Repertorio delle voci (XXIV)

Manuel Cohen

Appunti per nuove mappature della generazione entrante:
Cescon, Corsi, Ostan, Teodorani.

     Gli inediti che seguono appartengono a Roberto Cescon (Pordenone,1978), Marco Corsi (Terranuova Bracciolini -AR-, 1985), Piero Simon Ostan (Portogruaro, 1979), Annalisa Teodorani (Rimini, 1978), tre dei quali hanno varcato la soglia dei trent’anni, ma per il fatto di essere nati alla fine di un decennio e prima del successivo, o a cavallo di due decenni, non sono stati inclusi nelle crestomazie generazionali, mentre il solo Marco Corsi può considerarsi ancora ventenne. Hanno tutti all’attivo più di un libro di versi (tre la Teodorani: che vanta anche il primato della più giovane esordiente in ambito neodialettale a 20 anni, nel 1999), svariate pubblicazioni in riviste, antologie cartacee e nel web.  Inoltre alcuni hanno già editato monografie notevoli: Cescon su Franco Buffoni (Pieraldo, 2005) e Corsi su Biancamaria Frabotta (Archetipolibri, 2010), sono vieppiù attivi sul territorio con readings, incontri, premi, festival, eppure all’anagrafe letteraria li consideriamo giovani, auspicabilmente nuovi. Volendo a tutti i costi ridurre queste righe alle griglie di una disanima comune, potremmo dire, col rischio di qualche forzatura, che è possibile ravvisare elementi, fili sotterranei che passano e agiscono tra l’uno e gli altri.

     Un primo collante è riscontrabile, ad esempio, a livello linguistico e grammaticale: una sostanziale medietà della lingua veicola i motivi attraverso la nudità, quasi basica, dei vocaboli, in costrutti e frasi brevi, non di rado coincidenti con versi monorematici, chiari e semplici: in cui è evidente lo sforzo di comunicazione, quasi mossi dalla onesta necessità di raggiungere il lettore, specie in Cescon, in direzione della immediatezza, e in Teodorani, in direzione della massima rastremazione o economia lessicale. Medietà che, va da sé, determina la sintassi, caratterizzata da predilezione per costruzioni paratattiche. Marco Corsi, pur affidandosi ad una lingua fluida e veicolare, sfugge sostanzialmente a questo discorso. Ѐ il più giovane e, per paradosso, appare il più dotato della consapevolezza degli strumenti, dei registri e dei codici, o meglio, il più votato a una scrittura che, senza farne sfoggio e auspicabilmente senza compiacersene, attinge fortemente alle strutture di tradizione per riusarle e per evertire da esse: con una rara (considerando la giovane età) competenza metrica, meglio, con una forte appercezione ritmologica, per altri versi e non casualmente riscontrabile nelle scritture dei coetanei Giuseppe Carracchia (1988) e Davide Nota (1981). Per questo autore, dalla produzione esondante e versatile, a giudicare dalla fluviale messe di materiali pubblicata qua e là in rivista, e con all’attivo una buona opera prima, L’inverno del geco (Gazebo, 2011), fortemente marcato da una componente manierista (quasi barocca: nella ottima realizzazione di percussività e ritorni sonori affidati a omofonie, allitterazioni e assillabazioni, a giochi di ripetizioni e riprese acustiche e lessematiche), e di ricerca nell’allegoresi. Per l’aretino potrebbe valere quella nozione di ritmologia come prassi avanzata dalla Julia Kristeva, secondo cui il ritmo è diretta conseguenza del corpo e della pulsione, ed è l’elemento sovvertitore della sintassi. Ritmo dunque come avanguardia di significato e soluzione acustica da preferire al metro (canonico e di tradizione): a corredo c’è quella nozione di periodicità di Jean Cohen qui ben realizzata dalla frequenza di recursività sonore in strutture a cinque accenti tonico-ritmici: «a dominarti, domani soltanto domande / ti farei di questo mondo che a te / mi contese, in pochi versi, senza mani».

