I cani romantici (I)

Roberto Bolano

Roberto Bolaño

LOS PERROS ROMÁNTICOS

En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país
pero había ganado un sueño.
Y si tenía ese sueño
lo demás no importaba.
Ni trabajar ni rezar
ni estudiar en la madrugada
junto a los perros románticos.
Y el sueño vivía en el vacío de mi espíritu.
Una habitación de madera,
en penumbras,
en uno de los pulmones del trópico.
Y a veces me volvía dentro de mí
y visitaba el sueño: estatua eternizada
en pensamientos líquidos,
un gusano blanco retorciéndose
en el amor.
Un amor desbocado.
Un sueño dentro de otro sueño.
Y la pesadilla me decía: crecerás.
Dejarás atrás las imágenes del dolor y del laberinto
y olvidarás.
Pero en aquel tiempo crecer hubiera sido un crimen.
Estoy aquí, dije, con los perros románticos
y aquí me voy a quedar.

I CANI ROMANTICI

A quel tempo avevo venti anni
ed ero come impazzito.
Avevo perduto un paese
ma mi ero costruito un sogno.
E possedendo quel sogno
tutto il resto non aveva importanza.
Né lavorare né pregare
né studiare fino a notte fonda
insieme ai cani romantici.
Quel sogno dimorava il vuoto del mio spirito.
Una casa in legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
Di tanto in tanto ritornavo dentro me
e facevo visita al sogno: una statua eternata
in liquidi pensieri,
un verme bianco che si contorceva
come in amore.
Un amore senza freni.
Un sogno dentro un altro sogno.
L’incubo mi diceva: crescerai.
Lascerai dietro di te le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un crimine.
Sono qui, dissi, insieme ai cani romantici
e qui intendo restare.

*

AUTORRETRATO A LOS VEINTE AÑOS

Me dejé ir, lo tomé en marcha y no supe nunca
hacia dónde hubiera podido llevarme. Iba lleno de miedo,
se me aflojó el estómago y me zumbaba la cabeza:
yo creo que era el aire frío de los muertos.
No sé. Me dejé ir, pensé que era una pena
acabar tan pronto, pero por otra parte
escuché aquella llamada misteriosa y convincente.
O la escuchas o no la escuchas, y yo la escuché
y casi me eché a llorar: un sonido terrible,
nacido en el aire y en el mar.
Un escudo y una espada. Entonces,
pese al miedo, me dejé ir, puse mi mejilla
junto a la mejilla de la muerte.
Y me fue imposible cerrar los ojos y no ver
aquel espectáculo extraño, lento y extraño,
aunque empotrado en una realidad velocísima:
miles de muchachos como yo, lampiños
o barbudos, pero latinoamericanos todos,
juntando sus mejillas con la muerte.

AUTORITRATTO A VENT’ANNI

Mi lasciai andare, lo afferrai in corsa e non seppi mai
dove avrebbe potuto condurmi. Ero terrorizzato,
con lo stomaco allentato e la testa che mi ronzava:
credo fosse il respiro freddo dei morti.
Non lo so. Mi lasciai andare, pensai fosse un peccato
finire così presto, ma d’altra parte
quel richiamo misterioso e suadente io l’avevo sentito.
O lo senti o non lo senti, e io l’avevo sentito
a tal punto che quasi piangevo: un suono terribile,
generatosi nell’aria e nel mare.
Uno scudo e una spada. Allora,
nonostante la paura, mi lasciai andare, mi misi guancia
a guancia con la morte.
E mi fu impossibile chiudere gli occhi e non vedere
quella scena bizzarra, lenta e bizzarra,
pur all’interno di una realtà vertiginosa:
migliaia di ragazzi come me, imberbi
o barbuti, ma tutti latinoamericani,
che accostavano le loro guance alla morte.

*

RESURRECCIÓN

La poesía entra en el sueño
como un buzo en un lago.
La poesía, más valiente que nadie,
entra y cae
a plomo
en un lago infinito como Loch Ness
o turbio e infausto como el lago Balatón.
Contempladla desde el fondo:
un buzo
inocente
envuelto en las plumas
de la voluntad.
La poesía entra en el sueño
como un buzo muerto
en el ojo de Dios.

RESURREZIONE

La poesia entra nel sogno
come un palombaro in un lago.
La poesia, coraggiosa come nessun altro,
entra e cade
a piombo
in un lago immenso come Loch Ness
o torbido e nefasto come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
del volere.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell’occhio di dio.

*

EN LA SALA DE LECTURAS DEL INFIERNO

En la sala de lecturas del Infierno   En el club
de aficionados a la ciencia-ficción
En los patios escarchados   En los dormitorios de tránsito
En los caminos de hielo   Cuando ya todo parece más claro
Y cada instante es mejor y menos importante
Con un cigarrillo en la boca y con miedo   A veces
los ojos verdes   Y 26 años   Un servidor

NELLA SALA DI LETTURA DELL’INFERNO

Nella sala di lettura dell’inferno   Nel circolo
degli appassionati di fantascienza
Nei cortili brinati   Nei dormitori pubblici
Nelle strade ghiacciate   Quando tutto sembra più chiaro
E ogni istante è migliore e meno importante
Con una sigaretta tra le labbra e con paura   A volte
gli occhi verdi   E ventisei anni   Per servirvi

*

SONI

Estoy en un bar y alguien se llama Soni
El suelo está cubierto de ceniza   Como un pájaro
como un solo pájaro llegan dos ancianos
Arquíloco y Anacreonte y Simónides   Miserables
refugios del Mediterráneo   No preguntarme que hago
aquí, no recordar que he estado con una muchacha
pálida y rica   Sin embargo sólo recuerdo rubor
la palabra vergüenza después de la palabra vacío
Soni Soni!   La tendí de espaldas y restregué
mi pene sobre su cintura   El perro ladró en la calle
abajo había un cine y después de eyacular
pensé «dos cines» y el vacío Arquíloco y Anacreonte
y Simónides ciñéndose ramas de sauce   El hombre
no busca la vida, dije, la tendí de espaldas y se
lo metí de un envión   Algo crujió entre las orejas
del perro   Crac!   Estamos perdidos
Sólo falta que te enfermes, dije   Y Soni
se separó del grupo   La luz de los vidrios sucios
lo presentó como un Dios y el autor
cerró los ojos

SONI

Sono in un bar e qualcuno si chiama Soni
Il pavimento è ricoperto di cenere   Come un uccello
come un unico uccello entrano due vecchi
Archiloco e Anacreonte e Simonide   Miserevoli
bettole del Mediterraneo   Non mi si chieda cosa ci faccio
qui, non mi si dica che sono stato con una ragazza
pallida e ricca   Quel che ricordo è solo l’imbarazzo
la parola vergogna dopo la parola vuoto
Soni Soni!   La misi lunga distesa e sfregai
il mio cazzo contro il suo ventre   Il cane abbaiò nella strada
sotto c’era un cinema e dopo aver eiaculato
pensai «due cinema» e il vuoto Archiloco e Anacreonte
e Simonide che si cingevano con ramoscelli di salice   L’uomo
non cerca la vita, dissi, la misi lunga distesa e
glielo ficcai dentro in fretta   Qualcosa scricchiolò tra le orecchie
del cane   Crac!   Siamo perduti
Manca solo che ti ammali, dissi   E Soni
si allontanò dal gruppo   Alla luce dei vetri sudici
sembrava simile a un dio e l’autore
chiuse gli occhi

*

ERNESTO CARDENAL Y YO

Iba caminando, sudado y con el pelo pegado
en la cara
cuando vi a Ernesto Cardenal que venía
en dirección contraria
y a modo de saludo le dije:
Padre, en el Reino de los Cielos
que es el comunismo,
¿tienen un sitio los homosexuales?
Sí, dijo él.
¿Y los masturbadores impenitentes?
¿Los esclavos del sexo?
¿Los bromistas del sexo?
¿Los sadomasoquistas, las putas, los fanáticos
de los enemas,
los que ya no pueden más, los que de verdad
ya no pueden más?
Y Cardenal dijo sí.
Y yo levanté la vista
y las nubes parecían
sonrisas de gatos levemente rosadas
y los árboles que pespunteaban la colina
(la colina que hemos de subir)
agitaban las ramas.
Los árboles salvajes, como diciendo
algún día, más temprano que tarde, has de venir
a mis brazos gomosos, a mis brazos sarmentosos,
a mis brazos fríos. Una frialdad vegetal
que te erizará los pelos.

