Sulla strada per Leobschütz

Der hier liegen sollte, er liegt
nirgends. Doch liegt die Welt neben ihm.
Die Welt, die ihr Auge aufschlug
vor mancherlei Flor.

Chi dovrebbe giacere qui, non giace
in nessun luogo. Ma giace il mondo accanto a lui.
Il mondo, il cui occhio si aprì
davanti a moltitudini di fiori.

(Paul Celan, Kenotaph, Von Schwelle zu Schwelle)

 

Daniele Santoro

 

Sulla strada per Leobschütz di Daniele Santoro è un libro che ha un centro tematico di dura, cupa potenza: il campo di sterminio e l’olocausto, che in questi versi appaiono nella loro brutalità fisica, nella loro violenza materiale, assoluta. Santoro si è documentato per scrivere, e riporta i testi a cui si è rifatto in calce al libro. Documentarsi per scrivere versi? Certo, questa è la sfida, la novità, la risposta etica all’insensatezza di tanto egocentrico e fatuo verseggiare di oggi. Anche la poesia fa i conti con la storia, con il buio della storia, e qui li fa con l’eclisse dell’umano nei lager del XX secolo, con la rievocazione delle cacce all’uomo, delle “marce della morte”, che dell’olocausto pure compongono il quadro di insieme. L’inizio e il suo tragico epilogo.”

(Dalla Prefazione di Giuseppe Conte)

 

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Giacomo Cerrai su Imperfetta Ellisse.
Marco Furia su Poesia 2.0.
Nota critica, testi e interventi dell’autore su Molti in poesia.
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Daniele Santoro, Sulla strada per Leobschütz
Nota critica di Giuseppe Conte
Milano, La Vita Felice, “Sguardi”, 2012

 

 

nel cortile della morte

Cristo, l’ho visto io come tremava nudo
minacciato dal fucile che si era inceppato,
mica si scomponeva l’ufficiale
scambiava con il sottoposto una battuta
frattanto che ripristinava il percussore
e lo finiva – carponi nella pozza,
la nuca spappolata

pensate, aveva pure di che lamentarsi
l’assassino,
del fatto che il fucile non sparava
(infatti era successo già altre volte),
che fosse giunta l’ora di cambiarlo
intanto sbadigliava

 

Non dimenticare

voi non sapete un uomo che significhi
sfinito, sfilare nudo a passo militare
il piede congelato nel suo zoccolo di legno
malgrado la diarrea gli coli per le cosce
o gli dolorino i testicoli per un edema da digiuno

sfilare invece, addirittura correre
quando sarà il suo turno, non dimenticare
di togliersi il berretto, non guardarlo in faccia

 

ordini impartiti all’internato Kalmin Furman

Regola prima. Me lo porti al muro
ovviamente già nudo. La divisa
la sistemi da parte col berretto
(servirà per i prossimi arrivati).

Regola due. Lo tieni per l’orecchio
se per il braccio è inutile, se fa resistenza
insomma che non s’agiti, se sbaglio mira
poco mi importa, non faccio differenza.

 

la distribuzione del pane

divorato il suo pane
allora il figlio guardò il papà in cagnesco,
(che se lo smollicava ancora piano piano
il suo) e gli si avventò contro
glielo strappò di mano e se lo ficcò in bocca
masticò feroce
feroce come l’animale, gli occhi scarni
e spalancati fissi su quel moribondo che
giaceva a terra.

finché non arrivò di fretta il capoblocco
e lo aiutò ad alzarsi. mollò uno scapaccione
al giovinetto, poi tutti e due se li portò a braccetto
là dove si può bene immaginare…

al campo non li ho visti più tornare.

 

il sole di Mauthausen

Sole che spacchi la pietraia
e bruci sulla fronte e accechi
il prigioniero nelle cave di granito,
soltanto per un attimo Pietà
del tuo grande splendore:
oscurati, fa’ notte fonda, spegniti!

non una nuvola ti chiude, uno spiraglio
d’ombra miracolosa, un acquazzone
– che abbiamo l’ansia in bocca degli oceani
e dentro gli occhi il mare i fiumi i laghi
delle nostre terre o sole maledetto,
maledetto sole e maledetto il giorno,
il cielo senza nuvole, l’estate
e maledetta l’afa che feroce

strangola il prigioniero nella cava

 

Principio e fine

Todesmärsche

I
una pallottola di troppo non la spreca, l’assassino
col calcio del fucile te l’ammazza
un colpo secco, le fa schizzare fuori le cervella.
al tonfo, il rivolo di sangue seguirà la pozza
che le radici impregnerà dell’albero
a cui si era appoggiata poco prima
stremata dall’inedia, agonizzante.

Pietà
dei suoi occhi aperti sull’orrore avrà la prima neve,
avrà quel primo fiocco immacolato sopra la pupilla.
altri di fiocchi in processione lenta scenderanno
e la ricopriranno, la seppelliranno
immacolatamente

II
mattina presto ci hanno messi in marcia.
destinazione, pare di capire, Buchenwald
o Dora-Mittelbaum
lontano più possibile dai russi
che avanzano dalla Slovacchia
e hanno già preso Poznań, Breslavia.
lontano più possibile dai russi – dio ci scampi.
quelli, sentiamo dire, non fanno prigionieri
discendono dagli Unni, sono sanguinari,
stupratori, brutti.
magari ad Occidente c’è speranza
che accorrano gli americani a liberarci
(se prima non la smettono di bombardarci)

al diavolo anche loro, maledetti tutti!

