Conversazioni con i morti

Lucia Tosi

Testi tratti da:
O Penati Lari!
Venti conversazioni con i morti

(Quaderni di RebStein, XXXIX, Luglio 2012)

 

Prima conversazione (io ad A.)

Potresti essere morta già allora
potresti essere sparita nell’ombra
umida delle calli dentro una risata
– le nostre risate! –
(l’immagine che sale è sempre la stessa)
o dentro un silenzio improvviso
che ti dipingeva solchi tra gli occhi
a vent’anni e un sorriso
storto un po’ più in basso
tra noi un discorrere fitto: parlavamo
d’amore – quasi carlotta e speranza –
senza il volano e la crinolina
seppur con gonne lunghe fiorite
che raccoglievamo vezzose e ignare
salendo gli sbreccolati ponti mentre
cadeva talora un libro o volavano
fogli finemente vergati
– i miei e i tuoi appunti! –
stessa scrittura stessi sogni stessi
lunghi capelli ancorché biondi o castani
stessa fame di vivere e di fargliela pagare
a chi non sapevamo
ma ci abitava il cuore un’ansia
uno struggimento oscuro come il destino
che la zingara – ricordi? –
ti lesse nella mano e mi fece impallidire.
Altra mano ti ha fermata, fossi stata lì con te
avrei preso almeno un paio di pugni
una sberla un calcio anch’io
ti avrei sorretto il capo ti avrei dato
il mio respiro.

 

    Quinta conversazione (la dura madre)

    Tutto quello che hai escogitato
    e condotto ha forma di rimasugli
    di carta, scorati attimi in frammenti,
    trama fitta di allusioni, niente
    che mi faccia da quest’angolo grondante
    desiderare di essere ancora nel tuo mondo.
    Qui il buio non è bruno e la luce un latte
    che si alterna in un’illusione di giorni:
    ti guardo, quando posso, mentre ti sforzi
    di rendere migliore la tua vita
    senza conciliazioni, ma non distinguo
    il senso dei tuoi atti, delle colpe
    e delle desolazioni, seduta come sono
    incatenata sull’abisso come donna dura
    un tempo, fantasma malinconico
    che deplora, ma non piange, il tuo male.

 

Sesta conversazione (il fratello)

Non mi hai ancora perdonato
di essermene andato bruscamente
come dire? ieri c’ero e domani non c’ero
già più. Il tempo si scompone e sovrappone:
ora sono un ragazzo, e tu non ci sei nei miei brevi
tormentati sogni; ora sono adulto e lontano, i nastri
delle nostre vite scorrono paralleli sfiorandosi
talvolta. Tu, miracolosamente illesa, allora come ora
(ora che posso vedere cosa temi a che pensi
che cosa ti agghiaccia la notte) passi di questa vita
gli sconforti. Ne porti le macchie, quelle che dovrebbero
muovere a compassione: io le vedo, come al di qua da un vetro.
Come dirti che sapevo: tutto, sapevo: di me di te di quello
che avreste tutti patito. Avrei dovuto raccontarti
di tanta altra morte che incombeva scarlatta:
perché scindere la tua carne dalla mia, da quella di tutti?
Chi eravamo noi, io e te, per condividere segreti insopportabili?
Dirti che sapevo, lo sguardo rivolto altrove, una mano
in tasca, e una a salutare frettoloso, di spalle?
Rigiri quella foto sperando che come in sogno
io possa mettermi a parlare: ti spaventeresti, dapprima,
poi non basterebbe il tempo.
Ogni tanto incontro i nostri vecchi, ma non sempre
ci riconosciamo, o son più vecchio io o loro son ragazzi
credo vada così in questo mondo di balenii bluastri
albe e tramonti improvvisi. Non ho capito ancora
se è passato tempo o se son passato io.

 

    Decima conversazione (A.)