ERNESTO CARDENAL E IO

Stavo camminando, sudato e con i capelli appiccicati
sul viso
quando vidi Ernesto Cardenal che proveniva
dalla direzione opposta.
In segno di saluto gli dissi:
Padre, nel regno dei cieli
che è il comunismo,
c’è posto per gli omosessuali?
Sì, rispose.
E per i masturbatori impenitenti?
Per gli schiavi del sesso?
Per i giocherelloni del sesso?
Per i sadomasochisti, le puttane, i fanatici
dei clisteri,
quelli che ormai non possono più, quelli che veramente
ormai non ce la fanno più?
E Cardenal rispose sì.
Allora alzai lo sguardo
e le nuvole mi parvero
sorrisi leggermente rosei di gatti
mentre gli alberi che punteggiavano la collina
(la collina che dobbiamo scalare)
agitavano i rami.
Alberi selvatici, che sembravano dire
un giorno, prima o poi, dovrai pur venire
tra queste braccia morbide, tra queste braccia ruvide,
tra queste braccia fredde. Una freddezza vegetale
che ti farà rizzare i peli.

(Traduzione di fm. Opus in fieri.)
Qualche notizia sull’opera qui
A questo indirizzo il bellissimo sito italiano Archivio Bolaño.

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Testi tratti da:
Roberto Bolaño
Los perros románticos (1980-1998)
Barcelona, Editorial Lumen, 2000
Versione telematica:
Ediciones Delirio, 2005
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64 pensieri riguardo “I cani romantici (I)”

  1. grazie Frà,
    veramente bellissime queste poesie.
    meriteresti di essere lanciato in aria dai dimoranti del tempo sospeso come quando un allenatore vince il campionato. :)

    avevi ragione, cmq, si avverte tutta l’energia dei romanzi e dei racconti migliori, ma anche direi – rispetto a questi – un senso maggiore di sospensione, di irrisolto e irrisolvibile. che poi Bolano ha fatto dell’irrisolvibile uno dei tratti architettonici fondamentali del suo scrivere.

    buona giornata

    din

    1. Le categorie della “sospensione” e dell’ “irrisolto” sono l’anima della scrittura di RB – un lascito per molti aspetti di ascendenza borgesiana, e non di poco conto secondo me.

      Grazie per il “lancio”, caro, ma ricordati che gli inesistenti e gli inaffidabili sono destinati (per loro fortuna?) a non vincere mai niente. Ma questo lo sai già benissimo da te…

      fm

      1. Sto leggendo in questi giorni I detective selvaggi e m’è tornata in mente questo vostro breve scambio di battute, perchè mi sembra che colga davvero tanto del libro e della scrittura di Bolano di cui parlate.

        Voglio rispondere solo perchè mi sembra che la questone si potrebbe approfondire e mi piacerebbe condividere i pareri: mi sembra soprattutto che nel discorso della “sospensione”\”irrisolto” si possa a ragione sostenere non solo l’ascendenza borgesiana di bolano ma anche il suo “superamento” (?) dell’argentino:

        la “sospensione” borgesiana, infatti, mi pare sia molto spesso tutta (o per la maggior parte) dalla parte del lettore, così che racconti brevi come La casa di Asterione possono risolversi con una pointe dove l’informazione mancante viene fornita, che è un procedimento che penso potesse venirgli dalla conoscenza\apprezzamento per i gialli. Rispetto a questi ultimi però la forza allegorica maggiore che è nei racconti borgesiani è dovuta, mi sembra, continuo a sottolineare mi sembra ( :P ), al fatto che il finale reinserimento della “sospensione” in una catena logica, non sia (quasi) mai perfetto e, soprattutto, anche quando lo è, non risolve per questo gli eventi ormai già accaduti… –> colgo cioè in questo l’origine della figura del labirinto o della lotteria di Babilonia, dove non è la casualità\la gratuità del mondo, dei fatti a creare il caos, la dimensione infernale della già citata Babilonia, ma piuttosto il sommarsi\sovrascriversi di comportamenti necessari, razionali, ma vlti in direzioni diverse, impazzite: una dimensione “leibneziana” (?) che riassume un po’ il medio inferno di Borges, la sua dimensione gnostica, nell’aforisma che consegna a Elogio dell’ombra: “tutto ci sembra il segno di qualcosa che stiamo per comprendere”. L’inferno di Borges mi sembra nasca da questo scacco del desiderio di conoscenza, che tuttavia non nega una conoscibilità, una profonda razionalità dell’azione, del mondo, degli uomini…

        Ecco, questo nel barocco di Bolano a me sembra salti quasi completamente: la “sospensione” narrativa che eredita da Borges, non sarà mai, neppure all’infinito, nemmeno nell’occhio di DIo, risolta in uno svolgimento razionale, per quanto labirintico: ne I detective allora Belano può in qualche testimonianza apparire come il diavolo, o una sua manifestazione, nella misura stessa in cui vive, incarna una forma della gratuità, che è probabilmente l’eredità, il segno dell'”amore” (?) dell’autore per l’avanguardia, come gesto vitale prima che letterario. Per certi versi la semplicità della poesia Sion che Belano e Lima vanno ricercando è la risposta pronta a “smontare” l’aforisma di Borges appena citato: “tutto ci sembra il segno di qualcosa che stiamo per comprendere…”, ma quello che è da comprendere è appunto il fatto che non ci sia nulla da comprendere; questo probabilmente se approfondito dovrebbe portare a vedere che anche nel tipo di allegorismo che i due autori riescono a mettere in piedi ci sono distanze, e che probabilmente quello più vicino a un’allegorismo “delle rovine” è Bolano più di Borges, più di quanto non potrebbe sembrare così a prima vista…

        però son solo suggestioni, mi piaceva condividerle per vedere quanto siano condivisbili :P

  2. Non so se un grande romanziere come quello di 2666 può anche essere un grande poeta. Forse, chissà, se fosse vissuto ancora un po’, avrebbe scritto nella direzione di H. Broch “Gli incolpevoli”. Lui così attratto verso la narrativa tedesca, la mitteleuropa. “Sono qui, dissi, insieme ai cani romantici / e qui intendo restare” – “mi misi guancia a guancia con la morte” – “Alla luce dei vetri sudici / sembrava simile a un dio e l’autore / chiuse gli occhi”. “dovrai pur venire / tra queste braccia morbide, tra queste braccia ruvide, / tra queste braccia fredde”. Sempre il barocco funereo, ma con quel “penchant” per la filosofia, che lo apparenta con Lezama Lima. Le riflessioni sulla morte e la follia in 2666. Il titolo è geniale: “I cani romantici”, anche nell’ottica di un gattofilo.

