Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé

Giuseppe Zuccarino

Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé

     1. Una delle prime opere del filosofo Jacques Derrida, L’écriture et la différence, si apre con una singolare epigrafe virgolettata: «le tout sans nouveauté qu’un espacement de la lecture»(1). Non viene indicata la paternità della formula, bensì soltanto il testo da cui è tratta, vale a dire la prefazione a Un coup de dés, il che basta a far riconoscere l’autore, il poeta ottocentesco Stéphane Mallarmé. Per capire il senso del segmento frastico prelevato da Derrida, occorre risalire al contesto originario.  Il poemetto mallarmeano Un coup de dés jamais n’habolira le hasard comportava l’impiego di caratteri di stampa diversi per grandezza, nonché un rapporto imprevisto fra le zone del foglio occupate dalle parole e quelle lasciate vuote: i singoli vocaboli, o parti di frasi, apparivano sparsi sulle pagine in maniera del tutto insolita. Presentando ai lettori della rivista «Cosmopolis», nel 1897, una versione abbastanza moderata del testo (giacché le innovazioni grafiche sarebbero divenute ancor più vistose nella versione definitiva, apparsa postuma nel 1914), Mallarmé si fingeva timoroso di «turbare l’ingenuo che debba porre uno sguardo alle prime parole del Poema, perché le seguenti, disposte come sono, lo conducano alle ultime, il tutto senz’altra novità che una spaziatura della lettura»(2). Egli, però, era ben consapevole della portata rivoluzionaria dell’esperimento che stava compiendo: dalla semplice collocazione inusuale delle parole poteva nascere un diverso modo di concepire il testo poetico, anzi «quasi un’arte»(3).
     Con la stessa modestia simulata di Mallarmé, Derrida sta dunque annunciando novità, nel campo filosofico, altrettanto rilevanti rispetto a quelle prodotte in letteratura dal citato poemetto (novità non disgiunte, come vedremo, da un ripensamento della forma tipografica dei testi). Tuttavia, in L’écriture et la différence, il poeta francese viene evocato solo marginalmente. Occorrerà attendere un volume successivo per capire come il filosofo si rapporti in maniera davvero significativa agli scritti mallarmeani(4).
     In La dissémination, apparso nel 1972, Derrida sostiene fin dall’inizio che «se la forma del libro è ormai sottoposta, come si sa, a una turbolenza generale, se sembra meno naturale, e la sua storia meno trasparente che mai, se non la si può modificare senza modificare tutto, essa non sarebbe più in grado di regolare […] certi processi di scrittura che, nell’interrogarla praticamente, devono anche smontarla»(5). In coerenza con tale proposito, egli comincia ad adottare uno stile che comporta una massiccia valorizzazione delle risorse foniche del linguaggio, e più in generale di quelle figure retoriche cui spesso i filosofi hanno guardato con sospetto, ritenendole una minaccia per la chiarezza e serietà dell’esposizione. Il suo intento non è, tuttavia, quello di confondere campi differenti o di spingere la filosofia in direzione della letteratura, bensì quello di lasciarsi alle spalle l’una e l’altra, almeno nelle loro modalità espressive consuete.
     Mettere in discussione la forma-libro tradizionale implica anche, per Derrida, una certa audacia nel modo di configurare spazialmente i testi. In La dissémination ciò si nota bene nel saggio dedicato a Mallarmé, La double séance.  Esso, infatti, è preceduto (e seguito) da una serie di citazioni da vari autori e da un’epigrafe che affianca, incastonando in parte l’uno nell’altro, un passo di Platone e un breve testo mallarmeano, mentre la pagina successiva presenta citazioni situate entro cartigli rettangolari. Il saggio riproduce inoltre vari passi del poeta basati su una disposizione spaziale anomala dei vocaboli. Ricordiamo che Mallarmé, nella citata prefazione a Un coup de dés, poteva scrivere con ironia: «I “bianchi”, in effetti, assumono importanza, colpiscono subito; la versificazione li richiedeva, come silenzio intorno, ordinariamente, al punto in cui un pezzo, lirico o di pochi piedi, occupa, in mezzo, un terzo circa del foglio: io non trasgredisco questa misura, la disperdo soltanto»(6). Per indicare un analogo movimento dispersivo, Derrida usa il termine «disseminazione», e lo eleva a titolo del libro. Ma, così come la pratica stilistica mallarmeana non si limitava al fatto di sparpagliare le parole o i versi sulla pagina bensì implicava una riflessione di grande complessità e raffinatezza, lo stesso può dirsi per la disseminazione attuata dal filosofo. Si tratta infatti di una distruzione effettiva e non simulata dei vecchi schemi concettuali, che passa anche attraverso un lavoro sulla scrittura, dal quale l’opera filosofica non può uscire intatta: «La disseminazione, sollecitando la physis come mimesis, rimette la filosofia in scena e il suo libro in gioco»(7).