     Un secondo elemento comune, sempre a livello linguistico, è rappresentato dal ricorso non infrequente a un’assertività da parlato, che riproduce mimeticamente gli automatismi dei modi di dire, uno stadio dell’oralità scopertamente pregrammaticale, attestante spesso un primo orizzonte di riferimento, oltremodo domestico e feriale o un contesto di rapporti familiari, affettivi, d’amicizia e di lavoro: «Parliamo di calcio, stipendi, colleghi, / dove mangiare la prossima volta, / la politica se siamo d’accordo. /Certi discorsi ormai si ripetono /perché guardiamo gli stessi tg.» (Cescon); «Doveva essere una giornata con il sole / Eri in giardino per un motivo che non ricordo.» (Ostan), «ma fermati con me da questa parte / e prova a sillabare con le unghie / i labili graffiti sulle porte» (Corsi), «A t’ò vést te spèc / sal mèni tal bascòzi / ta m’aspitìvi.», «Ti ho visto nello specchio / con le mani nelle tasche mi aspettavi.» (Teodorani). Sembra quasi che l’esperienza della lingua, si depositi ad altezza di un basso continuo di tonalità e accenti, frequenti il raso terra aprospettico del nuovo secolo: si avverte nei testi come una Stimmung oggidiana, un’atmosfera marcata da tracce di disagio, inquietudine, allarme: «freddi gli sguardi / di una paura non da fuori / in disuso le caldaie / se anche guardarsi raffredda» sono versi di Ostan che già in Pieghevole per pendolare precario (Le voci della Luna, 2011), un titolo che vale come emblema di una condizione attinente ad almeno due, forse tre generazioni, aveva sondato l’urgenza sociale di una condizione liquida, e fornito, attraverso una lingua della realtà e delle merci, dei non-luoghi contemporanei e del patois (un meticciato tra dialetto friulano, slang giovanile e detriti linguistico-letterari) le foto segnaletiche dei ‘non identificati’, tratti di una umanità marginale e clandestina. Una urgenza che in questi inediti si connota di una dimensione esistenziale, nel recupero di un io repertuale, singolo e plurale, che si fa regesto di natura lirica: «E’ così anche il nostro stare qui, / gli squarci e le spaccature / provano chi siamo».

     Eppure quanto può apparire come il grado zero dello stile semplice, una voluta ingenuità nei dati di ovvietà naturalistica, nella inopia dell’analogismo, non rappresenta lo specifico, né la mira di questi autori: piuttosto è un ripartire da zero, in sordina, con la consapevolezza nuova di essere tra le cose e gli uomini, privi di velleità e di privilegi: è davvero questa l’età che sembra finalmente consegnare per acquisita un conquista cara alla poesia di Mario Luzi: «sopravanzano le cose il loro nome», affermata in tempi in cui i nomi di una res cogitans antecedevano ancora, per ipostasi, la res extensa. Ora l’indirizzo luziano sembra fatto chiaro, precipitato nelle nuove parole-racconto, e nelle parole cosali, cioè portatrici di cose, della nominazione e della risonanza di senso delle cose, dei più giovani. Paradigmatico appare dunque in questa prospettiva il testo di Cescon, La direzione delle cose, dove l’avverbio introduce un dubbio molto attivo tra incertezza e possibilità: «Forse nel buio le cose / hanno una loro intelligenza / perché sono più di quello che siamo.». L’autore friulano, dopo Vicinolontano (Campanotto, 2000) e La gravità della soglia (Samuele editore, 2010) prospetta negli inediti una lingua ‘poca’ (povera) più attinente o in re per «coprire la distanza dalle cose». Quelle parole che non bastano, che sottendono tutta l’inadeguatezza della lingua di fronte alle cose e alla direzione che queste prendono, antivedendo e precedendo il significato, langue e parole, rappresentano dunque un dato nuovo di partenza, una competente humilitas o luziana ‘aderenza alle cose’. Ed è, non a caso, una ripartenza che ha a che fare con il paesaggio contemporaneo dei non-luoghi e del soggetto (natura naturans), e con un ‘ritorno’ all’oggetto di natura (natura naturata): «La folata che fora e grigi si fanno i riflessi / negli alberi di novembre, nei pendii del primo gelo / il declino del bosco farsi nel respiro / le fronde finire tra le suole / il letargo della terra bucare la prima pelle» (Ostan); «chiudendosi l’occhio non dispera / di toccare le forme della luce / la vera natura dei contorni, i margini: / vuoti mutilati di frontiera tra te / e il passo circolare della sera.» (Corsi); «U n’è mai l’òura / par i treni ch’i n s’férma. / Ma néun i s’à zcórd / te mèz dla campàgna / a zcòr m’i giraséul ch’i piénz.», «Non è mai l’ora giusta / per i treni che non fermano. / Ci hanno dimenticati / in mezzo alla campagna / a confortare i girasoli che piangono.» (Teodorani). Nei versi affilati e precisi, nitidi e delicati della neodialettale di Santarcangelo, che già in Sòta la guàza, Sotto la rugiada (Il Ponte Vecchio, 2010) tra fragilità e stupore marcava i sentimenti e le attese, di una condizione creaturale tra sospensione stupita e ansia, come in questo essere ‘dimenticati in mezzo alla campagna’ c’è ora tutto lo spaesamento, spesso raccontato con le venature minimaliste e intimiste di un’esperienza che non cessa mai di dire io, e di dire noi. Perché quando ci dicono dell’esperienza di solitudine, anche questi 4 autori ci riferiscono di una solitudine non chiusa né ripiegata in sé, bensì popolata di discrete presenze: «Ognuno tiene le altre cose per sè. / Nelle loro vite c’è la direzione della mia» (Cescon).