  3. Le poesie di Bolano sono affilate, sommarie, potenti. Non sono le poesie di un poeta ma di un homo scriptor che si lascia invasare. Leggere e rileggere la sua intervista, “Fra parentesi” e “La letteratura nazista in Europa”, un felicissimo e geniale compendio di vite apocrife.
    Grazie.

    m

    1. “Un felicissimo e geniale compendio di vite apocrife” mi sembra una definizione felicissima e geniale dell’opera di RB. E scommetto pure che tu, di questa materia, “un poco” te ne intendi :)

      Pensa, Marco, che volevo firmare queste traduzioni col nome di Lalo Cura…

      fm

  4. Si tratta in fondo di una scommessa con me stesso – quella di tradurre integralmente quest’opera: un “omaggio” non a un poeta più o meno grande (è una questione che mi lascia totalmente indifferente), ma a un narratore che continuo a considerare tra i più grandi al mondo degli ultimi trent’anni. Un narratore che è, in ogni sua opera, sostanzialmente un “poeta”, un creatore e un miscelatore di forme e di mondi nella cui scrittura macerano, in forma di flusso continuo, circolare, tracce, frammenti, residui, rifiuti, sostanze provenienti dai più disparati universi dell’immaginario artistico, letterario, storico, filosofico occidentale (e, volendo, anche oltre).

    So già, comunque, di dover fare i conti con due ostacoli che, in modi differenti, possono rivelarsi insormontabili: il fatto che qualcuno, come sembra stia avvenendo, acquisti i diritti dell’opera e la escluda, di fatto, dalla possibilità di farla circolare liberamente in rete; la quantità industriale di “varianti” che mi si accumulano intorno a ogni testo tradotto e che mi impediscono di risolvermi verso la scelta di una versione piuttosto che di un’altra…

    Boh!, come dice il buon Elio. Intanto, iniziamo a provarci…

    fm

    1. “la quantità industriale di “varianti” che mi si accumulano intorno a ogni testo tradotto e che mi impediscono di risolvermi verso la scelta di una versione piuttosto che di un’altra…”

      Francesco, dal mio punto di vista, questa è la parte più interessante del trovarsi di fronte un testo da “tradurre”, quella per cui ne vale la pena: le possibilità aperte, ed è un po’ come non lasciare che una poesia abbia un inizio e una fine e si consumi in queste coordinate, e questo va anche a legarsi a quel discorso dell’ “irrisolto” a cui accenni nel commento a DS.

      buon lavoro

      grazie
      lisa

  5. Due piccoli esempi di varianti (che cambiano direzione al senso del testo).

    Nella prima poesia:

    pero había ganado un sueño

    Secondo me, costui non ha “guadagnato” o “vinto” una beata fava: il “sogno” se lo è costruito nei vuoti del “paese” perduto, abitando quella “assenza”, colmandola col “suo” vuoto.

    Nell’ultima:

    que es el comunismo

    non è un banale “cos’è”, quanto un più “impegnativo” che ne è.

    Mi fermo qui, prima di essere mandato (o di mandarmi da solo) a ca..re.

    fm

    1. ‘Nell’ultima:

      que es el comunismo

      non è un banale “cos’è”, quanto un più “impegnativo” che ne è.’

      Certo, ma non solo, e se fosse un enjambement? O comunque, se lo si leggesse come un enjambement? Potremmo, anzi, dovremmo trovargli un altro significato ancora… non credi anche tu Francesco?

      <>

      ‘la quantità industriale di “varianti” che mi si accumulano intorno a ogni testo tradotto e che mi impediscono di risolvermi verso la scelta di una versione piuttosto che di un’altra…’

      Non lo ritengo un ostacolo e non credo si tratti di operare scelte, quanto piuttosto di cercare di concentrare nella traduzione tutto il senso che l’autore stesso ha cercato di dare alle sue parole e che le <> testimoniano.

      Il tutto a mio modesto e personalissimo avviso, si prendano così, con tutto il beneficio d’inventario e del dubbio le mie parole.

      1. ‘Nell’ultima:

        que es el comunismo

        non è un banale “cos’è”, quanto un più “impegnativo” che ne è.’

        Certo, ma non solo, e se fosse un enjambement? O comunque, se lo si leggesse come un enjambement? Potremmo, anzi, dovremmo trovargli un altro significato ancora… non credi anche tu Francesco?

        -en el Reino de los Cielos
        que es el comunismo,-

        ‘la quantità industriale di “varianti” che mi si accumulano intorno a ogni testo tradotto e che mi impediscono di risolvermi verso la scelta di una versione piuttosto che di un’altra…’

        Non lo ritengo un ostacolo e non credo si tratti di operare scelte, quanto piuttosto di cercare di concentrare nella traduzione tutto il senso che l’autore stesso ha cercato di dare alle sue parole e che le -varianti- testimoniano.

        Il tutto a mio modesto e personalissimo avviso, si prendano così, con tutto il beneficio d’inventario e del dubbio le mie parole.

        *

        Chiedo scusa, mi sono accorto che sono sparite alcune citazioni dal mio intervento qui sopra, a causa degli strani segni d’interpunzione utilizzati per riportarle, lo ripropongo quindi per una maggiore chiarezza. Grazie.

  6. concordo sul fatto che quel “que es el comunismo” possa avere il senso di “che ne è”, anche se potrebbe anche essere una domanda retorica “che cos’è il comunismo se devo chiederti se c’è posto per gli omosessuali e quelli che non ce la fanno proprio più?”, che alla fine, appunto, riporta implicitamente a quel “che ne è”.

    Ganado, nel senso di guadagnato con sudore, quindi trovo perfetto il “costruito”, ma anche “conquistato” va benissimo; semplificando liberamente, per grandi linee, credo voglia dire: “All’epoca (dei fatti) avevo vent’anni/ ed ero come impazzito./ Avevo perso un paese/ ma in me era cresciuto un sogno/ E (se me ne stavo) stretto a quel sogno / tutto il resto non importava”.

    belle belle, Francesco, un grazie infinito. Le stampo.
    un abbraccio e aspetto il seguito del lavoro.
    nat

  7. Caro Francesco,

    due commenti in meno di un mese, è un record per me, ma fai davvero un gran lavoro – tra i tuoi tanti – come traduttore e volevo, ancora una volta, rivolgerti i miei complimenti più sinceri.
    Questa sera, con un po’ di calma, dopo aver letto le traduzioni mi sono messo a tradurle i testi anch’io e a operazione compiuta devo dire che le tue rese mi sono parse ancora più felici del già molto felici che mi erano sembrate alle prime letture.

    Fermandomi solo alla prima poesia – per non tediare i lettori -, e cerando di limitare la mia, tipica, logorrea, specialmente quando si viene alle proposte di traduzione, ci sono forse solo un paio di passaggi dove, per il piacere della discussione (quel piacere che viene dall’amicizia e della stima), mi piacerebbe proporre, a seconda, una variante o una considerazione, sperando di non risultare impertinente o sfacciato. Se così sembrasse ti chiedo perdono di già.

