Poethree

Luca Artioli
Fabio Barcellandi
Andrea Garbin

Non ci sono abbastanza lingue nel mondo per la poesia, non ci sono abbastanza voci, non abbastanza parole, non abbastanza linguaggi. Così come il vuoto-spazio in cui si espande costantemente e il vuoto silenzio in cui incessantemente versa, la poesia è inesauribile. La poesia vuole essere in grado di comprendere ogni cosa, a dirla tutta, vuole e non vuole il mondo secondo il suo capriccio. Anela all’impossibile unione fra parola e carne, o, come suggerisce Barcellandi, all’inverso di questa possibile relazione. Forse questa magia non potrà mai accadere, ma volere che accada è l’unica cosa che potrà mai capitare a un poeta. Se la poesia non è magia, se non possiede poteri divini, non è nulla. Se non può fare accadere le cose, è solo una parte di quella montagna di merda che è tutto il resto. Noi poeti, non crediamo in nulla di umano. Tutto l’umano ci è alieno e noi vogliamo solo uscire da ciò che è umano e andarcene il più lontano possibile. Il linguaggio, ancora più alieno degli alieni, è il nostro assistente, il nostro collaboratore. Noi poeti, non crediamo in nulla, se non nella remota e sacra possibilità di diventare angeli e abbandonare così la nostra razza e il nostro pianeta. Guardateci. Guardate come ce ne andiamo.

Essere un poeta significa condividere, o almeno provarci, l’insaziabilità della propria arte. Questo vuol dire essere sempre delusi da come stanno le cose, essere sempre disgustati da come le cose sono andate finora. Significa essere un attore con un infinito appetito per le novità, per le nuove immagini e i nuovi suoni, significa essere un attore dall’inesauribile energia per la ricerca e lo scarto, cercando e scartando sempre nuove forme e nuove sonorità. Significa anche saper riconoscere che ogni novità si esaurisce nella sua iterazione e deve essere immediatamente abbandonata in favore del successivo atto creativo, quello che ancora non si è verificato. La poesia è una pratica di totale distacco dal passato, di totale disprezzo per il presente, di totale orientamento verso il futuro e verso ciò che sarà.

(Dave Lordan, dalla Prefazione)

 

L. ArtioliF. BarcellandiA. Garbin, Poethree
Introduzione di Dave Lordan
Traduzioni di Fabio Barcellandi e Dave Lordan
Pesaro, THAUMA Edizioni, 2011

 

Testi

 

Luca Artioli
(da: Dimore notturne / Nocturnal homes)

 

CARTAGENA

L’amore silenzioso
che sei, che posso darti,
è un bruciare di cera, dove
le stagioni a poco
a poco si annottano
di altri letti, come un segreto,
da trattenere, quasi fosse un rito
o un debito dovuto alla poesia, che
nella pausa della fiamma
si acquartiera qui, a Cartagena:
un porto senza tempo, dove
colme si fanno le distanze e lucida
lucida è sempre la percezione della tua
prossima fuga.

 

CARTAGENA

The silent love
that you are, that I can give you,
is melting wax

where
minute by minute
the seasons darken

from other beds, like a secret rite
to be kept at all costs

or like a debt owed to poetry
which in the gap between wars
is headquartering here, in Cartagena:
a port where no-one knows what time it is
and where distances brim

where the light is always the light
that’s revealing the route
of your next flight.

 

*

 

TI RESPIRO

Mi perdo a respirarti, spesso
senza chiederti indietro alle ore:
sei prodiga d’ossigeno, di parole
a strappi, di ragioni che
non mi sono dovute, eppure lì
tenute sulla soglia del silenzio
alla debita distanza, con l’intento
d’affogare nei polmoni, perché
non è sempre sapendo -mi dici che
ci si ama onestamente.

 

I BREATH YOU

you are oxygen rich,
you are rich with shredded, howling sentences
with reasons you don’t owe me

yet I lose myself in-breathing you,
often without even being near you
while being held back at the rim of your silence

at the prescribed distance, inhaling and exhaling
the want]
to be diving into your nostrils
to be drowning into your lungs.

You have told me
more than once
so that I will always remember it

that this true love between us
is not always knowing it.

 

*

 

DEL TUO NOME UN FIORE

È domenica, il cielo di rondine
con la tua voce ancora vicina
all’orecchio, come fosse incisa
nel profumo del pane: mi chiedi
il perché dello stoicismo, dell’essere
amanti (tiranni di se stessi)
e poi mi stringi fra le ginocchia,
senza risposte da ascoltare

facendo del tuo nome un fiore.

 

OUT OF YOUR NAME…

It’s Sunday, the sky full of swallows
with your voice all through it

is near to me still,
to my eye and my ear,
to all of my entrances

the way it were spliced
into the scent
that rises
from Sundays and bread.

