Repertorio delle voci (XXIV, 1)

Manuel Cohen

Roberto Cescon

 

La direzione delle cose

La mano sulla sveglia ferma la notte
nel tempo che ancora ci prendiamo.
La tapparella taglia i contorni.
L’acqua nel termosifone è l’inizio
del giorno, le cose da fare.
Se dico ciabatte, armadio, servomuto,
so come arrivare alla porta.

La direzione delle cose è nelle parole
che dico, ma esiste prima.
Quando ci colpisce, cerchiamo parole
per dirla, ma spesso non bastano.

Forse nel buio le cose
hanno una loro intelligenza
perché sono più di quello che siamo.

 

*

 

Le cose che compriamo

Andare al supermercato è un modo
di rinnovare le promesse matrimoniali,
riempiendo i carrelli di offerte
e qualche sfizio, dopo esserci chiesti
più volte se vale la pena.

Ci fa sentire una famiglia.

Per le corsie pensiamo cosa manca
nelle antine della cucina bianca.

Alla cassa la commessa bionda
già ci conosce, passa sul rullo i codici
delle cose e noi le imbustiamo.
Lei ormai sa cosa ci piace.
Lo saprà anche di altri.
Le cose che compriamo ci raccontano.
Il mese scorso ha visto il test
dell’ovulazione. Oggi gli assorbenti.

 

*

 

Riunione di condominio/1

La lavanda è da togliere perché
attira i bombi d’estate, ha i buchi
come la siepe, irregolari,
meglio cambiarla con del pittosporo.

Ci vuole l’erbicida nel prato
per la gramigna indecente
e un altro lampione per i furfanti,
perché c’è da avere paura la notte.

Sgradevoli i grumi di foglie
si fermano sotto i posti auto.

Serve un cartello per i bambini
degli altri, fanno troppo rumore
fuori orario nell’area attrezzata.

Sui dettagli converge il disordine
più grande, che deforma le priorità:
la gramigna cresce sopra il sofà
il parquet e il silenzio dei led.

 

*

 

Scena del crimine

La città è un vicolo oscuro, labirinto
di nevrosi. La famiglia sulla moquette
è all’esame della scientifica.

Per quanto terribile, però,
il colpevole si troverà
prima dei titoli.

Da tempo sogno una luce che si accende
nel disimpegno, io mi sveglio, i ladri
ammazzano me e Anna sul letto.
A volte non vedo nulla, a volte tutto, tardi.

Il nastro giallo chiude il male
nello schermo, là fuori,
ci convince che siamo normali,
anche se infetta la pelle blindata
del divano, perché può sempre accadere
qualcosa, la voglia di partire
al rosso del semaforo. Poi sentire
i nostri vicini che friggono aglio,
l’ultimo processo che riempie
il telegiornale e dire buono il branzino
oggi – schiacciarlo contro il palato.

Ma è da cercare nelle parole
che restano il detonatore che cova,
perché facciamo cose imperdonabili
per andare avanti, o le sopportiamo.
Siamo il nostro crimine, siamo
un pubblico non più impressionabile.

 

*

 

Amaro con ghiaccio

Vorrei invecchiare con questa tavolata
sabato in pizzeria, perché
siamo come sulla stessa autostrada,
ci fermiamo in autogrill diversi,
prendiamo le stesse cose, a volte no.
Non mi occorrono altre persone,
perché conoscersi è annusarsi
per non graffiarsi subito.

Parliamo di calcio, stipendi, colleghi,
dove mangiare la prossima volta,
la politica se siamo d’accordo.
Certi discorsi ormai si ripetono
perché guardiamo gli stessi tg.

Si ricordano gli anni dalle merendine
o dai cartoni, a volte esagerando.

Ognuno tiene le altre cose per sè.

Nelle loro vite c’è la direzione della mia.
Siamo diventati i mocassini
e il bagagliaio capiente
per il passeggino della Stokke.
Qualcuno vuol fare l’orto,
però non le vacanze in agenzia.
Nessuno dice mai cosa sta leggendo.
Nessuno dice cos’è fare l’orto
da quando tuo padre non fa più l’orto.

L’amaro col ghiaccio è per allungare
il tempo, abituarsi alla nostalgia.

Poi tutti salgono sull’auto che hanno.

Verso casa i commenti concludono
che in fondo noi siamo meglio degli altri.

 

*

 

Battesimo

Quando mi chiedono faresti il santolo?,
rifiuto con imbarazzo perché il battesimo
è lavare il peccato, diventare
figli di dio, cose anni luce da me.
Per insistere dicono il battesimo
è solo perché non si senta diverso
quando gli amici andranno a catechismo
.
Non dicono neanche noi ci crediamo.

Non riesco a mentire, il rispetto per chi crede
è non piegare le parole, dire credo rinuncio
come un ciuffo di capelli attaccati
come vogliamo.
Si compra tutto il pacchetto
o non lo si è mai comprato.