     Un ulteriore elemento comune è dunque da ricercare nella allusione ai motivi dei rapporti tra le persone in tonalità e modalità dal gusto contemporaneo, minimale e contenuto: viene raccontato l’amore nei versi di Corsi che mimano i costrutti di un moderno canzoniere; la coppia, liquida e in crisi, è protagonista della suite di testi brevi, arguti acquerelli in vibranti impressionismi della Teodorani; le scene o dinamiche matrimoniali nei versi feriali e condominiali di Cescon e Ostan, tra desiderio di paternità e incubi sociali che minano i legami. Ovunque è dedicata attenzione agli affetti in genere e in particolare, anzi viene oltremodo amplificata la portata dei sentimenti, così a rischio d’implosione nell’epoca della precarietà tout court, nella impossibilità e nella necessità di «comprendere l’uomo dove l’uomo / non c’è, non si può.» (Ostan).

     Si potrebbe sospettare di una attitudine minimale, si pensi solo al riferimento quasi da etologi e zoologi a specie piccolissime: le termiti (Ostan) e la formica (Teodorani), e sia pure di un minimalismo linguistico, figurale, e tematico. Tuttavia questi autori, con mezzi e con esiti differenti, ma tutti con tratti già riconoscibili, sembrano non arrendersi alla rovina socio-economica presente. Articolano, anzi, le parole caricandole di attese, prefigurando, malgrado tutto lo sconcerto del mondo, la continuità della specie e una sostanziale fiducia nel gesto del dire: «È scattato un conto alla rovescia / per nascere e diventare creatura / e un altro lungo un orizzonte / per diventare padre.» (Cescon); «Sarà poi un giorno mio figlio / e il figlio di mio figlio / sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade / ad aspettare che venga il vento giusto / e il chiaro dentro gli occhi» (Ostan); «e come vedi a dividerci è la luce / mentre piano la tua voce gira» (Corsi); «A t’ò niné/fin a fèt indurmantè / èli e ràdghi a l s’è invrucèdi. / E t’una nòta pursì / da la nèbia l’è scap fùra / un pésgh in fiòur.», «Ti ho cullato / fino a farti addormentare / ali e radici si sono intrecciate. / E in una notte qualunque / dalla nebbia è spuntato / un pesco in fiore» (Teodorani).

(Tratto da “Atelier“, n. 65, 2012)

***

5 pensieri su “Repertorio delle voci (XXIV)”

  1. Una attenta e bellissima analisi quella di manuel, per spiragli di versi che lasciano intravedere grande luce nei passi dei poeti qui lievemente affrescati. Tratteggi che si vorrebbe poter percorrere in più ampia visione del loro disegno e che mi auguro davvero di poter ritrovare monograficamente qui sulla dimora.
    Questi giovani miei coetanei sembrano poter trasmettere davvero molto.
    Aspetto, dunque, fiduciosa di leggerli!

    Grazie!
    francesca

  2. Molto interessante il commento di Manuel (ma non avevo dubbi in proposito) e bella la selezione dei testi. Alcuni di questi poeti, come Cescon e Simon Ostan, li conosco piuttosto bene, altri no, ed è l’occasione di approfondire, perchè il loro lavoro – loro di tutti – è decisamente valido.

    Francesco t.

  3. Grazie a tutti voi, F e F, e Ancora F di Francesca Canobbio: benvenuta.il post era particolarment lungo, e mi scuso: Francesco lo ha suddiviso in tre parti e trovo che il risultato sia ottimo. E lo sono anche i 4 autori, a vario grado naturalmente, ma molto bravi tutti!

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