You ask me to explain Stoicism,
to reason our being lovers
(private tyrants to each other)
and then you haul me down
between your legs
don’t speak listen

listen

a flower bursting out of your name.

 

Fabio Barcellandi
(da: Miscredenze / Unbeliefs)

 

BENE O MALE

Il male
non desidera il tuo
male
desidera che
s[t]ia male
come lui

il bene
desidera il tuo
bene
non desidera che tu
s[t]ia bene
come lui

 

GOOD OR BAD

Evil
don’t want me
evil
want
me bad[ly]
as me

good
want me
well
don’t want my
good[ness]
me

 

*

 

LA CREAZIONE

Ciò che io scrivo
Puzza
Lo so
Ma che ci posso fare?
L’atto creativo
È un orgasmo
E da che mondo è mondo
E da che gli uomini “sono” tali
Un orgasmo
Dal più intenso
Al più squallido
Dal più ortodosso
Al più trasgressivo
Termina con un’eiaculazione
Di viscido
Maleodorante
Sperma

 

THE CREATION

Everything I write
Stinks
I know that
But what can I do?
Each creative act
It’s an orgasm
And ever since the Creation
And ever since man is “a man”
every male orgasm
From the most intense
To the dingiest
From the most orthodox
To the most transgressive
Ends with an ejaculation
Of slimy
Smelly
Sperm

 

*

 

IL CREDO

la scrittura
più d’ogni altra forma d’arte
affascina poiché
da quando la parola si fece carne
permette alla carne
il ben più difficile processo inverso
credo

 

THE BELIEF

writing
more than any other art form
fascinates because
since the word became flesh
it allows our flesh
the much more challenging
reverse path

says I

 

*

 

TERRA, TERRA!

sangue
lacrime
feci
urina
pus
sperma
questa è vita
umori che vanno
umori che vengono
anima?
forse
spirito?
domani
quando la disidratazione
avrà fatto il suo corso
ma intanto
la vita è altrove

 

GROUND FLOOR!

blood
tears
feces
urine
pus
sperm
this is life
humors that come out
humors that go in
soul?
maybe
spirit?
tomorrow
when dehydration
will have run its course
but in the meantime
life is elsewhere

 

Andrea Garbin
(da: Lattice / Latex)

 

UN PENDOLO

È come il culo del silenzio
quel rintocco che odo ogni ora
a troncarmi il sonno
un temporaneo istante di follia
che si muove prepotente
tra un sogno e l’altro
una spina che punge la notte
la costante percezione
dello sfinimento
quando il silenzio interrotto muore
e il botto infrange la quiete
io mi rattrappisco
lascio che l’udito mi avvolga
indicibile tormento
lascio che mi avvolga
disteso nel dolce giaciglio
osservo il lucido ottone
cercare silenzi
e ogni volta che ne trova uno
il suo grido si sviluppa
a torcermi il ventre.

 

A PENDULUM

It’s like the arsehole of silence
that chime I hear every hour
truncating my sleep
a temporary moment of madness
a monster moving
between one dream and the other
a thorn that pricks the night
the constant perception
of exhaustion
when the broken silence dies
and the explosion shatters the peace
I shrink
I let hearing wrap my
unspeakable torment
let me be wrapped
lying in my sweet bed
I gape at shiny brass
searching for silences
and whenever I find one
his cry spreads
twisting my stomach.

 

*

 

LATTICE

E le mie mani ridiventano fango
il lattice che porto sugli occhi
fa pressione su pensieri stretti
come succhiare l’impasto delle ossa
una vigna in sacrificio musicale
si interpone tra le mie narici
e clavicola diviene, adolescente,
quel sottile grappolo di luce,
come pecore in gregge accodate
sulle ginocchia, amori, come ceci,
urlano il conato delle porte
entro il cuscino vidi un mare racchiuso.

 

LATEX

And my hands again become mud
while I blind myself with latex
putting pressure on my obsessions

how to suck the mixture of bone
as in how to sacrifice music in a vineyard

the latex self-erects between my nostrils
turns my clavicle adolescent

that slim beam of light
as flocked sheep queue

on knees, love, like chickpeas,

docks, heaving, scream

within the pillow I saw a sea enclosed.

 

*

 

PET

La mia voce è una libellula
che graffia il fondo di bottiglia
che scambia le lastre di marmo
per questo lattice di Persia
una bottiglia di pet
come lo sono le parole
che ci scambiamo questa notte
come le ali trasparenti
che frusciano accanto al mio letto.
Era il passatore
che vogava in quei fondali
mimetizzato tra i giunchi
dove rantola il respiro
era il passatore
che afferrava le caviglie
e tirava sotto.