 

*

 

Ecco, sono uscite

L’indice attorciglia i riccioli neri,
il pollice schiaccia veloce i tasti
sulla panchina allunga la ballerina
sopra la coscia dell’amica,
anche lei tra le borse di ecopelle
muove le dita sul tastierino rosa.

È un maggio che immagina il sole,
un pomeriggio di aiuole e semafori.

Ecco, sono uscite, volevano parlare.

 

*

 

Un vecchio e un bambino
su una panchina del parco.

Il bambino ha le storie tra le mani,
non smetterebbe mai di giocare
perché è un soffio sotto la pelle.

Il vecchio guarda i rumori del parco,
le cose dei giorni sono i luoghi
delle parole.

Un vento li riempie, e gli occhi,
gli stessi, anche se sono cambiati.

Tra i due un libro, l’hanno letto insieme.

Ora è rimasto il tempo di andare
come sono stati.

Un vecchio e un bambino
su una panchina del parco.
Ecco, io sono così.

 

*

 

Le donne dei poeti

Le donne dei poeti sono sante
chilometri e serate per sentirli
e dire sempre bene, è andata
bene, come al solito.

Sorridono davanti
pensando che col premio il poeta
pagherà l’assicurazione.
Sorseggiano in disparte
sperando che non faccia troppo tardi.

Talvolta, dopo essersi annusate
quanto basta, si siedono vicino
ad altre donne di poeti,
parlando di vacanze, vestiti,
che il poeta non fa la lavatrice,
e biasimano gli altri menestrelli,
pesanti e incomprensibili.

I poeti sono molto fortunati
perché le donne stanno insieme a loro
non certo per i soldi,
ma perché poeta è la ciliegina
su qualcosa che all’inizio era perfetto.

 

*

 

La prima volta quel battito
è una raffica che affiora
da profondità di cellule.

Per paradosso la vita è un battito
che rallenta, perché tra sussulti
si riavvolgono i giorni.

Anna dice quel battito
sotto lo schermo sarà interista
e già gli piace la nutella,
come se i desideri fossero sagome
da far combaciare
perché il bene è il rovescio della paura.

È scattato un conto alla rovescia
per nascere e diventare creatura
e un altro lungo un orizzonte
per diventare padre.

 

__________________________

Roberto Cescon (robertocescon.wordpress.com) è nato nel 1978 a Pordenone, dove vive e insegna. Ha pubblicato Vicinolontano (Campanotto, 2000), il saggio Il polittico della memoria. Aspetti macrotestuali sulla poesia di Franco Buffoni (Pieraldo, 2005) e la raccolta di poesie La gravità della soglia (Samuele Editore, 2010; prefazione di Maurizio Cucchi). Suoi racconti sono apparsi nell’antologia Scontrini (Baldini&Castoldi, 2004), nella rivista “Tina” e su “Ombelicale”. Collabora con Pordenonelegge e “Notturni di_versi” (Portogruaro). È tra i curatori della Festa di poesia di Pordenone e del Premio Teglio Poesia.

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Marco Corsi

 

minne, lai e probabili momenti

 

            a cesare

il mondo costante

 

il mondo costante mi si para
dietro le ante di un armadio
muovendo i suoi sonagli
tra gli infissi di legno –
nella meccanica mania del giorno.
ma questo mondo è un catino
di peste in cui riversi
i tuoi panni sporchi da lavare:
il mio male è l’unico contagio
e non mi lascia una notte da sognare.

 

*

 

all’ombra lunga fa da specchio
un verso – la superficie liscia
di un vecchio tavolo (su cui riposo
le varianti che ti dedico in un giorno).
da queste parti il tempo è preda
dei cassetti, delle coperte,
dei letti che si specchiano gemelli,
e come vedi a dividerci è la luce
mentre piano la tua voce gira
come fosse una solerte meridiana.

 

*

 

la voce ti giunge rappresa
come sabbia, dalla polvere
che domina qui sopra lo scaffale:
da una parte questo è l’orbe,
il tutto, l’effrazione, la differenza –
dall’altra è la rotta manichea
che lenta (e rivale) ci separa.

 

*

 

se dal muro si muovesse la riga
luminosa del giorno (sui tuoi occhi):
se nel bianco finisse con la sera
l’odore della vita che s’insinua –
come il tarlo (fra i tuoi nervi):
se per tanto in te mi deponesse
fiero e re del mondo io costante
a dominarti, domani soltanto domande
ti farei di questo mondo che a te
mi contese, in pochi versi, senza mani.

 

liturgia della luce

 

e come travi è più lunga la luce
quando arriva a costruirmi un tetto
a levigarmi il letto a seminarmi
manciate di colore (da un occhiello)
contro il petto, controluce, contro
te che ti stagli e sei più luce
della luce mentre luce è il nero
da cui ora vorrebbe si accendesse
un qualche scacco – il giorno – vorrebbe
quello che non può e non ha luce.

