Tutto come mai

Antonio Scavone

Tutto come mai

     “Che c’è, Marco?”, mi chiede con apprensione mia sorella ma io non rispondo, faccio finta di niente. Carla insiste: “A che stai pensando?” e, per farla contenta, le dico che non sto pensando, sto aspettando che il dottor Ranchetti ci illumini con i risultati delle sue ultime indagini. “Vedrai che stavolta andremo fino in fondo. Non scoraggiarti.” E soltanto adesso tira un sospiro di sollievo, si ricompone, sicura di aver sedato e sviato le mie solite remore, il mio solito disappunto.  Farglielo credere non mi costa niente e sul serio mi sforzo di non pensare, di guardarmi intorno, di notare com’è fatto lo studio di un investigatore privato, dell’aria che si respira quando ti viene annunciato che il “mistero” di tuo padre sta per avere una fine, uno sbocco.
     Nostro padre morì vent’anni fa, alla stazione Santa Maria Novella di Firenze: aveva cinquantatré anni, era vice-questore della Digos e si occupava di terrorismo, quello delle Br e quello dei fascisti. Avevo da poco compiuto ventidue anni e stavo per laurearmi in giurisprudenza, per seguire a malincuore le orme di mio padre, per diventare anch’io un commissario e poi, via via, scalare tutta la gerarchia al ministero degli Interni. Carla, invece, più grande di me, era docente associata all’Accademia di Belle Arti e cominciava a farsi conoscere per i quadri che esponeva nelle gallerie della città e in provincia. Mamma non viveva con noi, si erano separati da molti anni, e, almeno per me, mamma non esisteva già più: se n’era andata a Roma, a vivere con un suo vecchio amore, uno che lavorava in tivvù e anche lei, di tanto in tanto, faceva qualche comparsata nei programmi del mattino, intervistando casalinghe coraggiose, vecchi abbandonati, cantanti e attrici all’apice del successo.
     Mio padre morì d’infarto, così scrissero sull’atto di morte e così fu riportato dalle agenzie. L’infarto, si sa, è un evento crudele e spietato, imprevisto e imprevedibile; a tal punto infìdo e insidioso che nessuno riuscì a spiegare come mai un uomo di cinquantatré anni, alto un metro e novantacinque e dal peso di centodieci chili, fosse stato ucciso da un infarto e non dal proiettile di una P38 che gli aveva trapassato la nuca. Dissero che quel foro di proiettile non aveva minimamente “inciso” sulla morte del vice-questore Attilio Onorato giacché l’uomo, cioè mio padre, aveva cessato di vivere prima che il colpo lo raggiungesse, prima che il terrorista gli avesse di fatto sparato dopo una breve colluttazione.
     L’autopsia confermò infatti che il collasso cardio-circolatorio aveva preceduto quella ferita devastante, forse perché, verosimilmente, il vice-questore Onorato non aveva retto alla concitazione degli avvenimenti, al dispendio di energie, alla efferata determinazione di uno spietato assassino…
     Non se ne parlò più, non se n’è parlato più per tutti questi vent’anni: la vita, o il corso degli avvenimenti come si dice, ci aveva segnati e divisi; io, per esempio, non mi sono più laureato in giurisprudenza, non ho più pensato al ministero degli Interni e non ho più seguito né le vicende che riguardavano la morte di mio padre né quelle che sono state la storia italiana di questi vent’anni.
     Mi sono barcamenato tra tanti lavori, saltuari e approssimativi e ho avuto poi la fortuna – càpita anche questo – di trovare un impiego dignitoso in un’industria dolciaria: mi occupo del controllo di qualità dei prodotti e, con l’esperienza, ho acquisito una competenza che riscuote il plauso dei miei superiori, anche perché “il figlio di un poliziotto” resta comunque una persona affidabile.