 

P.E.T

My voice is a dragonfly
glued to the bottom of the bottle
exchanging the marble slabs

for Iranian latex
a bottle made of P.E.T

as are the words
we exchange tonight

like the transparent wings
rustling by my bed
it was the smuggler

rowing in those depths
camouflaged in the reeds
where breath gasps

it was the smuggler
grabbing ankles
pulling under

 

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Note biobibliografiche

Luca Artioli nasce a Mantova nel 1976, dove tuttora vive. Il suo motto: «Anche il più lungo dei viaggi inizia da un piccolo passo» (Mao Tse-Tung). Dal 2001 scrive su riviste on-line e siti a carattere letterario (come “Lietocolle” e “Salotto Letterario”), curando rubriche dedicate a scrittori affermati ed esordienti. Di recente apertura il weblog “Il Divano Muccato”: un luogo comodo per gli autori che vogliono “sedersi” e parlare liberamente di sé.
È stato l’ideatore e il socio fondatore della “Confraternita dell’Uva”, gruppo letterario di scrittori mantovani/modenesi/comaschi. Attualmente fa parte del “Movimento dal Sottosuolo”, gruppo per l’unione delle arti, con sede a Montichiari (BS). Il suo sito internet ufficiale è http://www.lucaartioli.it
I suoi libri:
Fragili Apparenze (Poesie – TCM, Mantova 2005);
Suture (Poesie – Ed. Fara, 2011).
Le antologie in cui è presente:
THE SLEEPERS – Racconti tra sogno e veglia (Racconti AA.VV. – Ed. Azimut, 2008);
Il rumore degli occhi (Racconti AA.VV. – Edizioni Creativa, 2009);
365 racconti erotici per un anno (Racconti AA.VV. – Ed. Delos Books, 2010);
Salvezza e impegno (Poesie AA.VV. – Ed. Fara, 2010).

Fabio Barcellandi nasce a Brescia nel 1968. È parte del gruppo di poeti e artisti che anima gli incontri presso il Caffè Galeter di Montichiari, dove si è esibito in diverse occasioni: dai timidi esordi, agli ultimi affondi. È a tutti gli effetti un poeta del sottosuolo. Dicono vada a braccetto con la morte…
Collaborazioni:
Collabora con Beppe Costa, col quale organizza, a Roma (e non solo), gli incontri “Poeti dallo spazio” presso la libreria Pellicanolibri. Conduce laboratori di composizione e scrittura poetica per la Cooperativa Zeroventi con gli studenti della scuola secondaria di I° e II° grado. È membro del gruppo POESIAinCIVILE. Con Andrea Garbin è curatore della Lombardia per la “collana poetica itinerante” di Thauma Edizioni.
Pubblicazioni:
Alcuni suoi testi sono apparsi nell’antologia Il mercante d’inchiostro (Farnedi Edizioni, 2006), Tutti i colori dei bambini (Montag, 2008) e Quinto colore e 365 piccoli giorni (La Scrittura creativa di Opposto, 2009). Ha inoltre pubblicato una prima silloge Parole alate (Cicorivolta, 2007) e la seconda Nero, l’inchiostro (Montag, 2008). Suoi racconti sono apparsi su “Writers Magazine Italia” e “MacWorld”. Di prossima uscita, la raccolta di poesie Folle, di gente (Montag, 2011).
Premi:
Nel 2008 vince il Premio Solaris che gli vale la pubblicazione della raccolta poetica Nero, l’inchiostro. Nel 2009 riceve il Prix Teranova per la poesia.
Traduzioni:
ha tradotto dall’inglese poesie di Dave Lordan (Irlanda), Dianne di Prima (U.S.A.) e Richard Tillinghast (U.S.A.); dal portoghese poesie di Mário Quintana (Brasile); dallo spagnolo poesie di Violeta Camerati (Cile). Traduce anche dal francese.

Andrea Garbin vive e lavora in provincia di Mantova. Ha pubblicato le raccolte di poesie Il senso della musa (Aletti, 2007) e Lattice (Fara, 2009) e racconti sulle antologie Per natale non esco (TranseuropaLibri, 2008) e Il rumore degli occhi (Edizioni Creativa, 2009). Un estratto della silloge Croce del Sud è inserito nell’antologia Salvezza e impegno (Fara, 2010). Nel 2010 ha curato la seconda edizione del romanzo La fonte del fabbro (Lampi di Stampa) di Fabrizio Arrighi. Nello stesso anno è inserito nell’e-book Calpestare l’oblio: cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale.
Dirige gli incontri letterari presso il Caffè Galeter di Montichiari (BS) con numerosi poeti e artisti locali. Collabora inoltre con Beppe Costa e con “Casa della poesia” di Baronissi, in particolar modo con Jack Hirschman e Paul Polansky, e ha co-curato l’edizione di Anche ora che la luna (Multimedia Edizioni, 2010) di Beppe Costa.
A Roma incontra Fernando Arrabal, per cui ha tradotto, in dialetto mantovano, i poemi Ma fellatrice idolâtrée e Clitoris. Il 19 giugno del 2010 ha dato alla luce il Manifesto Letterario dal Sottosuolo sottoscritto da una dozzina di autori. È uno dei “Poeti dallo spazio”. Con Fabio Barcellandi è curatore della Lombardia per la “collana poetica itinerante” di Thauma Edizioni. Per il teatro, ha collaborato con il Living Theatre e, nel 2010, partecipato al baratto culturale presso i Trivellini di Montichiari (BS) diretto da Kai Bredholt dell’Odin Teatret di Holstebro.