     Può sorprendere il fatto che Derrida scelga di riferirsi a Mallarmé, un autore che, pur ripensando in maniera potentemente originale la scrittura, al tempo stesso l’ha finalizzata al sogno di un Libro assoluto. Ricordiamo il progetto esposto dal poeta in una lettera a Verlaine: «Un libro, semplicemente, in parecchi tomi, un libro che sia un libro, architettonico e premeditato, e non una raccolta di ispirazioni casuali, fossero pure meravigliose… Andrò più oltre e dirò: il Libro, persuaso che in fondo non ve n’è che uno, tentato a sua insaputa da chiunque abbia scritto, persino i Genî.  La spiegazione orfica della Terra, che costituisce il solo dovere del poeta e il gioco letterario per eccellenza: poiché il ritmo stesso del libro, allora impersonale e vivo fin nella sua paginazione, si giustappone alle equazioni di questo sogno, o Ode»(8). È noto che Mallarmé non ha potuto realizzare tale aspirazione, del resto tendenzialmente impossibile, ma ha lasciato un gran numero di foglietti di appunti, che testimoniano come egli abbia pensato ad essa anche in termini concreti(9). L’opera sognata avrebbe dovuto comprendere numerosi tomi (da pubblicare in forma anonima), in cui il poeta avrebbe utilizzato generi letterari diversi, ad esempio il dramma, il mistero, il teatro, l’inno. Poi, assumendo le vesti di maestro di cerimonia, egli avrebbe dato lettura in più occasioni, di fronte ad un pubblico ristretto, delle varie parti del magnum opus, al fine di mostrare come in esso tutto fosse orchestrato in maniera sapiente, con rispondenze sistematiche anche fra pagine di tomi differenti.
     È vero che Derrida ha sempre messo in guardia contro l’idea del Libro: a suo avviso, infatti, si tratta di una ripresa travestita dell’antica comparazione dell’universo a un volume. Anche in La dissémination, egli avanza dei sospetti al riguardo: «Il Modello del Libro, il Libro Modello, non è forse l’adeguazione assoluta della presenza e della rappresentazione, la verità (homoiosis e adaequatio) della cosa e del pensiero della cosa, così come si produce innanzitutto nella creazione divina prima di essere riflessa dalla conoscenza finita? Libro di Dio, la Natura sarà stata nel Medioevo una grafia conforme al pensiero e alla parola divini, all’intendimento di Dio come Logos, verità che parla e si ascolta parlare»(10). Tutto questo gli appare in netto contrasto con le acquisizioni teoriche cui egli stesso è giunto, che enumera così: «Critica del significato trascendentale sotto tutte le sue forme; decostruzione, spostamento e subordinazione degli effetti di senso e di referenza, come di tutto ciò che ordinerebbe un concetto e una pratica logocentrici, espressivisti e mimetologici della scrittura; ricostruzione del campo testuale a partire dalle operazioni di intertestualità o del rinvio senza fine delle tracce alle tracce; reinscrizione nel campo differenziale della spaziatura degli effetti di tema, di sostanza, di contenuto, di presenza sensibile o intelligibile, ovunque essi possano intervenire»(11).
     Il sogno mallarmeano del Libro non è forse incompatibile con tali posizioni? Alla domanda, il filosofo risponde in modo negativo: «Ciò che Mallarmé progettava ancora sotto il vecchio nome di Libro, sarebbe stato, “se fosse esistito”, tutt’altro. Fuori-libro»(12). E più oltre egli ne spiega i motivi: «Il Libro di Mallarmé è derivato dal Libro. Senza dubbio si distinguono in esso i tratti della più visibile filiazione che lo fanno discendere dalla bibbia. […] Ma tramite simulacro affermato e messa in scena teatrale, tramite effrazione della rimarca, ne è uscito: gli sfugge senza ritorno, non gli rinvia più la sua immagine»(13).