     Ed ora eccoci qui nello studio dell’investigatore privato Simone Ranchetti, assoldato da mia sorella per far luce sulla morte di mio padre e per riaprire il processo che si concluse con la condanna in contumacia del terrorista assassino.  Abbiamo due atteggiamenti opposti, io e Carla: lei è tesa, apprensiva, come se temesse di non essere pronta a cogliere e dominare questa che sembra la definitiva rivelazione, da tanto tempo attesa. Si dà un contegno, si massaggia le mani, si sistema gli occhiali, gira e rigira l’anello al dito e poi sospira lentamente, per scacciare quelle brevissime fitte di ansia che la scuotono, affondandone ad intervalli regolari la lucidità. Io, invece, guardo casualmente gli oggetti di questa scrivania: il portapenne, il datario, i registri, l’orologio a forma di mezzaluna, il monitor del computer animato dalle figure geometriche del salvaschermo.
     La verità è che non mi aspetto niente da Ranchetti, come non ho cercato niente in tutti questi anni. Forse perché, parallelamente, la mia vita è stata una successione piuttosto fortuita e indeterminata di avvenimenti troppo grandi o troppo piccoli perché io ne potessi ricavare significati esaltanti o angosciosi. Mi sono sposato, ho avuto una bambina, mi sono separato da mia moglie e dalla bambina: tutto qui. Che altro? Per esempio, che cosa mi racconto quando vado a dormire? Che cosa mi riprometto quando mi sveglio la mattina e mi preparo il caffè, mi faccio la doccia e vado in fabbrica? Niente, mi aspetto quello che succede ogni giorno, mi aspetto le cose che ogni giorno si presentano o si nascondono: trovare il tempo per capirle e saggiarne la validità è un’operazione che si dimostra per me e per ogni volta insensata o incompleta.
     Carla è più positiva: lei giudica il mio abbandono con affetto e compassione, come si fa con i fratelli minori, ma non lo condivide e non lo apprezza e neanche io lo farei se avessi le sue aspettative, la voglia di arrivare fino in fondo a questa storia della morte di nostro padre, agli anni passati nel dubbio e nell’incertezza.
     Carla ritiene che una verità ci sia ed è inoppugnabile e che ci hanno pertanto ingannati, in tutti questi anni, per coprire e rimuovere il mistero legato a quella morte, a quell’assassinio. So anch’io che c’è un mistero, un segreto ben custodito e che si è dimostrato impenetrabile e tuttavia non arrivo a capire quale possa essere la nostra parte, il ruolo che questa storia ci avrebbe assegnato.
     Quando ripenso a quelli che furono chiamati “gli anni di piombo”, mi dico che ci saremmo meritati altre metafore, altre etichette: gli anni delle lacrime o gli anni delle assenze, della memoria dispersa e sfilacciata come la trama di un tessuto che si slabbra lentamente.
     Quando parlo di queste sensazioni, Carla mi rimprovera, come si fa con un ragazzo testardo e indolente e io mi lascio strapazzare dal suo amore ferito, dalla sua memoria ferita, dalla sua determinazione ferita: non avendo mai trovato un balsamo, un unguento, una pomata che potesse lenire e curare quelle irriducibili ferite, mi sono convinto, un po’ alla volta, che abbiamo vissuto anni di doppiezze, di infingimenti e che, quando si vive così, vuol dire che le cose successe dovevano appartenere ad altri e non a noi, a come eravamo e non siamo più. Anche se non lo dice esplicitamente, Carla giudica queste mie conclusioni né più né meno come il risultato dei fallimenti della mia vita: nel lavoro, con mia moglie, con mia figlia e anche in questo caso dev’esserci un fondo di verità, ma perché dovrebbe essere inteso come un risultato e non invece, più semplicemente, come la cronaca asciutta di un’esistenza qualunque, sia pure della mia esistenza?
     Ed ecco finalmente Simone Ranchetti: un uomo solido, con i baffi da carabiniere, lo sguardo grigio e severo, le mani forti, i capelli brizzolati e gli occhiali dalle stanghette dorate. È entrato nello studio con un passo deciso come per darci un segnale e difatti Carla si è subito alzata come davanti a un generale. “Stia comoda, signora” è la stata la risposta di Ranchetti, col gesto della mano che in realtà è un comando, mentre a me Ranchetti riserva un’occhiata fredda e impietosa, per deplorare quella che deve sembrargli la mia vanitosa insubordinazione da sottoposto, da recluta.