Dave Lordan è il principale poeta irlandese multigenere, con una reputazione di eccellenza innovativa sia sul palco che sulla pagina. Ha partecipato a molti importanti festival letterari in patria e all’estero. La sua prima opera, The Boy in The Ring (Il Ragazzo nel Cerchio) (Salmon, 2007), è stata la prima raccolta a vincere sia il prestigioso premio “Patrick Kavanagh” che il premio “Strong” come migliore opera prima di uno scrittore irlandese. È stato anche selezionato per il premio di poesia del giornale “Irish Times”. La sua seconda raccolta Invitation to a Sacrifice (Invito a un sacrificio) (Salmon Poetry, 2010) è stata definita dall’“Irish Times”: “un atto di resistenza culturale, altrettanto brillante sulla pagina come deve esserlo senz’ombra di dubbio in performance”. La compagnia teatrale “Eigse Riada” ha prodotto il suo primo dramma, Jo Bangles, al Teatro “Mill” di Dundrum nel 2010. Di prossima uscita sono The First Book of Frags (Il Primo Libro di violente uccisioni) per la Wurm Press nel novembre 2011 e la sua prima raccolta di racconti Out of My Head (Fuori di testa) per le edizioni Salmon nell’estate 2012.
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40 pensieri su “Poethree”

  1. “Essere un poeta significa condividere, o almeno provarci, l’insaziabilità della propria arte.” [Dave Lordan]

    Essere Poeta, dico io, significa condividere anche l’insaziabilità dell’arte altrui, così come È Francesco Marotta che oggi ci ospita in questa Dimora, così come È Chara Daino che mi ha fatto conoscere Francesco e Rebstein. Grazie infinite a entrambi, infinite Grazie. Voi!

    Fabio

      1. Ciao Francesco :-)

        Sì, io ho colto soprattutto quella provocazione, che mi ha riportato alla mente un saggetto di Girard, “il solipsista”:

        “Ma perché Camus aspira contemporaneamente alla solitudine e alla vita in società? Perché è a un tempo attratto e respinto da “gli altri”? In realtà questa contraddizione è inerente a ogni personalità romantica: il romantico non vuole veramente essere solo, vuole “che lo si veda” scegliere la solitudine. [..] Solo che questa coscienza orgogliosa si rifiuta di riconoscere apertamente il fascino che su di essa esercitano gli altri”

        Ovvero la “montagna di merda”.

        Io penso che grandissima parte dei poeti, specie giovani e ben poco “calcinati” dalla vita, sia essenzialmente romantica in senso girardiano, naturalmente con i dovuti aggiornamenti stilistici, di natura superficiale e mimetica. Questo ai miei occhi non è un difetto – penso che in fondo si debba partire da lì. Soltanto che a tale livello ci si gratifica davvero troppo per potere realmente offrire “qualcosa” ad altri che non facciano parte dello stesso gioco, e malinteso.

        Quindi all’aut aut: “se non possiede poteri divini, non è nulla”, beh io opto per il nulla.

  2. Il saggio di Lordan è molto interessante e offre parecchi spunti di riflessione. Era impossibile riportarlo tutto, così ho optato per la parte iniziale che contiene una “provocazione” che, secondo me, non è assolutamente fine a se stessa: se la poesia è un’arte che si limita a riprodurre l’ordine esistente, fino a farsene (in)consapevole strumento di comunicazione, ciò che produce lo si può chiamare anche in altro modo, ma la sua sostanza di m. non cambia sicuramente.

    fm

  3. la fine del primo paragrafo del saggio mi ha fatto venire in mente questo:

