistenza?
     Inevitabilmente un romanzo viene scritto (quello che stiamo leggendo?), inevitabilmente il romanzo viene pubblicato e presentato, inevitabilmente “lei” lascia Napoli per Milano (sulle orme di Anna Maria Ortese) e affronta la sua maturità di donna, di madre e di figlia. Le sta accanto Sandro, il marito che non ama come la madre non amava il padre, l’aiutano i colleghi e le colleghe di lavoro, comincia a tradurre dalle lingue straniere che non aveva mai praticato, intervista celebri scrittrici negli anni ’90, litiga con un professore universitario, suo amante occasionale, perché con impudenza definisce Franco Fortini “un insopportabile retore” e il professore la punisce versandole in faccia un bicchiere di vino.
     Recupera per due tratti la pregnanza della sua identità allorché parla di se stessa in prima persona, forse per il bisogno di conclamare la sua innocenza, ricordando una frase di Jorge Semprún (“l’innocenza della presenza trasparente a se stessa”), o per stabilire come in un melodramma l’illusione e l’inafferrabilità della scrittura, di quel dominio presunto che ha la parola scritta sulla parola detta o invocata.
     E tutto ha una sua inevitabile conclusione: muore il padre, muore il professore del bicchiere di vino, Sandro viene regolarmente tradito, la figlia ormai grande vive e lavora all’estero e sposerà un francese, si rivede con M. che le confessa, prima di sparire per sempre dalla sua vita, di averla sempre amata e che l’amerà per sempre.
     Ma allora a chi o cosa è servito il romanzo, la sua scrittura, la vita fatta passare per artificio letterario e l’invenzione letteraria impietosamente realizzata come contro-altare evanescente dell’esistenza?
     Non c’è risposta a questo quesito: Iaia Caputo non la fornisce perché questo quesito è realisticamente il romanzo che ha vissuto e che per scriverlo fino in fondo, fino alla contemplazione o alla soddisfazione, aveva bisogno che a parlare fossero gli altri, quelli che le avevano sempre negato una parola in più. È un romanzo leggero e accorato, voglioso e svogliato, scritto per “giocare il tempo” come conclude l’autrice, per “misurare la perdita”, per ovviare allo smarrimento della vita.

***

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4 pensieri riguardo “Note di lettura (VI) – Iaia Caputo”

  1. Antonio, è proprio bella questa nota di lettura!
    Un titolo accattivante, un’esposizione, la tua, di quelle che fanno venire voglia di leggerlo un libro e non di chiuderlo.
    Ma una domanda difficile, credo, da esaudire.
    Forse chi si accinge a scrivere un romanzo le motivazioni le trova pagina dopo pagina o non le trova affatto, o forse le trova il lettore dopo averlo letto. Certo che il desiderio di eternare un po’ di se stessi mi sembra un buon denominatore comune per molti scrittori.

    vorrei dire qualcosa di più intelligente ma il caldo ha già iniziato a squagliare la mia mente.

    ti abbraccio forte assieme a Francesco
    so’ so’

  2. Le motivazioni, cara Jolanda, uno scrittore le trova sicuramente pagina per pagina perché scopre, strada facendo, l’intrigo delle percezioni o delle emozioni che lo hanno spinto a scrivere, a scrivere un romanzo, ma soprattutto a scrivere. Questo romanzo di Iaia Caputo è “quel” romanzo che ognuno di noi vorrebbe o avrebbe voluto scrivere ma che poi, per le vicende dell’esistenza o per una sopravvenuta e mal riposta autocritica, ha smarrito, ha accantonato da quale parte. Già, non sempre si scrive quello che si vorrebbe e non sempre si riesce a scrivere.

    Ringrazio erreemme (Roberto?) per la sofisticata presentazione: certi romanzi la sollecitano per come sono scritti – soprattutto – e per le concatenazioni di senso che fanno vibrare.

    Grazie a Jolanda e a Roberto.

    Un carissimo saluto

    Antonio

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