     Ranchetti si siede alla sua poltrona nera, lascia cadere sulla scrivania il pesante faldone che reca la scritta “Vice-questore ONORATO” e poi si prende il suo tempo a disporre, tutt’intorno a sé, documenti, cd-rom, nastri magnetici, fogli sparsi, fotografie e fotocopie di atti ufficiali. Non ci guarda ma fa in modo che noi si guardi lui, che si resti attaccati a quelle azioni, a quelle carte, per consumare, come a teatro, l’attesa e la precognizione di un colpo di scena.
     Ma Ranchetti sa fare il suo mestiere e non concede nulla agli “effetti speciali”: incrocia le mani sui cumuli di documenti che ha disseminato e poi mi guarda aspettandosi da me una risposta senza aver formulato una domanda e facendomi capire che la domanda, sebbene non espressa, è troppo impegnativa perché io possa eluderla con battute estemporanee, o con una fiacca attenzione.
     Interviene Carla a rompere questo che anche per me cominciava ad essere un momento di disagio: “Ha scoperto qualcosa, dottor Ranchetti?”.
     – Cara signora, non l’avrei convocata se non per dirle che qualcosa c’è.
     – Qualcosa di nuovo?
     – Di nuovo e di vecchio ma, prima di passare alla comunicazione ufficiale, ho bisogno di alcune verifiche, che solo lei e suo fratello possono fornirmi.
     – Prego, dica pure.
     Ranchetti comincia a sfogliare la cartella delle fotografie e la squinterna sotto i nostri occhi, sulle pagine che ritraggono il corpo di mio padre riverso a terra in una piccola pozza di sangue. Poi dispone, come le carte di un solitario, gli atti ufficiali della morte di mio padre: gli uni sugli altri, in una miscellanea che sa di raccogliticcio, come le tessere di un puzzle già ricomposto, di un macabro gioco dell’oca che non contempla né partenza né arrivo ma solo un’unica linea continua, un’indefinibile strada maestra da percorrere nella sua integrità, nella sua irreversibile necessità.
     Mi alzo e sto per raggiungere la finestra, per vedere un po’ di cielo e di strada ma Ranchetti è inflessibile: “Torni al suo posto, dottor Onorato”, “Non sono dottore”, “Resti al suo posto, la prego” e non posso fare altro che sedermi al mio posto e guardare il vuoto davanti a me, tra le foto di mio padre, gli atti di morte, le sentenze del tribunale, i ritagli di giornale.
     Carla mi stringe la mano per rabbonirmi e rasserenarmi ma Ranchetti esige tutta la nostra dedizione e comincia a esporre l’analisi delle sue indagini, ripercorrendo tutti gli avvenimenti, le persone, le coincidenze, gli esiti che riguardarono e riguardano il vice-questore Attilio Onorato.
     La conclusione di Ranchetti è fulminea e sibillina: “Vostro padre fu ucciso”.
     Carla mi guarda, delusa più che sconcertata, annuisce senza parlare e poi, con un filo di voce, replica cautamente: “Questo lo sapevamo già…” ma Ranchetti non commenta e mi chiede con la solita freddezza: “Anche lei lo sapeva? Che suo padre è stato ucciso?”.
     Gli risponderei che ci sta prendendo in giro, che non ha riguardo per niente e nessuno ma non glielo dico… sono stato attirato da quel tono sicuro e spietato e gli chiedo, anch’io sommessamente, di spiegarci quella che sembra essere una sentenza prevedibile ed effimera.
     – Vuole raccontare quello che sa della morte di suo padre?
     – E glielo devo raccontare io?!… È lei che ha svolto le indagini.
     – È una verifica. Devo sapere che cosa sanno i figli del vice-questore Attilio Onorato.
     – Mio padre indagava…
     – Su, continui.