    “per conto mio non escludo affatto che vi sian stati dei poeti che hanno conquistato se stessi, prima di aver cominciato a scrivere, o che conquistarono se stessi scrivendo. d’altra parte è altrettanto certo che se l’esistenza del poeta come tale trascorre nelle tenebre, questa la conseguenza di una disperazione, non portata fino in fondo, di uno spirito che non può raggiungere la sua vera trasfigurazione. l’ideale poetico è sempre un falso ideale, poiché il vero ideale è sempre quello reale. quando allo spirito nn viene permesso di elevarsi al mondo eterno dello spirito, esso rimane a mezza strada e gode delle figure che si disegnano nelle nuvole e piange sulla loro fugacità. l’esistenza del poeta è perciò una esistenza infelice; è più alta delle cose finite, eppure non si eleva all’infinito. il poeta vede gli ideale ma deve fuggire lungi dal mondo per gioirne; nn può portare le divine figure che ha in sé nel mezzo dello scompiglio della vita […]” Kierkegaard, Aut Aut

    ciao!
    lorenzo carlucci

    1. Buona sera Lorenzo, davvero un interessante collegamento, rimembranza? Non condivido però quanto dice Kierkegaard, se non in riferimento a una fase dell’esistenza di un poeta. Quanto citato è in effetti reale, ma non definitivo; il percorso di un poeta è in costante itinere, un falso ideale potergli attribuire un inizio, figuriamoci una fine.

  4. Elio, credo di comprendere il senso di quanto scrivi e di poterlo, in generale, sottoscrivere senza nessuna difficoltà. Credo anche, comunque, nell’assoluta necessità della contestualizzazione – nel nostro caso, di un termine all’interno del discorso complessivo che si va facendo: quel “divino” che soltanto se isolato e assolutizzato può risultare urticante. Lordan rivendica per la poesia, a buon titolo, lo statuto di arte – sia pure erratica e transitoria, così come la prefigura: l’arte di “far accadere le cose”, di spostare in continuazione, sempre un po’ più avanti, l’orizzonte del senso, della significazione e della percezione del reale. Questo il “miracolo” che rivendica – e da qui il “divino” di chi lo produce: cioè di colui il quale, azzerando ogni tradizione, si fa tradizione a se stesso, ben sapendo che quell’atto è destinato, per sua stessa natura, ad essere rigettato, superato – in un “gioco” infinito dove ciò che conta è la ricerca, l’oltranza.
    In ciò io non leggo aneliti romanticamente metafisici o ipostatizzazione di energie taumaturgiche rivendicate alla “parola che crea”: piuttosto, la pro-posizione di una parola aperta all’incontro e al meticciato di arti ed esperienze in divenire.

    Forse il termine (divino) dà un po’ fastidio, ma se le cose stanno come ho detto io, e se ci rifletti bene, io trovo che in questa “prassi” (o in qualcosa di non molto lontano) risieda anche il senso (o parte del senso) della ricerca che anche tu vai portando avanti da anni con la tua “pittura”: l’evento che crei con le tue linee e i tuoi colori, reca, ai miei occhi, tracce (a volte probabilmente inconsce) del “luogo” dove si dà la prima nominazione: cioè: del luogo “dove le cose accadono” e, nel loro accadere, sono già altro, sono già sentieri di fuga in vista di altri incontri.

    Ma, può darsi benissimo anche ciò, forse ho letto male io: tanto il saggio di Lordan, che conosco da poco, quanto il percorso del tuo peregrinante-opus-in-fieri, che seguo da sempre con grande attenzione e piacere, traendone anche non pochi spunti di riflessione e di ispirazione.

    Quanto al “nulla”: non lo disprezzo affatto -non fosse che per il fatto, così come afferma il mio filosofo di riferimento, che “non ha mai dichiarato guerra a nessuno” :)

    Un saluto.

    fm

    1. Credo di poter confermare la tua lettura Francesco e la relativa analisi delle parole di Dave Lordan, non solo perché hai avuto modo di leggere il suo contributo integrale, ma perché in un certo modo, già nel secondo paragrafo dello stralcio da te pubblicato, è contenuta una sorta di risposta che avalla le tue riflessioni in merito.

  5. Confidavo che avresti compreso bene, caro Francesco, e così (stavolta :-) è stato. Sì, “contestualizzare”: esiste una formulazione “fine” (esprit de finesse) che con mano sicura delinei, ed esiste una formulazione grezza, che definirei con Bourdieu “violenza simbolica”, oppure marketing, propaganda, imposizione carismatica, relazione complementare (Bateson) o adulto-bambino (Berne) alla quale dirò sempre “no cazzo!”. Mi piace molto il tuo gradire il nulla, io mi sento sempre davvero vicino al nulla, veramente la mia pittura non riesce ad allontanarsene che per piccolissimi salti, immediatamente richiamati a terra dalla gravitazione della già fatto (per voi si tratta del già detto :-) ormai così imponente. Ma è la condizione del nostro tempo: l’asticella da superare viene in effetti spostata disperatamente in alto. Ma adesso deliro un pochino, perché ho festeggiato fino a poco fa con gli amici la vittoria dell’Italia, che crassa soddisfazione! Azz, domani si lavora, dunque buona notte! :-)