    Per ‘ganado’, non renderei neanche io con ‘guadagnato’ (che non ha l’aspetto di ‘lucro’, ‘guadagno ingiusto’ dello spagnolo generato dalla prassi inquisitoriale), ma non terrei ‘conquistato’. La ragione è che mi pare che la poesia mostri una passività, nell’ingiustizia subita, che viene sconvolta solo in ultimo, dalla decisione di restare e così, forse renderei con ‘Avevo perduto un paese / ma ne avevo avuto indietro un sogno’. A me poi piace il singolare di ‘tropico’, oltre che per personalissimo gusto, mi pare di scorgervi il contrasto tra quello del Capricorno (il cileno) della vita che sarebbe stata e quello del Cancro (il messicano) della vita che invece è stata, e che invece si perde al plurale. In fine nel penultimo verso, invece di ‘Sono qui’ renderei con ‘Eccomi qui’, che è un po’ più forte, e forse rende l’idea di temporaneità del ‘estar’ castigliano senza però dover tradurre, orrendamente, con ‘Sto qui’ ma in questo caso, lo ammetto, è proprio solo gusto e nient’altro…

    Bolaño in questi testi, specialmente nel primo, mi ha ricordato molto, nelle atmosfere, un autore italo-messicano che apprezzo molto e che, sebbene sia anche stato tradotto in italiano, forse non è conosciuto come meriterebbe: Fabio Morabito, il quale, dopo un’infanzia italiana (italo-egiziana anzi) emigrò proprio a Città del Messico, dove vive tutt’oggi, scrivendo in spagnolo. Sperando di non peccare di hybris, ma anche per espormi in prima persona dopo aver commentato il lavoro altrui mi permetto di offrire un suo testo, con una mia vecchia traduzione (di quando sognavo di curare un’antologia di italiani che hanno scritto in spagnolo), dove ritorna il tema del ‘qui’.

    Di nuovo grazie intanto, di tutto cuore, per il grandissimo lavoro e ancora complimenti.

    Federico

    Ciudad de México

    

Un día mi padre dijo
    
nos vamos, y tú eras

    la meta: otra lengua,

    otros amigos. No:
    
los amigos de siempre,

    la lengua, la que hablo.


    
Me he revuelto en tus aguas

    volcánicas y urbanas

    hasta al fin conocerme,


    
y si al hablar cometo

    los errores de todos,

    me digo: soy de aquí,

    no me ensuciaste en vano.

    Da Lotes baldíos 1985

    Città del Messico

    Un giorno mio padre disse
    ce ne andiamo, e tu eri
    la meta: un’altra lingua

    altri amici. No:
    gli amici di sempre
    la lingua che parlo ora.

    Mi hai rivoltato tra le tue acque
    vulcaniche e urbane
    sino a conoscermi infine

    e se a parlare commetto
    gli errori di tutti
    mi dico: sono di qui,
    non mi hai sporcato invano.

  8. Caro Federico, grazie della tua puntuale analisi del testo di RB e per averci presentato Morabito: se hai altri suoi testi e qualche nota, possiamo preparare un post per la Dimora.

    Sul testo di RB:

    1) Il “conquistarsi” è da intendersi come una “conquista” che avviene giorno dopo giorno, una vera e propria “costruzione” – così come avevo specificato in uno dei commenti qua sopra. Il tuo pur bello ” me ne era venuto indietro”, invece, mi suona come un rapporto troppo “immediato” e “meccanico”: come se alla “perdita” seguisse necessariamente e deterministicamente un “acquisto”. Io opto per “mi ero costruito”.

    2) Sul plurale di “tropico” hai perfettamente ragione. Il mio intendimento era quello di abbracciare le due fasi della sua esistenza ma, come fai giustamente notare, ciò è sbagliato: il “sogno” appartiene unicamente a “quel” tropico, riguarda esclusivamente la fase del suo “impazzimento”.

    3) Il mio “sono qui” è esattamente il tuo “eccomi”: anch’io ho scartato “stare”.

    Grazie ancora, e intervieni quando vuoi con tutte le osservazioni che ritieni opportune: il bello della rete è proprio la possibilità che offre di discutere e di “costruire” insieme.

    Intanto vado a “definire” la mia versione del primo testo.

    Ciao.

    fm

  9. Come promesso, traduzioni *acuminate* Francesco, che [Nomen Omen] non difettano né di acumine, né di acume!
    Grazie per il dono, anche della versione telematica completa.

  10. belle traduzioni; sicuramente migliori di quelle appassionate e dilettantesche di un lettore; speriamo che le poesie di Bolano vengano pubblicate al più presto

  11. ignoro se r.b. sia o meno un poeta e se sia un poeta grande, un poeta meno grande, in fondo poco mi intriga saperlo, so che, in ogni caso, sa coinvolgere e sa sconvolgere, ciò mi appassiona e molto! grazie f. m. per queste superbe traduzioni, con stima
    r.m.

  12. carissimo Francesco,
    complimenti per l’audacia, lo sforzo e il coraggio. tradurre non è solo ‘scrivere’ il testo di un altro, ma è anche mettere in discussione la propria scrittura (quando uno ce l’ha! come te)
    allora non posso che prendere questa traduzione come parte integrante -anche- della tua opera.
    sullo specifico /si sa la traduzione non è normativa, e c’è sempre ‘quello’ che ti deve “insegnare” un ipotetico qualcosa!/ volevo solo segnalarti alcune sfumature (che non sto qui a sottolineare) forse un po’ troppo libere rispetto allo spagnolo; un esempio: ‘y estaba loco’ lo si può rendere tranquillamente con un ‘ed ero matto’; la tua traduzione (ed ero come impazzito) poteva essere la traduzione di una formula spagnola che l’autore non ha deciso, non ha scelto. sempre nel primo testo c’è un falso amico tremendo (non ti preoccupare ci sono caduti fior fiori di traduttori!) “crimen” in italiano si traduce con /delitto/; mentre “delito” si traduce in italiano con /crimine/; in pratica quando c’è il ‘morto’ in italiano usiamo ‘delitto’ e in spagnolo ‘crimen’.
    l’italiano e lo spagnolo hanno quasi un 20% (cioè quasi un quarto di lingua) di ‘falsi amici’!!
    un’altra tipologia dello spagnolo; in castigliano si usa questa formula: Antonio, tú y yo; noi diciamo l’esatto contrario: io, te e Antonio; così che quel ‘E.Cardenal y yo’ non ha per forza il senso di una possibile scala di valori personali. insomma sfumature che rendono affascinante la scrittura della traduzione.
    scusami queste piccole annotazioni insignificanti, è ovvio che ci sono tantissime formule riuscite e notevoli che non sto qui a segnalarti, ma che semplicemente mi godo.

    un abbraccio

  13. Caro Alessandro, innanzitutto grazie per il tuo intervento e per i rilievi: se uno pubblica delle traduzioni, l’atto contempla inevitabilmente – almeno per me è così – la richiesta di un confronto.

    Solo un paio di precisazioni, seguendo il filo dei tuoi rilievi e dando per scontato, su questo concordo pienamente con te, che ogni opera di traduzione diventa parte integrante del proprio lavoro di scrittura. Ma ciò non può risolversi, in ogni caso, in un “tradimento” della poetica dell’autore oggetto di studio (io traduco, per principio, solo autori di cui ho letto e riletto l’intera opera: la versione estemporanea proprio non mi interessa).

    Nel caso di RB, infatti, molte soluzioni (e lo si vedrà anche con i testi che proporrò prossimamente) sono state suggerite da tutta una serie di “ricorrenze” specifiche presenti nella sua opera narrativa – di cui, per molti riguardi, queste poesie rappresentano quasi un antefatto, se non proprio un calderone embrionale da cui in seguito pescherà, con eccelsa consapevolezza ed arte, a piene mani, sviluppandone temi, tracce, trame, incroci, soluzioni stilistiche.

    Vengo al dunque.

    Ti assicuro che conosco benissimo tanto la differenza tra “crimen” e “delito”, quanto l’utilizzo della formula che richiami a proposito di “Ernesto Cardenal y yo”.

    Nel primo caso, se deve essermi ben presente la lingua originaria, non può essermi indifferente la “sostanza” della lingua di approdo. Io ho la “presunzione”, quando scrivo di mio o traduco, di riferirmi sempre all’etimologia dei termini che utilizzo – prestando poca o nulla attenzione (fatte salve esplicite “richieste” del testo in questione) all’evoluzione che l’uso e l’abuso hanno prodotto nell’area semantica delle parole prescelte. “Crimine”, quindi, l’ho lasciato non solo perché mi riproduce il medesimo suono nelle due lingue, ma soprattutto perché, etimologicamente, sta ad indicare proprio il “delitto” per eccellenza: il “delito”.