 

la libertà dell’uomo

straniero amico compagno di questa sciagura senza senso
è qui che si separano le nostre strade. addio.
Tu nella luce scegli, in luminoso viaggio e io qui nel buio,
ancora qui nel buio che brancolo per martoriate
insanguinate terre appiccicato a cosa poi nemmeno io lo so
se è istinto di sopravvivenza o solo per paura della morte
o per vigliaccheria di non sapere opporre estrema libertà
al carnefice, la libertà dell’uomo ch’è sì cara, amico,
la libertà dell’uomo ch’è sì cara.

di Te che non conosco nome, nazionalità so quanto basta
so la parola dello sguardo millenaria antica nella sofferenza
e so la breve intensa gioia, l’incanto che si prova se a rapirci,
se a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore,
una bellezza che dia senso, amico, come quella sera
che puntavamo al cielo gli occhi e ci sorprese
il pieno delle stelle immenso il firmamento

 

 

***

12 pensieri su “Sulla strada per Leobschütz”

  1. è vero quello che scrive Marco. Ho da poco ricevuto il libro dalle mani di Daniele Santoro: l’impressione è buona, ed il lavoro è molto forte, nonostante la ormai enorme letteratura in proposito. Intanto, per ora, complimenti a Daniele. E saluti alla Dimora.

  2. Ringrazio ancora Daniele per avermi donato questo suo ultimo lavoro , certamente uno dei libri più concreti tra i tanti letti in questi ultimi anni . Concreto sotto tutti i punti di vista ; segnatamente per l'”umano”, che è un gran bel punto a ben pensare , una postazione privilegiata nel cuore che evidentemente Daniele sa frequentare con profitto .
    E grazie alla Dimora , naturalmente .
    leopoldo –

  3. Cari amici RM, Marco, Manuel, Leopoldo e Natàlia,
    grazie per la cortese attenzione e per le belle parole.
    Un grazie particolare a Francesco per l’ospitalità e per la cura del post, e a icittadiniprimiditutto per il rinvio all’omonimo sito.

  4. ho trovato queste poesie veramente belle per intensità e per contenuto, ma anche per la forma e per la testimonianza
    di una verità difficile e nuda.

    un caro saluto alla *Dimora* e al mio caro Francesco
    c.

  5. il libro di Daniele Santoro è davvero di alto livello. la riduzione dello scarto temporale è, a mio parere, riuscitissima; la capacità dell’autore di portarci sui e nei fatti /sì, conosciuti, ma al contempo diluiti dalla ripetizione/ è notevole, senza dimenticare versi e poesie che ci lasciano in una sorta di sospensione come nella bellissima “la libertà dell’uomo”.
    insieme all’ultimo libro di Manuel Cohen “Winterreise” tra le più belle cose che ho letto.
    complimenti.

    un abbraccio

  6. Questo di Daniele è un libro veramente “importante”, per quel che mi riguarda. Uso l’aggettivo “importante” soprattutto nella sua accezione etimologica – di cosa che va “portata dentro”, e che, conseguenzialmente, costringe all’ascolto, lo impone, in primo luogo in virtù della sua natura sostanzialmente “inter-essente”. Nei blog a cui ho rimandato coi links inseriti nel corpo del post troverete delle discussioni molto articolate in merito alla materia del libro, alle ragioni della sua composizione e alle finalità di un progetto che chiama il documento storico (o storiografico), nella sua nuda oggettività, a farsi materia di (ri)elaborazione poetica – in ultima analisi, a farsi strumento per nuove osservazioni sui tessuti ancora ulcerati e sanguinanti di un “oggetto” che si credeva di aver affidato per sempre alla memoria, come un lascito definitivamente repertato e imbalsamato.
    Io aggiungo a quanto è stato detto, e in alcuni casi in modo veramente egregio, che l’opera si iscrive all’interno di un orizzonte etico che fa riferimento alla lezione arendtiana – sia in modo diretto che indiretto: lo sguardo (e il pensiero che lo sostiene) rigetta la dimensione del “male” come “abisso”, la consolatoria e mistificante accettazione dell’ipostasi che trascende ogni comprensione, per legarsi strettamente agli oggetti, alle situazioni e ai particolari più usuali e insignificanti. particolari che la focalizzazione interna ai versi fa poi deflagare, spargendo nelle pagine tutto il carico di orrore consuetudinario che si trascinano tra le pieghe e le piaghe della storia.

    fm

  7. Da tener d’occhio, poi, in chiave interpretativa, l’indizio che l’autore semina, in apertura del libro, ponendo in esergo i versi di Celan che ho riportato sopra. E’ un segnale per me chiaro, e non certo secondario, di alcune ragioni dell’opera. Ma qui si aprirebbe tutto un altro discorso, di ben altra natura: quello dei “rapporti” e dei legami sotterranei che questi testi intrecciano con tutta la tradizione poetica sull’argomento.

    fm

  8. Grazie, Carla e Alessandro, del vivo apprezzamento e ancora un grazie, Francesco, per la tua profonda e ‘filosofica’ lettura, soprattutto quando scrivi “che l’opera si iscrive all’interno di un orizzonte etico che fa riferimento alla lezione arendtiana” e che “lo sguardo (e il pensiero che lo sostiene) rigetta … la consolatoria e mistificante accettazione dell’ipostasi che trascende ogni comprensione”.
    Saluti alla “Dimora” tutta. (d.s.)

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