  6. Se leggessi in un altro contesto, non tanto la parola “divino”, quanto il seguente passaggio : “Noi poeti, non crediamo in nulla di umano. Tutto l’umano ci è alieno […] Noi poeti, non crediamo in nulla, se non nella remota e sacra possibilità di diventare angeli e abbandonare così la nostra razza e il nostro pianeta. ” non andrei oltre. Ma all’interno di una prefazione, legata ciòè ad una lettura di testi dei quali diventa, diciamo così (visto che siamo sul divino), consustanziale, credo anch’io vada letta come fa Francesco nel suo commento illuminante. Per es. quel “diventare angeli”, che di primo acchito mi fa pensare a “L’angelo necessario” di Stevens..ma non solo:Klee, Rilke ecc.., lo lego ai versi della poesia “Il credo”(poesia che mi piace molto), perché l’angelo è il messaggero della soglia (del mistero e dell’invisibile), rappresenta il passaggio dalla cosa all’invisibile:
    “da quando la parola si fece carne /permette alla carne/il ben più difficile processo inverso/credo” (con quel “credo” spezzato e isolato alla fine, che è sia dubitativo, sia professione di vera e propria fede.. o inizio).
    Anche il rapporto con la “merda” assume un rapporto di condivisione e di metterci mano trasformando e materializzando in altro materiale, per es. come avviene in PET e Lattice (piaciute entrambe)

    Un caro saluto

    1. Buona sera Margherita, grazie per essere andata oltre nella tua lettura e per la tua disanima [che non è privativo, anzi]. In effetti la poesia per me è come minimo ossimora, il dubbio non esclude il credo, la miscredenza non esclude la fede, gli opposti non si escludono, non si attraggono, coesistono anche altri poli…

  7. In tutti quest’anni di ruvido avvicinamento ai poeti, ho scoperto una dissonanza persistente e foriera di malintesi. E’ come se certi messaggi, non della poesia, ma del meta-discorso che la circonda, agissero in maniera molto differente in me rispetto alla comunità (allargata) dei poeti. E’ forse una questione d’identificazione profonda? Può essere banalmente correlata al fatto che, non essendo io poeta, mi sento “situato” dal presente discorso nella “montagna di merda”. Pur con tutte le distinzioni e comprensioni della contestualizzazione, il principio offensivo, ovvero la posa superomistica, razzista ma evidentemente velleitaria, contenuta nel meta-testo di sopra mi impedisce praticamente di “aprirmi” alle poesie che seguono. Perché dovrei dedicare il meglio della mia sensibilità e comprensione a coloro che sembrano configurarsi come una manica di stronzi dall’ego smisurato? Ora io lo so benissimo che essi probabilmente non sono tali, che fanno semplicemente uso di dispositivi retorici ammessi dall’attuale configurazione del campo poetico. Ma le attenuazioni da neocorteccia quanto riescono a scendere nelle viscere? Guardate questo thread: vi vedo stare tutti al gioco (pazientemente, ciascuno sembra aspettare il suo turno) vi vedo inchinarvi, docili e “costruttivi”, davanti a una simile posa. Vi inchinate quasi sempre a dire il vero, come se una proposta dovesse sempre essere soltanto “positiva”, come se la cultura dovesse sempre essere positiva. Nei confini del gruppo s’intende, perché al di fuori c’è quella montagna. Così ci ho lasciato il mio ghigno. Che Francesco ha questa volta ha accolto e soltanto in parte corretto (btw cancello virtualmente il mio secondo commento, compromesso dalle false “illuminazioni” dell’alcol). E mi sembra significativo che gli ospitati parlino solamente a Francesco, non dicendo assolutamente nulla: cerimoniali di “riconoscimento”, forse alleanze in embrione. Insomma piaciuto tutto anche a me, ma per motivi opposti.

    1. Buona sera Elio, ti chiedo scusa se hai pensato che ti si accomunasse alla montagna di merda. Non posso certo parlare per Dave Lordan, ma dubito che pensasse a te, dubito che pensasse a chiunque dei presenti e futuri, nell’utilizzare quell’espressione. Quanto già detto da Francesco sin qui e oltre, non posso che quotarlo, ha perfettamente inteso e il tono e le intenzioni della nota introduttiva. Ribadirlo, da parte mia, ossessivamente di commento in commento lo ritengo ridondante.
      Se però avessi piacere a provocare i miei testi, invece, sappi che mi farebbe davvero un immenso piacere.
      p.s.: gli insulti contenuti nella tua provocazione qui sopra, non mi appartengono, non li recepisco, non li comprendo, tu non mi conosci e quanto dici si riferisce piuttosto a un cliché, a un stereotipo che francamente disconosco. Il fatto stesso che [a tuo dire] non abbia io rispettato una [blog]etichetta, che invece tu sembri conoscere a menadito, la dice lunga sulle rispettive appartenenze… non mi sono inchinato a te come invece avrei dovuto?