     – Sulla consistenza, diciamo così, di un gruppo di terroristi che operavano tra Roma e Bologna.
     – E aveva scoperto che c’erano infiltrati anche a Firenze.
     – Sì, nel sindacato, in certe sezioni di partito.
     – Trascurabili. Semmai nelle alte sfere.
     – Sì, è probabile…
     – No, è dimostrato.
     Sul volto di Carla si illumina la maschera di una pacata soddisfazione, come se questo primo risultato delle indagini di Ranchetti l’avesse convinta, persuadendo anche me, della necessità di arrivare fino in fondo alla morte di nostro padre.  Carla non commenta, lascia che a parlare sia io, sia io a rispondere, a recitare la parte di un testimone reticente e scontroso: è il suo modo, schietto e sincero di sorella maggiore, per farmi sentire presente e utile, saggio e accorto.
     Ranchetti ci dimostra come le indagini che mio padre condusse a Firenze lo avevano esposto più del dovuto, creando intorno a sé un’atmosfera di sospetto e di contrasti. Poi, come se avesse letto nei miei pensieri, Ranchetti corregge un passo del racconto che sta illustrando: “Ma non era un’atmosfera di contrapposizione, sia chiaro: era una realtà precisa e voluta”.
     – Voluta da chi?
     – Ha mai sentito parlare di servizi deviati?
     – Certo.
     – E non ha mai pensato che suo padre ne sia stato vittima?
     – Sì, l’ho pensato ma non ho mai potuto dimostrarlo.
     – Glielo dimostro io: queste che vede davanti a lei sono le prove. Nastri, dichiarazioni, atti ufficiali, fotografie, tutto quello che serve. Suo padre non fu ucciso dal terrorista.
     Non rispondo, non chiedo, non penso. So che dovrei farlo, che dovrei essere pronto a sapere, a confermare, a farmi salire il sangue in testa, a farlo ribollire per le vene, a scatenare sentimenti di rivalsa o di odio, a congratularmi persino con Ranchetti e a stupirmi delle prove che si è procurato… per rendere giustizia a mio padre, presentarmi davanti alla sua ombra e dirgli semplicemente “Ecco, ora sappiamo la verità!”…
     Ranchetti si avvede del mio disorientamento e incalza, rivoltando le posizioni, rinfacciandomi non solo quella che finora si era manifestata come la mia infantile spigolosità, ma svuotando ogni altro mio proponimento, ogni libera associazione di idee che potrebbe attraversare la mia mente.
     – Lei sapeva che suo padre aveva un suo collaboratore fidato?
     – Sì, il commissario Delvecchio.
     – Non era commissario.
     – Mio padre lo ha sempre presentato come…
     – …Non solo suo padre: anche la stampa, la Digos, il ministero, tutti parlavano di Gaetano Delvecchio come di un funzionario e invece era un semplice maresciallo. Suo padre e Delvecchio seguivano la pista dei terroristi che avevano ferito o ammazzato un bel po’ di gente e, nel corso delle indagini, il vice-questore Onorato scoprì che il maresciallo Delvecchio non godeva più della fiducia dei suoi superiori perché il maresciallo Delvecchio aveva scoperto a sua volta…
     Come ci sentiamo quando, a distanza di tempo, nomi e figure si ripresentano vive e inquietanti dal velo della memoria che ne ha dissipato la vitalità, la forza, addirittura il modo di parlare e di muoversi? E cosa proviamo quando il valore e forse anche il sentimento legati a persone e circostanze, sotto il peso di una proditoria manipolazione, ci appaiono all’improvviso insostenibili e lontane, estranee e addirittura ostili?
     Ranchetti ci racconta che Delvecchio aveva scoperto una filiazione diretta tra gruppi di terroristi neri e ufficiali dei servizi di difesa e che, per mettere a tacere tanto il maresciallo quanto i giornalisti, si era pensato di accantonare il collaboratore di mio padre e di toglierselo, così, dai piedi. Non mi dà il tempo di controbattere, Ranchetti: il suo è un monologo ben congegnato, che non ammette contrattempi e pause. D’altronde, pur volendo puntualizzare un dettaglio qualsiasi, non saprei da quale parte cominciare e dove potrei andare a finire, per cui ascolto come uno sprovveduto neofita l’apologo del santone.