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Note

(1) J. Derrida, L’écriture et la différence, Paris, Éditions du Seuil, 1967, p. 7 (tr. it. La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi, 1971, p. 1; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).
(2) S. Mallarmé, Observation relative au poème «Un coup de dés jamais n’abolira le hasard», in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1998-2003 (d’ora in poi abbreviato in Œ. C. e seguito dal numero del volume), I, p. 391 (tr. it. in S. Mallarmé, Igitur – Un colpo di dadi, Firenze, Vallecchi, 1978, p. 131).
(3) Ibid., p. 392 (tr. it. p. 133).
(4) Ricordiamo comunque che, nell’anno accademico 1968-69, Derrida ha dedicato un seminario, ancora inedito, al tema L’écriture et le théâtre. Mallarmé/Artaud.
(5) J. Derrida, Hors livre, in La dissémination, Paris, Éditions du Seuil, 1972, p. 9 (tr. it. Fuori libro, in La disseminazione, Milano, Jaca Book, 1989, p. 47).
(6) Observation relative au poème «Un coup de dés jamais n’abolira le hasard», in Œ. C., I, p. 391 (tr. it. p. 131).
(7) Hors livre, cit., p. 61 (tr. it. p. 94).
(8) Lettera a Paul Verlaine del 16 novembre 1885, in Œ. C., I, p. 788 (tr. it. in S. Mallarmé, Tutte le poesie e prose scelte, Parma, Guanda, 1966, p. 327).
(9) Notes en vue du «Livre», in Œ. C., I, pp. 547-626 e 945-1060.
(10) Hors livre, cit., p. 51 (tr. it. p. 85).
(11) Ibidem.
(12) Ibid., p. 53 (tr. it. p. 87).
(13) Ibid., p. 63 (tr. it. p. 95). In francese, l’autore gioca sui due sensi della parola issu («derivato» e «uscito»).
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(Leggi l’intero saggio di Giuseppe Zuccarino
in “Quaderni delle Officine“, XXVII, Luglio 2012)

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7 pensieri riguardo “Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé”

  1. ottimo lavoro: ben scritto e ben documentato. sono molto sensibile a questi temi (Le livre, Mallarmé, Derrida) e mi riservo di leggere oltre il post. complimenti a chi l’ha scritto e a chi l’ha reso disponibile

  2. So quanto significhi per Giuseppe il tema del Libro e con quanta passione lo abbia indagato in questi anni. Leggendo il suo saggio, ho l’impressione di una certa geniale futilità di Derrida nei confronti del tragico Mallarmé. Anche se Derrida suscita un’irresistibile simpatia, è sempre bello seguire l’ossessione di Mallarmé.

    m

  3. Per quanto si tratti di un argomento complesso, che fonda due figure pilastro (e a tratti, in modo forse diametralmente opposto, “misteriche”) delle rispettive aree, poesia e filosofia (con inevitabili e perseguiti sconfinamenti di campo), l’autore è riuscito a trattarlo con chiarezza cristallina, rendendo accessibile l’intrico, senza manometterne la complessità. Veramente bel lavoro.

    Un saluto a fm

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