    Stavo così, come sospesa
    la testa mi doleva e mi doleva un braccio:
    non ero io bluastra sul pavimento
    né io quell’altra che già stava qui
    seminuda e leggera, portata dal vento.
    Piccoli sussulti, ricordo, a trarmi d’impaccio
    ma le gambe come spezzate non volevano
    ubbidire, lente, mentre il pensiero veloce
    correva avanti e mi disegnava al modo
    atroce in cui mi sognasti.
    Forse per il rifiuto a passare oltre
    per l’incredulità ingenua dei senza fede
    son qui come mi vedi: lacera e confusa,
    che vorrei tornare indietro ai miei pennelli
    ai bulini ai mandrini ai martelli
    alla pietra da sbiancare. Ma non ho niente
    da fare, la testa mi duole e me la stringo
    per cercare un senso alla mia morte
    – perché è morte, questa, non è vero? –
    un giorno di marzo senza sole
    da sola, senza parole.
    Tu che sei rimasta mi piangi
    secondo me troppo spesso
    che io, al posto tuo,
    non avrei fatto lo stesso.

 

 

 

Tredicesima conversazione
(la meno dura madre)

 

E’ venuto l’uccellino del freddo
a picchiettare avido ai vetri
appannati (più che appannati, sporchi)
in attesa di briciole che non ho
che non mangio pane né lo mangiavo
(per la glicemia e il colesterolo);
con fatica ho spazzato la finestra
con la mano dalla nebbia grondante.
Il raschio lo ha infastidito
(basta un niente da queste parti
che ti trovi in un’altra storia):
scricciolo scricciolo scricciolo resta!
E’ volato sulla siepe spinosa
è tornato che era un pettirosso:
avevo una noce l’ho spezzata
nel nome del padre, un pezzo a me uno
a lui. Ha mangiato il microcervello
guardandomi attento che neanche tuo padre
le sere d’inverno col freddo
gli occhi grandi per vedermi meglio.
Qui non si sta male, rispetto alla scogliera:
il vento sibila di fuori, c’è un camino
con una minestra sospesa sempre pronta.
Ma non ho fame, giusto la noce.

 

     

     

    Quattordicesima conversazione
    (uno scrittore)

     

    Devo ricordarmi di ricordare
    e dopo essermi ricordato di ricordare
    mi devo sforzare di non dimenticare.
    Nessun piacere in questa sequela
    di sforzi memoriali da cui non esce niente
    di rilevante: donne che si incipriano il naso
    in un’aria densa di aspettativa, vecchi seduti
    con il panico della sordità dipinto in volto,
    bambini che guardano un’eclissi
    da dentro i vetri bruni dello sciroppo per la tosse:
    ma solitamente lo spazio è silenzioso
    di fatti e di cose: non dimentico niente e niente
    ricordo. La crepa tra me e tutto il resto consiste
    in questo tacermi addosso d’ogni cosa
    di cui saprei il nome la storia i casi
    ma solo quando ho fortuna ne so dire una sillaba
    che s’accende come una miccia nel pensiero.
    La prima volta è stata un’ombra rotonda
    gettata dal melograno in fondo al cortile:
    con l’ombra (ombra!) se ne venne come incollato
    anche il nome dell’albero rosso di fiori e l’albero
    portò la terra e i sassi e i sassi un cielo dello stesso
    colore di piombo. Poi più nulla per mesi o anni.
    Si scopre per caso di essere morti (morti!) come
    per caso di poter venirsene qui. Se vengo qui
    via da un cielo percorso da cumuli, temporali
    furibondi e passeggeri, se me ne vengo
    dalla confusione e dal silenzio
    cui mi hanno condannato, le parole
    bucano l’aria, le vedo balenare come lampi
    voglio afferrarle e tante ne catturo
    come è vero che ti posso parlare,
    ché prima non potevo. Farà parte
    dell’apprendistato banale e spietato
    di noi operai della filiera della
    parola
    che già (lo vedi?) già non so più.