     Quando Delvecchio capì che stavano per esautorarlo, quando gli fu consigliato di tornare alla sua vecchia mansione all’Ufficio Passaporti della questura, quando si accorse che era sotto osservazione, decise di contrastare quella circostanza.
     – Contrastarla… come?
     – Passare dall’altra parte.
     – Dall’altra parte?!
     – Non riesce a immaginarlo?
     No, non riesco a immaginarlo e Ranchetti prende a cuore la mia insipienza e deve considerarla tanto involontaria quanto risibile e forse colpevole. Carla ha abbassato gli occhi: quella fugace serenità che le aveva acceso l’animo si è già appannata ma neanche lei arriva a capire, fino in fondo, perché siamo rimasti ammutoliti e sopraffatti. Non arriviamo a capire, principalmente, quale possa essere stato o quale sia stato il legame tra le sfortune di Delvecchio e la morte di nostro padre. Ranchetti mi sovviene con la sua sagacia tempestiva ed esauriente: “Il maresciallo Delvecchio si preoccupò di raccogliere tutte le informazioni e le prove della connessione tra i terroristi e le alte sfere e ne parlò a suo padre, che era l’unico funzionario di cui si fidasse e suo padre, il vice-questore Onorato, pur dissuadendolo da questa iniziativa, tuttavia la tenne, come dire?, discreta e privata”.
     – E cosa fece?
     – Niente, lasciò che Delvecchio raccogliesse quelle prove, che trascrivesse informazioni e interrogatorii e che sigillasse tutto in un dossier dal titolo “Santa Maria Novella”.
     – La stazione di Firenze…
     – Sì, perché in quella stazione si sarebbero dovuti incontrare il maresciallo Delvecchio e, diciamo così, un emissario, un rappresentante degli ufficiali dei servizi di quegli anni.
     – Ma a quell’incontro ci andò mio padre.
     – Già. Delvecchio era scomparso…
     – Infatti Delvecchio quella mattina non si fece vedere…
     – Egregio signore, il maresciallo Delvecchio morì quella stessa mattina quando fu ucciso suo padre.
     – Ucciso?!… Noi sappiamo che lo trovarono a casa di uno dei figli ed era già gravemente ammalato.
     – Sì, fu trovato a casa del figlio, cioè ci fu portato, ed era già gravemente ammalato quella mattina quando fu colpito nel garage dell’albergo dove alloggiava.
     – Scusi, non capisco… Mio padre, allora?
     Guardo Carla per averne conforto e aiuto ma mia sorella è livida, tremante, assente. Ranchetti non risponde subito, prende dalla tasca interna della giacca una busta e me la mostra. L’intestazione del destinatario dice: “A Maria Onorato” e la grafìa è quella di mio padre.
     – Riconosce questa calligrafia?
     – Sì, è di mio padre.
     – Sa a chi è indirizzata?
     – C’è scritto: a mia madre.
     – Ha mai saputo di questa lettera?
     Non rispondo: innanzi tutto perché ignoravo l’esistenza di quella lettera e poi perché mi sembra, adesso, di venire a conoscenza di un segreto, di un messaggio che non avrebbe mai dovuto tentarmi.
     Ranchetti apre la busta, dispiega il foglio che la busta conteneva e si accinge a leggerlo ma esita per chiederci, con sobrietà, se siamo disposti a conoscerne il contenuto. Interviene Carla: si fa coraggio, si rannicchia nelle spalle, si stringe nelle braccia e poi dice di sì, consentendo che Ranchetti ci faccia quest’altra rivelazione.
     – Suo padre scrisse questa lettera a sua madre il giorno prima di morire: una premonizione. Il testo è molto semplice, non ci sono saluti, non c’è un addio, ci sono solo queste parole: Leggiti Il fattore umano e capirai. Lei sa che cos’è “Il fattore umano”?