  8. 1)

    Elio, l’equivoco di fondo, secondo me, nasce dalla “tua” interpretazione di quella “montagna di merda”: che è riferita, solo e unicamente, alla cultura poetica odierna complessivamente intesa: è da questa che l’autore prende le distanze, da quella reiterazione di istanze e canoni che sono la morte di ogni “ricerca” e l’emarginazione di ogni voce che a quella reiterazione non risponde, anzi muove scientemente alla sua disarticolazione e demistificazione.

    Ora, dato che io pubblico solo cose che, anche approssimativamente, condivido, se ne può facilmente dedurre qual è il mio pensiero in proposito…

    Della serie: “io so e ho le prove”.

    fm

  9. Salve amici!
    Scusatemi, sono stato lontanissimo dal computer e spero di recuperare nella lettura dei tanti post.
    Comunque, interessantissimo questo post che ho letto tutto d’un fiato.
    E, allora, dico ciò che penso in merito :-)

    1- […Il poeta è un maldestro acrobata che si allena e si perfeziona in sicurezza per poi fare il “numero” senza attrezzature di salvataggio perchè non ha paura di morire; egli chiede soltanto attimi di attenzione da parte degli astanti perchè brama sfidare e mostrare la morte dell’inesprimibile al presente nell’umano indolente. Ogni poeta è sicuro che questa morte dell’ineluttabile e dell’inesprimibile non potrà mai distruggere il suo spirito, la sua voce, il suo sentire perché egli è angelo per divenire angelo negli altri che sono vissuti e che verranno ad incontrarlo…]

    2- [..Un nulla per sè non è mai un nulla per tutti e la poesia bada a vivere fuori del poeta in qualsiasi forma essa si esprima stilisticamente…]

    3- [… La poesia è vento di pensieri per restituire anima (anemos, gr.= vento) alle cose, alla carne, al tempo e non c’è vento che non abbia la sua innocenza nel mistero dell’indicibile e che non porti suono, fragore, sibili per testimoniare accadimenti (concreta fenomenologia) e che non diventi veicolo – attraverso l’immaginazione- per tralocare altrove le esperienze del vissuto: utili per rinvenire e rinvenirsi dagli affanni…]

    Un abbraccio nel perdono a tutti, Gaetano Calabrese dall’Irpinia.

  10. (E’ andata via la corrente, e addio punto due – forse non era importante…)

    Riprovo in sintesi e mi scuso anticipatamente per i riferimenti personali.

    2)

    Sono radicalmente anarchico da almeno quattro decenni; perseguo da sempre, nei limiti delle mie possibilità, in ogni luogo e momento della mia vita (rete compresa), la coerenza con quei valori che fin da bambino ho imparato a riconoscere come parte sostanziale della mia storia personale e della storia da cui provengo e di cui mi sento figlio; l’inesistenza e l’inappartenenza sono i contrassegni di queste scelte etico-politico- esistenziali, per le quali ho sempre pagato di persona:

    tutto questo per dire:

    che non accetto, nemmeno per scherzo, di essere accomunato a rituali, “giochi”, scuole, combriccole, mondi più o meno poetici e quant’altro: io sto proprio da tutt’altra parte – sempre – e posso dimostrarlo nei e con i fatti…

    fm

  11. @ Elio

    Non posso costringere le persone che intervengono a rivolgersi a tizio o a caio, ognuno agisce come meglio crede e di ciò, immagino, sa assumersi eventuali oneri (non credo nella malafede “preventiva” di nessuno).

    Non posso impedire a qualcuno di “ringraziare” per la pubblicazione dei suoi testi – anch’io ringrazio sempre sia coloro che mi permettono di postarli, sia coloro che intervenendo, a qualsiasi titolo, rendono animato il blog che, in caso contrario, potrebbe benissimo escludere il commentario e ridursi a una pura e semplice rivista telematica. Se ciò non è ancora avvenuto è perché, tra saluti e baci, di tanto in tanto è possibile leggere delle riflessioni critiche che arricchiscono la percezione e l’intelligenza dei testi proposti.

    Secondo me, ad ogni modo, ti sei perso qualche puntata perché è spesso successo, soprattutto negli ultimi tempi (si vede che, con l’età, “carisma” e “fascino” tendono inesorabilmente a scemare) che alcuni sono entrati senza salutare e *riverire* chi li ospita :))

    Ciao, caro.

    fm

    p.s.