 

*

 

sempre dai suoi, così, non è mai accolta
– mi dicevi sereno – la luce d’amore
e prima ancora che non c’era per te
un tentativo o redenzione che rendesse
il giorno meno giorno, la luce più luce:
se accendo un cero che supplisca il lento
friggimento di un arco voltaico.

 

*

 

tornerai nel tuo tempo (si sa)
tornerai quando meno a te
(col tuo tempo) si sarà fatta la luce
del sole, la tensione, il bianco spargimento
un segmento pur breve di colore.

 

la sindrome di brugada

 

        Un passo indietro e un passo indietro fino all’orlo
                    G. Giudici

piatto come il tuo nome e fermo
ciò che avanza del soma e torma
d’impulsi frequenti: «torna …». torna
da me – in questo vuoto che riversa
adrenalina, scariche elettriche
e qualche sbalzo di sodio nel cervello.

 

*

 

nell’ipotesi il tuo cuore è distante:
s’asserisce di nuovo la mente e gemente
derivi a parlare in questo niente
di colpo occipitale e nel saluto
tua è l’arringa, è uno sputo di vento
– precordiale.

 

*

 

quel gradino e poi ha salito il vizio
di un difetto di polarizzazione – è detto
altrimenti che potrebbe scolorare
la parete del ventricolo di destra:
alla finestra il fenotipo della notte
e ti ritiri quando c’è da respirare.

 

*

 

è morto con te e si porta nella tomba
l’albume che fibrilla nelle vene e senza
tiene d’occhio l’elettrocardiogramma:
ecco, è presto per dire che sgarrasti
che apristi troppo in fretta le tue valve
ma in fondo nell’inverno è solo neve
e quanto duri un silenzio da contare.

 

*

 

al tutto pari è ben disposto il verso
se ti desto e mi riprendi a martellare.
tra queste cannule di caos – da qui –
t’appesto con le lunghe nostalgie
della memoria. e questa è boria
è il tuo vanto di durare
mentre spingi la salita a declinare.

 

diario minimo milanese

 

chiudendosi l’occhio non dispera
di toccare le forme della luce
la vera natura dei contorni, i margini:
vuoti mutilati di frontiera tra te
e il passo circolare della sera.

 

*

 

al tatto resta piena la misura
nel fondo del viale, sulla svolta
a destra, no, a sinistra, al centro:
la colonnina oscurata del parcheggio,
tra spiccioli e piccioni e cacche secche
il rosso del teatro senza scena.

 

*

 

senza arresto il cielo non ha fondo
ma fermati con me da questa parte
e prova a sillabare con le unghie
i labili graffiti sulle porte, le morsure
oppure una collana di gemelli:
dammi baci più bianchi dei tuoi denti.

 

__________________________

Marco Corsi è nato nel 1985 e vive a Persignano. È dottorando in Italianistica presso l’Università degli Studi di Firenze con tesi: Canone e Anticanone. Per la poesia negli anni Novanta. Ha pubblicato uno studio monografico: Biancamaria Frabotta. I nodi violati del verso (Archetipo Libri 2010). Sue poesie sono apparse su «Poeti e poesia», «L’area di Broca», «Semicerchio» e, in volume, ne L’inverno del geco (Gazebo 2011). Nel luglio 2011, infine, grazie alla collaborazione Alberto Casiraghy, ha pubblicato la poesia Controluce (Pulcinoelefante), rappresentata in immagine da Carlo Spinelli.

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***

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5 pensieri su “Repertorio delle voci (XXIV, 1)”

  1. Cescon narra in poesia un quotidiano, che però non è fine a sé stesso, ma si trasforma da descrizione a concetto astratto, specie nelle chiuse, riflessione del mondo che da lineare si apre alla curvatura di tempi e spazi interiori che convergono sul lettore trasportando il carico denso del pensiero, che, intimamente nutrito, è capace di cibare l’esterno, pur lasciando intatta la fame dell’esistere.
    mi è piaciuta particolarmente “un vecchio e un bambino”. :)

    Corsi è un attento coreografo del verso, che pur nella sua brevità si distribuisce in una sequenza di immagini e suggestioni di vocaboli ( si veda ad esempio il richiamo alla luce, assolutizzante) che tende ad allargare la prospettiva delle composizioni, che godono di un passo capace di scattare oltre il punto cui viene dato loro il “termine”.

    Complimenti ad entrambi i poeti,
    grazie per la proposta alla dimora.

    francesca

  2. Grazie Francesca:
    Cescon sembra anche a me che riesca bene in ciò di cui scrivi.
    Corsi è un precisissimo versificatore. Non credo però che lui pensi ai suoi testi come a delle coreografie, sarebbe bello conoscere il suo parere in proposito… ma ho capito cosa intendi. ciao.

  3. l’unica coreografia e’ quella dello spazio del verso, la precisione e’ l’ossessione della musica mentale che deve trovare una misura… la parola e’ un po’ una tortura come la realtà che l’ha chiamata a se’ senza protezione… come una bibbia… grazie ad entrambi per la lettura…

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