Repertorio delle voci (XXIV, 2)

Manuel Cohen

Piero Simon Ostan

(Inediti, 2011)

 

autoritratto

È il taglio degli occhi di mio padre
non il suo colore
l’attaccatura bassa dei capelli
quasi piatti i piedi e lo stesso stampo delle mani
o forse è lo stare scorretto della schiena

ma più che altro è la stessa la mandibola che balla
quando la cena sa di poco e la camicia non stirata
l’apprensione dei giorni che fa lo stomaco compresso
con la tensione continua dei nervi raccolta nelle giunture
è la sua sintassi quando dico le frasi che non vengono
preciso il lampo nello sguardo che ricuce le cose
rifà buono il tempo

la solitudine lui dei boschi io delle parole

Sarà poi un giorno mio figlio
e il figlio di mio figlio
sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade
ad aspettare che venga il vento giusto
e il chiaro dentro gli occhi

 

autunno

La folata che fora e grigi si fanno i riflessi
negli alberi di novembre, nei pendii del primo gelo
il declino del bosco farsi nel respiro
le fronde finire tra le suole
il letargo della terra bucare la prima pelle

fabbricheranno da oggi freddo le mani
di un’angoscia non da fuori
in disuso gli impianti
se anche stringere raffredda

L’appisolarsi lento delle linfe fanno sciupato il cielo
nelle rive di fine ottobre, nei litorali sottosopra
l’abbandono degli stabilimenti balneari è dentro
il secco chiudere la gola
il tramonto della terra pungere i vestiti

fabbricheranno da oggi freddi gli sguardi
di una paura non da fuori
in disuso le caldaie
se anche guardarsi raffredda

 

pasqua

di termiti era il rumore dalle travi
di qualche roditore che mangiava

per qualche mattina fu la sveglia

indovinare l’animale, alzare di poco la testa dal cuscino, tendere bene l’orecchio,]
calcolare la provenienza precisa del movimento

sporgendosi dal terrazzo, nel sottotetto,
nella trave portante un nido in costruzione
l’occhio acuminato e nero della tortorella

i bastoncini elastici cadono di continuo dal sottotetto al giardino,
il nido dev’essere pronto a giorni.

ha scelto proprio quel posto, in bilico
staranno le uova covate
nascerà qualcosa, prima o poi.

 

attesa

I

In questa ora zero
mi sono svegliato monocellulare
senza il ricordo di essermi addormentato
nei sogni di mamma e papà
in un attimo sono più di un’idea
ho un sacco di cellule in cantiere
con un sacco come cameretta
e tavolo di lavoro per sistemarle in sicurezza
adesso sono germoglio
ma so già dei capelli la sfumatura e che colore gli occhi

 

II

Fai capriole e giravolte, allunga le mani
sgranchisci le gambe e inarca la schiena,
prova il pensiero, sintonizza il timpano,
Ora c’è spazio.

Sarà tutto più stretto, in un lampo
e dovrai allenare i gomiti, affilare lo sguardo
che una volta fuori di lì
saranno urti e spallate
e occhi che bucano.

 

III

Abbassando dietro i sedili
sta tutto per il viaggio
il beauty colmo, la spesa
le cose del mare

c’è tutta l’intelligenza spaziale
a cui dar fondo nell’incastro
di scatole e valigie

    – Più difficili sono le borse
    che non hanno forma –

Nella logica dello stipare il baule
qualcosa sfuggiva

Quest’anno dei sedili dietro
uno rimaneva su libero di cose

come per l’arrivo di qualcuno
a provare se ci stava

 

IV

Di sole e freddo sono le giornate
fatte per passeggiare, respirare a fondo

invece per noi è tempo di ordinare la camera
trovare altro posto alle cose.
misurare le distanze tra il letto e la scrivania
tra la parete e la porta

di ritorno dal lavoro, la prima cosa è
mostrare i vestiti comprati
mentre di giorno in giorno
arrivano altre borse e abiti usati

passarli in rassegna uno per uno
immaginarli a coprirti da capo a piedi

sono involucri, vuoti involucri

eppure dallo strato di pelle e carne che ci
separa te li avrei mostrati, provati

anche se so che un bene grande così
ci sarebbe stato stretto

 

giardini I

L’erba come prato inglese fitta e ben tosata
la nostra ci accontentiamo non sia troppo gialla
alle erbacce rassegnati e i calcinacci che affiorano

spesso i buchi da coprire.

come eden difettoso
è il nostro giardino e non sarà
di nessun altro

E’ così anche il nostro stare qui,
gli squarci e le spaccature
provano chi siamo

 

giardini II

Doveva essere una giornata con il sole
Eri in giardino per un motivo che non ricordo.