    Nel secondo caso, riprodurre “letteralmente” il titolo (“Cardenal e io”, piuttosto che “Io e Cardenal”) è solo un espediente per richiamare l’attenzione sul vero protagonista della lirica (Cardenal), i cui due interventi (due semplicissimi “sì”) sono la chiave di volta per la percezione del senso della riflessione in versi che RB ci propone. Qui la “lezione” in lingua mi si presentava come un’esca perfetta – e l’ho utilizzata conseguentemente e consapevolmente.

    Un’ultima annotazione sui primi due versi.
    Una delle versioni che ho scartato è questa: “All’epoca in cui avevo vent’anni / ero pazzo”. Ho preferito “ero come impazzito” perché, a mio modo di vedere, rende meglio l’idea di un tempo ben definito (e quindi trascorso – visto che il ricordo è sospeso nella luce del presente) e si accorda, non solo temporalmente, con alcune “indicazioni” ben precise seminate nel testo: ad esempio, l’utilizzo ricorsivo di passati perfetti e, sul piano “tematico”, il richiamo ad uno solo dei tropici. E si potrebbe continuare…

    Ciao, un abbraccio.

    fm

    1. mi riallaccio all’ultimo punto, in cui sono sulla stessa linea d’onda di Francesco; credo che l’importanza di quei due versi stia proprio nel dato temporale “En a quel tiempo” rafforzato dalla precisazione dei suoi “veinte años”, che sottolineano l’ardore “romantico” della locura, del suo impazzire. Dicendo “ed ero matto” in italiano si dà un taglio più freddo che, a mio sindacabile parere, impoverisce il senso di tutto il testo. Dicendo “ed ero come impazzito” il secondo verso si riallaccia alla sua causa: “i fatti” sottintensi “all’epoca” del narrato poetico; sono quelli la causa della locura, giustificata e supportata dalla veemenza dell’eta, dei vent’anni.
      Mi sono ripetutamente ripetuta e arrotolata, scusatemi.
      un abbraccio ad entrambi.
      nat

      1. cara natàlia e ovviamente Francesco,
        la mia puntualizzazione nasce (su quel preciso verso) per il semplice fatto che in spagnolo lo avrebbe potuto scrivere e non l’ha fatto (ne conosco i motivi, li conosco, addirittura può anche non importamene), ma ha scritto ‘y estaba loco’ e non un’altra cosa. ciò che sottolinei nat sul valore in italiano, esiste anche in spagnolo (‘y estaba loco’ ti si blocca in gola; e quanto Cervantes c’è in quel verso!). questa non toglie che lo si possa tradurre in un altro modo, ci mancherebbe. Bodini diceva: ‘l’ho tradotto così perché mi piaceva così’. ed è una risposta leggittima e valida.
        per Francesco, forse (in una possibile edizione) non ci starebbe male una nota del traduttore per definire o quanto meno per dare l’idea della poetica del traduttore.

        un abbraccio

  14. Questa discussione è la prova di quanto sia complessa la scrittura di Bolano, apparentemente semplice e piatta.
    il linguaggio di una poesia poi non si esaurisce nelle parole e nel loro significato, ma si sostanzia nel ritmo e nel suono,
    Ho profondo rispetto delle scelte di marotta frutto di studio e di interpretazione.
    En aquel tiempo yo tenía veinte años
    y estaba loco.

    sono due versi difficilissimi da tradurre.
    La traduzione che rende meglio il significato (il significato non la poesia) a mio parere sarebbe
    A quel tempo avevo vent’anni
    ed ero fuori di testa

    ma “fuori di testa” altera il ritmo insomma stona.
    La soluzione di Marotta é coraggiosa ma secondo me crea piu’ problemi di quanti ne risolve.

    la soluzione più smeplice é quella di ilide carmignani
    A quel tempo avevo vent’anni
    ed ero pazzo.

    ma nessuno puo’ dire che una sia meglio dell’altra.

    come dice Javier Marias le traduzioni hanno il pregio di moltiplicare l’opera. Gli spagnoli potranno leggere il don chisciotte in un’unica e sola versione: quella originale, al contrario degli stranieri.

    1. Condivido quello che scrivi, tanto sulla solo apparente semplicità e piattezza del verso di Rb, quanto sulla traduzione come moltiplicatore dell’opera.

      In merito ai primi due versi dei “cani romantici”, la prima versione che ho pubblicato in questo post era proprio questa:

      “A quel tempo avevo vent’anni
      ed ero pazzo.”

      Credo che è quella che utilizzerò quando, con un buon numero di traduzioni a disposizione, preparerò un primo e-book (definitivo) da sistemare in una delle sezioni del blog.

      Ciao, e grazie per i tuoi interventi.

      fm

  15. En aquel tiempo yo tenía veinte años
    y estaba loco.

    “due versi difficilissimi da tradurre”? Suvvia, qualsiasi italofono li comprende benissimo! Però se Franceso ci inserisce un “come” la principale conseguenza a me sembra semantica: egli non crede del tutto all’autenticità di quella pazzia, che anche a me sa di posa romantica, di maledettismo. Una posa che abbandona il campo soltanto nell’ultima, che guadagna respiro attraverso un pizzico di autoironia.

  16. Caro Alessandro, tutte le riflessioni e le notazioni critiche che stiamo riversando in questo thread le immagino come parti di un confronto tra persone che leggono e che, fuori da ogni “intento” accademico, parlano delle “cose” che amano, senza nessuna presunzione di potere, soprattutto in un campo “minato” come questo, proferire una parola definitiva. Si scrive, alla resa dei conti, perché altri possa trarre spunti, e migliorare, i contenuti della traccia che lasciamo.

    La nota del traduttore che tu giustamente auspichi, non solo “non ci starebbe male”, ma sarebbe veramente necessaria. Se non c’è (almeno qui: sui miei fogli c’è, insieme a tante altre cose), è perché l’unico *pericolo* che non corro è quello che qualcuno mi chieda di preparare una qualsiasi traduzione per la stampa. Io sono e rimango “uno che prepara i post”, come autore, a qualsiasi titolo, praticamente non esisto: vi risulta, per caso, che qualcuno mi abbia mai chiesto un testo per una rivista o un’antologia o una qualsivoglia iniziativa editoriale? che qualcuno abbia mai recensito un mio libro o un mio scritto su qualche rivista? che…?
    Eppure di “curatori”, “direttori” e “recensori” di qui ne passano a iosa: se ciò non è mai avvenuto, una ragione ci sarà…

    Quindi, a che pro fare sfoggio di “virtute e canoscenza” postando miei contributi teorici? Gli “studiosi” sono altri, a quanto sembra – e si cercano e si trovano che è una bellezza…

    Continuiamo a divertirci, finché la stagione (la mia, quanto meno) tiene..

    Ciao, un abbraccio.

    fm

    p.s.

    Non far mancare i tuoi suggerimenti e le tue critiche: prossimamente pubblico delle traduzioni che le faranno girare abbastanza :)

    1. En aquel tiempo yo tenía veinte años
      y estaba loco.

      A chillo tiempo tenévo vint’ann’
      e stev’ comm’ô pazzo.