 

 

 

Diciasettesima conversazione
(io alla dura madre)

 

Sai, mamma,
la piccola vuole morire!
La tua piccola, quella che, da ultimo,
scambiasti per la cugina morta
da tanto tempo
(che pugnalata, signore, quella volta!)
non alzerai le braccia al cielo
ché un cielo non c’è
a cui alzare le braccia.
Non barare con me: non c’è
e basta, e non fingere
di disperarti alla notizia
che c’è di peggio ogni dannato giorno
tu stai al sicuro, di là dal muro
non sei nemmeno più nel vento
non ti vorrai lamentare…
Dicevo che la piccola vuole morire
(sta’ ferma non ti agitare)
non è una novità è vecchia storia
risale al millenovecentosettantotto!
Perché, mi dici. E che ne so perché?
Voglio morire, e basta.
Ma la beffa è
che non posso permettermi la morte
(di questi tempi neanche un paio di scarpe
si può più, in verità, signora mia, mamma mia).
Devo crescere, vivere e morire
ma non per mano mia
quando lo vorrà quel cielo
che neanche tu ci credi più
quel cielo deserto in cui stai
in cui ombre smagrite in veste
d’uccelli di passo van cantando
lor guai: non una voce che li ascolti:
mai, quasi come qui…
Ma qui è peggio: ogni dannato giorno,
è peggio.
Vatti in pace, che la mia marea nera
non hai fatto a tempo
a patirla.

 

***

25 pensieri riguardo “Conversazioni con i morti”

  1. Dialogo in vece di fiammella votiva
    strattona la memoria. Evocare?
    Invocare? Provocare forse.

    Rapido e tagliente pensiero scuote
    d’ambo le parti i muri, sussultano
    stagni taciti, balenii bluastri.

  2. sono splendide (sottoscrivo il commento di Natàlia, “scrittura in cui credere … senza riserve”).
    grazie,
    stefania c.

  3. Lucia, come Elio le trovo toccanti, tanto che anch’io credo (e riprendo Marco) che da “questa poesia non ci si ripara”. Denuda.
    Non solo te come autore, ma anche chi legge.
    La forma, pure se con linguaggio colloquiale o forse in virtù di questo, è spessa, come un viluppo, in certi punti, usando l’ aggettivo di un tuo verso, “grondante”.
    In queste “conversazioni” la tua ironia, quella che ti appartiene – che qui l’avverto venire fuori nel titolo.., dicevo, che ti appartiene sicuramente come persona, ma anche diverse volte nella scrittura risulta sopraffatta da una certa pena e anche pietas, non piagnucolosa né ripiegata, né autoreferenziale (anche se usi te come espediente esistenziale) piuttosto amara però.
    Ed espediente è anche “la dura madre” nel riferimento contemporaneo a sé, alla propria corteccia cerebrale e alla propria madre dura di esistenza e di testimonianza.

    Grazie!
    adesso scarico il pdf-

  4. ci sono ritornata, Lucia; ci sono dei passaggi così intensi veri, duri e emozionanti, che non so commentarti;
    Ho il quaderno, bellissimo.
    penso che si pubblica di tutto oggi, in fondo basta avere mille e tot euro da buttare; ma cose così non hanno prezzo, hanno vero valore.
    felice che la dimora abbia dato voce a questi “dialoghi” con l’oltre e il dentro più profondi.

  5. che dire? stare nei “quaderni” è un onore immenso: così belli, così curati! pensavo ci fossero solo le poesie del post, poi mi sono accorta di questa sorpresa gigantesca! dico a natalia, che si complimenta: ce ne sono delle altre! lo so, mi scarico il pdf e me lo stampo.il post è come un trailer!
    ah! che meraviglia! io che pure entro in zona quaderni, mica me n’ero accorta: per una sorta di cecità data da una – incredibile dictu – timidezza nei confronti di me come poeta, che ancora mi perseguita e perseguiterà.
    ecco, ho bisogno che si dica che in questa scrittura si può credere, come dice natalia e altri sottoscrivono; che si veda che non si è persa la vena ironica, nonostante il tema – fa sorridere l’aggettivo – sofferto. si dice che sono poesie di valore…
    francesco “semplicemente mi adora”.
    io adoro lui, come voi tutti del resto lo adorate, e sono grata a tutti di aver letto.

    grazie a francesco.

    and in order of appearance:

    ad anna maria, elio, natalia, stefania, marco, margherita, francesco t., anna

    1. :))))) tu che dici: “mica me n’ero accorta: per una sorta di cecità data da una – incredibile dictu – timidezza nei confronti di me come poeta, che ancora mi perseguita e perseguiterà.”
      io diffido e solitamente rido di quelli che hanno perso questa timidezza.