E’ il tuo piede in fallo nel buco vecchio scavato dal cane
e da tempo investito dal verde
che mi interessa.

Il cadere scoordinato sull’erba
Il respiro profondo e l’allargare le braccia
per sentirla infastidirti un poco la pelle
lo sgranchirti ad occhi chiusi
con le palpebre rosse invase dal sole

Saresti stata lì ben più di quel solo istante

ti vedo scattare in piedi
i rimasugli di fieno toglierli in fretta
pensando ai pesticidi e a tutti i veleni
impregnati tra l’erba

Ma più che altro era il fuggire
da questa terra imbrattata
che non da’ più figli

 

visita d’istruzione

oggi a Dachau con la scuola e il cielo bianco
il freddo fin dentro le ossa che quasi risuonano

è difficile trovare i motivi di essere qui
che si perdono tra i giubbotti dai colori accesi
le scarpe che ora vanno
le acconciature scolpite.

Qualcuno poi borbotta, si tocca, ridacchia
riesco quasi a capirli

comprendere l’uomo dove l’uomo
non c’è, non si può.

Sarà la solita visita, il solito documentario
e si confronteranno la noia
chiedendosi quanto alla fine

Il documentario però non ha musica
solo il doppiatore, la sua voce
tra le pause il silenzio è un macigno

la storia distante che esce dai libri
ora spacca lo schermo.

ecco il senso, questo fermarsi
il loro silenzio il motivo, la colonna sonora

 

prima di dormire

L’insegna del distributore si leva come un lampo
dopo la luce da ospizio dei lampioni sulla strada
oltre il buio dei campi.

Dal terrazzo non si vede l’aumento del prezzo al litro
quello è chiaro solo passandoci di fianco,
fare il conto di come l’aumento incide sul pieno.

Già mi sfugge il risultato
chissà poi le logiche speculative

eppure pare che siamo molto altro
che meritiamo una notte come si deve
non questi marchi a macchiare
a mettere in moto questi ragionamenti da poco

 

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Piero Simon Ostan è nato nel 1979 a Portogruaro, dove vive. Nell’ottobre 2006 pubblica per Campanotto editore la sua silloge d’esordio Il salto del salvavita, con prefazione del poeta Giacomo Vit. Nel 2006 e nel 2007 partecipa alla Festa di Poesia di Pordenone e dal 2009 collabora anche alla sua organizzazione. Sue poesie sono pubblicate all’interno delle quattro antologie poetiche Notturni Di_Versi (Nuova Dimensione editore). Tra il 2009 e il 2011 partecipa a “Pordenonelegge” sia come autore che come collaboratore. Nel 2011 pubblica il suo secondo libro Pieghevole per pendolare precario per Le Voci della Luna con prefazione di Gian Mario Villalta, sempre nel 2011 vince il premio Cetonaverde.
Fa parte dell’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro con la quale organizza eventi culturali come il Piccolo festival di poesia Notturni Di_Versi, Orchestrazione e il Premio Teglio Poesia. E’ insegnante di lettere nelle scuole medie.

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Annalisa Teodorani

 

Par tott i piént, par tott i fùgh

Par tótt i piént
ch’i n’à tróv niséuna cunsulaziòun
e par tótt i fùgh ch’i s’è smórt da par lòu
ma pròima i s’è purtè via inquèl.

Per tutti i pianti, per tutti i fuochi
Per tutti i pianti / che non hanno trovato alcuna consolazione / e per tutti i roghi che si sono estinti da soli / ma prima si sono portati via tutto.

 

L’éultum cécch

A t’ò vést te spèc
sal mèni tal bascòzi
ta m’aspitìvi.
A m’u n so vultè
ò scambiè par amòur
l’éultum cécch
te fònd de bicìr.