     – Non lo so, un film…
     – Anche, ma è un romanzo, un romanzo di un autore inglese, di Graham Greene. Lei lo ha letto?
     – No.
     – E lei?
     Carla non risponde, sta fissando il vuoto, si sta perdendo nel silenzio, si lascia guidare dal niente. Ranchetti ci racconta brevemente la trama di questo romanzo e delle similitudini che nostro padre aveva ravvisato tra le vicende del romanzo e quelle della sua vita, degli ultimi giorni della sua vita.
     – Ma lei dove l’ha trovata questa lettera?
     – Me l’ha data sua madre, sei mesi fa, prima di morire.
     Stavolta Carla si scuote: “Non ce ne aveva mai parlato, perché?” ma Ranchetti non può rispondere a questa domanda come, nello stesso senso, non possiamo rispondere noi.
     – Questo non ve lo so dire. Forse la signora Onorato voleva conservare questa lettera come un ricordo personale e intimo di suo marito, cioè di vostro padre.
     – Mi scusi, ma non…
     – Non riesce a capire, vero?
     – Sì, non capisco cosa c’entri questa lettera con la morte di mio padre.
     – Suo padre era un poliziotto, un uomo dai sentimenti forti, sanguigni. Quando scoprì che Delvecchio era stato emarginato e quindi che era stato ucciso, si presentò lui a quell’appuntamento, alla stazione di Santa Maria Novella per affrontare il terrorista che aveva ucciso il suo collaboratore.
     – Sta dicendo che mio padre, quella mattina, si fece passare per Delvecchio?
     – Sì ed era sicuro di trovarsi di fronte al terrorista che era, in realtà, un emissario degli ufficiali deviati, uno dei suoi antagonisti, per così dire.
     – E cosa successe?
     – Dottor Onorato, lei ha dedicato poco del suo tempo alla vicenda di suo padre, a quegli anni, alla storia del nostro paese.
     – Mi dica cosa successe quella mattina, la prego.
     – Suo padre sapeva benissimo che l’uomo col quale si sarebbe incontrato non era un terrorista ma, forte del suo carisma, oppure fidandosi eccessivamente di se stesso, ritenne di poter risolvere la questione faccia a faccia, se non altro per rendere giustizia al povero Delvecchio. In altre parole, suo padre credette sul serio di poter smascherare quell’emissario, di costringerlo a par-lare e magari di portarlo davanti al magistrato.
     – Mio padre era un uomo con i piedi per terra, non si sarebbe lasciato trasportare da una simile suggestione.
     – Ed infatti non si lasciò trasportare ma gli eventi gli presero la mano. Quando capì di essersi trovato di fronte a quell’eversore, che doveva conoscere molto bene, capì che quello era l’assassino del maresciallo e che forse sarebbe stato anche il suo carnefice. Lo affrontò, lo malmenò, si picchiarono e allorché suo padre stava per avere la meglio su quell’uomo, mentre si era fatta intorno a loro la folla dei viaggiatori della stazione, a quel punto il suo antagonista riuscì a colpirlo, gli sparò alla nuca e il vice-questore Attilio Onorato cadde a terra stramazzando.
     Restiamo in silenzio io e Carla, chiusi in quella parte di noi stessi che abbiamo tenuto segreta e nascosta a tutti per tutti questi anni: in fondo, sapevamo che il vice-questore Attilio Onorato non era morto per infarto, che era stato vigliaccamente assassinato ma questa era la notizia dell’Ansa, dei giornali, dei telegiornali, persino delle chiacchiere nei bar e sugli autobus ma per noi, per me, quello che era morto alla stazione di Firenze era solo un vice-questore. Già allora, vent’anni fa, avevo diviso e staccato quel ruolo pubblico, l’esercizio della sua funzione, il destino del suo mestiere dal suo essere semplicemente mio padre. L’aver saputo l’intrigo che lo sconvolse e lo uccise, l’aver toccato il fondo di questo mistero flebilmente alimentato in questi anni dalla nostra ansia di giustizia non mi ripagano né per quello che potrei ancora fare, né per quello che non ho mai fatto.