      A quel tempo avevo venti anni
      e mi sentivo folle (!?! :|)

      elMattijote., in un bagno di foll(i)a contro ‘nu cess’ â vient’ … :P

  17. @Carmelo
    Prima di tutto mi urge un ringraziamento a Carmelo per l’archivio di cui è titolare/o cmq in quota con altri, perché è una sciccheria dove ho passato tante ore a studiarmi Bolano.
    Poi volevo dire che la scrittura di questo autore cileno, Carmelo lo sa bene, è elegante proprio per la sua sobrietà, ed è significativa in quanto è un’opera di insostenibile (questa sì) leggerezza. Bolano tra i moderni è il più elegante di tutti, perché è il più leggero, ma non è una leggerezza piatta o monotona, è una leggerezza piena di roba e ricchezze. Qui sta il suo difficile. Ma anche il suo facile, giacché questo modo di procedere, di Bolano, gli deriva in parte da una grazia interiore (non voglio parlare di spiritualità); in parte dall’essere un lettore famelico che ha letto anche “troppo” e ha sforbiciato su queste letture un gusto estetico che le contiene, ma in sottotraccia, e il cui peso è sorpassato da una leggerezza spiazzante; ed in parte gli deriva dalla sua chiara e limpida intelligenza, rinforzata da una biografia difficile, piena di ostacoli (spontanei o cercati, in previsione letteraria) una intelligenza trasparente e vitale, capace di sintesi letterarie, poetiche, sociologiche, filosofiche di enorme qualità, oltre che di quantità.
    Insomma, uno così leggero e così prezioso assieme è difficile trovarne, anche prima e non solo dopo Bolano. Diventerà un classico di tutti i tempi.

  18. Quoto il Matt tradattore.

    PS: ma che vi siete bevuti il cervello a dire che En aquel tiempo yo tenía veinte años è difficile da tradurre? Va bene che fa caldo…

  19. Lo conosco da decenni, visto che fin da giovane sono stato un appassionato esploratore (sui libri) del continente latino-americano. Qualche anno fa ho anche comprato una sua bella antologia in italiano, opera che non so se sia ancora in commercio.

    Mi piace perché:

    – (a prescindere): è il fratello di uno dei miei grandi amori musicali – quindi siamo più o meno parenti :)

    – piace a RB: e io, RB e NP siamo fatti proprio così: piaci-amo alla gente che piace ;)

    – a volte, rileggere qualche sua poesia, mi aiuta a tenermi a debita distanza dalle *boiesie* di cui pullula la rete;

    – amo visceralmente tutto ciò che è distante anni luce da quello che scrivo e dal mio modo di intendere la scrittura: mi basta ritrovarci quelle tracce di pensiero che, facendosi testo, spingono la “materia” a ridefinirsi oltre il dato, a fare i conti, in prima istanza, con il medium col/nel quale si esprime, a destabilizzarlo.

    fm

    p.s.

    Domani arrivano altri “cani”…

  20. @ Imago

    Il tuo commento, per quanto mi riguarda, più che condivisibile è sottoscrivibile in toto, parola per parola.

    Quando parlavo di “ascendenze”, davo per scontati tanto l’attraversamento che la frantumazione/rielaborazione degli assunti – così come “genio” individuale (nel caso di RB, questa dote c’è) detta e comanda.

    Buona navigazione tra le pagine bolaniane: per inciso, “I detective selvaggi” è il suo libro che amo di più in assoluto, anche se ha prodotto altre opere (forse) più grandi e compiute.

    fm

    1. sì, capisco che l'”ascendenze” contenesse già la rielaborazione etc., mi piaceva semplicemente elaborare una “mappa” per quanto possibile di queste divergenze… anche perchè l’ultima mia scoperta sudamericana accanto Bolano è Aira che a sua volta recupera Borges secondo una linea più “superficiale” (in questo senso forse più fedele al modello, dato che la dimensione del demonico – della gratuità del male, in ciò, forse, accomunato all’arte – è un’aggiunta tutta di Bolano mi pare) e allora forse sarebbe capire quanto la sua linea di B. attraversi certi modelli di narrazione… perchè sono forse le ultime che mi da piacere veramente leggere (!)

      tra l’altro avrei forse potuto riassumere tutto il prolisso di sopra (rileggendolo ora) nella constatazione più semplice che la sospensione di Borges è un errore prima di tutto “gnoseologico” (anche se da lì riverberante lungo tutti i problemi dell’esistenza, dall’etica etc. – quasi in un ordine di pensiero del “se anche fosse non sarebbe conoscibile”), mentre in Bolano sembra situarsi a livello proprio “ontologico”, essere parte fondamentale, il fondamentale, il costituente della narrazione (e di quello che questa crea…)

  21. @Imago
    Bel ragionamento, davvero.
    Mi hai costretto a riflettere sulla sospensione in Bolano, che avevo evocato io ma che sinceramente mi ha sempre lasciato pauroso, questo camminare sui bordi, sul limitare del precipizio-nulla di Bolano. solitamente, questo senso di smarrimento e gioia, davanti al pararsi dell’intangibile lo si prova cogli scrittori che fanno del linguaggio e dell’uso della lingua il nodo scorsoio della loro estetica, e della loro voce. Basta un verso, un rigo, come biglietto aereo di sola andata per l’altrove. Una scelta di parole.
    Questo in Bolano non c’è. Bolano fila dritto come un vecchio trenino. E’ nel gioco narrativo che vengono a formarsi queste propaggini recondite, spaziali… queste storie sospese…
    Io trovo che, hai ragione, in Borges delle risposte, anche se non ci sono, ci sono (scusa il trompe l’oeil verbale). In Bolano no, e questo apre una voragine. Bisogna vedere cosa c’è dentro questa voragine. Io credo non ci sia nulla, è un po’ come la morte, un pozzo nero (ti faccio presente che “pozzo nero” è un’immagine che ricorre almeno cinque sei volte in 2666, e per un poeta come lui ciò è come minimo vocativo di una dimensione poetico-metafisica, non di certo un’immagine casuale).
    Bisogna vedere come Bolano arriva a questo baratro di sospensione. Ed è qui che entra in gioco Borges. Perché io credo che Bolano arrivi alla “conquista dell’irrisolto” non attraverso la vita, ma attraverso la letteratura. Come una fase di superamento di altra letteratura. Certo è una conquista, la sua, che dialoga colla vita, e Bolano lo sa. Ma parte, secondo me, dalla letteratura. Ed è per questo che io non credo come te che Bolano in quella maniera supera Borges, ma è sicuro, hai ragione, che Bolano è più decadente dell’argentino.

    Un saluto

  22. Dico non a caso nemmeno io “conquista dell’irrisolto”, perché Bolano, sotto sotto, ed ecco qui il romanziere sopra l’uomo, sembra, anche solo per pochi minuti, dominare l’irrisolto dentro un suo ingranaggio interiore, che è tra la narrativa e la morte.