    Mi piacerebbe, se possibile, parlare almeno un po’ dei testi che si leggono qua sopra…

  12. mumble.. sei sicuro Francesco? in tal caso :-x
    Peccato però, perché sarebbe stato un buon spunto polemico, se qualcuno fosse stato al gioco :-)
    Un caro saluto!

  13. per elio che scrive: “vi vedo stare tutti al gioco (pazientemente, ciascuno sembra aspettare il suo turno) vi vedo inchinarvi, docili e “costruttivi”, davanti a una simile posa.” volevo sottolineare che la mia citazione di kierkegaard era polemica (nei confronti di alcuni passi di lordan. forse non era chiaro. così, tanto per non farti sentire solo. a meno che questo non rovini la tua “posa”. ;)

    lorenzo

  14. Hai ragione Lorenzo, e la mia posa è ormai compromessa però la intendevo come iniziale, per qualche schermaglia di reciproco allenamento. Con buona coscienza perché faccio agli altri ciò che vorrei facessero a me, ovvero attaccar briga su qualsiasi punto che sembri debole, se poi si dimostra forte tanto meglio. Un po’ di caos e scivolate per me ci stanno bene nei commenti, ovviamente cercando di intuire i confini dell’accettabile nella dimora :-) Un caro saluto

    1. Elio, sappi che con me non hai bisogno di pose, vuoi tirare di scherma? Attacca un mio punto debole, te ne sono stati forniti parecchi più su, fra i testi poetici; trovo sleale che tu decida invece di attaccare chi non può difendersi perché assente giustificato, mentre ignori a bella pos[t]a, chi si palesa. Apposta?

  15. mah… i testi di barcellandi qui sopra mi paiono davvero deboli, piuttosto amatoriali, aforismi o pensieri messi in versi, e pensieri di ben poco conto (per dirla tutta: assai banali). ma una cosa davvero non capisco, meno di quanto capisca come si possa avere un’idea tanto ingenua della poesia, una cosa proprio non capisco, è perché mai lo sperma sarebbe “maleodorante”.

    lorenzo

  16. Lorenzo, forse non te ne sei mai accorto ma posso assicurarti che questo blog è proprio la dimora del “banale” -quindi, fattene una ragione: qui Barcellandi è a casa sua.
    Similia cum similibus – sic et simpliciter.
    Amen.

    fm

    p.s.

    Più che Kierkegaard, io avrei citato qualche passo giovanneo – di questi tempi fa più “nouvelle critique”.

  17. @Fabio B.

    Ho provocato un po’, è evidente.

    E non ha neppure funzionato tanto bene.

    E’ altresì evidente che ragionavo per stereotipi,
    mi interessava una possibile tipicità nella situazione
    in esame

    che noia però..

    1. Dici bene: “che noia però..” se non possiamo parlare di poesia… comunque, dato che, se non erro, potrebbe interessarti un mio commento a “quella faccenda girardiana”, provo ad accontentarti.

      Né io né Dave Lordan siamo giovani poeti [ma soprattutto io, per svariati motivi, non solo anagrafici], men che meno romantici, mai e poi mai: ‘ben poco “calcinati” dalla vita’, purtroppo! La montagna di merda non sono gli altri, ma soprattutto noi, che scriviamo poesia – e siamo tanti, credimi, qualcuno dice troppi – se non riusciremo nell’impossible, unione fra parola e carne o all’inverso, possibile!

      1. E dunque la mia è stata una travolgente sequenza di interpretazioni affrettate.. certamente non dovrei leggere e scrivere così di getto, d’altra parte su Internet finisco spesso per muovermi un po’ come in trance, a meta strada fra la lettura e la proiezione arbitraria. Questione anche di tempi e di sostenibilità, a fronte di un’abbondanza schiacciante. Rileggerò meglio!

  18. @Fabio B. (2)

    Non ho giudicato i testi poetici perché non ne ho la competenza.

    A me interessava più che altro quella faccenda girardiana, prendendo spunto dal testo di presentazione. E perché mai Lordan dovrebbe venire qui a “difendersi”? Mica ho attaccato lui.

    Se uno per esempio mettesse una mia opera grafica sul proprio blog, aggiungendo in calce che la considera una cagata pazzesca, egli non attaccarebbe me, bensì una mia opera. Non richiederei neppure di essere avvertito: nel momento in cui espongo una mia opera al mondo, sostanzialmente in copyleft, lascio che vada incontro a tutti i suoi destini. Non ne tengo la contabilità.

  19. Aggiungo che sono un po’ pentito dell’entropia che ho provocato in questo thread. Me ne scuso con Francesco, ed anche con Fabio. Pensavo che il confronto sarebbe potuto scorrere più fluido e disinvolto. Invece arranco e vorrei chiudere qui la faccenda.

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