      “il post è come un trailer”: mi fai morire, Lucy!

  6. Quando scopro per caso scritti di questa caratura provo sensazioni di meraviglia e di rabbia. Meraviglia per aver trovato poesia vera, poesia che ti denuda, come dice acutamente margherita ealla, poesia che non è “cembalo risonante” ma scossa elettrica.E’ come guardare il mare per la prima volta, o volgersi al fondo valle dopo la prima ascesa. C’è un’ironia lucida e disperata, come per un processo alla vita e alla morte, una resistenza al nulla.
    La rabbia riguarda la considerazione che questi versi dovrebbero essere pubblicati e diffusi, a scoraggiare i poeti della domenica.
    Sei brava e molto, lucypestifera….
    :-)

  7. Colloqui con le ombre, potenti sussurri, respiri su un orizzonte fragile e dissonante ma perfetto, balbettante eppure chiarissimo, tormentatamente scisso tra il grido ed il discorso logico.
    Dialoghi poetici, tangenti la prosa che superano lo schema duale “io-tu” e diventano monologhi alimentati dal fantasma dell’altro, quasi un raptus di scrittura fatto di ironia, salti, paradossi, involuzioni… nei quali piano piano la furia si raggela e si traduce in esperienze stridenti che sanno di “fiaba dell’orrore” nate nel cuore di tenebra, plasmate da fughe dei travolti dalla morte, da un Eros precipitato nel buco nero…succhi amarognoli distillati da un’esperienza di vita intensa e sofferti percorsi in una poetica scarna, asciutta, essenziale e profondamente toccante… beffarde freddure porte con garbo che lasciano segni nella carne… grazia, autoironia, leggerezza, senso estetico senza paragone donano a questi versi un’autorità ed un carisma che li fa primeggiare nel grigiore poetico attuale e docilmente accettiamo il tuo invito, seguendo i tuoi passi lenti e felpati, a contemplare “la grande sconfitta”, la vita, senza perdere il gusto del bello e della poesia…

  8. ringrazio erremme (roberto matarazzo), ioviracconto, ninaesposition per le ottime parole di apprezzamento-incoraggiamento. al di là degli elogi, che mi imbarazzano puerilmente – ho sempre un antico timore che sbuchi un compagno di giochi a tirarmi le trecce per rabbia -, trovo interessante ciò che è stato colto dell’asciuttezza e della prosasticità – per non dire prosaicità – dei miei versi, che rasentano talmente la prosa, da sembrare poesia, della logica e della disperazione, accanto all’ironia, che la abitano.
    ioviracconto: sarebbe ‘carino’ essere pubblicata, a sconfiggere i poeti della domenica! io, per me, mi considero poeta-scrittore del lunedì, un giorno nemico.
    grazie ancora!

  9. Arrivo per ultima, reduce da scomposizioni di ogni genere, ma anche un po’ intimidita. Tu sai quanto mi sento inadeguata a commentare, ma sai anche quanto ho sempre amato la tua poesia.
    Sono felicissima per te, per questo atteso riconoscimento qui, in questa dimora che tu stessa mi hai fatto conoscere e apprezzare.
    Ringrazio te e Francesco.
    E condivido tutti i commenti, bellissimi e articolati, che hanno messo in luce tutto il valore della tua poesia.
    cb

  10. L’ha ribloggato su Carteggi Letterari – critica e dintornie ha commentato:

    Mia cara Lucia, che cosa dura salutarti. Mai avrei pensato potesse accadere, neanche quando ti ho sentita abbattuta, io ci credevo, credevo che ce l’avresti fatta. Avevamo parlato di questa tua bella raccolta, ti dissi che l’avrei voluta pubblicare, ma non è giusto che tu non ci sia più, non è giusto.
    Si sono asciugate le parole, non riesco a scrivere altro, la rabbia oggi annebbia ogni cosa che annega nelle lacrime e nel dolore.
    tua.

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