    1. allora la sensazione è più o meno la stessa: anch’io credo che dietro il risvolto in Bolano vi sia nulla; è più o meno quello che cercavo di dire… sul fatto se vi arrivi attraverso la letteratura o la vita a un’espressione del genere non so, comunque col termine “superamento” non intendevo un superamento reale: esisteranno sempre infinite ragioni per leggere Borges accanto a Bolano! (e questo purtroppo non è vero, non è sempre vero, per tutti gli scrittori, anche alcuni per cui ci farebbe piacere fosse così). resta anche da dire che per ora ho letto soltanto un tre quarto dei detective, i racconti in ordine sparso e la seconda metà di 2666 saltando la prima: quindi sulle mie impressioni può certo influire l’essere disordinati :P

      l’altra idea su cui stavo riflettendo è se quello che tu chiami “decadentismo” e su cui più o meno siam d’accordo, nel discorrso “economico” sulla gestione dell’irrisolto non sia un problema storico: perchè se nasce in ordine strettamente letterario, bisogna vedere cosa aveva letterariamente alle spalle borges e quante più esperienze “estreme” aveva a disposizione bolano (nel cui caso sarebbe allora forse più incredibile l’aver ritrovato una quota minima di “classicità”, coerenza interna del racconto, tale da farlo abissale e leggibile a un tempo – che non è per niente facile!); tolto che una differenza rispetto il rapporto arte\vita ritengo sempre che resti: e che Bolano si sia “sporcato” di più, mentre per Borges non sia mai diventata altro dalla paura riguardo l’incombere delle cose e lo scorrere del tempo (senza per questo dire quella stupidaggine pasoliniana riguardo un ritrarsi di Borges nella torre d’avorio o quant’altro: che se non affronta la vita – e secondo me non lo fa – però di certo la sente continuamente, non pensa ad altro… come invece hanno fatto poi suoi discendenti ben più interessati alla combinatoria et cetera, tolto che anche aspetti così più giocosi, meno “patiti”, hanno diritto al 110% a stare nel campo del letterario)…

  23. Riprendo, in ordine sparso, qualche spunto dai vostri commenti.

    Il punto di maggiore vicinanza tra i due è la percezione del “letterario” come momento cruciale nella considerazione dell’umano e della sua storia: il momento in cui conoscenza ed etica diventano “epos”, in ultima istanza: racconto, memoria. Ma qui si situa anche il punto di maggiore divaricazione e i due universi ideativi finiscono, proprio sul versante della memoria, per rappresentare l’uno il rovescio dell’altro.

    E infatti: per Borges la “memoria” è sostanzialmente “muta” (è sempre memoria di cose “udite” narrare) e, in quanto tale (cioè in quanto priva di una voce “propria”), capace di sottrarsi alla morte – il cui dominio è limitato al mondo che vive “a misura di voce”; per Bolaño, invece, la voce – cioè il racconto, la memoria – è la sostanza stessa della morte, e la scrittura è la traccia di un eterno disvelamento destinato, per sua intrinseca natura, a risolversi in un “gioco” in cui l’unica regola certa è l’assoluta intercambiabilità degli attori in scena, mai del palcoscenico che calcano e su cui, comunque, non lasciano traccia: un disvelamento senza fine, ossimoricamente costretto allo scacco in quanto privo di “presenza”: la letteratura dice, fondamentalmente, la sua impossibilità ad essere altro rispetto alla morte.

    Credo, ad ogni modo, che nessuna opera possa sottrarsi al contatto (in Borges è un vero e proprio riverbero; in Bolaño, sempre, l’ultima pagina possibile, a venire, di un dialogare muto) con la materia autobiografica – per quanto quest’ultima possa essere dissimulata, rielaborata, controllata o, apparentemente, relegata ai margini del discorso e dell’invenzione: in Borges l’opera è un discorso “contro” la morte”, in Bolaño “dentro” la morte.

    fm

    1. Insisto, perchè il discorso mi sta catturando (!); non credo che sul piano dei contenuti (esiste una cosa simile?) dica molto di più o di diverso da quanto hai già detto con la tua risposta: ma questa mi colpisce davvero molto perchè se anche ora credo di vedere da dove ti vengano gli spunti (nel dialogo tra me e dinamo) per impostare la questione sotto il punto di vista della memoria (lo chiamo così; mi sfuggono i termini…), a me non sarebbe mai venuto in mente di farlo

      e volevo sprecare un po’ di tempo in più su Borges, perchè è su di lui che mi son trovato involontariamente a riflettere: sul fatto che se la sua memoria è muta (e lo è: perchè un sacco di cose ce lo conferma: dall’attenzione alle biografie fin dagli esordi, evaristo carriego, al ricorso al mito come specie di sottotesto eterno, o l’attenzione alle lingue barbare e morte – seppur già passate per una stilizzazione letteraria… e questo conta forse nel prossimo punto (!) – ecc. ecc.) è altrettanto una memoria poetica (nel senso di creatrice); penso che da quesa situazione comunque problematica gli venga inevitabilmente il discorso su el mismo, el otro… perchè avrebbe potuto sciogliere il nodo “semplicemente” in una lettura quasi “junghiana” (e a volte ha di certo la tentazione di farlo, anche più della tentazione!): immaginando cioè che la vita non sia che il reiterarsi di alcune figure\situazioni archetipe situate in una pur irragiungibile origine; ma io penso che la sua stessa “natura” di narratore lo porti a scartare una simile scelta, perchè sa che una sempre nuova eresia sul Cristo è sempre possibile… allora il suo modo di affronatare questo dissidio è quasi non affrontarlo, è quasi un mantra: l’oblio è un’altra faccia della memoria; ma si tratta di una soluzione poetica (non da filosofo per dire – e questo lo aggiungo per tacere le letture sempre poche interessanti che lo definiscono come autore “troppo colto” “troppo di pensiero” troppo…” ecc.) che in realtà mette in primo piano l’aporia quasi che ciò bastasse a renderla naturale o accettabile. Credo sia quel movimento cui tu accenni parlando della morte: cioè un modo di chiamare in campo la morte quasi a sorreggere la vita (e già negli immortali è così, con la morte vista come ultimo possibile orizzonte di senso), beatificata in uno spazio di salvezza che la vede conclusa e preservata nel racconto.
      Però a me pare anche che qui sia già la breccia, sia già la scucitura, pure se mascherata da pezza, da rattoppo; e che da questa, accompagnata a un senso del prevalere delle cose, del loro peso, incombere (lo smarrimento e gioia, davanti al pararsi dell’intangibile). Che cioè la mossa di Bolano possa anche vedersi come l’estremizzazione di una possibile risoluzione a questa china già fatta scorgere…

      ma non per togliere qualcosa a Bolano: che anzi lo stesso Borges scrive che un bravos crittore si riconosce dalla capacità di crearsi non solo i propri discendenti, ma anche i propri antenati!

  24. “se la sua memoria è muta… è altrettanto una memoria poetica (nel senso di creatrice)”

    Uno dei punti cruciali dell’intersezione tra i due universi ideativi è proprio questo: il ruolo e la funzione della “poesia” (e non solo per quanto attiene alle scelte e alle soluzioni “stilistiche” – che, d’altro canto, vedono viaggiare i due su linee ben definite e autonome e raramente tangenti o intersecantesi): Borges è anche poeta, e la sua opera in tal senso parla per lui – un esercizio durato praticamente tutta la vita, un laboratorio dove si sperimentano, fino all’eccesso, tutte le tecniche e si utilizza tutto l’armamentario retorico che la tradizione, non solo occidentale, può fornigli; Bolaño, invece, pur non essendo poeta (nei termini di cui sopra), ha sempre rivendicato, fino allo stremo, la volontà di essere considerato “tale”. Cosa significa tutto questo? Io mi sono fatto un’idea del genere: il “laboratorio poetico borgesiano” è l’officina nella quale si mettono alla prova gli strumenti per la composizione dei “racconti” (la poesia è la prima forma di “narrazione” di cui ci è data memoria); l’insistenza bolañiana sugli input poetici da cui scaturirebbe la sua scrittura è un riflesso ampiamente metabolizzato di una identica intuizione: la narrazione (il crossover metamorfico dove tutti i sentieri convergono – ma solo per disperdersi in una miriade di rivoli e di direzioni), in quanto strutturalmente e geneticamente “epos”, è trama poematica (labirintica) che infinitamente sfugge a colui che (apparentemente) regge i fili della scrittura/tessitura in quanto autore.