     Ranchetti ricompone i documenti nel faldone, si alza e con garbo ci dice che aspetta le nostre istruzioni, che lo studio legale è pronto per iniziare la procedura di revisione e si avvìa alla porta dicendoci: “Vi lascio soli”, come per darci il tempo di riflettere e decidere.
     Quando la porta si chiude dietro le spalle di Ranchetti, abbiamo tutto il tempo che vogliamo per riflettere e prendere una decisione adeguata, abbiamo tutto il tempo di questi anni, tutte le sorprese, le speranze, le delusioni e le incertezze che questi anni ci hanno procurato. E, almeno per me, sono convinto di avere anche la predisposizione giusta, quella che è semplice sentire dentro di sé e che poi si dimostra inadatta e futile quando vuoi trasferirla nella realtà, quando vuoi farla diventare realtà.
     Abbiamo il tempo, qualcosa di imprendibile e di insensato, che passa, attraversa, scorre e che talvolta è fermo e immobile per anni. Ce l’ha Carla, il tempo, ora che la vedo incerta, che la riscopro donna, persona, esistenza; ce l’ho io, il tempo, di guardare gli oggetti della scrivania di Ranchetti, lo squarcio di cielo dalla finestra, la mia mano appoggiata sul bracciolo della poltrona.
     Carla sta trovando le parole ma vorrebbe tanto perderle, vorrebbe dire e non dire, farsi capire negli occhi che brillano, nelle labbra socchiuse, nelle sue mani di pittrice solide e nervose come quelle di un muratore. E avrebbe voluto, avrebbe preferito che Ranchetti non ci avesse isolati nel suo ufficio per un’altra delle nostre innumerevoli ricognizioni, per la nostra ultima determinazione.
     – Che dici, Marco?
     – Niente, non dico niente.
     – Come, niente?
     – L’avevamo sempre immaginato.
     – Ma ora lo sappiamo con certezza.
     – Secondo te, si può fumare in questa stanza?
     “Non lo so” risponde Carla scoraggiata ma il coraggio non te lo dà una sigaretta: fumare significa, adesso, reimpastare sapori che erano stati accantonati, divagarsi sulle volute di fumo che illudono la sensazione di essere presente e propositivo, come se bastasse respirare l’acre aroma della nicotina per convalidare e riconoscere intorno a te la realtà del momento e non quella dei pensieri.
     – Dobbiamo continuare, Marco. Fino in fondo.
     – Non arriveremo in fondo.
     – Perché no?
     Perché avremmo dovuto farlo vent’anni fa, ecco perché. Perché avremmo dovuto perdere molto tempo della nostra vita a capire, a scovare, a scoprire; perché avremmo commemorato un uomo, perché ci saremmo esposti alle manovre, alle intimidazioni, al sarcasmo, alla volgarità e invece, da quei bravi cittadini del silenzio e della nostalgia, abbiamo permesso che tutto fosse silenzio e nostalgia. Ora che abbiamo scoperto la verità mi chiedo quante altre falsità, noi per primi, abbiamo diligentemente giustificato perché non venissero modificate da niente e nessuno.
     – Io mi fermo qui, Carla, continua tu.
     – Ma ora possiamo andare avanti, andare oltre.
     – Che ne so della tua vita?
     – Che c’entra la mia vita?!
     – Non so come vivi, se sei felice con un uomo, se hai avuto figli. Non so nulla di te.
     – Che significa… Questo fa parte di un’altra vita, di quello che abbiamo fatto con noi stessi, da soli, senza l’aiuto di…
     – …Di chi? Vedi, non riesci neppure a dirlo.
     – Ma per questo dobbiamo continuare.
     – Non per me, Carla.
     – Devi darmi una speranza, Marco, altrimenti è tutto come prima.
     – No, è tutto come mai.