L’ultimo goccio
Ti ho visto nello specchio / con le mani nelle tasche mi aspettavi. / Non mi sono voltata / ho scambiato per amore / l’ultimo goccio / nel fondo del bicchiere.

 

Èli e ràdghi

A t’ò niné
fin a fèt indurmantè
èli e ràdghi a l s’è invrucèdi.
E t’una nòta pursì
da la nèbia l’è scap fùra
un pésgh in fiòur.

Ali e radici
Ti ho cullato / fino a farti addormentare / ali e radici si sono intrecciate. / E in una notte qualunque / dalla nebbia è spuntato / un pesco in fiore.

 

La càmbra di ricórd

Tla càmbra di ricórd
l’òintra una pòurbia ad sòul
ch’l’è sèmpra un dopmezdè, vérs al tre.
La serànda la i à la zéngia guàsta
e la tu cusòina ancòura la n s’è fàta spòusa.

La stanza dei ricordi
Nella stanza dei ricordi / entra una polvere di sole / che è sempre di pomeriggio, verso le tre. / La serranda ha la cinghia rotta / e tua cugina ancora non si è sposata.

 

Zuclitìn zal

Se t guérd da una fiséura
t vòid ch’i va in zóir da par lòu.
Zuclitìn zal, tre par do,
e l’instèda sa tótt i su dintìn.

Zoccoletti gialli
Se guardi da una fessura / vedi che si muovono da soli. / Zoccoletti gialli, tre per due, / e l’estate con tutti i suoi dentini.

 

La fòsa dla furmóiga

L’è una nòta ad cupartéun ch’i s-ciòpa
e la verità l’è che te
t rimédi sèmpra mènch.
E intènt ta t schèv la fòsa
la fòsa dla furmóiga

La fossa della formica
E’ una notte di copertoni che esplodono / e la verità è che tu / rimedi sempre di meno. / E intanto ti scavi la fossa / la fossa della formica.

 

I tu murt

Tl’òura che
la pròima foschéa la bèsa la tèra
tra quèl che t vòid
e quèl che t pu imazinè
fà còunt ch’i t vénga incòuntar lòu
I tu murt
a bràza ‘vérti cumè un vént dl’instèda.

I tuoi morti
Nell’ora in cui / la prima foschia sfiora la terra / tra ciò che vedi e ciò che puoi immaginare / fa’ conto che ti vengano incontro loro / i tuoi morti / a braccia aperte come un vento d’estate.

 

Vòia ad vóita

Énca e’ culòur di tu ócc
u s’è strach.
E a t vègh dalòngh
in chèva m’una vòia ad vóita
che dal vólti la t fa mèl.

Voglia di vita
Anche il colore dei tuoi occhi / si è stancato. / E ti vedo lontano / in fondo a una voglia di vita / che a volte ti duole.

 

La stasòun dagli amòuri biénchi

U n’è mai l’òura
par i treni ch’i n s’férma.
Ma néun i s’à zcórd
te mèz dla campàgna
a zcòr m’i giraséul ch’i piénz.
Énca se u n gnè piò pgnùl da zachè
a i péns da spès
ma la stasòun dagli amòuri biénchi
e al so ch’al chésca da par lòu
da la disperaziòun.

La stagione delle more bianche
Non è mai l’ora giusta / per i treni che non fermano. / Ci hanno dimenticati / in mezzo alla campagna / a confortare i girasoli che piangono. / Anche se non ci sono più pinoli da schiacciare / ci penso spesso alla stagione delle more bianche / e lo so che cadono da sole per la disperazione.

 

Turnè a pansè

L’è bèl turnè a pansè
dop ch’ u s’è stè in zóir una màsa.
T ci l’órt
e’ mi zardòin
e’ mi campsènt
du fóil d’érba tra i sas.

Tornare a pensare
E’ bello tornare a pensare / dopo essere stati lontani per molto tempo. / Sei l’orto / il mio giardino / il mio cimitero / due fili d’erba in mezzo ai sassi.

 

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Annalisa Teodorani è nata Rimini nel 1978, vive a Santarcangelo di Romagna. Esordisce nel 1999 con la raccolta di versi in dialetto romagnolo “Par sénza gnént”, Rimini, Luisè, cui fanno seguito “La chèrta da zug””, 2004 e “Sòta la guàza”, 2010 entrambe per i tipi del Ponte Vecchio di Cesena.

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