    Borges ha più volte dichiarato, riprendendo un’idea dell’amato Stevenson, che (vado a memoria) il racconto è probabilmente la forma più alta, e più ardua, di scrittura poetica; Bolaño, a mio modo di vedere, porta alle estreme conseguenze, nella “sua” pratica testuale, questa “intuizione”: credo che tutti i suoi libri siano nient’altro che “strofe” di un unico, interminabile, indicibile “poema”: il “luogo” di tutte le tracce – e la negazione di “ogni” possibile traccia. Autore e lettore, allora, si identificano (esattamente come avviene nella scrittura e nella fruizione poetica): entrambi, a loro modo, “detectives salvajes” – alla ricerca spasmodica della “traccia primigenia” che è la matrice, il senso e il destino di ogni esistenza: scoprire “qualcosa” di ciò che non resta (perché “si” appartiene alla morte); oppure (ritornando a Borges), creare qualcosa che, destinato ad aver voce solo “a lume di memoria” (cioè: a essere detto unicamente da altri, in una narrazione incessante, senza cesure, che attraversa le epoche senza radicarsi in nessuna di esse), sfugge alla morte, le si nega.

    fm

  25. Dice Francesco:
    “oppure (ritornando a Borges), creare qualcosa che, destinato ad aver voce solo “a lume di memoria” (cioè: a essere detto unicamente da altri, in una narrazione incessante, senza cesure, che attraversa le epoche senza radicarsi in nessuna di esse), sfugge alla morte, le si nega”.

    E se fosse proprio questo moltiplicare all’infinito le narrazioni ad essere il perpetuo refrain della morte? Le narrazioni sono legate, ma spesso sono voci che si esauriscono. Le narrazioni di Bolano non portano allo stesso punto, sono schegge angolari, che solo di spalle aggiungono un tassello al puzzle globale… tanto che ci si potrebbe chiedere (in particolare per i Detective) se questo puzzle, questo tabellone luminoso in fondo al mondo, esista, anche se fosse solo in fondo alla letteratura. E’ la molla caricata da Borges che ci impone di fare a cambio, “io ti do il mondo, tu mi dai la letteratura; io ti do la letteratura, tu mi dail il mondo”. Ma il mondo esiste? La letteratura sicuramente sì… e non c’è da escludere che sia Essa a creare il mondo. Perché per Borges nelle finzioni della letteratura si cela la verità che non si può dire se non colle finzioni, e gli abbagli dello specchio.
    Se togli al mondo quel cuneo da sotto i piedi che è la letteratura, il mondo casca e muore. Anche in questo io vedo la reazionarietà di Borges, che vede nel mondo com’è un valore.
    Bolano invece frantuma, smonta, intervista, “borgeseggia”, è vero, ma d’altra parte la sua letteratura fotografa davvero il mondo che rotola a terra perché ha un sostegno materiale (la letteratura) che lo vorrebbe diverso, come mondo.
    Forse è per questo che bolano ha un’etica artistica che io reputo più affine a come vedo le cose io, rispetto a Borges. Non arrivo a dire che l’etica di Bolano è più grande di quella di Borges, ma un po’ lo penso, così come penso che Borges fu più artista in senso stetto di Bolano. Ed infine è per questo che ad entrambi io preferisco il nostro Leonardo Sciascia.

    Ultima cosa. Mi è tornata in mente, durante la nostra bella chiacchierata, una delle ultime pagine del Rien va di Landolfi quando l’autore trova in questo colpo spadaccino una sintesi illuminante, ed infatti verrà spesso ripetuta (secondo me sempre fuori luogo e fuori posto) da CB, mi riferisco alla frase che “non si può fare musica colla musica, arte coll’arte, letteratura colla letteratura”.
    Credo sia vero, cioè che la letteratura e le arti in genere vivano e si ravvivano diciamo a contatto con dei combustibili che non siano dello stesso formato logico-empirico-estetico. Non si può prendere della letteratura e buttarla in altra letteratura. sarebbe come buttare secchiate d’acqua in mare… e siamo d’accordo… ma si può fare letteratura senza l’altra letteratura? come si farebbe a stabilire il punto dove inizia la discontinuità? e perché esiste questa discontinuità? e concludendo: si può parlare della vita in letteratura, (fare cioè letteratura colla vita , e non letteratura colla letteratura), se non si conoscono i processi estetici della letteratura? fare una letteratura che dia l’impressione che non sia letteratura non è far passare la memoria, l’espressione estranea, i contesti, il vissuto, la vita nel letterario? se non si tiene conto delle forme, si produce letteratura da schifo, anche se fai letteratura senza letteratura, ma ci metti la camorra e il clan più forte della regione…

  26. Quel “ritornando a Borges” è un “invece Borges” e voleva solo esprimere il punto di estrema divaricazione tra le due poetiche e le due concezioni della letteratura – che io non volevo assolutamente mettere a confronto in senso valutativo.

    Per il resto, tutto più che condivisibile – e tutto riportabile alla (nefasta) separazione tra “letteratura” e “arte” e alla (ancora più nefasta) riduzione del “letterario” al dato della pura “rappresentazione” dell’esistente.

    Se un punto in comune è possibile trovare tra JLB e RB è proprio nel fatto che, sia pure in modi diversi, coltivano ancora l’ambizione di fare arte attraverso la letteratura.

    fm

  27. Mi era sfuggito questo bellissimo dialogo sull’identità dello scrittore. Posso solo ammirare ciò che si detto e fare mio quello che dice Francesco: autore e lettore come detectives selvaggi dello stesso poema che ha sempre da farsi, che sempre sfugge, ma che proprio per questo ci spinge a un infinito, impaziente bisogno di tessere, racconto dopo dopo racconto, la storia del nostro sogno. Cos’è la scrittura se non sognare contro un mondo stabilito dagli altri?

    m

  28. Torno a scrivere nuovamente (ma ora la lettura de I detective l’ho completata ed è un bellissimo libro), pur con il rischio di un discorso egocentrico ecc. ecc., perchè più penso a quel che ho appena letto più mi tornano in mente risposte a questo post che in spazio troppo breve, mi sembra dicano tanto;

    soprattutto adesso a essermi tornato in mente è il commento che avvicinava la scrittura di B. a una categoria di “barocco funereo” accomunabile a Lezama; e mi ronzava in testa questa frase di Dinamo “E’ nel gioco narrativo che vengono a formarsi queste propaggini recondite, spaziali… queste storie sospese…” e l’altro commento di Francesco: “e la scrittura è la traccia di un eterno disvelamento destinato, per sua intrinseca natura, a risolversi in un “gioco” in cui l’unica regola certa è l’assoluta intercambiabilità degli attori in scena”

    e allora m’è venuto in mente che un “procedimento” narrativo simile a quello che descriveva Dinamo e che a lettura ultimata dei detectives mi sembra esserne un po’ il quid è in effetti quello di Lezama Lima: non tanto in Paradiso, mi sembra, quanto in quel racconto stupendo (tra l’altro l’unico dove la lingua è più “piatta”, scritto tra tutte le virgolete possibili: intendo più attenta ai fatti che al suo proprio spessore materiale e desiderante) che è Il gioco delle decapitazioni, dove prima che la morte sciolga il finale tutta la complicazione nasce dall’assoluta intercambiabilità tra i personaggi che trascinano avanti il racconto e che a un certo punto lo stesso narratore sembra incapace a distinguere (e seguire). ovviamente nel racconto di LIma non c’è traccia dell’irrisolto di cui parlavamo finora (anzi è un racconto in cui Lima dice tutto, parla tutto e anche più di tutto), però…

    ecco, non so se chi ha scritto “barocco funereo” intendesse qualcosa di simile, però è la “spiegzione” che al momento mi son riuscito a dare per la celere etichetta; chiudo ‘ssendo stato fin roppo insistente ( :P)

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