     Le prendo le mani, gliele bacio e vado via, mi allontano anche adesso ma stavolta per sempre dal coraggio che avrei dovuto avere e dalla dignità che non ho mai onorato. Dovrò fare giustizia con me stesso e recuperare, per il tramite di quest’ultima indagine, il senso dell’equità che, vilipeso e maltrattato, ci ha emarginati in ruoli di contorno, in figurine di collezionista, in fotografie di archivio. Abbiamo riesumato un passato che avevamo frettolosamente sepolto e quel ritaglio di giornale con il volto di mio padre riverso nella macchia scura del sangue non è neanche più una notizia: è passato troppo tempo e mio padre non si aspetta più che io gli sia vicino e neppure che abbia il più sofferto dei rimpianti per averlo dimenticato.

***

5 pensieri riguardo “Tutto come mai”

  1. Equilibrio straordinario tra il ritmo che procede con passo rigoroso e vigoroso (incalzante, con il personaggio di Ranchetti) a svelare omissioni e manomissioni e la profondità, unita all’ampiezza di irradiamento, dello sguardo. A superare la paralisi del silenzio e della nostalgia, sembra intervenire una nuova declinazione del “principio speranza”, che ha fatto tesoro precedenti ‘letture’ dello stesso principio, da Ernst Bloch a Christa Wolf.

  2. ottimo amaro racconto, narrazione che prende, bravissimo antonio scavone che , in ogni caso, ha saputo scavare cunicolo nel calderone di anni terrificanti eppure vitali..

  3. Le notazioni di Lucy, di Anna Maria e di Roberto sono illuminanti con ciò che “Tutto come mai” intendeva proporre. C’è l’assenza, certo, la nostalgia, l’amarezza, il ripristino difficile o il difficile recupero di quello che si è stati o non si è stati. E tuttavia questo cumulo di aggregazioni di significati o di esplosione di significati si realizza nella fabula, nella narrazione, che è l’unica struttura per così dire autorizzata a mostrare e reggere la circostanza narrata. La notazione di Lucy – così provvida e così prossima alle “Conversazioni con i morti” di…. Lucia Tosi – rende esplicita quell’affinità o somiglianza che l’assenza e la nostalgia, o il parlare del “non”, fanno emergere da quelle esperienze di vita che scatenano, a loro volta, il parlare del “per”. Voglio dire che in un racconto come questo – incernierato sulle storie italiane dell’inganno – non se ne esce né con una prosa accusatoria né con una narrazione edificante. Il personaggio di Marco non si scontra solo col pragmatismo dell’investigatore Ranchetti (giustamente incalzante, come rileva Anna Maria), ma si scontra principalmente con se stesso, col suo essere stato opportunisticamente consenziente, opportunisticamente distratto.

    Linee di riferimento, di affiliazione o di affinità, con le idee di Ernst Bloch o la prosa di Christa Wolf possono essere tanto inevitabili e tanto occasionali: per Marco il principio-speranza non è quello del non-ancora-essere ma semmai, come dice il titolo del racconto, del non-essere-mai. L’assunzione di quelle zone dimenticate ridefinisce, più che la ragione, l’esistenza di un uomo che si è staccato dal proprio passato perché “lo riteneva estraneo” (C. Wolf). E’ l’assenza – come insiste Lucy-Lucia – a determinare amaramente l’assunzione di una consapevolezza incompleta o incompiuta, ad emettere una sentenza di estraneità non più impugnabile e, forse per questo, non più eseguibile. Utopia, speranza, mediazione, attesa: sono esperienze che Marco non può più praticare e per il futuro, Anna Maria, la speranza non sembra più essere fondante.

    Il “meglio” non è di chi scrive ma di chi, come Francesco, propone alla condivisibilità e alle potenzialità dell’essere (le traduzioni da Bolano) i percorsi di una rivelazione, di una compatibile autocoscienza. Non è poco, non è affatto poco.

    Scusatemi per questa lungaggine e un carissimo saluto a tutti.

    Antonio

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